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Oltre la crisi egiziana. Ma dopo il Rais arriverà un altro Rais

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  • Tags: crisi egiziana, Edward-Luttwak, fratelli-musulmani, hosni-mubarak, intervista, panorama in edicola, rivolte islam, Stati Uniti
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Oltre la crisi egiziana. Ma dopo il Rais arriverà un altro Rais

Secondo il politologo Edward Luttwak, è un illuso chi pensa che dalle strade del Cairo possa emergere un nuovo Medio Oriente: «Certo è ancora possibile che l’Egitto diventi il primo paese arabo democratico, ma è altamente improbabile. L’unica parvenza di democrazia esistente nella regione è quella che gli americani hanno costruito pezzo per pezzo in Iraq, e non si può certo dire che si tratti di un fulgido esempio» spiega dalla sua casa di Washington lo studioso e stratega militare. «La verità è che stiamo semplicemente per entrare in una nuova fase del sottosviluppo politico di questa zona del mondo: dal caos emergerà una nuova dittatura, resta da vedere solo quanto sarà islamista, e di conseguenza quanto destabilizzerà la regione».

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  • marco de martino
  • Martedì 8 Febbraio 2011

Stati Uniti: Gangs of New York in divisa

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  • Tags: New York police department, panorama in edicola, polizia-corrotta
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(Credits: Upi/Landov)

(Credits: Upi/Landov)

Corruzione, traffico di droga, complicità con la mafia: ogni anno oltre 100 agenti del New York police department finiscono nei guai perché commettono reati che dovrebbero combattere. Continua

  • marco de martino
  • Martedì 25 Maggio 2010

Stati Uniti, nascono i Coffe party: quel caffè politicamente corretto

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  • Tags: Coffee party, panorama in edicola, Stai Uniti
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Stati Uniti, nasce il Coffee Party: quel caffe-politicamente-corretto

I temi sono gli stessi che infiammano i militanti del Tea party, dall’avidità dei finanzieri di Wall Street all’immigrazione. Ma i circa 200 mila attivisti che da qualche mese hanno cominciato a incontrarsi nei caffè delle maggiori città americane vedono le cose in modo molto diverso dai conservatori che hanno eletto Sarah Palin regina madre della loro protesta. Invece di chiedere che ci siano meno intrusioni di Washington nel libero mercato, i militanti del Coffee party invocano regolamentazioni più severe delle banche da parte del Congresso. E al posto di maggiori controlli alla frontiera col Messico si scagliano contro la nuova legge dello stato dell’Arizona che secondo loro trasforma chi circola senza documenti in un criminale. Continua

  • marco de martino
  • Martedì 18 Maggio 2010

Golfo del Messico: piattaforma Deepwater, diario di bordo di un disastro annunciato

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  • Tags: disastro ambientale, Golfo del Messico, panorama in edicola, piattaforma petrolifera
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(Credits: Getty Images)

(Credits: Getty Images)

Poche ore prima dell’esplosione che l’avrebbe fatta a pezzi, la piattaforma Deepwater Horizon ospitava una festa per celebrare sette anni di operazioni senza neanche un problema grave. Era lo scorso 20 aprile, un martedì. A bordo incrociavano i loro bicchieri pieni di champagne tutti i protagonisti del più grave disastro della storia delle esplorazioni petrolifere. Continua

  • marco de martino
  • Martedì 18 Maggio 2010

Torna a casa, America

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  • Tags: Barack Obama, presidenziali-usa-2008
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Barack Obama dopo la vittoria

