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Dopo la stretta di mano tra Chavez e Obama: l’opposizione venezuelana è divisa

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  • Tags: Barack Obama, caracas, Hugo-Chavez, Venezuela
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Chavez_Obama

Tutto il mondo ha osservato, chi con piacere, chi con smarrimento, la stretta di mano fra il caudillo venezuelano Hugo Chavez e il presidente americano Barack Obama. Dopo anni di tensioni e di relazioni deteriorate, in cui il capo di Stato socialista non è stato certo tenero con gli Usa (invitati letteralmente ad andarsene a quel Paese), a molti è sembrato un gesto storico, sia a Caracas che a Washington.

Chi invece non ci ha dato proprio peso è stata l’opposizione al Chavez, che dopo il referendum dei mesi scorsi (vinto con il 55 per cento dei voti) potrà essere rieletto presidente senza limiti di mandato. Un’opposizione frammentata, scottata dalla sconfitta elettorale e preoccupata per il suo futuro: lo scambio di doni al summit delle americhe in Trinidad e Tobago, per loro al momento non vuol dire nulla e, anche sui giornali di riferimento degli oppositori, è stata accolta freddamente. “La loro preoccupazione attuale - chiosa Francisco Toro sul Caracas Chronicles - è semplicemente di tenere i loro leader vivi e fuori di prigione”.

Fra i gruppi che ancora tengono testa compatti agli uomini del presidente, ci sono gli studenti, uno dei gruppi che più si è mobilitato nei giorni del referendum, scendendo in piazza e sfidando le classi meno abbienti, le più vicine al leader bolivariano. Più frammentata è l’opposizione politica: uno dei leader di riferimento, il sindaco di Caracas, ha visto i suoi poteri fortemente limitati a causa delle nuove disposizioni presidenziali e per un certo periodo non ha avuto nemmeno accesso al suo ufficio, occupato da manifestanti. Come lui, i capi dei vari stati del governo federale, si sono visti spogliare di molte competenze relative al budget e alla sicurezza, circostanza che li ha lasciati zoppi nella loro opera di opposizione a Chavez.

E che soprattutto li ha lasciati divisi su quali debbano essere i prossimi passi per continuare la loro battaglia. Proprio approfittando di questo, negli ultimi mesi, il presidente venezuelano ha dato un ulteriore giro di vite. “Anche se ha stretto la mano ad Obama - continua Toro - le cose non sono cambiate. La retorica estremista contro gli Stati Uniti può anche essere meno presente, ma nell’ultimo mese Chavez ha esplicitamente detto che “l’opposizione va piallata” e chi non è d’accordo con lui “sarà cacciato”. Bersagliati da una nuova repressione e sotto assedio, difficilmente i leader avranno tempo di guardare le foto del Presidente”. Dovranno piuttosto cercare una nuova linea comune per opporvisi.

  • matteo.buffolo
  • Venerdì 24 Aprile 2009

Effetto Obama: negli Usa cresce l’estrema destra

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  • Tags: Barack Obama, ku klux klan
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obama

L’allarme lo ha lanciato il dipartimento dell’Homeland sicurity dell’italo-americana Janet Napolitano: la crisi e l’elezione del primo presidente nero stanno dando nuova linfa all’estrema destra, in crisi dalle bombe di Oklahoma city del 1995. Il report della Sicurezza nazionale, distribuito agli stati e alle autorità locali, parla di come “le contingenze economiche, il cambio della guardia alla Casa Bianca e l’ingresso di alcuni veterani di ritorno da Iraq e Afghanistan” possano incrementare le possibilità degli estremisti di compiere atti violenti.

