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Joao Bernardo Vieira con il presidente brasiliano Lula
Missione compiuta, al secondo tentativo. Oggi, Joao Bernardo Vieira, storico e controverso presidente del piccolo stato africano della Guinea - Bissau, è stato ucciso da un gruppo di soldati non identificati, che durante la notte ha dato l’assalto al palazzo presidenziale. Muore così il capo di stato che ha governato il Paese per 23 anni, e che già lo scorso novembre era sopravvissuto a un attacco da parte delle Forze Armate. Ma per la popolazione civile, quello di oggi è solo l’ennesimo colpo di stato in un Paese dove la democrazia ha sempre avuto vita difficile.
Secondo quanto riferito da un portavoce delle Forze Armate, un gruppo di soldati non ancora identificati avrebbe fatto irruzione nel palazzo presidenziale durante la notte, scatenando un breve scontro a fuoco con la guardia presidenziale in cui sarebbe morto anche Vieira, ucciso mentre stava tentando di abbandonare l’edificio. Salito al potere nel 1980 proprio grazie a un golpe e deposto una prima volta nel 1999, al termine di una breve guerra civile, Vieira era tornato a governare il Paese nel 2005, dopo aver vinto le elezioni presidenziali seguite al suo rientro dall’esilio portoghese. Ma a dispetto delle ultime consultazioni, la democrazia non ha mai attecchito nel Paese, come dimostra la lotta personale tra Vieira e il defunto capo di stato maggiore dell’esercito, il generale Batiste Tagme na Waie.
Una lotta vecchia di più di vent’anni: alla fine degli anni Ottanta, Waie fu vittima di una purga dell’esercito decisa da Vieira, e finì per alcuni anni al confino in un’isoletta al largo delle coste guineane, prima di essere perdonato dal presidente. Provenienti da due gruppi etnici rivali, i due si sono dati battaglia per anni, tentando di uccidersi a vicenda. E riuscendoci, paradossalmente, a un giorno di distanza l’uno dall’altro. Proprio ieri, infatti, Waie era rimasto ucciso in un attentato dinamitardo che aveva provocato la morte di altre cinque persone. Il generale sarebbe stato ucciso da un ordigno piazzato sotto le scale del proprio ufficio. Già lo scorso gennaio Waie era sopravvissuto a un gruppo di attentatori che avevano crivellato di colpi la sua auto. Il generale si stava recando proprio dal presidente Vieira, che l’aveva convocato improvvisamente e senza dare spiegazioni.
L’episodio provocò una selva di polemiche nel Paese, facendo pensare che Vieira fosse dietro a tutto. E l’assalto di stamani al palazzo presidenziale è molto probabilmente la conseguenza dell’attentato di ieri contro Waie, organizzato da suoi fedelissimi intenzionati a farla pagare al presidente. Il quale, dal canto suo, aveva i suoi buoni motivi per dubitare di Waie, visto che lo scorso novembre, durante un primo, fallito assalto al palazzo presidenziale da parte di alcuni soldati, l’esercito non aveva mosso un dito per salvarlo.
Ex-colonia portoghese, uno dei Paesi più poveri e instabili dell’Africa, divenuto recentemente un santuario per i trafficanti sudamericani che smerciano droga verso l’Europa: Vieira governava su uno “stato fallito“, come vengono chiamati i Paesi che non riescono neanche ad assicurare il controllo del proprio territorio. Uscito da una guerra civile durata un anno, dal giugno 1998 al maggio 1999, la Guinea - Bissau non è mai stata ricostruita. La capitale, Bissau, giace in rovine, così come l’ex-palazzo presidenziale, crivellato dai proiettili ed emblema della travagliata storia di questo Paese. Che oggi ha scritto l’ennesimo, triste capitolo in soli 44 anni di indipendenza.

Alberghi vuoti, spiagge deserte e un’industria turistica crollata dell’80 percento in poche settimane. La crisi politica che ha investito nelle scorse settimane il Madagascar, con il presidente Marc Ravalomanana e il leader dell’opposizione Andry Rajoelina a contendersi il potere a colpi di manifestazioni e scontri, ha fatto fuggire dall’isola i turisti, mettendo in serio pericolo un business da quasi 400 milioni di dollari l’anno, che impiega più di 25.000 persone.
