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Tutto come previsto, forse anche meglio. Nelle elezioni sudafricane l’African National Congress fa il pieno, non solo portando Jacob Zuma alla presidenza e conquistando tutte le provincie tranne il Western Cape, ma ottenendo anche quei due terzi delle preferenze che permetteranno al partito, se lo vorrà, di modificare unilateralmente la Costituzione. Nonostante una flessione di circa cinque punti percentuali rispetto alle precedenti consultazioni, il partito degli ex liberatori dimostra, per la quarta volta su quattro elezioni, di avere ancora un grande appeal tra l’elettorato.
A poche ore dalla conclusione dello spoglio, l’Anc può contare sul 67 percento dei voti, contro il 15 della Democratic Alliance (DA), guidata dal sindaco di Città del Capo Helen Zille, e il circa 7 percento del Congress of the People (Cope), il partito dei “dissidenti” dell’Anc nato due mesi fa e che avrebbe dovuto raccogliere i voti della middle class nera. Già dalla mattinata di ieri, l’Anc era saldamente in vantaggio con oltre il 60 percento dei voti. Ma è stato durante la giornata, con l’arrivo dei risultati provenienti dalle zone rurali e dalle regioni nord orientali, che l’Anc ha coronato la sua vittoria, ottenendo quei due terzi delle preferenze che l’opposizione, con la sua campagna elettorale a difesa della Costituzione, aveva posto come limite per bloccare il partito di Zuma. Accreditata del 20 percento nelle prime ore di ieri, la DA della Zille è costantemente scesa, confermando la difficoltà dell’energica leader bianca a porsi come una credibile alternativa all’Anc tra l’elettorato nero. La performance del Cope può essere giudicata soddisfacente, data la giovane età del partito e i pochi mezzi economici con cui ha affrontato la campagna elettorale. Ma il partito di opposizione difficilmente riuscirà a scalzare l’Anc se prima non riuscirà ad assorbire al proprio interno tutte quelle piccole formazioni che non sono riuscite a superare l’1 percento delle preferenze.
Le elezioni hanno sancito la vittoria su tutto il fronte di Zuma, uscito trionfatore dalle urne come dalle aule di giustizia negli anni scorsi. Il nuovo leader dell’Anc viene premiato per una campagna elettorale capillare, che è riuscita a colpire al cuore il grosso dell’elettorato povero e rurale del partito, mobilitandolo attorno al suo presidente e scongiurando un astensionismo che sarebbe suonato come una sfiducia implicita verso l’Anc. Nonostante gli scandali di corruzione e i problemi nell’amministrare un Paese così complesso come il Sudafrica, il partito di Nelson Mandela dimostra che, a 15 anni dalla fine dell’apartheid, il cuore della gente batte ancora per lui. Ora, per la nuova leadership viene il difficile: riuscire a far rialzare un’economia in recessione, combattere una disoccupazione arrivata al 20 percento e, soprattutto, migliorare le condizioni di vita dei milioni di indigenti che hanno dato fiducia a un “uomo del popolo” come loro. Ieri sera, Zuma era visibilmente a proprio agio mentre cantava e ballava per le strade di Johannesburg, festeggiando la sua personalissima vittoria. Ma da domani, serviranno capacità politica e tanta lungimiranza per guidare fuori dalle secche il gigante d’Africa.

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L’African National Congress ha vinto le elezioni, e Jacob Zuma sarà il nuovo presidente del Sudafrica. Con circa il 35 percento del totale scrutinati, sono questi i primi dati certi che emergono dalle elezioni generali di ieri nella Nazione Arcobaleno, definite le più importanti nella storia del Paese per la presenza di una forte opposizione che potrebbe modificare gli equilibri interni al Parlamento. Al momento, come ampiamente previsto, il partito di Zuma sembra aver ottenuto oltre il 64,4 percento dei voti, ma non i due terzi delle preferenze necessari per modificare unilateralmente la Costituzione.
Secondo gli ultimi dati a livello nazionale, l’Anc avrebbe guadagnato il 63 percento dei voti, mentre la Democratic Alliance (Da), il partito del sindaco di Città del Capo, Helen Zille, si attesterebbe attorno a un convincente 18,2 percento. Deludente finora la prestazione del Congress of the People (Cope), il partito formato dai “dissidenti” dell’Anc, che avrebbe ottenuto circa l’8 percento delle preferenze. Con appena tre milioni di voti su 23 scrutinati, il quadro potrebbe però cambiare durante la giornata: all’appello mancano ancora alcune delle zone rurali, dove l’Anc è molto forte, ma soprattutto i grandi centri urbani, come nel Gauteng, la regione di Johannesburg.
