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Archivio per autore: » matteo.buffolo

Il deserto avanza? Poliziotti dell’acqua a Los Angeles

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  • Tags: California, desertificazione, Los-Angeles
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losangeles.jpg

Che l’acqua sia un bene prezioso e che non bisogni sprecarla, è ormai risaputo da anni. Specialmente in zone come la California, dove il caldo abbonda e ampie fette dell’ormai ex Golden State sono fasce desertiche. Dev’essere per questo che l’amministrazione di Los Angeles, una megalopoli da quasi 4 milioni di abitanti, ha scelto di dotarsi di 15 poliziotti in più. Poliziotti molto speciali, addetti a girare per la città cercando sprechi di quello che ormai viene sempre più spesso chiamato “oro blu”.

Un’iniziativa che ha avuto successo, grazie a due punti chiave: una linea verde anonima per le denunce e multe da 100 dollari per i trasgressori. Così il Los Angeles Water conservation team ha iniziato a rigirare la città come un calzino, facendo diminuire i consumi d’acqua del 12 per cento rispetto allo scorso luglio e portandoli al livello più basso da 32 anni a questa parte.

In realtà fino ad ora, considerato che l’iniziativa è appena nata, i poliziotti dell’acqua si sono limitati, nelle loro oltre 4600 ispezioni, ad avvertimenti verbali più che ricorrere alle multe. Eppure c’è già chi è stato “pizzicato” come recidivo ed ha scoperto che le sanzioni sono crescenti: 100 dollari la prima, 200 la seconda, 300 la terza. Oltre, non si è ancora andati. Almeno fino ad ora.

“In realtà - ha spiegato David Nahai, capo del Dipartimento cittadino acqua ed energia - Il nostro obiettivo, più che incassare con le multe, è ridurre il consumo. Anche perché chi consuma molta acqua, economicamente paga già un conto salato”. Per far fronte alla siccità che ogni estate attanaglia Los Angeles, infatti, chi consuma più di un certo quantitativo d’acqua prestabilito paga, in proporzione, sempre di più. Con buona pace di chi vorrebbe riposarsi e trovare una tregua dal caldo nella piscina di casa.

  • matteo.buffolo
  • Mercoledì 2 Settembre 2009

Mr Obama, quanti scivoloni sulla questione razziale

OkNotizie

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  • Tags: Barack Obama, black, Henry-Louis-Gates, questione-razziale, Stati Uniti
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Henry Louis Gate

Alla fine lo ha censurato pure Bill Cosby.

Il popolare attore afroamericano, che anche in Italia è diventato famosissimo con la serie I Robinson, ha causticamente detto che “se faccio il presidente degli Stati Uniti, non mi interessa quanto sia arrabbiata la gente per la questione razziale. Devo imparare a stare zitto”, definendosi poi “scioccato” per l’inopportunità dell’esternazione presidenziale.

Insomma, dire che la polizia ha agito “stupidamente” quando ha arrestato Henry Louis Gates, professore afroamericano di Harvard che stava cercando di entrare in casa sua a spallate, sembra essere stato un boomerang per Barack Obama.

Perché, se da un lato c’è stata la prevedibile alzata di scudi da parte dell’opposizione repubblicana e della polizia, dall’altro sono stati in molti anche fra i suoi elettori a pensare che le parole del Presidente degli Usa suonassero esagerate. Anche insospettabili come Cosby, o come una parte della comunità afroamericana, ancora piccata per le affermazioni dell’ex senatore dell’Illinois, che ha detto che, piuttosto che aspettare che lo Stato faccia qualcosa, dovrebbero essere loro a darsi una mossa. E ovviamente dai blog e dalle radio vicine alla parte più intransigente della destra, è arrivato un vero e proprio fuoco di sbarramento.

Insomma, all’improvviso la questione razziale è tornata in prima linea nei dibattiti americani. E se tutti, entrando nel merito, concedono che l’arresto di Gates era evitabile, ora gli Usa si stanno chiedendo se con un afroamericano al numero 1600 di Pennsylvania Avenue, bianchi e neri siano più vicini. Di certo, in passato, quando era ancora soltanto un candidato alla presidenza, Obama aveva già avuto problemi a causa di qualche sua frequentazione, come quella col controverso reverendo Jeremiah Wright, da cui si era dovuto distanziare in fretta.