Secondo quanto riferito dal presidente del settore alberghiero locale, Eric Koller, al momento tra il 70 e l’80 percento degli hotel sarebbero chiusi, mentre i pochi rimasti aperti sono stati costretti a ridurre del 50 percento il personale. Un colpo tremendo per l’economia di un’isola che è sì cresciuta a un ritmo del 7 percento annuo negli ultimi anni, ma dove circa il 50 percento della popolazione vive ancora sotto la soglia di povertà. La crisi del turimo potrebbe durare molto più a lungo di quella politica: le prenotazioni cancellate arrivano fino al prossimo ottobre, mentre i tour operator mondiali, che solitamente stampano i cataloghi per i pacchetti vacanze con largo anticipo, potrebbero decidere di evitare il Madagascar anche per il 2010, quando invece il Paese spera di sfruttare un evento importante come i Mondiali di calcio in programma nel vicino Sudafrica.
Ma le brutte notizie non arrivano solo dal settore turistico: la multinazionale coreana Daewoo, che alla fine dello scorso anno aveva ottenuto in licenza un milione di acri di terra coltivabile per piantarvi mais (buona parte del quale destinato a finire in Corea del Sud), ha annunciato il possibile slittamento del progetto a data da destinarsi. Le motivazioni addotte dalla Daewoo sarebbero il crollo del prezzo del mais sul mercato mondiale e, ovviamente, l’attuale crisi malgascia, costata la vita ad almeno 125 persone. E proprio la vasta concessione ai coreani è uno dei maggiori punti di frizione tra il presidente e il leader dell’opposizione Rajoelina, che accusa il governo di aver svenduto la terra dei contadini per rimpinguarsi le tasche.
Se la crisi dovesse continuare ancora, a risentirne potrebbe essere anche il settore minerario locale, dove operano multinazionali del calibro di Rio Tinto e Sherritt International, così come l’industria dell’estrazione di diamanti. Attività finora risparmiate dai disordini perché situate lontano dalla capitale Antananarivo, dove sostenitori dell’opposizione forze e dell’ordine si affrontano ormai da settimane in manifestazioni, sit in, scioperi e saccheggi contro i negozi facenti capo all’impero economico del presidente Ravalomanana, principale businessman del Paese. Nonostante il lavoro dei mediatori internazionali, a cui si è aggiunto anche il presidente senegalese Abdoulaye Wade, le posizioni dei due contendenti sono inconciliabili.
Il più intransigente rimane Rajoelina, che accusa il presidente di governare il Madagascar attraverso una democrazia mascherata e di non curarsi delle condizioni di vita della popolazione. Rajoelina ha così varato un suo governo di unità nazionale, illegittimo dal punto di vista costituzionale, e si è autoproclamato leader del Paese, rifiutandosi di incontrare Ravalomanana se quest’ultimo non si dimetterà. Da parte sua, il vero governo ha rimosso Rajoelina dall’incarico di sindaco della capitale. In questo marasma politico, ad aggiungere nuove preoccupazioni sono arrivate le dichiarazioni dei vertici delle Forze Armate. I quali hanno reso noto che l’esercito è pronto a “svolgere il proprio compito”, se la crisi politica non dovesse essere risolta a breve. Un’altra brutta notizia per i pochi turisti che ancora non hanno disdetto le vacanze nella Grande Ile.
Un breve tour di quattro Paesi, per siglare accordi di cooperazione, concedere aiuti e rassicurare l’Africa sulle intenzioni del Pechino. Stavolta, però, petrolio e ricchezze naturali non c’entrano. Il presidente cinese Hu Jintao, dalla scorsa settimana in visita in Senegal, Mali, Tanzania e Mauritius, ha scelto volutamente di recarsi in quattro Paesi poveri di risorse per ribattere ai critici della politica cinese, che molti ritengono orientata esclusivamente a ottenere materie prime a basso costo. E per sottolineare come, nonostante la crisi economica mondiale, la partnership tra Cina e Africa non subirà conseguenze.
er suggellare le sue parole, il presidente Hu ha scelto la maniera più eclatante: lo scorso venerdì, nella capitale maliana Bamako, il capo di stato cinese ha posto la sua firma sull’accordo per la costruzione del “ponte sino-maliano dell’amicizia“, un’opera lunga 2 chilometri e mezzo e del costo di 75 milioni di dollari, definita da Hu “il più grande regalo della Cina” all’Africa occidentale. In Senegal, il presidente ha concesso un totale di 90 milioni di dollari in cooperazione, finanziamenti e investimenti, tra cui figurano quello il rinnovo del parco autobus e la costruzione di un teatro nella capitale Dakar. Mentre a Dar es-Salaam, la capitale della Tanzania, Hu si è presentato con 22 milioni di dollari in aiuti, inaugurando un nuovo stadio da 55.000 posti costruito, neanche a dirlo, grazie a contributi cinesi.