Quella dell’Anc sembra comunque una vittoria convincente, soprattutto perché ottenuta attraverso una grossa affluenza alle urne (superiore al 70 percento), maggiore di quella delle ultime consultazioni. Un eventuale, alto astensionismo sarebbe sicuramente stato interpretato come una vittoria di Pirro per il partito di Zuma, che ha dominato la vita politica del Sudafrica dalla fine dell’apartheid ad oggi ed è quindi ritenuto il principale responsabile dell’attuale stato del Paese, nel bene e nel male. Da sottolineare anche il clima di tranquillità in cui si sono svolte le elezioni: l’unico episodio di violenza si è registrato stanotte, con l’uccisione di un leader regionale del Cope che i membri del partito hanno definito “politicamente motivato”.
Ma se si esclude l’uccisione di stanotte e il ritrovamento di cento schede precompilate a favore dell’Inkhata Freedom Party nel KwaZulu Natal, il voto si è svolto senza incidenti e in un clima realmente democratico. Già da ieri mattina, lunghe code di votanti ai seggi erano registrate in tutto il Paese, segno di quanto queste consultazioni fossero sentite dalla popolazione. Sia la Da che il Cope hanno annunciato che presenteranno ricorso per alcune presunte irregolarità, ma al momento il principale problema sembra essere stata la mancanza di schede in numerosi seggi, cosa che ha costretto alcune stazioni elettorali a sospendere le operazioni di voto, successivamente riprese e protrattesi ben oltre le 21.00 di ieri sera. Problemi che hanno attirato le critiche di alcuni leader politici, tra cui Zuma, nei confronti della Commissione Elettorale, che secondo il presidente dell’Anc si sarebbe fatta “cogliere di sorpresa” dalla consistente affluenza.

E’ il gran giorno per Jacob Zuma. Il controverso leader dell’African National Congress, uscito indenne da un processo per stupro e da sedici capi di imputazione per corruzione, frode ed estorsione, con tutta probabilità da stasera sarà il nuovo presidente del Sudafrica. Le elezioni di oggi, definite le più importanti nella storia del Paese, dovrebbero semplicemente sanzionare un’altra vittoria, la quarta in quattro consultazioni dal 1994 ad oggi, dell’ex partito di Nelson Mandela.
I primi risultati delle elezioni saranno disponibili solo stasera, dopo la chiusura dei seggi, prevista per le 21.00 ora italiana. Ma gli ultimi sondaggi danno all’Anc almeno il 60 percento dei voti e il controllo di otto province su nove, con l’unica incognita del Western Cape, la regione di Città del Capo. I due principali partiti di opposizione, la Democratic Alliance del sindaco della città, Helen Zille, e il Congress of the People (Cope), formato dai dissidenti dell’Anc fuoriusciti dal partito dopo le dimissioni del presidente Thabo Mbeki, mirano a mantenere l’Anc sotto i due terzi delle preferenze, per impedire al partito di Zuma di poter modificare unilateralmente la Costituzione. La principale battaglia si gioca proprio sulla difesa della Carta costituzionale, e i partiti hanno fatto di tutto per mobilitare i propri sostenitori, compreso organizzare dei servizi di navetta per scongiurare l’astensionismo.
Ma nonostante la vittoria dell’Anc, il sostegno di cui gli ex liberatori dall’apartheid godono nel Paese continua a diminuire. I continui scandali di corruzione, la mancanza dei servizi essenziali in molte delle townships e nelle zone rurali e un generale malcontento nei confronti di un’amministrazione percepita come distante potrebbero far rimanere a casa più del trenta percento degli aventi diritto, “macchiando” il trionfo dell’Anc. Senza contare l’incognita Cope, il primo partito di opposizione che potrebbe far breccia nell’elettorato nero, e ingrossare così le fila di un’opposizione dove le minoranze bianca e coloured la fanno ancora da padrone.