Barack Obama

Sempre durante la campagna elettorale, aveva vissuto un momento di difficoltà quando, a fianco del rivale John McCain, era comparso Joe the Plumber, un semplice idraulico dell’Ohio, assurto a celebrità mediatica e politica dopo aver impersonato le paure della classe media americana. A ben vedere un copione simile a quello delle scorse settimane, con il sergente James Crowley, il poliziotto che ha arrestato il prof Gates. Per questi motivi, molti, pur non contestando le parole di Obama (che tramite il portavoce della White House ha precisato di non aver detto che “il sergente Crowley è stupido”), sono entrati nel merito della questione.

E scorrendo i commenti dei blog di politica più influenti, da quello di Marc Ambinder su The Atlantic, a The Caucus del Nyt, a OpposingViews, ma perfino sul liberalissimo Huffington Post, sembra che la maggior parte delle persone sia d’accordo con Bill Cosby.

Ovvero, che pensi che sia stato sbagliato farne una questione razziale e che sia stato ancora peggio che Obama abbia avvallato questa interpretazione. “Tanto più che le affermazioni del Presidente a riguardo sono arrivate durante una conferenza stampa molto pacata sulla riforma sanitaria”, hanno scritto sul quotidiano online The Politico, sottolineando come “anche mentre si trattava di una riforma che ritiene cruciale come quella sanitaria, Obama abbia tenuto un basso profilo, salvo scaldare subito i toni una volta scesi nel campo del razziale”. Come a dire che una certa tensione di fondo rimane.

L’esternazione di Bill Cosby


  • matteo.buffolo
  • Martedì 28 Luglio 2009

Stati Uniti: se compri un auto ti regalo un Kalashnikov

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  • Tags: Ak-47, auto, Big-Three, Detroit, kalashnikov, Stati Uniti
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Auto e Kalashnikov

Cosa c’è di meglio che aiutare il proprio Paese in un momento di difficoltà? Poco o nulla. Se poi nel farlo si può anche parlare alla pancia più profonda dei propri concittadini, forse viene anche più facile.

E così Mark Muller, padrone e signore della Max Motors, una concessionaria di automobili nella Contea di Clay alle porte di Kansas City, è sceso in campo col suo motto “Dio, armi, coraggio, pick up e camion americani”. E ad ogni auto, pick up o camion che vende - rigorosamente made in Us, per aiutare i giganti di Detroit e l’industria automobilistica nazionale - affianca un buono omaggio per un Ak-47, meglio conosciuto come Kalashnikov.

E qui qualcuno potrebbe pensare che caschi l’asino, perché l’Ak-47 lo ha inventato un certo Mikhail Kalashnikov, un generale dell’Armata Rossa durante la seconda guerra mondiale.
Ma Muller e la sua Max Motors non sono certo degli sprovveduti, nossignore. Le armi in questione, che costano circa 450 dollari (poco più di 300 euro), sono prodotte in North Carolina, dalla Io Inc. Insomma, il suo motto l’originale Muller non lo ha scelto di certo a caso.

Pick up e camion ci sono e sono la specialità della casa; le armi, ce le ha messe; coraggio, per una proposta del genere serve di sicuro. Serve anche, va detto ad onor di cronaca, la capacità di leggere nella pancia di quei cittadini statunitensi tanto cari alla Nra, la National Rifle Association.
Quelli, per intenderci, per cui il secondo emendamento della Costituzione (che sancisce il diritto di portare le armi), potrebbe forse anche venire prima del primo.

E infatti l’iniziativa è stata un successo, perché, come ha spiegato lo stesso Muller, “la gente ha paura”. “Qui attorno c’è molta preoccupazione per il crimine - ha detto - Ci sono problemi con la droga, le persone vogliono proteggersi”.

E guai a citare le stragi che di quando in quando funestano le cronache statunitensi, dalla Columbine High School al Virginia Polytechinc Institute.