“La situazione è simile all’inizio degli anni ‘90 - chiosano gli analisti - In quel periodo l’estrema destra visse un periodo di grande successo alimentato dalla recessione, dalle critiche alle politiche di outsourcing sul lavoro e alla percezione di minacce straniere al potere statunitense”. Una situazione che in effetti presenta delle analogie con quanto accade oggi: la crisi economica è ancora più dura e molti sono risentiti per l’aumentato potere economico dei Paesi emergenti, Cina in testa. E c’è un ulteriore punto in comune che fa temere che oggi, come 15 anni fa, questa crescita sfoghi in nuovi azioni del cosidetto “terrorismo interno”: l’ingresso, secondo fonti dell’Fbi, di alcuni veterani nelle organizzazioni estremiste.

“La volontà di una piccola percentuale di personale militare di entrare nei gruppi estremisti perché non riuscivano a riadattarsi alla società si vede anche oggi - recita il report del dipartimento della Napolitano, citando il caso di Timothy McVeigh, che 14 anni fa progetto la bomba di Oklahoma City, in cui morirono 168 persone - Questa presenza rende il terrorismo di destra la più grande minaccia di terrorismo domestico degli Usa”.

La realtà è che questi movimenti trovano un humus favorevole in un’America esacerbata dalla crisi economica e attraversata da grandi tensioni sociali, che vengono cavalcate dai gruppi radicali e dalle migliaia di radio locali, mentre molti sono fomentati dai predicatori più intransigenti, che non perdonano all’attuale amministrazione la sua posizione troppo liberal e che spesso riescono a ritagliarsi spazi televisivi importanti. E anche la blogosfera di destra è in subbuglio: c’è chi lo definisce “incredibile e offensivo”, come Michelle Malkin; chi si spinge addirittura ad “esecrabile”, come Hot Air. E anche siti come WorldDailyNet, vicino alla destra cattolica, come Drudge Report, il news aggregator di Matt Drudge, famoso per lo scoop-Lewinski, o come Red State, accusano l’Homeland Security (e tutta l’amministrazione Obama) di gettare appositamente fango su “cittadini rispettosi della legge, che si battono per difendere il proprio paese e la vita”.

  • matteo.buffolo
  • Venerdì 17 Aprile 2009

Crisi in Kuwait, il popolo in piazza contro la “democrazia”

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  • Tags: kuwait, Medio Oriente, Rola-A.-Dashti
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Tutti gli altri Paesi arabi li invidiano, perché loro hanno la democrazia. I kuwaitiani, invece, spesso ne farebbero volentieri a meno. Al punto che, il mese scorso, quando nelle strade è scoppiata la protesta, i cittadini di Kuwait City non si scagliavano di certo contro un regime autocratico e ancora meno contro il re. No, il loro grido era “Abbasso il Parlamento” e la speranza - avveratasi qualche giorno dopo - era che il re sciogliesse le Camere, liberamente elette.

Perché, anche se secondo Freedom House, un think tank americano, i kuwaitiani godono di più diritti politici di chiunque nel mondo arabo, ma i 3 milioni 300mila cittadini del piccolo Paese ricco di petrolio non sono per nulla soddisfatti dell’operato dell’assemblea legislativa, sempre più attiva e sempre più in contrasto con la famiglia regnante, i Sabah. Le principali colpe del Parlamento sarebbero di aver fermato lo sviluppo, bloccando ad esempio un contratto da 7 miliardi e mezzo con la Dow Chemical, e quello di limitare le libertà dei cittadini imponendo sempre di più restrizioni correlate all’Islam conservatore.

Se fino a pochi anni fa nessuno metteva in dubbio il ruolo del Kuwait come hub regionale, ora, fra infrastrutture deteriorate e situazione politica, il Paese invaso da Saddam Hussein nella prima Guerra del golfo si è fatto sorpassare dalle monarchie assolute di Dubai, Abu Dhabi e dal Qatar. “Eravamo l’invidia di tutto il golfo con la nostra democrazia, ma ora siamo noi a essere invidiosi” - ha detto Ali al-Baghli, presidente della Società per i diritti umani del Kuwait ed ex parlamentare. “La gente non ne può più dell’Assemblea nazionale: ha fermato tutto lo sviluppo e approvato leggi liberticide”.