A prescindere dal voto, da domani Zuma sarà chiamato a rispondere ai bisogni di un Paese al bivio: l’economia è in recessione, per la prima volta negli ultimi 17 anni, la disoccupazione ufficiale supera il venti percento e, dopo 15 anni di democrazia, milioni di sudafricani sono stanchi di rimandare a domani le prospettive di un avvenire migliore. Durante la campagna elettorale Zuma è stato prodigo di promesse, impegnandosi a garantire più sostegno alle classi povere, più sviluppo e rassicurando gli investitori internazionali che, nonostante il sostegno di comunisti e sindacati, la prossima amministrazione non si distanzierà molto dalla precedente. Da domani, e a prescindere dal suo controverso passato, Zuma sarà chiamato a rispondere alle esigenze di una nazione dove, all’apartheid tra razze, si è sostituita una preoccupante segregazione economica tra pochi ricchi e un esercito di indigenti.
Jacob Zuma può tirare un sospiro di sollievo. Dopo otto anni di indagini, oggi la National Prosecuting Authority sudafricana, la procura generale della Repubblica, ha annunciato di aver fatto cadere i sedici capi d’accusa per corruzione, frode, racket e riciclaggio di denaro contro il leader dell’African National Congress. Mentre i partiti di opposizione annunciano battaglia, i sostenitori di Zuma, candidato alla presidenza del Paese nelle prossime elezioni del 22 aprile, festeggiano una vittoria annunciata.
Voci sul possibile stop al processo contro Zuma circolavano nel Paese già da due settimane. Da quando, cioè, alcune anticipazioni della stampa locale avevano portato alla luce i tentativi del team di Zuma di affossare le indagini riguardanti presunte tangenti ottenute dal leader dell’Anc per proteggere la compagnia francese Thales, che alla fine degli anni Novanta aveva ottenuto un contratto multimilionario per la fornitura di armi al Sudafrica. Secondo quanto dichiarato oggi dalla NPA, le prove portate dal team di Zuma, comprendenti intercettazioni a politici e poliziotti, avrebbero fatto emergere una sorta di disegno politico per incastrare il leader dell’ANC. Nelle intercettazioni sarebbero coinvolti sia l’ex leader della NPA, Bulelani Ngcuka, sia Leonard McCarthy, il capo dell’ormai dismessa unità investigativa degli Scorpions, creata negli anni Novanta proprio per occuparsi della corruzione dilagante nel Paese.
Vittima di un processo politico, come dicono i suoi sostenitori, o manipolatore della giustizia, come sostiene l’opposizione? Quale che sia il giudizio sul personaggio, Zuma, uscito vincitore dalla lotta contro l’ex presidente Thabo Mbeki nell’ultimo congresso dell’ANC, ha la strada spianata in vista delle elezioni del 22 aprile. Il suo partito è accreditato del 64 percento delle preferenze, un margine enorme nei confronti dei partiti di opposizione. Se raggiungesse il 70 percento, permetterebbe al partito di modificare da solo la Costituzione. Campione della maggioranza povera della popolazione e delle zone rurali, il populista Zuma può concentrarsi da oggi su un’elezione impossibile da perdere, lasciandosi alle spalle il suo scomodo passato giudiziario. Oltre alle accuse di corruzione, stralciate e riprese dalle autorità più volte negli ultimi anni, Zuma è uscito indenne anche da un processo per stupro, nel quale suscitò lo scandalo di mezzo mondo raccontando di essersi “fatto una doccia” per minimizzare il rischio di Aids dopo aver fatto sesso con una donna sieropositiva.
Difficilmente però i partiti di opposizione si rassegneranno a vedere Zuma scampare le forche caudine della giustizia. Il sospetto, adombrato dalla fuga di notizie delle ultime settimane, è che Zuma abbia comprato la propria libertà minacciando di coinvolgere nel processo le più alte cariche dell’ANC, compreso l’ex presidente Mbeki, provocando così un terremoto istituzionale devastante per il Paese proprio alla vigilia dei Mondiali del 2010. Secondo l’opposizione, insomma, invece di proseguire le indagini, le autorità sudafricane avrebbero preferito nascondere la polvere sotto il tappeto, secondo la logica del “tutti colpevoli, nessun colpevole”. L’Anc, che ha bollato come illazioni le accuse contro l’operato della Npa, nei giorni scorsi aveva però alimentato le polemiche, dichiarando che una prosecuzione delle indagini non sarebbe stata nell’interesse del Paese. Liberando così dalle pastoie giudiziarie il suo cavallo migliore, in nome di una ragion di stato che, all’opinione pubblica, non è dato conoscere.

Il braccio di ferro tra il governo di Pechino e il Dalai Lama è sbarcato per la prima volta anche in Africa. Stavolta, a finire nel ciclone delle polemiche è stato il governo sudafricano, reo, secondo gli organizzatori di una conferenza di pace in programma per il prossimo fine settimana a Johannesburg, di aver negato un visto d’ingresso al leader spirituale e politico del popolo tibetano per compiacere l’alleato cinese.
