
La zona di Downtown è un insieme disordinato di palazzi liberty mai ristrutturati, negozi e locali alla moda. Qui s’incontrano migliaia di egiziani per bere un tè, discutere sulle prossime elezioni o fare compere nei negozi di Talaat Harb. Tra loro ci sono diversi omosessuali. Al Cairo non esiste una comunità gay, ma i ragazzi e le ragazze omosessuali si conoscono tutti. Molti di loro erano in Piazza Tahrir nei primi giorni della rivoluzione, altri frequentano i locali di Downtown, dove si trova qualche bar che serve alcolici e si respira un’aria più liberale delle altre zone del Cairo.
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“Non so cosa succederà in Egitto nei prossimi anni, ma è sicuro che ci saranno i militari”. Hussein, uno dei tanti ragazzi scesi in piazza in questi mesi contro il Consiglio Militare, è convinto che l’esercito abbia ormai vinto. Sono sempre di più gli egiziani che si sono rassegnati ad un futuro semi-democratico in cui i militari continueranno ad avere un ruolo politico decisivo, nonostante il Consiglio delle Forze Armate abbia promesso di lasciare il potere tra meno di venti giorni.
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Samira Ibrahim ha solo ventiquattro anni ma è già una delle 100 persone più influenti del mondo, secondo la rivista Time. Eppure di ragazze come lei, in Egitto, ce ne sono tante. Cresciuta in una famiglia islamista del Sud dell’Egitto, Samira lavorava nella divisione marketing di un’azienda della sua città quando la rivoluzione è esplosa per le vie del Cairo. Così ha deciso di prendere un treno e di unirsi alle proteste. Il 9 marzo, dopo avere partecipato ad un sit-in davanti al museo egizio, è stata arrestata con altri manifestanti.
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Le elezioni presidenziali egiziane si svolgeranno il prossimo 23 maggio. La campagna elettorale è ormai in pieno svolgimento e non mancano i colpi bassi e le accuse reciproche. Sabato scorso, la Commissione Elettorale ha deciso di impedire a dieci candidati di partecipare alle elezioni. Tra questi ci sono Hazem Salah Abou Ismail, Khairat Shater e Omar Suleiman, tre personaggi popolari e discussi che raccolgono i consensi di almeno metà degli elettori egiziani. Questi candidati ricorreranno in appello contro la decisione della Corte, forse legata a calcoli politici più che a motivazioni concrete.
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(Credits: Matteo Colombo)
A centocinquanta chilometri a Sud del Cairo, tra i campi di barbabietole e grano, c’è la cittadina di Tatun: un insieme disordinato di case che gli egiziani chiamano “Milano”. Qui sono nati ottomila “milanesi”, un quarto degli oltre trentamila egiziani che vivono sotto le guglie del duomo.
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La scritta sopra il graffito dice "La rivoluzione continua".
Via Mohammad Mahmoud, la strada che collega piazza Tahrir alla zona dei ministeri, è diventata una galleria d’arte a cielo aperto. Sui muri dell’università americana sono comparsi alcuni graffiti che raffigurano i volti delle vittime delle proteste di questi mesi, dipinti da un gruppo di trentenni di Luxor che insegnano arte nell’università della loro città. “I graffiti sono la copia della foto del profilo Facebook dei ragazzi uccisi”, mi dicono, “noi aggiungiamo alle loro immagini soltanto le ali d’angelo e una cornice. Lo facciamo per spiegare ai passanti che sono morti da martiri”. Continua

(Credits: Epa Photo Afp/Francois Guillot)
La Corte Suprema francese ha respinto, pochi giorni fa, la legge sul genocidio armeno, approvata dal Parlamento nelle settimane scorse. Questa norma avrebbe punito chiunque avesse negato che il massacro degli armeni, avvenuto tra il 1915 e il 1917, fosse stato un genocidio.
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(Credits: Facebook)
Da quando è iniziata la rivoluzione in Siria, Shady Hamadi è cambiato. Le lezioni in università e gli aperitivi milanesi con gli amici sono stati sostituiti dalle manifestazioni e dai comizi sulla Siria che lo impegnano ormai quasi ogni giorno. “Da circa un anno non faccio un esame”, confessa, “e vivo una vita sospesa” tra il quotidiano dell’Italia e la tragedia della Siria.
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