Per questo l’Emiro, Sabah al Ahmad al Jaber al Sabah, ha scelto di scioglere le Camere, spingendo il Paese verso le terze elezioni in altrettanti anni e, anche se contrariamente alle aspettative di molti non ha sospeso la Costituzione per tornare a un regime assoluto, ha avvisato che non esiterà a “prendere quei provvedimenti necessari per mantenere la sicurezza e la stabilità del Kuwait”. Una frase che molti hanno interpretato come un’ultima chance per la democrazia. E non sarebbe una novità assoluta: nel piccolo Stato, che ha avuto una Costituzione sin dall’indipendenza dal Regno Unito nel 1961, i Sabah hanno già sospeso due volte la Magna Carta per riprendere tutto il potere nelle loro mani; l’ultima volta, nel 1986, per contrastare le turbolenze causate dalla guerra fra Iran e Iraq.

Questa volta, tuttavia, non sarà così facile. Perché nonostante le proteste la democrazia in Kuwait ha i suoi supporter. “Se lo chiedete a me - ha detto al Wall Street Journal Rola A. Dashti, presidentessa della Kuwait Economic Society - non scambierei la democrazia per un governo stile Dubai. Se non altro, le recenti esperienze dell’Emirato, che sta affrontando un cash-crunch dovuto alla sfrenata espansione degli anni scorsi, dimostrano che bisogna mantenere un modus operandi diverso nello spendere i profitti del petrolio. Proprio come è stato fatto qui in Kuwait”.

  • matteo.buffolo
  • Venerdì 10 Aprile 2009

Georgia in piazza contro Saakashvili

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  • Tags: Georgia, Mikheil-Saakashvili
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Georgia

Sulla Georgia, dopo la guerra con la Russia della scorsa estate, si sta addensando una nuova tempesta che, seppur più lieve, rischia di sconvolgere gli equilibri del Paese caucasico. Lo scontro fra il presidente Mikheil Saakashvili e l’opposizione, infatti, è giunto a un nuovo scontro e 13 partiti di minoranza vogliono portare 100mila persone nelle strade di Tbilisi a manifestare contro il leader uscito dalla “Rivoluzione delle rose”.

Il motivo? Saakashvili avrebbe tradito proprio le promesse di quella rivoluzione, che lo ha portato al potere nel 2003 e starebbe costruendo - secondo i suoi oppositori - una dittatura personale che ha portato un impoverimento di massa nel Paese. Se l’opposizione riuscirà nel suo intendo, si saprà soltanto fra qualche giorno, quando i risultati di questa sfilata con decine di migliaia di cittadini avrà spiegato i suoi frutti; di certo, sarà la più grande dimostrazione di piazza da quando sei anni fa l’ex presidente Eduard Shevardnadze fu costretto a dimettersi proprio dalla pressione di Saakashvili e dei suoi sostenitori. Tuttavia, per quanto unita dal risentimento contro il leader filo-americano, l’opposizione si presenta a questo appuntamento profondamente spaccata su obiettivi e tattiche per raggiungerli, mentre Saakashvili si trincea dietro i 4 anni di mandato presidenziale che gli restano, nonostante la decisione di scendere in guerra contro la Russia ne abbia fortemente indebilito il supporto.

“È una lotta di potere - ha spiegato Alexander Rondeli, presidente della Fondazione georgiana per gli studi strategici e internazionali - Da quando è stato eletto nel 2003 Saakashvili, col suo fare arrogante e ambizioso, ha iniziato riforme radicali che la società ha fatto fatica a metabolizzare”. Al punto che, contro di lui, si sono schierati non solo i nemici di un tempo, ma anche tanti ex alleati che si sono messi alla testa dei manifestanti che oggi hanno marciato contro il presidente: fra loro l’ex ministro degli Esteri, Salome Zourabichvili, quello della Difesa, Irakli Okruashvili e anche l’ex speaker del parmento Nino Burjanadze. “Siamo qui perché dobbiamo esserci - ha ditto Levan Gachechildaze, uno dei leader dell’opposizione - Siamo qui e staremo fino alla fine, perché Saakashvili se ne deve andare”. Un’opinione condivisa anche da Irakli Alasania, ex ambasciatorre all’Onu che ha rotto con il Presidente subito dopo la guerra della scorsa estate.