A denunciare il fatto sono stati l’arcivescovo Desmond Tutu e l’ex presidente Frederick De Klerk che, assieme al terzo premio Nobel per la pace locale, Nelson Mandela, avevano esteso al Dalai Lama l’invito a partecipare alla conferenza, organizzata nell’ambito di una serie di manifestazioni preparatorie ai Mondiali di calcio del 2010. L’arcivescovo ha condannato senza mezzi termini la decisione presa dal dipartimento per gli affari interni, e ha fatto sapere che boicotterà l’evento se il governo non dovesse tornare sui propri passi. Una posizione fatta propria anche da De Klerk, e che rischia di mettere in serio imbarazzo il presidente ad interim Kgalema Motlanthe, gettando un’ombra sull’organizzazione della prossima Coppa del Mondo.
Dal ministero degli interni non è arrivata alcuna motivazione ufficiale ma, secondo le indiscrezioni riportate oggi da numerosi giornali locali, la rappresentanza diplomatica sudafricana in India avrebbe chiesto al Dalai Lama di posporre il proprio viaggio. Colpa delle pressioni di Pechino, decisa a fare tutto il possibile per scongiurare la visita di Sua Santità, organizzata in coincidenza con una serie di sgraditi anniversari: il sessantesimo dell’invasione cinese del Tibet, il cinquantenario dalla fuga del Dalai Lama in India e il primo anniversario delle proteste scoppiate nella regione nel marzo dello scorso anno.
Non che la Cina abbia dovuto faticare molto per piegare la resistenza del governo sudafricano, visti i legami tra i due Paesi: secondo il quotidiano sudafricano Sunday Independent, il commercio bilaterale ammonta a un quinto del totale degli scambi tra Pechino e il continente africano, e meno di dieci giorni fa è stata inaugurata a Johannesburg la nuova sede del Fondo di investimento Cina – Africa (CadFund), del valore di 5 miliardi di dollari, creato nel 2007 per facilitare gli investimenti cinesi in Africa. Non è la prima volta che Pechino esercita pressioni sugli altri governi per contrastare la visibilità e l’appeal mediatico del padre spirituale tibetano. Ma in Sudafrica la questione ha assunto una valenza molto particolare, visti i trascorsi del Paese e le radici dell’African National Congress (ANC), l’ex movimento di liberazione dall’apartheid che domina la vita politica sudafricana da 15 anni. L’arcivescovo Tutu ha avuto buon gioco nel definire la decisione del governo “un totale tradimento del nostro passato di lotta”, accusando Pretoria di essersi piegata “senza vergogna” alle pressioni di Pechino.
Ma i tempi cambiano, e anche il partito di Nelson Mandela non è più quello di una volta: nonostante nella leadership del partito figurino ancora molti militanti della vecchia guardia, l’ANC è accusato da una crescente fetta della società sudafricana di essere diventato un semplice apparato di potere, travolto da scandali e faide interne e disposto perfino ad accettare finanziamenti da alleati scomodi quali il Partito comunista cinese e il leader libico Gheddafi per vincere le prossime elezioni. Non che il trionfo del partito sia in discussione, tutt’altro. Le previsioni più “fosche” accreditano l’ANC di almeno il 60 percento delle preferenze, ma il partito guidato da Jacob Zuma preferisce non correre rischi. In attesa che, con o senza gli ideali di una volta, le urne sanciscano un trionfo già scritto.

Il sindaco di Antanarivo e nuovo presidente Andry Rajoelina
Andry Rajoelina ce l’ha fatta. Il 34 enne ex – sindaco della capitale Antananarivo e leader dell’opposizione ha raggiunto oggi l’obiettivo che si era prefissato a gennaio, allo scoppio delle proteste in Madagascar: le dimissioni del suoi rivale, il presidente Marc Ravalomanana, che ha preferito cedere il potere ai militari piuttosto che arrivare allo scontro finale con Forze Armate e opposizione.