Perché la risposta, nemmeno a pensarci, è pronta nella storia, che il concessionario cita prontamente, di due anziani in Florida uccisi da sei uomini durante una rapina. “Avessero avuto una di queste - ha chiosato - forse sarebbero morti lo stesso, ma avrebbero portato qualcuno di quei bastardi con loro”. Insomma, un’arma automatica da 30 o 60 colpi non è troppo per la difesa personale.

Soprattutto se in certe aree degli States, come appunto nella Contea di Clay, la richiesta di porti d’arma per la prima metà del 2009 ha già superato il totale di quelle del 2008. “È solo questione di difendere se stessi e la propria famiglia - ha aggiunto Muller, che a 49 anni ha tre figli. Io, per esempio, porto sempre con me una pistola carica in tasca e una nel cassetto dell’auto. E anche mia moglie ha un’arma con sé”.

  • matteo.buffolo
  • Martedì 21 Luglio 2009

Stati Uniti: cala il Pil, calano i divorzi

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  • Tags: divorzi, matrimoni, Stati Uniti
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newyork

Ciò che Dio ha unito, la crisi santifichi. Già, perché la “tempesta perfetta” che ha mandato in crisi l’economia globale ha avuto anche risultati inattesi, come quello di far calare il numero dei divorzi e delle separazioni negli States.

I più preoccupati, e non poteva essere altrimenti, sono gli avvocati matrimonialisti americani che ora  temono di rimanere con sempre meno pratiche da sbrigare e parcelle da incassare. I dati sono impietosi: rispetto al 2007, meno 14 per cento nella contea di New York. Meno 9 per cento anche a Los Angeles, la città dei divi, i cui matrimoni notoriamente non brillano per durata. Insomma, in due delle metropoli simbolo degli Usa, si divorzia molto meno. E – come racconta il Wall Street Journal – se proprio bisogna separsi, meglio inventarsi nuove formule di convivenza forzata. Con le conseguenze - anche pscologiche -  che chiunque può immaginare.

D’altra parte, uno dei temi cruciali della fine dei matrimoni è come sempre la casa: come venderla col mercato immobiliare a picco? “Io e mia moglie, o dovrei dire la mia ex moglie, ce l’abbiamo fatta. Ma ci abbiamo messo 4 mesi e abbiamo abbassato il prezzo di 100mila dollari, arrivando a venderla a meno di quanto la pagammo quattro anni fa”, ha raccontato al Wsj una cinquantunenne pianificatore finanziario. Durante quei quattro mesi hanno continuato a vivere assieme, alla faccia di un matrimonio ormai sepolto senza più affetti né interessi da condividere. Risparmiando, certo, ma guadagnandoci anche “un continuo dolore allo stomaco per quel divorzio eterno”.
E ai bambini, chi pensa ai bambini? L’altra domanda di rito quando si parla di divorzio è presto risolta. Non è poi così difficile spiegare loro che “mamma vive di sopra, mentre papà sta nello scantinato”. Come è successo ai signori Brewster. Che non volendo vendere la casa comune in un momento di fiacca, se la sono divisa. Lei, casalinga, sta nei due piani superiori, con i due figli e la loro corte di animali domestici (un porcellino d’India, un cane, uno scoiattolo, cinque lucertole, cinque gatti). Lui, ovviamente, ha avuto la peggio. Confinato nello scantinato, dorme sul tavolo da biliardo che ha portato giù dai piani superiori. Sopra, un materassino ad aria. E ogni tanto gli tocca ancora portare fuori l’immondizia. Insomma, al tempo della crisi più dell’amore, o della fede nel sacro vincolo del matrimonio, poté l’economia. Quella domestica. E allora chissà se la proposta del leader dei conservatori inglesi, David Cameron, che vorrebbe introdurre un periodo di “moratoria” di tre mesi per le coppie che chiedono il divorzio, non sarà semplicemente superata dai fatti. La crisi, non c’è che dire, ha rispolverato negli Stati Uniti la vecchia formula, mai realmente in disuso, del matrimonio (forzato) d’interessi.