E mentre il presidente si prepara a visitare le Mauritius, ultima tappa del suo viaggio, i messaggi lanciati durante la sua visita fanno già discutere gli analisti. Non solo petrolio e risorse naturali, dunque: per Hu, Pechino è interessata a una partnership commerciale più completa con il continente africano, che comprenda progetti infrastrutturali, aiuti allo sviluppo, potenziamento dei rapporti culturali e riduzione del debito. Tutti obiettivi, ha detto il presidente, che non verranno meno neanche ora che la crisi economica sta facendo sentire i suoi effetti sui Paesi in via di sviluppo. L’interscambio tra Cina e Africa, cresciuto di dieci volte dal 2000 ad oggi e giunto alla ragguardevole cifra di 107 miliardi di dollari, non dovrebbe quindi essere in pericolo.
“Gli aiuti e i finanziamenti cinesi sono accolti dall’Africa meglio di quelli occidentali, perché vengono concessi senza grandi condizionamenti politici” spiega a Panorama.it l’economista Ed Kutsoati, docente presso la Tufts University di Boston. “Sta poi ai Paesi africani diversificare la propria offerta economica, investendo in campi come quali sanità, istruzione e infrastrutture, per garantirsi un futuro economico”. Dopo anni di investimenti cinesi, infatti, l’Africa sta cominciando a conoscere i lati negativi di questa alleanza. Buona parte delle “donazioni” o dei finanziamenti cinesi comprendono infatti progetti inutili o poco produttivi, come palazzi presidenziali e stadi, che hanno uno scarso effetto sull’economia dei singoli Paesi. Inoltre, per realizzare queste opere vengono impiegate imprese (cinesi) che si portano dietro la manodopera, lasciando a bocca asciutta gli operai locali. Effetti denunciati da alcuni politici e sindacati africani negli anni passati (memorabili i disordini scoppiati in Zambia qualche anno fa), e che sul lungo periodo potrebbero intaccare l’aura di Pechino.
Si è presentato parlando di un’Africa unita sotto la sua leadership, con un solo passaporto, un solo esercito e una sola moneta. Ma, in poco più di una settimana, con le sue dichiarazioni poco diplomatiche rilasciate a destra e a manca, il leader libico Muhammar Gheddafi ha fatto drizzare i capelli alle cancellerie di mezzo mondo. Almeno a parole, il nuovo leader dell’Unione Africana (UA) è deciso a utilizzare l’occasione per portare avanti la sua battaglia politica contro l’Occidente. Con o senza gli altri 52 stati del continente.
L’istrionico leader libico ci ha messo veramente poco a prendere in mano le redini dell’organizzazione: nel corso dello stesso summit di Addis Abeba nel quale è stato designato alla guida dell’UA, Gheddafi ha cominciato col fustigare la democrazia e il multipartitismo in Africa. Secondo il presidente, le violenze dello scorso anno in Kenya e quelle attuali in Somalia mostrano come il concetto di partito all’occidentale sia inattuabile sul continente, dove la politica è ancora dominata dai tribalismi. Un’analisi dura ma in parte vera, nonostante abbia fatto infuriare Paesi democratici come il Sudafrica e il Ghana. La conclusione? Meglio regimi politici come quello libico, ha detto Gheddafi, dove l’opposizione non esiste neanche. E ben vengano anche rivolte armate e colpi di stato, definite “eventi spontanei che non si possono controllare”. Basta che siano condotti pacificamente, senza spargimenti di sangue. E chi può dirlo meglio di lui, che nel 1969 conquistò il potere proprio grazie a un golpe?
Ma come già accaduto in passato, la bordata più pesante Gheddafi l’ha riservata ai suoi “amici” occidentali. Interrogato sul fenomeno della pirateria somala, il leader libico l’ha definita “un atto di autodifesa” contro i torti coloniali e l’avidità delle nazioni occidentali, che approfittano della guerra civile in Somalia per saccheggiare il Paese delle sue risorse naturali. Nessuna condanna né provvedimenti contro i corsari del Corno d’Africa, dunque, equiparati a combattenti per la libertà che difendono le ricchezze nazionali. Una versione perfettamente in linea con quella degli stessi pirati, che si definiscono semplici “guardiacoste” che riscuotono tributi in nome di un governo che non esiste.