L’annuncio delle dimissioni del presidente è stato dato dal suo portavoce, Andry Ralijaona. Ravalomanana avrebbe designato l’ammiraglio alla guida della Marina militare, Hyppolite Ramaroson, come nuovo capo di stato ad interim. In pratica, però, l’esercito sembra concorde nel concedere la presidenza al leader dell’opposizione Rajoelina, che proprio a questo scopo avrebbe rifiutato oggi l’opzione di creare una giunta militare per guidare la transizione. Le dimissioni di Ravalomanana, sempre più in difficoltà negli ultimi giorni a causa del crescente appoggio dato dall’esercito a Rajoelina, erano diventate quasi un atto dovuto dopo gli avvenimenti di ieri, quando alcuni contingenti dell’esercito avevano fatto irruzione in uno dei palazzi presidenziali e due granate erano state lanciate contro i sostenitori del presidente, asserragliati all’esterno della sua residenza.
Ora, per la Grande Ile si apre uno scenario tutto da decifrare. In teoria, Rajoelina avrebbe promesso l’organizzazione a breve di libere elezioni, ma se lui stesso dovesse venire ufficialmente designato come presidente ad interim le cose potrebbero cambiare. Molto peso avrà l’atteggiamento delle Forze Armate, che nel corso della crisi sono passate dal sostenere il presidente a una sorta di neutralità attiva a favore del leader dell’opposizione. Sabato scorso, Rajoelina era addirittura arrivato a concedere al presidente appena quattro ore per lasciare la guida del Paese.
L’Unione Africana (UA) ha condannato nei giorni scorsi le pressioni esercitate sul presidente perché rassegnasse le dimissioni. Certo, la decisione presa oggi da Ravalomanana non può essere equiparata a un golpe, ma poco ci manca. E se i precedenti di Guinea e Mauritania valgono ancora, l’organizzazione potrebbe decidere di sospendere il Madagascar finché non verranno tenute nuove elezioni. Un danno tutto sommato accettabile per Rajoelina, che con gli eventi di oggi ha siglato una specie di nuovo record: la presa del potere attraverso metodi al limite della legalità, ma non condannabili a priori come eversivi o anticostituzionali. Nonostante i saccheggi dei primi giorni della crisi, nessun colpo è stato sparato dai sostenitori dell’opposizione, che posso anzi vantare almeno 25 morti uccisi dai proiettili della guardia presidenziale. In tutto, la crisi ha provocato almeno 135 vittime e un numero imprecisato di feriti, mettendo in ginocchio il settore turistico e di conseguenza l’economia di un Paese in cui il 70 percento della popolazione vive sotto la soglia di povertà.

Il sindaco di Antanarivo Andry Rajoelina
Lentamente, ma inesorabilmente, la terra sta smottando sotto ai piedi di Marc Ravalomanana, il presidente del Madagascar, messo alle corde da un ex-deejay di 34 anni convertitosi alla politica, che ha di fatto estromesso il legittimo governo e si sta conquistando le simpatie delle Forze Armate. Per l’ormai ex-uomo più popolare del Paese, un self-made man diventato in pochi anni l’uomo più ricco della Grande Ile, è probabilmente giunto il tempo di lasciare il testimone al suo giovane rivale, Andry Rajoelina. Che ha battuto il presidente proprio nel suo punto più forte: la comunicazione.
Dopo mesi di manifestazioni, appelli alla popolazione, scontri e morti (almeno 135), Rajoelina sente l’odore della vittoria. La tattica aggressiva del leader dell’opposizione sta portando i suoi frutti. Messo alle corde dalla verve del suo giovane rivale, senza più l’appoggio di parte dell’esercito e di una comunità internazionale che si limita a lanciare generici appelli alla riconciliazione o condanne di facciata, Ravalomanana si è trovato improvvisamente da solo. Senza neanche sapere bene perché. Fino a pochi mesi fa, il presidente era l’uomo più potente del Paese, titolare del gigante alimentare Tiko e forte della convincente vittoria ottenuta alle ultime elezioni. Ravalomanana, insomma, non è un dittatore. Ma ciò non è bastato a metterlo al riparo dalle critiche di Rajoelina, che ha mobilitato l’opinione pubblica accusando il presidente di tutti i problemi dell’isola: disoccupazione, povertà e svendita delle risorse naturali alle multinazionali straniere.
Non che Rajoelina abbia particolarmente a cuore le sorti della popolazione. Quella tra lui e il presidente è una lotta di potere tra due uomini capaci di affascinare l’elettorato. Con la sua campagna elettorale frizzante, gli appelli alla folla e il suo stile giovane, Rajoelina ha prima ottenuto il posto di sindaco di Antananarivo, per poi sfidare in campo aperto il presidente. Dal quale, paradossalmente, ha appreso le principali tecniche comunicative, tecniche che avevano permesso a Ravalomanana di uscire vincitore dalle ultime elezioni.