La storia gioca brutti scherzi ai presidenti americani. Nel 2000 George W. Bush fece una campagna elettorale contro l’interventismo dell’amministrazione Clinton in politica estera senza sapere che pochi mesi dopo si sarebbe trovato tra le macerie del World trade center a lanciare una nuova grande guerra, quella contro il terrorismo internazionale. Otto anni dopo sta per entrare alla Casa Bianca un uomo che ha vinto il cuore degli elettori promettendo di ridare agli Stati Uniti il ruolo di guida morale della comunità internazionale e che invece si potrebbe presto trovare a voltare le spalle al mondo.
Le macerie che costringeranno l’America di Barack Obama a tornare a casa sono quelle di Wall Street, a pochi passi da dove si trovavano le Torri gemelle. Alla vigilia del primo vertice dei G20 a Washington è già chiaro che dalla risposta del nuovo presidente alla crisi del credito dipende la sorte della sua amministrazione. Ai 700 miliardi stanziati da Bush per il salvataggio delle istituzioni finanziarie l’America dovrà infatti aggiungere almeno altri 600 miliardi per evitare di precipitare in una nuova Grande depressione. La prima emergenza è aiutare gli americani che stanno per perdere la casa e gli stati che non hanno soldi per gli stipendi dei dipendenti pubblici. Ma subito dopo Obama dovrà varare enormi investimenti nelle infrastrutture per cercare di resuscitare l’economia che per ora si rifiuta di reagire ai continui tentativi di rianimazione.
«Il mondo non è fatto a camere stagne e la situazione economica avrà conseguenze politiche e strategiche» ammonisce Richard Haas, che dirige il prestigioso Council on foreign relations di New York, e che è stato tra i primi osservatori a intuire le ripercussioni che la recessione avrà sulla politica estera di Obama. «Ci saranno pressioni per tagliare i fondi destinati agli aiuti internazionali e alla difesa, se non altro perché si tratta delle poche voci di spesa su cui è possibile intervenire. E si avranno anche spinte protezionistiche, con il risultato che diminuirà la capacità dell’America di fare sentire la propria influenza nel mondo».
Dopo avere pianificato per mesi un ingresso trionfale sulla scena internazionale con la chiusura di Guantanamo, primo atto del promesso rilancio dell’immagine americana, il nuovo presidente al momento è costretto a occuparsi non tanto del ruolo dell’America in Medio Oriente, ma delle macchine di Detroit. Solo pochi mesi fa Obama ci era andato per denunciare la lentezza dell’industria automobilistica nel convertirsi alle nuove tecnologie, ma ora si ritrova a a progettare di premiare questa inefficienza con circa 50 miliardi in aiuti immediati da parte del governo federale. Il nuovo presidente sa bene che neppure questa iniezione di fondi assicura il salvataggio di Ford e General Motors, il cui crollo in Borsa, secondo gli analisti, è il risultato non tanto della crisi del credito, quanto di vent’anni di scelte sbagliate. Ma a costringere Obama a questa scelta è la prospettiva di iniziare la sua presidenza con la disoccupazione ai massimi storici e una rivolta dei deputati democratici che hanno la maggioranza del Congresso.
In America di solito i presidenti inneggiano al protezionismo durante la campagna elettorale e si convertono al libero mercato una volta entrati alla Casa Bianca. Questa volta, secondo molti, l’intervento protezionista nei confronti dell’industria dell’auto è solo l’ultima conferma della diffidenza che Obama nutre nei confronti del libero scambio, una diffidenza che ha portato Gordon Brown a chiedere al nuovo presidente americano di non imbracciare l’arma del protezionismo per reagire alla crisi economica globale. A provare questo nervosismo, nonostante le rassicurazioni di Obama, sono il primo ministro canadese Stephen Harper e il presidente messicano Felipe Calderon, che non possono dimenticare che durante la campagna elettorale il democratico fece capire di volere rinegoziare l’accordo Nafta su nuove basi ambientali e sindacali, di fatto chiudendo le porte alle importazioni Usa dai paesi vicini.