Ma nonostante la sua base elettorale sia stata pesantemente erosa dalla scorsa primavera e la situazione si sia fatta peggiore da settembre in poi, in concomitanza con la crisi internazionale, Saakashvili non sembra intenzionato a mollare. E difficilmente riusciranno a spingerlo alle dimissioni, sembrano convinti gli analisti internazionali. È ancora saldo in sella e se non commetterà l’errore di usare la polizia contro i manifestanti, come fece nel 2007, difficilmente si tornerà a votare”.

  • matteo.buffolo
  • Giovedì 9 Aprile 2009

C’è la crisi, l’Irlanda abolisce cinque ministeri

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  • Tags: Brian-Cowen, crisi-economica, dublino, irlanda
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Il premier irlandese Brian Cowen (a sinistra)
In tempo di crisi tutti tagliano. Tagliano le aziende, tagliano gli stati. La gente protesta e punta il dito contro i “ricchi” o i manager ritenuti responsabili della crisi. La gente protesta e punta il dito contro i politici: benestanti, privilegiati ma incapaci di prevedere e gestire la crisi. E allora in Irlanda, per anni una delle tigri dell’economia europea, ora che la crisi morde più forte, anche i tagli devono essere più decisi.

È per questo che il premier, Brian Cowen, nel varare un budget d’emergenza per salvare l’economia dell’Isola, ha invitato i ministri a consegnargli le dimissioni dopo Pasqua per contenere le spese. La richiesta, che riguarda ben 20 ministri, prevede come data ultima per le dimissioni il 21 aprile; solo dopo alcuni di loro potrebbero essere reintegrati o sostituiti, ma tramite accorpamenti e altri meccanismi, il numero è destinato a scendere al massimo a 15.

Una mossa senza precedenti che si giustifica con la situazione economica dell’ex colonia britannica. Per farvi fronte, oltre al “taglio ministeriale”, Dublino ha messo in campo alcuni programmi speciali per chiudere il divario fra l’ammontare previsto delle tasse (34 miliardi di euro) e il programma di spesa per il 2009 (65 miliardi). Ad esempio, per stimolare la crescita tramite la costruzione di infrastrutture, il governo di Cowen ha pensato a uno sistema di bond che userà i fondi delle pensioni per costruire scuole, strade e ospedali raccogliendo fino a 3 miliardi di euro.

Insomma, fra rilanci e tagli ad andarci di mezzo sono stati i “poveri” ministri. E se nei giorni c’è stata una riunione di gabinetto in cui tutti si sono detti d’accordo sulla mossa, fa specie pensare che a pagare il conto potrebbero essere i membri più giovani dell’esecutivo di Cowen, convocati nuovamente dopo il consiglio dei ministri plenario per discutere la faccenda. “È una misura senza precedenti - ha ammesso il premier irlandese - Ma è fatta per rendere il governo più efficace e per restituire più possibile a chi paga le tasse. Per questo prima di fare le nuove nomine rivedrò i ruoli e le funzioni dei ministri”. Una mossa disperata che potrebbe preludere a una rivisione del suo stesso ruolo da parte degli elettori.