Ma il potere, si sa, rischia di isolare i governanti dalla popolazione. Rajoelina non ha fatto altro che sfruttare questo spazio, inserendosi come un cuneo e scardinando la poltrona su cui il presidente sembrava, fino a qualche settimana fa, inattaccabile. Ora, Rajoelina si può permettere di rifiutare l’ultima mossa di Ravalomanana, che ha proposto come disperata mossa finale un referendum per decidere chi dovrebbe essere il nuovo leader. Il politico con la faccia da bambino, il 34 enne soprannominato TGV per la sua irruenza, dal nome del treno francese superveloce, vuole l’intera posta. E dopo aver respinto le mediazioni internazionali, ha lanciato un appello alle forze di sicurezza perché arrestino il presidente e sanciscano così, in maniera definitiva, la sua personalissima vittoria.

Alla sbarra. Per la prima volta al mondo, un presidente in carica potrebbe essere portato davanti alla Corte Penale Internazionale per rispondere delle accuse di crimini di guerra e contro l’umanità. E’ quanto ha deciso oggi la Corte con sede all’Aja, che ha spiccato un mandato di cattura nei confronti di Hassan Omar al Bashir, il capo di stato sudanese, accusato dal procuratore generale Luis Moreno Ocampo di essere responsabile dei crimini commessi durante la guerra in Darfur.
La notizia era attesa da giorni, con trepidazione nelle cancellerie di mezzo mondo e con malcelata preoccupazione nelle stanze dei bottoni a Khartoum. Lo stesso Ocampo aveva anticipato la decisione della Corte nei giorni scorsi, annunciando di avere delle “forti prove” di colpevolezza nei confronti del presidente sudanese, contro cui sarebbero pronte a testimoniare circa trenta persone. Ancora ieri, Bashir si faceva beffe della Corte, definendo l’eventuale mandato di cattura “non meritevole dell’inchiostro con cui sarà stampato” e invitando giudici e procuratore a “mangiarselo”. Il Sudan ha atteso la decisione per settimane, tra la preoccupazione dei sostenitori di Bashir e i timori di quanti paventano eventuali ritorsioni del governo sudanese in Darfur, dove la guerra è già costata la vita a 300 mila persone in sei anni e dove le migliaia di caschi blu della missione Unamid potrebbero essere un facile bersaglio per le ire di Bashir.
Nonostante il mandato, è difficile che Bashir venga effettivamente assicurato alla giustizia: le autorità sudanesi hanno fatto sapere che non coopereranno nella cattura del presidente, e l’eventualità che i peacekeepers dell’Unamid, gestita congiuntamente da Onu e Unione Africana, arrestino Bashir, è praticamente impossibile. Ma non saranno solo i caschi blu e i civili darfurini a subire le conseguenze negative di quanto accaduto oggi. Un’anticipazione il governo sudanese l’ha data già, intimando a Medici Senza Frontiere di lasciare il Darfur entro oggi non potendo più garantire la sicurezza dello staff, a séguito della decisione presa dalla Corte.
Ma a segnare il passo potrebbe essere anche il processo di pace, avviato da anni ma mai seriamente decollato a causa delle divisioni interne ai ribelli, frazionatisi nel corso del tempo in dodici gruppi armati, ognuno con i propri uomini e la propria agenda politica. Nonostante l’opinione di alcuni analisti, che vedono il mandato nei confronti di Bashir come uno strumento di pressione diplomatica nei confronti delle autorità sudanesi, è probabile che la decisione di oggi irrigidirà la posizione del governo di Khartoum, già intransigente nei confronti delle richieste occidentali perché “protetto” al Consiglio di Sicurezza dell’Onu dal veto della Cina, sua alleata.
A pronunciarsi sul mandato potrebbe essere lo stesso Consiglio, che ha facoltà di ritardare di un anno l’esecuzione del provvedimento. Usa, Gran Bretagna e Francia non sembrano però voler concedere ulteriore tempo a Bashir, per il quale il Sudan rischia di diventare una sorta di “prigione dorata” se, per sfuggire alla cattura, il presidente decidesse di rinunciare a vertici internazionali e summit. Certo, a Bashir rimangono gli amici della Lega Araba e dell’Unione Africana. Ma a prescindere dalle conseguenze pratiche, la decisione di oggi ha un altissimo valore morale. E nonostante la sua sicumera, da oggi Bashir potrà dormire un po’ meno tranquillo.
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