Da senatore Obama ha quasi sempre votato contro gli accordi commerciali internazionali: si è espresso contro il Cafta, l’accordo commerciale centroamericano, e contro simili patti con Colombia e Corea del Sud. Ha invece votato a favore dei dazi sui beni importati dalla Cina, ha appoggiato i sussidi per i produttori americani di etanolo ricavato dal granturco e le tasse sulle importazioni del ben più efficiente etanolo ricavato dallo zucchero.
Nel suo chiudersi a riccio Obama sa di avere dalla sua parte quelli che lo hanno eletto: secondo un recente sondaggio della Pew solo il 35 per cento degli americani considera postivi gli accordi commerciali, mentre il 48 per cento li giudica negativi. Tra di loro ci sono sicuramente i milioni che hanno perso il lavoro a causa dell’outsourcing. «Essere ciecamente a favore del libero scambio non giova a nessuno, anzi provoca il rifiuto della globalizzazione» spiega Austan Goolsbee, il principale consigliere di Obama sulle questioni economiche. «Il presidente intende ascoltare le ansie di chi dal proccesso di apertura dei mercati non ha tratto vantaggio. Non per questo però lo si può definire protezionista: esaminerà gli accordi caso per caso, curandosi solo di tutelare gli interessi degli americani».
Altrettanto pragmatico sarà l’approccio al nuovo gioco che l’America si propone per il Medio Oriente: usare la crisi economica per una politica estera basata sulla collaborazione internazionale. Subito dopo l’insediamento del 20 gennaio Obama intende annunciare il ritiro delle truppe americane dall’Iraq entro i primi 16 mesi della sua presidenza. Ma alcuni di questi soldati potrebbero essere utilizzati in Afghanistan con un obiettivo ben più modesto di quello dell’era Bush: non la costruzione di una democrazia simile a quelle occidentali, ma il semplice raggiungimento della stabilità politica.
Per farlo Obama ha chiesto a Michael Mullen, capo degli stati maggiori, di ridisegnare il campo di battaglia per includere le aree tribali del Pakistan dove Al Qaeda ha costruito la sua nuova base operativa. E intende usare la benevolenza con cui è stato accolto per chiedere agli alleati europei più truppe Nato da affiancare al rinforzato contingente americano. Ma soprattutto Obama intende coinvolgere il governo iraniano e le fazioni talebane disponibili al dialogo in una prima applicazione di quella che il suo principale consigliere nel settore della difesa chiama la «smilitarizzazione della sicurezza nazionale».
Questo consigliere si chiama Richard Danzig: è stato segretario della Marina durante l’amministrazione Clinton ed è tra i principali candidati a sostituire Bob Gates alla guida del Pentagono. Di professione avvocato, Danzig ama le metafore. Per esempio parla spesso della dea Kali, che nella religione hindu incarna la distruzione creativa: «È di questo che abbiamo bisogno analizzando il bilancio della Difesa: un po’ di distruzione creativa per riconoscere quali programmi non vanno perseguiti e quali spese vanno tagliate». Lo scetticismo con cui il nuovo presidente ha parlato dello scudo spaziale in Polonia è quindi solo l’inizio di un disinvestimento più vasto.
Nel mirino dei tagliatori di costi di Obama ci sono anche le armi e i robot del programma Future combat systems, e le commesse per gli aerei F35 e F22 Raptor. Il budget della Difesa resterà probabilmente a 500 miliardi nel 2009 (a cui se ne aggiungono altri 165 in spese supplementari per le guerre in Iraq e in Afghanistan), ma negli anni a seguire verrà certamente tagliato. Lo ha già fatto sapere il congressman democratico Barney Frank, che ha chiesto una decurtazione del 25 per cento, che probabilmente non si discosterà molto dalla realtà.
Dopotutto il Pentagono non dovrà più combattere la guerra al terrorismo bushiana, che secondo Danzig è nata dalla confusione tra un pericolo sopravalutato (quello del jihadismo islamico, che secondo lui è possibile combattere con operazioni di polizia più che a livello militare) e una minaccia reale e terribile (quella che armi di distruzione di massa finiscano nelle mani sbagliate). È soprattutto su quest’ultimo punto che si concentreranno le attenzioni di Obama: «Dobbiamo imparare dai libri di Winnie the Pooh» dice l’amante delle metafore Danzig. «Come lui finora abbiamo sceso le scale rotolando sulla testa. Ma esistono altri modi».