  • matteo.buffolo
  • Venerdì 17 Luglio 2009

Liberal e ambientalisti contro Obama: “Troppe concessioni all’industria”

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  • Tags: Barack Obama, liberal, Stati Uniti
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Barack Obama e il Segretario di Stato Hillary Rodham Clinton nel giardino della Casa Bianca
Prima gli anti abortisti nella cattolicissima Notre Dame, nell’Indiana. E fino a qui, nonostante attacchi magari più pesanti del preventivato, tutto era prevedibile. Ma poi, nei giorni scorsi, Barack Obama si è trovato sotto tiro anche dagli ambientalisti, e questo nessuno lo avrebbe mai pensato. Dopo la blogosfera, il primo gruppo a “rivoltarsi” contro il Presidente  in seguito ad un’intervista del New York Times in cui Obama aveva ammesso “di leggerli poco, possono essere fuorvianti e superficiali”, ora sono stati i verdi a scagliarsi contro l’ex senatore dell’Illinois.

Reo, secondo loro, di aver proposto un piano ambientale troppo poco incisivo basato sulla politica e non sulla scienza. “Non è accettabile procedere in questo modo”, ha attaccato Damon Moglen di Green Peace, puntando il dito in particolare contro quella che vede come una concessione enorme alle industrie, ovvero l’innalzamento del tetto delle emissioni di CO2 da 5,7 miliardi di metri cubi a 5,9 ferma restando la soglia del 2020, mentre l’International Panel of Climate Change avrebbe voluto abbassarlo di 1,3 miliardi.

Un piano, quello ambientale, che invece piace alle industrie, inizialmente non tenere con Obama. Ora, invece, i manifatturieri d’America vedono nel piano una possibilità per passare a una produzione più “green” in maniera graduale, benificiandone anche nel fatturato. Insomma, un gioco delle parti in cui il supporto verso Obama viene sempre più dal “centro” e sempre meno dalla “sinistra”. Che lo accusa, sostanzialmente, di fare il voltagabbana. “Non mi sembra ancora il caso di andarlo a cercare col forcone, ma non è questo il cambiamento che ci aspettavamo”, ha scritto sul Washington Post David Corn, il caporedattore di Mother Jones, una rivista vicina alla sinistra radicale. E anche se The Nation i suoi lettori a non fasciarsi la testa dicendo che “Obama si sta comportando da centrista e da pragmatico, ma viviamo in tempi straordinari e il suo può essere il modo giusto per ottenere risultati in un’ottica progressista”, i dubbi iniziano a serpeggiare nei salotti della sinistra americana.

  • matteo.buffolo
  • Mercoledì 20 Maggio 2009

Elezioni in Iran: Mousavi il riformista sfida Ahmadinejad

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  • Tags: Baghdad, Iran, Mahmoud Ahmadinejad
  • 5 commenti

Si sono proposti in 475 e poco meno di un decimo sono donne. Ma in realtà la rosa di nomi fra cui gli iraniani sceglieranno il loro prossimo Presidente sarà molto più ristretta, visto che tutti i “candidati” dovranno passare per le forche caudine dei dodici membri del Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione, per metà nominato dalla stessa Guida Suprema. Di sicuro, lo passerà Mahmoud Ahmadinejad, intenzionato a ricandidarsi e a restare la figura politica di spicco di Teheran. Di sicuro, lo passeranno i suoi due sfidanti più accreditati, Mir Hossein Mousavi e Mehdi Karroubi, di ispirazione riformista. Che magari per batterlo potrebbero giovarsi dei voti che gli sottrarrà Mohsen Rezaie, che come Ahmadinejad è di orientamento più conservatore.

Insomma, il prossimo mese a Teheran si preannuncia bollente: le elezioni sono fissate per il 12 giugno e entro il 21 maggio i nomi degli “ammessi” saranno ufficiali e l’atmosfera rischia di surriscaldarsi ancora. “A morte le patate!”, ha tuonato Mousavi, che nel suo curriculum può vantare di essere già stato due volte il primo ministro iraniano. Uno slogan originale, che a prima vista potrebbe non c’entrare nulla con la tornata elettorale. Ma che è invece un attacco ad Ahmadinejad, che sta facendo ricorso a distribuzioni di cibo (e specialmente di patate, appunto), per guadagnarsi voti. Una mossa obbligata dopo la gestione finanziaria degli ultimi anni, che - nonostante i picchi nel prezzo del petrolio - non ha saputo ridistribuire la ricchezza nel Paese.