Che l’elezione dell’ideatore della Jamahiriya a capo dell’UA non fosse stata bene accolta da numerosi Paesi del continente, lo si era capito da subito. Colpa delle consuetudini dell’organizzazione, che imponevano stavolta la presidenza di un Paese nordafricano. E così, la scelta è caduta sull’ex-pariah della comunità internazionale, un tempo fiero sostenitore del terrorismo e di un programma nucleare per la sua Libia, prima che il progetto naufragasse per timore della reazione americana a séguito dell’11 settembre. Ma relegare le uscite di Gheddafi a semplice folklore sarebbe pericoloso, visto che con il nuovo leader dell’UA si dovrà fare i conti, soprattutto sul problema dell’immigrazione illegale. Gheddafi, da sempre critico con le posizioni europee sull’argomento, ora ha ancor più peso contrattuale per chiedere all’Unione Europea incentivi e aiuti economici in cambio del controllo delle coste. Perché, per arrestare il flusso di disperati, serve migliorare le loro condizioni in patria.
Un piccolo successo, però, Gheddafi l’ha ottenuto: la nascita degli Stati Uniti d’Africa, un pallino del rais che vuole includervi anche i Paesi caraibici popolati da discendenti di africani, è stata fissata dall’UA per il 2017. Per quella data, l’integrazione monetaria e la libera circolazione degli individui sul continente dovrebbe divenire realtà. Anche se, dati i suoi problemi economici, non si capisce dove l’UA andrà a pescare le risorse per attuare un progetto così impegnativo. Più probabile che, con questa dichiarazione, i leader africani abbiano voluto dare un contentino a Gheddafi. In attesa che il 2009 passi in fretta e che, il prossimo febbraio, alla guida dell’UA ci finisca qualcun altro.
Morgan Tsvangirai (credits: Ansa)
A quasi un anno di distanza dalle elezioni che hanno dato il via alla crisi politica peggiore della sua recente storia, lo Zimbabwe tira un sospiro di sollievo. Da oggi Morgan Tsvangirai, leader del Movement for Democratic Change (Mdc) uscito vincitore dalle elezioni dello scorso marzo, è ufficialmente il nuovo premier. L’ex-capo dell’opposizione e nemico giurato del presidente Robert Mugabe dovrà condividere con quest’ultimo la responsabilità di far uscire il Paese da una recessione economica devastante, che rischia di minarne il futuro.
Parlando oggi davanti a una folla di 10 mila persone assiepate per le strade della capitale Harare, Tsvangirai ha dato un nome e un cognome alle sfide che attendono il Paese. I compiti del nuovo governo sono tutt’altro che semplici: far lievitare la produzione agricola di quello che una volta era considerato il granaio dell’Africa meridionale, e che ora è costretto a dipendere dagli aiuti internazionali per sfamare la popolazione; reintrodurre una politica monetaria efficiente, visto che il dollaro locale è stato dichiarato clinicamente morto a causa di un’inflazione annuale schizzata a quota 231.000.000 percento; ridare fiducia a una popolazione depressa dalla crisi e dall’epidemia di colera (costata la vita a più di 1.300 persone), e il cui tasso di disoccupazione è schizzato al 90 percento. E, soprattutto, porre fine alla violenza politica. Problemi enormi, che il nuovo esecutivo spera di risolvere anche grazie all’allentamento delle sanzioni economiche imposte da Usa e Unione Europea. Anche se oggi, da Washington, non sono arrivate buone notizie: la nuova amministrazione Obama manterrà infatti le sanzioni finché Mugabe rimarrà al potere.