  • marco de martino
  • Sabato 15 Novembre 2008

Campagna elettorale: tutti gli uomini di Obama

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  • Tags: Barack Obama, presidenziali-usa-2008
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Presidenziali Usa
Gli uffici sono su Pennsylvania avenue, non lontano dalla Casa Bianca. Sulla porta è scritto “Center for a New American security”. La sigla, generica come quella di molti centri studi a Washington, nasconde uno degli indirizzi decisivi per la strategia estera di Barack Obama. Fondato da Kurt Campbell, un esperto di difesa, il centro promuove il lavoro degli intellettuali che si riuniscono attorno alla Phoenix initiative, che sin dal nome si ripromette di essere il laboratorio di idee da cui deve rinascere la politica estera democratica.
Del gruppo fanno parte, fra gli altri, Ivo Daalder della Brookings institution e Anne Marie Slaughter, che dirige la scuola di affari internazionali Woodrow Wilson all’Università di Princeton. Il loro studio sulla sicurezza nazionale americana nel Ventunesimo secolo, appena pubblicato col titolo Leadership strategica, delinea il tema forte della politica estera obamiana: la supremazia militare e diplomatica americana da sola non può bastare ad affrontare le emergenze di un mondo sempre più interconnesso. A mettere lo stampo di approvazione alla piattaforma, firmandone l’introduzione, è Susan Rice, uno dei principali consiglieri di Obama in politica estera.
Già vicesegretario di Stato nella seconda amministrazione Clinton, di Rice a Washington si parla come del futuro consigliere per la sicurezza nazionale di una nuova amministrazione democratica. Ma quanto conterebbero davvero le sue opinioni su una presidenza Obama è uno dei tanti misteri che circondano il senatore democratico alla vigilia del voto. A differenza di George W. Bush, che diffida di esperti esterni e ha basato le sue decisoni solo sul parere di fidatissimi come il vicepresidente Dick Cheney e Donald Rumsfield (nella prima amministrazione) e Condoleezza Rice (nella seconda), Obama è abituato a circondarsi di un esercito di advisor. Circa 500 consulenti fanno parte della rete di esperti di politica estera.
Le loro opinioni, raccolte durante videoconferenze e via email, vengono poi filtrate da un comitato ristretto di cui fanno parte, oltre a Rice, l’ex segretario di Stato Anthony Lake, l’avvocato Gregory Craig, che difese Bill Clinton durante il processo di impeachment, e l’ex braccio destro di Obama al Senato Mark Lippert. Di questo club esclusivo fa parte anche Richard Danzig, ex segretario della marina durante l’amministrazione Clinton, che del metodo di lavoro di Obama dice: “Dopo avere collaborato con due presidenti e molti candidati alla Casa Bianca, posso dire di non avere mai visto nessuno così equilibrato e capace di assorbire le opinioni degli altri senza interferire nella dialettica con il suo ego”.
Dipende da questa capacità di ascoltare anche la difficoltà a definire l’universo ideologico di Barack Obama. Nel suo ufficio al Senato il candidato tiene una galleria di foto dei suoi eroi, simili a quelli di un qualsiasi riformista nero illuminato: ci sono Abraham Lincoln e Gandhi, Martin Luther King Jr e John Fitzgerald Kennedy, accanto a un enorme ritratto a olio di Marshall Thurgood, primo giudice africano americano della Corte suprema.
Tra i suoi punti di riferimento ideologici Obama cita anche un attivista come Saul Alinsky, considerato il padre degli organizzatori sociali americani, autore del libro Comandamenti per i radicali. E il filosofo preferito da Obama è Reinhold Niebuhr, forse il teologo americano più famoso dagli anni Trenta agli anni Sessanta, poi dimenticato da tutti tranne che dal candidato nero, che sostiene di avere imparato da lui che esistono limiti intrinseci anche nell’azione politica meglio motivata. Niebuhr, molto amato a sinistra, fu però anche tra gli ideologi della guerra fredda: fu lui a plasmare il concetto di “guerra giusta” e quello della moralità degli armamenti nucleari.