Ma nonostante l’Iran sia nel pieno di una crisi provocata dal crollo dei prezzi del greggio e da anni di scelte discutibili che hanno spinto l’inflazione (ufficiale) attorno al 25 per cento e la disoccupazione al 12, Ahmadinejad arriva alla scadenza elettorale fiducioso. E con il supporto, seppur critico, della maggior parte delle fazioni conservatrici, che gli garantisce buone possibilità di successo, considerando anche che, dalla fondazione della Repubblica islamica, nel 1979, non è mai successo che un presidente in carica non venisse rieletto. Il rivale più pericoloso è appunto Mousavi, che può contare sul supporto dell’ex presidente Khatami e che come obiettivi si propone di combattere la disoccupazione giovanile e l’inflazione, portando poi l’Iran ad “avere migliori rapporti con il mondo”.

Ben visto dai conservatori moderati e dai riformisti, Mousavi potrebbe battere Ahmadinejad, ma molto dipende dai risultati dei due outsider Karroubi e Rezaie, rispettivamente ex presidente del Parlamento ed ex comandante dei Pasdaran. Il primo è il più feroce critico di Ahmadinejad e della sua politica, il secondo è un conservatore tout court, anche se ha detto di voler lavorare per “il cambiamento”. Le loro possibilità di vittoria sono poche, ma molto dipenderà da quanti voti sottrarranno ai due candidati principali. Il futuro dell’Iran (e del Medio Oriente) passa anche per le loro mani.

  • matteo.buffolo
  • Martedì 19 Maggio 2009

A Baghdad torna la paura

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  • Tags: Baghdad, Iran, iraq, sciiti
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Ray Odierno alla guida delle truppe Usa in Iraq

A Baghdad nelle ultime due settimane è tornata la paura. Bombe contro gli sciiti una dietro l’altra, 150 morti e un futuro incerto dopo mesi di speranza e di normalizzazione, con lo spettro degli scontri fra sciiti e sunniti di nuovo dietro l’angolo. E l’esercito del Mahdi, guidato da Moqtada Al Sadr, pronto a scendere di nuovo in strada come nel 2006. “Aspettiamo solo l’ordine e siamo pronti a riscendere nelle strade per combattere ancora”, sussurrano gli ex-miliziani nelle strade irachene. Dopo il cessate il fuoco unilaterale dichiarato da Moqtada Al Sadr un anno fa, il suo gruppo di uomini si è ritirato in buon ordine, mentre l’esercito ufficiale iniziava a prendere il controllo della situazione assieme alle forze americane e inglesi dopo il Surge. Ora, con questi nuovi attentati che sembrano essere diretti verso la popolazione scita, gli uomini sono in subbuglio. “L’Armata del Mahdi è fuori dalle strade per ordine dello stesso al-Sadr – ha spiegato Abu Zaid, uno degli ex combattenti – Basta che lui dica una sola parola e siamo pronti. Fino ad allora, chiunque di noi vada per la strada portando armi, lo trattiamo alla stregua di un nemico”.

Nonostante questo, le forze di sicurezza irachene sono già all’opera: troppi attentati e troppe voci si succedono. “Ci sono informazioni che i nostri nemici stanno raccogliendo le loro forze – ha detto il Generale di brigata Faisal Malik Mohsen – Questo vale per l’armata del Mahdi, per i militanti sunniti e anche per Al Qaeda”. Eppure, anche se dovessero tornare per le strade, gli uomini di al-Sadr sarebbero probabilmente meno efficaci che in passato: grazie all’aiuto degli americani e all’addestramento ricevuto, ora le forze di sicurezza irakene controllano zone prima strettamente nelle mani dei miliziani, come Sadr City nella capitale o il porto di Basra. “Tuttavia ci stiamo preparando – ha continuato il comandante della polizia di Baghdad – Perché la minaccia è concreta”.