All’inizio della crisi, poco dopo aver vinto il primo turno elettorale (e prima di ritirarsi dal ballottaggio presidenziale per evitare le violenze contro i propri sostenitori), Tsvangirai reclamava apertamente la presidenza, chiedendo al più che ottuagenario Mugabe, al potere dal 1980, di farsi da parte. Ma scalzare il vecchio padre dell’indipendenza, sostenuto da gran parte dell’apparato statale e dalle forze dell’ordine, si è rivelato impossibile, nonostante le pressioni internazionali. E così Tsvangirai e Mugabe, i due grandi rivali sulla scena politica dello Zimbabwe, hanno dovuto accontentarsi di una scomoda convivenza, i cui sviluppi concreti sono tutti da testare. Molti rimangono i punti di disaccordo tra i due partiti, tra cui la creazione di una Commissione che indaghi sulle violenze pre e post elettorali (nelle quali il Mdc ha denunciato di aver perso centinaia di sostenitori) e la scarcerazione di giornalisti e attivisti politici.
I dubbi, insomma, sono ancora tanti, e proprio per questo sono in molti ad accusare Tsvangirai di aver ceduto alle pressioni di Mugabe. Pochi mesi fa, quando i soldati infuriati per il mancato pagamento degli stipendi avevano saccheggiato i negozi della capitale, il presidente sembrava sul punto di cadere: l’esercito, il suo grande alleato, gli si stava rivoltando contro. Non che da allora la situazione sia migliorata, anzi. Senza più soldi, il governo è stato costretto ad abbattere gli elefanti nei parchi naturali per dar da mangiare alle truppe, mentre ufficiali e soldati semplici arrotondavano il già magro stipendio lanciandosi nell’estrazione illegale di diamanti. In un modo o nell’altro, però, il vecchio leader è rimasto in sella. Deciso a dire ancora la sua sul futuro di un Paese che, da oggi, potrebbe essere un po’ meno fosco.

“Vivere qui sta diventando un inferno. Tra saccheggi e violenze la situazione ormai è insostenibile. Manifestanti che ci distruggono i negozi, polizia che spara per uccidere… Non riconosco più il mio Paese”. Con queste parole, raccolte al telefono da Panorama.it, un negoziante della capitale malgascia Antananarivo, che preferisce rimanere anonimo per paura di rappresaglie, descrive le violenze che, nelle ultime due settimane, hanno messo in ginocchio il Madagascar, provocando almeno 125 morti e centinaia di feriti.
L’ex-isola felice dell’Oceano Indiano, fino a poco tempo fa conosciuta esclusivamente per il turismo e le miniere di diamanti, sta vivendo la peggior crisi politica della sua storia dopo la breve guerra civile che colpì il Paese nel 2001-2002. Come allora, anche oggi a scontrarsi sono i principali attori della vita politica del Paese: da una parte il presidente, Marc Ravalomanana, dall’altra il leader dell’opposizione, Andry Rajoelina, ex-deejay e sindaco di Antanarivo, deciso a scalzare il suo rivale e a prendere il controllo del Paese.
Quando, due settimane fa, Rajoelina convocò in piazza i suoi sostenitori per chiedere le dimissioni di Ravalomanana, accusato di aver instaurato nel Paese una dittatura mascherata e di pensare più a gestire i propri affari che a migliorare le condizioni di vita di una popolazione poverissima, pochi avrebbero potuto prevedere un tale esito. Ma sabato scorso, quando Rajoelina ha annunciato la formazione del “suo” governo di transizione, alternativo a quello ufficiale, la situazione è degenerata. Gli scontri tra manifestanti e polizia scoppiati nel centro città hanno provocato almeno 28 morti, stando alle fonti locali (40 secondo quanto riferito dalla Croce Rossa Internazionale). Vittime che si aggiungono alle decine provocate dalle violenze della settimana precedente, quando i manifestanti dell’opposizione avevano preso d’assalto i negozi facenti capo all’impero di Ravalomanana, fondatore del colosso alimentare locale Tiko e titolare della radio tv Malagasy Broadcasting System.
Al momento, non sembra possano esserci margini per una trattativa: Rajoelina ha annunciato nuove mobilitazioni per i prossimi giorni, oltre ad accusare il presidente per le violenze degli ultimi giorni. Accuse che hanno un margine di fondamento, visto che, in polemica contro le vittime causate dai proiettili delle forze dell’ordine sabato, il ministro della Difesa Cécile Manorohanta ha deciso di rassegnare le dimissioni. Aggiungendo che la sua educazione le impedisce di veder “versare il sangue” dei suoi compatrioti. Bersagliato dal fuoco delle critiche, Ravalomanana rischia di capitolare come l’ultimo presidente, quel Didier Ratsikara che lo stesso Ravalomanana sconfisse prima alle urne e poi nella guerra civile. Ancora una volta, nella Grande Ile africana il cambio della guardia al vertice potrebbe avvenire nel sangue.