Cass Sunstein, che ha insegnato con Obama all’Università di Chicago e ora è tra i suoi consiglieri, definisce il candidato un “visionario minimalista. Obama è visionario perché crede nel cambiamento, ma sa che per raggiungerlo l’unica strada è costruire consenso attraverso il compromesso”. Un opportunista, lo definirebbero meno aulicamente altri. Uno che è stato capace di inglobare nella sua squadra clintoniani di ferro come Madeleine Albright e Richard Holbrooke, ora fra i candidati al posto di segretario di Stato insieme con John Kerry. Ma uno pure capace di incassare il sostegno dei numerosi conservatori che si identificano nella sua politica centrista.
Del vasto gruppo degli “Obamacon” fanno parte intellettuali come Andrew Sullivan e Christopher Hitchens ed ex falchi neoconservatori come Ken Adelman, che fu tra i maggiori sostenitori dell’intervento in Iraq. E quando anche Colin Powell ha dichiarato il suo appoggio al candidato democratico, questo lo ha immediatamente ripagato con la promessa di un ruolo da consigliere nella sua amministrazione.
Con la stessa attenzione Obama intende affidare, in caso di vittoria, ai repubblicani almeno un paio di posti chiave nell’amministrazione. Secondo voci insistenti, uno dei due sarebbe Robert Gates: con l’America impegnata in due guerre contemporaneamente, sembra naturale lasciare alla Difesa l’uomo che più di tutti ha sostenuto la svolta del «surge» in Iraq. Se Gates volesse andarsene, allo stesso posto potrebbe ambire Chuck Hagel, il senatore repubblicano del Nebraska, molto stimato da Obama. Ancora più radicale sarebbe la scelta di Richard Lugar, altro senatore repubblicano, al comando del dipartimento di Stato, se dovesse declinare l’ipotesi di Kerry o di Holbrooke.
Obama potrebbe annunciare subito dopo l’elezione il posto di segretario del Tesoro, forse la poltrona più difficile in questo momento di crisi finanziaria. Da quando la stretta del credito è entrata nella fase più drammatica, Obama si è affidato ai consigli della squadra di star che aveva guidato l’economia americana ai tempi dell’amministrazione Clinton: Robert Rubin, ora a capo della Citibank, e Larry Summers, che dopo il ministero del Tesoro è stato rettore dell’Università di Harvard. Quest’ultimo potrebbe tornare a occupare la poltrona del Tesoro, ma si fa anche il nome dell’ex presidente della Federal reserve Paul Volcker o addittura del finanziere Warren Buffett, sempre in collegamento telefonico durante le riunioni stategiche della squadra economica di Obama.
C’è anche chi pensa che, per sottolineare il cambiamento rispetto alle passate amministrazioni democratiche, Obama possa nominare Timothy Geithener, giovane presidente della Federal reserve di New York, molto apprezzato dal candidato. Mentre una nuova posizione di cui Obama parla da tempo, quella di responsabile delle nuove tecnologie, potrebbe andare a Eric Schmidt, amministratore delegato della Google che sta facendo campagna elettorale per il senatore.
Un altro posto cruciale alla Casa Bianca sarebbe quello di capo dello staff. Candidati accreditati di Obama sembrano Tom Daschle, vecchio senatore che è stato tra i primi a credere in Barack, e John Podesta, che ha già ricoperto questa carica nell’amministrazione Clinton e ora segue il processo di transizione del dopo Bush. Ma chi conosce il senatore dell’Illinois spiega che per questa posizione sta considerando anche Valerie Jarrett, l’amica di famiglia che fu tra i collaboratori più vicini al sindaco di Chicago Richard Daley e che assunse Michelle Obama negli ospedali dell’Università di Chicago.
In questo caso alla Casa Bianca potrebbe anche andare, nel ruolo che fu di Karl Rove nell’amministrazione Bush, David Axelrod, stratega della campagna per il senatore democratico. Si ricostituirebbe così a Washington la Chicago machine, per guidare nei prossimi anni la politica americana.