  • matteo.buffolo
  • Mercoledì 8 Aprile 2009

Cecenia, gli altri casi Livtinienko che imbarazzano Kadyrov

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  • Tags: cecenia, Russia
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Il premier filorusso della Cecenia Ramzan Kadyrov

Da un lato una serie di omicidi “eccellenti”. Nomi segnati su una fantomatica lista nera, fatta di oppositori da eliminare. Dallo scorso settembre sono tre in Turchia e uno in Austria. Tutti freddati da una “Groza”, la pistola in dotazione agli 007 russi. Tutti accomunati da un passato in Cecenia, tutti ex separatisti che, scappati all’estero, avevano cercato di nascondersi dagli occhi del fedelissimo di Putin, il presidente ceceno Ramzan Kadyrov. Dall’altro, le dichiarazioni del premier russo e del suo protetto che hanno detto che il terrorismo in Cecenia è sconfitto e lo hanno fatto annunciare al portavoce della Camera bassa della Duma.

E poi la “saga” degli Yamadayev: prima Ruslan, freddato a Mosca nel settembre 2008. Poi, alla fine dello scorso marzo, Sulim, ucciso nel parcheggio del Jumeirah Beach Residence. A Dubai. Ed è proprio qui che la storia cambia. Perché nei giorni scorsi la polizia della città-stato araba ha fatto ciò che prima soltanto gli inglesi avevano fatto pubblicamente puntando il dito contro la Russia e indicando in Adam Delimkhanov, braccio destro di Kadyrov e membro della Duma di Mosca, il mandante dell’ultimo omicidio. “Adam Delimkhanov è l’uomo che si cela dietro l’omicidio di Sulim Yamadayev” - ha detto Dahi Kahalfan Tamim, capo della polizia di Dubai. “Il Cremlino deve fare qualcosa per fermare questi killers, che stavano cercando anche altri due cittadini russi e un kazako, che fortunatamente hanno già lasciato la città”.

Un accusa che Delmkhanov ha accolto senza battere ciglio dall’alto della sua poltrona nel parlamento russo. Una poltrona - vuole il caso - vicina a quella di Andrei Lugovoy, l’ex agente del Kgb che Londra vorrebbe processare per l’omicidio Livtinienko, l’ex agente avvelenato a Londra col polonio. Non che Yamadayev fosse uno stinco di santo; tuttavia, fra rifiuto dell’estradizione e immunità parlamentare in patria, Delmkhanov, che è cugino del presidente ceceno, non sembra rischiare nulla, nemmeno un processo. In fondo, Kadyrov si è schierato personalmente: “Devo dire che Adam Delmakhanov è un amico, un fratello, la mia stessa mano destra - ha detto - Per questo, prendo ogni frase che lo riguardi come se riguardasse me stesso. E per questo prenderemo ogni misura consentita dalle leggi internazionali per mettere davanti alle sue responsabilità chi fa queste spregevoli insinuazioni”. Fosse anche la polizia di Dubai.

D’altra parte, Kadyorv può permettersi affermazioni del genere: è riuscito, con la morte di tutti i leader “ribelli”, compreso quella di Sulim Yamadayev, simbolo dell’opposizione, a consolidare la sua posizione e a “riappacificare” la Cecenia, trasfomandola in una delle regioni più tranquille del Caucaso. Nonostante questo, però rimane ancora “sotto osservazione” da parte delle truppe russe, che - nonostante l’annuncio del presidente della Duma - rimarranno ancora massicciamente presenti nella regione a maggioranza islamica.

  • matteo.buffolo
  • Mercoledì 8 Aprile 2009

Londra: i nodi del G-20, Grandi Potenze ancora divise

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  • Tags: Barack Obama, g-20, Londra
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medvedev_obama

LEGGI ANCHE: Rimangono le distanze tra le Grandi Potenze - Proteste: prese d’assalto i simboli del potere finanziario - G20, entrare nei paradisi fiscali e riportarne i conti a terra - Guarda la GALLERY degli scontri

Se il vertice del G20 sarà movimentato come i giorni che lo hanno preceduto, si prospetta scintillante. Brown e Obama classicamente allineati, Merkel e Sarkozy in opposizione, il premier giapponese Taro Aso a sua volta contro la Cancelliera di Berlino. Insomma, mentre nelle strade di Londra infuria la protesta e Scotland Yard annuncia un morto tra i manifestanti,  anche i meeting riservati fra i capi di Stato sono movimentati.