Muhammar Gheddafi ce l’ha fatta. Il leader libico al potere dal 1969, l’ex-pariah della comunità internazionale che il presidente americano Ronald Reagan definì un “cane pazzo”, ha ricevuto la conferma del ritorno della Libia nel salotto buono della comunità internazionale. I delegati dei 53 Paesi membri dell’Unione Africana (UA) lo hanno infatti designato come prossimo leader dell’organizzazione, che Gheddafi ha intenzione di trasformare in quelli che egli stesso ha definito “gli USA dell’Africa”.
L’investitura di Gheddafi, definito recentemente “il re dei re” da un consesso di più di duecento sovrani africani riunitisi a Bengasi, è avvenuta durante il dodicesimo summit dell’Unione Africana, in corso nella capitale etiope Addis Abeba. Il leader libico succederà così al presidente tanzaniano Jakaya Kikwete, attuale chairman dell’organizzazione, e rimarrà in carica un anno. Un po’ troppo poco per plasmare l’UA a sua immagine e somiglianza, come vorrebbe lo stesso Gheddafi, fiero sostenitore del progetto di trasformare il continente in una sorta di Stati Uniti d’Africa con una sola moneta, un esercito e un passaporto per tutti i residenti. Emulando così il modello americano e superando persino l’Unione Europea, a cui l’UA si ispira per organizzazione e finalità.
Nata dalle ceneri della precedente Organizzazione dell’Unità Africana (OUA), rinomata per la sua inutilità, l’UA ha l’obiettivo primario di favorire l’integrazione economica e politica tra gli stati membri. Ne fanno parte tutti i Paesi del continente tranne il Marocco, che nel 1984 abbandonò l’OUA per protestare contro il sostegno dato da numerosi stati membri all’indipendenza del Sahara Occidentale. Dotata di una Commissione esecutiva e di un Parlamento, i cui membri sono eletti dai deputati dei singoli stati e non a suffragio universale, l’UA può contare anche su una Corte di Giustizia e su un Consiglio per la Pace e la Sicurezza, deputato a dirimere i contrasti tra gli stati prima che degenerino in conflitti armati. Una sorta di mix tra l’ONU e la UE insomma, che finora non ha portato i risultati sperati.
Concepita per dare maggior peso all’Africa sullo scacchiere internazionale, in realtà l’UA si è ritrovata con gli stessi problemi dell’organizzazione precedente. Primo fra tutti la mancanza di fondi: il bilancio è sostenuto per un quarto dal Sudafrica, e i soldi non bastano mai. “Per questo l’Unione Africana è costretta spesso a chiedere fondi a organizzazioni esterne – spiega a Panorama.it Wafula Okumu, analista presso il South Africa Institute for Strategic Studies. – Finora l’Unione Europea è stata la più generosa, ma non si può continuare così. L’organizzazione è nata per svincolare l’Africa dalla tutela della comunità internazionale e per darle i mezzi per risolvere i problemi da sé. Ma senza soldi non si fa nulla”. Soprattutto, non si mantengono i contingenti di peacekeepers dispiegati dall’UA in numerosi teatri di guerra: il Burundi prima, il Darfur poi (qui la missione attuale è un ibrido tra UA ed ONU), per finire con la Somalia, dove al momento i 2.600 “berretti verdi” dell’organizzazione sono l’ultimo baluardo rimasto nella capitale Mogadiscio contro l’avanzata delle milizie islamiche.
Ma nonostante i problemi, i sostenitori dell’UA hanno estrema fiducia nel futuro. Negli ultimi anni l’organizzazione è cresciuta, acquistando un peso notevole nella soluzione delle crisi regionali. E l’obiettivo finale di trasformarla negli USA africani rimane in piedi, così come i passaggi intermedi necessari per arrivare alla meta: la fine delle guerre nel continente, la promozione della democrazia (Mauritania e Guinea sono al momento sospese dall’organizzazione a causa dei golpe avvenuti lo scorso anno) e un futuro economico migliore per i Paesi membri. Tutti dossier sui quali l’instancabile Gheddafi potrà ora lasciare la sua impronta. I tempi in cui il leader libico finanziava il terrorismo internazionale e progettava di dotare il suo Paese di armi nucleari sembra lontano anni luce: ora, trasformare l’UA in un’organizzazione di peso è l’ultimo sogno del padre della Jamahiriya.