  • marco de martino
  • Domenica 2 Novembre 2008

Stati Uniti: New Deal 2, la riscossa

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  • Tags: Barack Obama, John McCain, presidenziali-usa-2008
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Convention repubblicana a Minneapolis
A Chicago e a Phoenix tutto è pronto per la grande festa della notte del 4 novembre. Nessuno può sapere chi si presenterà sul palco come il 44esimo presidente della storia americana, se Barack Obama o John McCain, ma una cosa è certa: il party non durerà a lungo. Poche ore dopo la fine delle danze il nuovo eletto sarà chiamato alla sua prima decisione importante: scegliere il nuovo segretario del Tesoro destinato ad affrontare la crisi economica più grave degli ultimi 50 anni. E il 15 novembre il nuovo presidente potrebbe partecipare al suo primo summit economico insieme agli altri leader mondiali.
Stavolta i 76 giorni che separano il voto dall’insediamento a gennaio 2009 non saranno un periodo di quieta transizione. Al nuovo inquilino della Casa Bianca non servirà molto tempo per capire che vincere è la parte più facile del lavoro. Convinti di avere l’elezione in pugno e consapevoli delle sfide che li aspettano, i consiglieri di Barack Obama si sono già messi a leggere libri sui primi 100 giorni della presidenza di Franklin Delano Roosevelt. Ma Robert Dallek, lo storico della presidenza che alcuni di quei libri li ha scritti, spiega a Panorama che il paragone invocato ora da tanti è improprio: “Roosevelt arrivò alla Casa Bianca nel 1933, quando la Grande depressione era già in corso da tempo. Per il nuovo presidente il compito è ancora più arduo, perché bisogna affrontare in corsa una crisi globale iniziata da poco di cui l’unica cosa che si capisce è la sua estrema gravità”.
La stagnazione economica e i crolli di borsa hanno trasformato il mondo di cui Obama e McCain hanno parlato nei 18 mesi della campagna elettorale più lunga e costosa della storia americana. All’inizio della corsa la maggioranza degli elettori era preoccupata dalla guerra interminabile in Iraq, ora a indignarli è la lentezza della risposta del governo alla crisi del credito. Allora al centro del dibattito era il pericolo Al Qaeda, ora è l’economia il nuovo terrorismo: la paura di milioni di risparmiatori è di perdere casa e risparmi.
Per mesi i due candidati hanno messo al centro del dibattito riforma sanitaria e tagli delle tasse, senza sapere che nel frattempo si stava preparando un 11 settembre della finanza che avrebbe portato alla dissoluzione delle cinque maggiori banche americane, e al trasferimento della capitale dell’economia da Wall Street a Washington.
“Non importa chi arriverà alla Casa Bianca: un nuovo ciclo della politica americana è già cominciato” sostiene Francis Fukuyama, che insegna economia politica internazionale alla Johns Hopkins di Washington. “La crisi ha ufficialmente segnato la fine dell’era reaganiana, che a partire dal 1980 ha dominato il mondo delle idee in base a una ricetta fatta di tasse più basse, deregulation e ruolo ridotto del governo”.
Per circa 30 anni, compreso il periodo in cui a occupare la Casa Bianca fu Bill Clinton, il governo a Washington è stato considerato il problema, non la soluzione. Ma ora anche McCain, che pure ha sempre annoverato Reagan tra i suoi eroi, sembra essere arrivato alla conclusione che per salvare il capitalismo dai capitalisti sono necessarie nuove regole del gioco.
Come accadrà non è chiaro, ma d’altra parte anche Roosevelt prima di essere eletto non sapeva come avrebbe realizzato quel New deal di cui aveva parlato. Entrambi i candidati pensano che, oltre alle istituzioni finanziarie, il governo debba aiutare chi non può più permettersi il mutuo o sta per perdere la casa.
McCain vorrebbe che il dipartimento del Tesoro si facesse carico dei mutui subprime, emettendone di nuovi a spese del contribuente. Obama propone una moratoria di 90 giorni durante i quali rinegoziare gli accordi a rischio. Molto dipenderà dall’esito delle elezioni del Congresso: una maggioranza assoluta dei democratici al Senato, oltre che alla Camera, darebbe a Obama un mandato di forza storica.
Quale sia la missione del nuovo presidente americano è chiaro: “Il suo primo compito sarà ristabilire la fiducia. Prima di tutto quella tra il mondo e gli Stati Uniti, ma anche quella tra le banche e quella tra la gente e l’intero sistema finanziario” dice a Panorama lo storico Niall Ferguson, che studia il rapporto fra le superpotenze e il sistema economico, autore del saggio Ventesimo secolo in uscita dalla Mondadori. Ferguson non crede a una guida europea nella gestione della crisi: “Che sia Washington a dovere segnare la strada lo hanno deciso i risparmiatori di tutto il mondo, che dall’inizio della crisi hanno cercato rifugio nei buoni del Tesoro americano, rafforzando il dollaro”.