La miccia L’ha accesa il Presidente francese, che nei giorni scorsi ha tuonato “o risultati importanti o me ne vado”; una presa di posizione decisa con due obiettivi al centro: ottenere una maggior regolamentazione internazionale del sistema finanziario, tramite un organismo di controllo sovranazionale, e soprattutto una mano dura con i paradisi fiscali. La bozza del documento finale del G20 non soddisfa ancora Francia e Germania, ha detto Sarkozy, minacciando di lasciare il summit. A tal proposito però Brown si è detto “fiducioso. Sarkozy sarà con noi oggi e sarà seduto con noi stasera alla cena”.

L’asse Una convinzione alimentata anche dall’incontro fra il grigio premier inglese e lo scintillante Obama di questi giorni che ha chiesto di “agire con urgenza” contro la crisi. Dopo aver ricevuto il Presidente americano al numero 10 di Downing Street, Brown ha parlato di come questo colloquio lo abbia reso “fiducioso”. Le linee guida concordate fra Londra e Washington per agire contro “una crisi che non ha precedenti” e per “ripulire le banche e il sistema bancario globale” sono chiare. “Questa crisi peggiorerà se non agiremo. In questa situazione non c’è l’opzione di non fare nulla - ha detto Brown. Il G20 deve dare risposte globali a problemi globali. Non possiamo accettare una soluzione sul minimo comune denominatore. Non sarà facile, ma il mondo chiede risposte. Se non accettiamo che questa crisi è nata da un problema di regole non arriveremo a una soluzione”. Una soluzione in tre atti: un sistema di controllo delle banche, misure necessarie per far ripartire la crescita, e infine sostegno alla cooperazione internazionale e alla crescita dei paesi in via di sviluppo. Opinioni ovviamente condivise da Obama: “Non dobbiamo sacrificare il futuro al presente e cadere in tentazioni protezioniste. Dobbiamo piuttosto essere aggressivi, perché questo 2009 sarà un anno difficile”. E se Sarkozy e Merkel non sono soddisfatti, sembra esserlo Taro Aso, che ha puntato il dito contro Frau Angela, accusandola di “non aver capito che contro questa crisi bisogna agire con decisione, facendo ricorso se necessario anche al debito pubblico”. Specialmente in un Paese come il Giappone, dove a febbraio l’export si è letteralmente dimezzato.

L’agenda Quella più fitta, nonostante non sia il padrone di casa, è ovviamente quella di Obama. Che ha incontrato l’omologo russo Dmitry Medvedev. E se i rapporti con Mosca si erano incrinati negli ultimi mesi di amministrazione Bush, ora sembrano ripartiti alla grande. “Non siamo più nemici - hanno scritto congiuntamente i due presidenti. “Siamo decisi a lavorare insieme per rafforzare la stabilità, la sicurezza internazionale, soddisfare congiuntamente le sfide globali, ed affrontare apertamente e onestamente i disaccordi in uno spirito di reciproco rispetto e riconoscimento dei reciproci punti di vista”. Primo dossier in campo, il nucleare e la difesa missilistica in Europa. Sulla seconda, permangono punti di vista diversi ma c’è anche più volontà di lavorare assieme; sugli armamenti atomici, invece, i due leadership “leadership nel ridurre il numero di armi nucleari nel mondo. Abbiamo impegnato i nostri due paesi a realizzare un mondo senza nucleare, in cui il trattato Start (Trattato di riduzione dell’armi strategiche) verrà sostituito con uno più vincolante”. E dopo l’incontro col presidente russo, Obama ha visto per la prima volta, a porte chiuse, anche il collega cinese Hu Jintao, prima di incontrare, in serata, la regina Elisabetta II. Insomma, il vertice è appena iniziato, ma è già entrato nel vivo e spera di dare una svolta alla crisi economica mondiale.