Almeno 68 morti, decine di arresti, altrettanti feriti e il centro della capitale Antananarivo ridotto a un cumulo di macerie, dove i pochi negozi risparmiati dai saccheggi preferiscono rimanere chiusi. Da lunedì scorso il Madagascar, la Grande Ile, una delle mete turistiche più selvagge e ambite del continente africano, sta vivendo una delle peggiori crisi della sua storia. I manifestanti dell’opposizione, scesi per le strade della capitale per chiedere le dimissioni del presidente Marc Ravalomanana, hanno occupato sedi di radio e televisioni, distrutto negozi e dato alle fiamme decine di stabili. Dalle macerie la polizia continua ad estrarre corpi carbonizzati e spesso irriconoscibili, e il bilancio delle vittime si aggrava di giorno in giorno. Molti visitatori hanno disdetto le prenotazioni, e i turisti presenti sull’isola stanno cercando di evacuare il Paese di concerto con le rispettive ambasciate.
Secondo quanto riferito da testimoni e polizia a diverse agenzie di stampa, una manifestazione indetta lunedì dall’opposizione in Piazza 13 Maggio, nel centro della capitale, sarebbe degenerata a causa dell’assalto lanciato ai locali della radio nazionale e del canale privato Malagasy Broadcasting System, di proprietà di Ravalomanana, da parte di alcuni manifestanti. La maggior parte delle vittime avrebbero perso la vita durante i roghi sprigionatisi dai negozi saccheggiati, ma il leader dell’opposizione e sindaco della città, Andry Rajoelina, ha annunciato di non essere disposto a incontrare il presidente finché non sarà fatta luce sulle morti. “Ieri i manifestanti sono di nuovo scesi in piazza aderendo all’appello del sindaco, la televisione parla di 40.000 persone”, spiega a Panorama.it un negoziante della capitale, che preferisce rimanere anonimo per ragioni di sicurezza. “La polizia è in assetto antisommossa, ma per il momento non ci sono stati incidenti”. Oggi, la maggior parte dei negozi e degli uffici in città sono chiusi per protesta, ma la polizia ha dovuto comunque disperdere alcuni manifestanti con lacrimogeni e proiettili di gomma. Per sabato l’opposizione ha indetto uno sciopero generale e ha chiesto ufficialmente le dimissioni di Ravalomanana. Rientrato in gran fretta da un vertice in Sudafrica, il presidente continua a lanciare appelli alla calma, ma il rischio che nei prossimi giorni la situazione degeneri ulteriormente è reale.
Businessman di successo, il 59enne Ravalomanana è stato per anni il simbolo da emulare per gli abitanti dell’isola, la cui economia cresce al ritmo del 7 percento annuo ma dove buona parte della popolazione vive ancora sotto la soglia di povertà. Ravalomanana ha cominciato la scalata al successo vendendo yogurt per le strade della città quando aveva vent’anni, fino a diventare il presidente e fondatore della Tiko Madagascar, la principale industria alimentare del Paese con ramificazioni anche nel campo dei media. Eletto nel 2001 ma salito al potere solo l’anno successivo, dopo aver scalzato il decano Didier Ratsikara al termine di una breve guerra civile, ora Ravalomanana è accusato di perpetuare lo stesso sistema personalistico del suo predecessore, nonostante la decisa svolta data a livello economico.
L’ondata di privatizzazioni e l’entrata nel Paese di giganti stranieri come la Rio Tinto, attirati dalla presenza nel sottosuolo di nichel, cobalto e bauxite, hanno fatto decollare l’economia, cresciuta anche grazie alle esplorazioni petrolifere condotte sull’isola. Una crescita di cui però non hanno beneficiato vasti strati della popolazione, fomentati dalle denunce di malversazione e sprechi lanciate da Rajoelina, ormai ai ferri corti con il presidente: lo scorso dicembre, un’emittente radiotelevisiva vicina all’opposizione, Viva Tv, era stata oscurata per decreto dopo la trasmissione di un’intervista all’ex-presidente Ratsikara. La lotta politica tra Rajoelina e il presidente, sempre più aspra nonostante le elezioni presidenziali siano lontane tre anni, rischia di compromettere il miracolo economico malgascio e di allontanare i turisti. Un’eventualità che ad Antananarivo, almeno per il momento, non voglio nemmeno prendere in considerazione.
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