Secondo lui, dopo che l’emorragia dei listini si sarà fermata, il nuovo presidente non dovrà cadere nella tentazione di imbrigliare i mercati con troppe regole: “Il sistema capitalistico è pronto a crisi cicliche ma resta sano, su questo sia McCain sia Obama sembrano essere d’accordo” spiega. “Bisogna trovare con urgenza un nuovo modello per affrontare il problema dell’origine e dei livelli del credito che permette al sistema finanziario di funzionare. Ed è urgente farlo anche per questioni di sicurezza nazionale: è pericoloso cullarsi nell’illusione che i cinesi continuino a finanziare con migliaia di miliardi il deficit americano senza porre prima o poi condizioni per la loro generosità”.
Secondo gli ultimi calcoli, il deficit che aspetta il nuovo presidente, stimato prima della crisi in 450 miliardi, oscillerà tra i 750 e i 1.000 miliardi di dollari. Abbastanza per sgretolare le promesse di tagli alle tasse di McCain o il programma di spesa pubblica di Obama, già giudicato irrealistico da più di un economista.
Secondo Ferguson, almeno Obama cederà alla tentazione di dimenticare il deficit, convinto che solo un programma keynesiano di spesa pubblica possa fare ripartire l’economia americana. Ma per altri le ragioni sono più profonde: “Negli ultimi decenni il ruolo del governo s’è talmente ristretto che non siamo più in grado di rispondere alle emergenze. Finanziarie ma anche naturali, come l’uragano Katrina” sostiene Jeffrey Sachs, direttore dell’Earth Institute della Columbia University. “O torniamo a investire nel settore pubblico o ci giochiamo il futuro”.
Obama spinge per un fondo di 60 miliardi per l’investimento in infrastrutture, ovvero strade, ponti e linee ferroviarie che spesso negli Usa sono molto degradati. Ora l’America dedica solo il 2,4 per cento della sua spesa alla costruzione e manutenzione delle infrastrutture, contro il 5 per cento dell’Europa e il 9 per cento della Cina. Sia Obama sia McCain hanno poi promesso di raggiungere l’indipendenza energetica durante la loro amministrazione, interrompendo così il trasferimento di centinaia di miliardi di dollari a regimi che spesso non amano gli Stati Uniti. Il candidato democratico parla della conversione dell’economia a energie rinnovabili come del progetto Apollo della sua amministrazione, e con lui si sono di recente schierati economisti come George Soros e il politologo Thomas Friedman. “Sarà la rivoluzione dell’energia a riportare gli Stati Uniti a esportare speranza e ottimismo” dice l’opinionista del New York Times. “Rendere verde l’economia per gli Stati Uniti significa ritornare a essere la guida morale del mondo”.
McCain e Obama hanno cominciato la loro campagna profondamente divisi sul ruolo dell’America nel Ventunesimo secolo. Per il candidato repubblicano è fondamentale che gli Stati Uniti mantengano la supremazia politica e militare, per il democratico nessuna di queste due armi può risolvere problemi globali come la proliferazione nucleare o i cambiamenti climatici. Però nel corso del tempo le loro posizioni si sono stemperate.
Adesso il candidato democratico usa toni da falco più duri di McCain quando parla della necessità di azioni preventive contro i terroristi, anche sul territorio di paesi alleati tipo il Pakistan. Sebbene abbia fatto dell’opposizione all’intervento in Iraq il tema principale della sua campagna, dopo il successo della strategia del “surge” Obama ha smussato i suoi toni perentori sul ritiro delle truppe dal paese.
Ma è molto più interventista di McCain quando parla dell’obbligo morale americano di agire nelle grandi crisi umanitarie come quella del Darfur. Per entrambi i candidati la nuova emergenza è l’Afghanistan, tuttavia nessuno dei due sembra avere invece una soluzione al problema di come fronteggiare la minaccia iraniana.
Dopo avere intonato in pubblico un inno al bombardamento dell’Iran sulla musica dei Beach Boys, McCain di recente si è allineato alla linea della seconda amministrazione Bush, quella delle sanzioni economiche. Mentre Obama, accusato di inesperienza per avere parlato di colloqui diretti con i dirigenti iraniani, ora usa toni da tolleranza zero ben più del suo rivale repubblicano: non solo non esclude un intervento militare, anche senza l’autorizzazione delle Nazioni Unite, ma crede che non debba essere neppure permesso agli iraniani di attivare sul proprio territorio centrifughe per l’arricchimento di uranio a scopi civili. Cosa che McCain ritiene ammissibile.
Obama e McCain hanno ripetuto più volte di sentire il bisogno di restaurare l’immagine americana nel mondo, eppure nessuno sembra voler mettere in discussione i principi fondamentali della dottrina Bush in politica estera. “Il nuovo presidente non porterà rivoluzioni, perché non è così che funziona l’America” spiega lo storico Robert Dallek. “I veri cambiamenti sono determinati dalle sfide della storia e dalla capacità del presidente di affrontarle in modo innovativo. I più grandi condottieri americani sono stati creati da momenti storici gravi come questo”.