  • matteo.buffolo
  • Giovedì 2 Aprile 2009

La guerra più piccola del mondo? Nel lago Vittoria

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  • Tags: africa, Kenya, Migingo-Island, uganda
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migingo

Quella per Migingo Island potrebbe essere definita la più piccola guerra del mondo. Tre soldati, una dozzina di poliziotti e otto marines su un fazzoletto di terra da anni conteso fra Uganda e Kenya. E non perché sia ricco di petrolio, di diamanti o di chissà quale pregiata risorsa. Semplicemente, Migingo Island, nel mezzo del lago Vittoria (3 ore di motoscafo dalle coste keniote, 6 da quelle ugandesi), è uno dei pochi posti pescosi rimasti nel più grande lago del mondo tropicale.

Fino a cinque anni fa nell’isoletta viveva, quasi come in un racconto, solo un pescatore. Poi, man mano che si è sparsa la voce di quanto pescose fossero le sue acque, hanno iniziato ad arrivarne altri, col risultato che ora a viverci sono in 500. Ma col numero dei pescatori sono arrivati anche ospiti più indesiderati: i pirati. Che, armati di fucili d’assalto, arrivavano anche dalla Tanzania, per rubare motori, pesce e il poco denaro dei pescatori. Una situazione diventata presto intollerabile e sfociata in una richiesta d’aiuto ai rispettivi governi da parte degli “immigrati”. Il primo a rispondere è stato quello dell’Uganda, che per difendere i pochi cittadini arrivati sino a lì, ha mandato una squadra di polizia marittima, che ha piantato la bandiera nera, gialla e rossa dello stato centrafricano. Così, un’isola che era sempre stata del Kenya e abitata per l’80 per cento da kenyoti, improvvisamente, ha iniziato a dipendere da Kampala.

Che ben presto si è resa conto di quanto valesse la zona, visto che in un giorno le barche riuscivano a pescare più di 100 chili di pesce persico del Nilo, guadagnando fino a 200 euro, più di tre volte quello che la maggior parte dei pescatori della zona guadagna in un mese di lavoro in terra ferma. Una sovrabbondanza di denaro, che ha portato a tasse, permessi d’entrata e multe. Da cui, ovviamente, sono stati colpiti soprattutto i pescatori kenioti, che prima hanno provato a ribellarsi - venendo puniti con arresti o espulsioni - e poi si sono rivolti ai politici di Nairobi.
Così, lo scorso mese, una dozzina di poliziotti kenioti sono arrivati a Migingo, guidati da un commissario di distretto. Hanno deposto la bandiera ugandese e hanno dichiarato che l’isola appartiene al Kenya. Un gesto che l’Uganda ha visto come una provocazione, al punto da rispondere con l’invio di alcuni uomini dell’esercito, che sono entrati in contatto con le forze inviate dal Paese vicino, rischiando lo scontro a fuoco.

Ma una soluzione potrebbe venire, oltre che dai colloqui ai massimi livelli fra i due Stati, anche dal lago stesso. Già, perché il Lago Vittoria, che con i suoi 68000 chilometri quadrati di superficie è il secondo lago d’acqua dolce del mondo, è allo stremo: le sue risorse, sfruttate intensamente dai 30 milioni di persone che vi si affacciano, stanno rapidamente declinando, al punto che, secondo gli esperti di inquinamento, serve una moratoria della pesca se non si vuole che il bacino resti senza pesci. E allora, anche per Mingingo Island, per i suoi 4 pub, la farmacia e gli svariati bordelli potrebbe tornare un po’ di tranquillità.

  • matteo.buffolo
  • Domenica 29 Marzo 2009
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