Concreta, ma meno che in passato: gli scontri settari difficilmente riusciranno a riprendere con la violenza degli scorsi anni. È cambiato il clima politico e il governo di Nouri al-Maliki è sempre più legittimato sia al di là delle frontiere che all’interno e grosse comunità, sia sciite che sunnite, collaborano all’opera delle autorità. Per questo, nonostante attacchi che fanno temere un’escalation di violenza contro gli sciiti, più che un ritorno dell’Esercito del Mahdi è probabile un intervento deciso della politica, anche se rimane l’incognita di come sarà colmato il vuoto di potere lasciato dal ritiro dei soldati americani. Tutto sembra essere nelle mani di al-Sadr e «solo lui deciderà se il cessate il fuoco (che ha garantito una tranquillità relativa all’Irak nell’ultimo anno) sarà confermato”, come ha spiegato Likha al-Yasheen, una parlamentare a lui vicina. Insomma, una buona fetta dei prossimi mesi di Baghdad passa per le mani di un uomo solo.

  • matteo.buffolo
  • Domenica 3 Maggio 2009

La crisi colpisce anche le star di Hollywood

OkNotizie

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  • Tags: Hollywood
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Kim Basinger e Mickey Rourke di nuovo insieme in

L’allarme in California risuona forte e chiaro: bisogna fare qualcosa o per Hollywood i momenti di gloria potrebbero essere giunti al termine. Prima la sfida di Bollywood, poi gli studios degli altri stati, infine la crisi economica: il momento è duro e a Los Angeles rischiano di ritrovarsi senza film da girare. Con conseguenze pesanti per lo Stato, che perderebbe gli introiti delle tasse garantiti dale pellicole, ma soprattutto per le migliaia di dipendenti dell’indotto del mondo del cinema.

I numeri sono impietosi: se nel 2008 a Los Angeles le major hanno girato 21 film (e già i due mesi di sciopero degli autori avevano contribuito a decurtare le produzioni), per il 2009 ne sono previsti soltanto otto. Nel 1996, erano 71. E così migliaia di tecnici, di truccatori, di autisti, parrucchieri,costumisti, all’improvviso si sono trovati con molto meno lavoro a disposizione. Anche chi, come Bruce McCleery, uno dei tecnici delle luci più in vista di Hollywood, per 25 anni difficilmente ha avuto modo di prendersi un giorno libero, impegnato com’era in film come Indipendence Day o Mission Impossible III, ora ha “molto più tempo” per se stesso.

“Ho potuto finalmente anche farmi sistemare un’anca che mi dava fastidio da 20 anni. Quasi mi dispiace di non avere altri malanni da farmi sistemare” ha ironizzato. “Ora, per tirare avanti in tempi migliori, mi occupo delle luci in spot sportivi”. Come lui, tanti altri: gli studios preferiscono girare in New Mexico o Utah. O addirittura, come ha fatto Clint Eastwood per il suo Grand Torino, in Michigan.

Ma la crisi non riguarda soltanto i lavoratori dell’indotto: anche per le super star i tempi si fanno più difficili. Nicolas Cage, per esempio, ha dovuto accettare una riduzione della paga per gli ultimi episodi di una serie sui tesori nazionali, mentre Mickey Rourke, nonostante il successo di The Wrestler al Festival del cinema di Venezia, ha ricevuto un’offerta di “soli” 250mila dollari per comparire in Iron Man II. Jim Carey, addirittura, ha dovuto accettare di essere pagato per Yes Man solo dopo che il film ha raggiunto un incasso tale da coprire tutte le spese.

E se per anni i governi della California si sono rifiutati di dare il via a incentive fiscali come altri stati, ora - dopo che alla concorrenza si è aggiunta anche New York - hanno deciso di concedere sconti ai film con un budget sotto i 75 milioni di dollari per riprendersi parte degli studios “fuggiti” altrove. “C’è un campanello d’allarme che sta suonando e rischiamo veramente di uscire dal business dei film - ha detto Paul Audley, numero uno del gruppo no-profit Film La - Ma se recuperiamo parte delle perdite più recenti, possiamo rimanere i numeri uno sul mercato”. Per ora, sembra un grande se.

  • matteo.buffolo
  • Venerdì 1 Maggio 2009
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