  • marco de martino
  • Sabato 1 Novembre 2008

Per la Casa Bianca decide il maschio bianco

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  • Tags: Barack Obama, John McCain, presidenziali-usa-2008
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Duello Obama McCain

Il duello Obama McCain in tv

C’erano una volta i Nascar dad, i papà appassionati delle corse di auto e di heavy rock protagonisti del voto repubblicano alle ultime presidenziali. C’erano una volta e ci sono ancora, ma accanto a loro al comizio di John McCain a Woodbridge, cittadina della Virginia, ci sono anche liceali con la maglietta della squadra di hockey, veterani del Vietnam coi cappellini verdi dell’azienda di trattori John Deere, motociclisti in bandana. Tutti allineati a fianco di quelli che hanno preparato cartelli molto meno generici: «Tito il costruttore», «Phil il muratore», «Rose la maestra» e «Fred l’impiegato di banca».
È una parata di cloni di Joe l’idraulico quella che si raduna attorno a John McCain da quando il senatore dell’Arizona ha fatto di Joe Wurzelbacher il personaggio simbolo delle preoccupazioni della classe media americana. Con il piccolo imprenditore dell’Ohio, che ha accusato Barack Obama di volergli aumentare le tasse e distruggere il suo sogno americano, gli strateghi repubblicani hanno trovato non solo una metafora per parlare di economia in toni convincenti, ma soprattutto un testimonial dell’elettorato che non possono permettersi di perdere: i maschi bianchi, che hanno portato alla vittoria ogni candidato repubblicano a partire dal 1980.
Anche quest’anno sarà la guerra per l’uomo bianco a decidere le elezioni. Per il partito dell’asinello catturare questo tipo di elettore è sempre stato un problema: «È dal 1976 che i democratici non conquistano la maggioranza fra maschi bianchi» ricorda a Panorama David Paul Kuhn, analista del giornale online Politico e autore del saggio The neglected voter (L’elettore trascurato, sottotitolo: «Gli uomini bianchi e il dilemma democratico»). «Tra le donne talvolta c’è stato un sostanziale equilibrio, ma tra i maschi il problema si è aggravato. Nelle ultime tornate i candidati democratici non hanno mai raccolto in quella categoria più del 34-36 per cento dei voti». Nelle ultime presidenziali questo divario si è tradotto in un vantaggio di oltre 3 milioni di voti a favore di George W. Bush.
Fino all’estate sembrava che anche Obama dovesse subire la stessa sorte dei predecessori. Ma dall’inizio della crisi economica il candidato democratico ha recuperato e ora ha solo 8 punti di svantaggio nei confronti di McCain tra i maschi bianchi: «Interi segmenti del voto bianco, a partire dal ceto medio che ha i suoi risparmi investiti in borsa, si sono rivoltati contro le politiche repubblicane» dice a Panorama John Zogby, fondatore dell’omonimo istituto di ricerche demoscopiche. «Questo è uno spostamento di consensi che sta portando Obama in alto nei sondaggi e che sta costringendo i repubblicani a rivedere la propria campagna giorno per giorno».
La leadership del partito ora chiede a gran voce che nella volata finale della campagna elettorale si parli meno dei punti deboli di Obama e più delle ricette di McCain per risolvere la crisi economica: «Quando la preoccupazione per il proprio futuro è così forte, non c’è altro argomento che tenga» ha avvertito Newt Gingrich, ex presidente del Congresso. «Se McCain pensa che in questo momento interessino le amicizie pericolose di Obama, si sbaglia di grosso» ribadisce John Weaver, che della campagna di McCain è stato il primo direttore politico.
Per i prossimi giorni Steve Schmidt, stratega di McCain, concentrerà i messaggi sulla mancanza di esperienza di Obama nelle questioni economiche. Il modello è lo spot che ha rilanciato la candidatura di Hillary durante le primarie democratiche: quando il telefono squillerà alle 3 di notte, sarà pronto Obama a rispondere all’emergenza nazionale della crisi del credito senza alzare le tasse in un sistema di redistribuzione della ricchezza da paese socialista?
Costretto a difendersi anche negli stati che nel 2004 andarono a Bush, il candidato repubblicano affida le sue speranze a quella parte di ceto medio colpita dalla crisi che già diffida dei valori sociali del candidato democratico. In Virginia, uno degli stati in bilico, i repubblicani hanno per esempio deciso di concentrare i loro sforzi nelle zone rurali del sud e nelle città minerarie abbandonate dove Hillary Clinton stravinse contro il candidato nero. Quasi impossibile sembra invece convincere gli avvocati e i professionisti delle nuove tecnologie che hanno abbandonato Washington per andare a vivere nei suburbi ricchi dello stato.
Ma anche altrove per McCain la strada è in salita. Convinto di potere non solo vincere ma addirittura trionfare, Obama ha impostato una campagna all’attacco che ha portato le sue truppe a occupare militarmente anche i bastioni repubblicani: in Virginia i democratici hanno 50 uffici, in Indiana 42, in North Carolina 45.
Obama poi ha deciso di andare dove nessun democratico si era mai avventurato prima: è stato più volte in cittadine sperdute come Elko, in Nevada. «Come si fa a riconquistare il ceto medio basso bianco? Presentandosi nei luoghi dove vive» ama dire il senatore nero, che a Lebanon, borgo dell’Ohio, ha chiuso così il suo ultimo incontro con gli elettori: «Voglio che non ci siano fraintendimenti. Sono a favore del diritto di avere armi come previsto dal Secondo emendamento della costituzione. Ricordatevelo se nell’urna deciderete di non votarmi: la scusa non può essere questa».
Il risultato di tanta tenacia è che secondo i sondaggi ora anche bianchi che dichiarano il loro odio per i neri appoggiano Obama. «La situazione economica ha creato un voto di protesta che trascende non solo il razzismo, ma anche le divisioni dettate dal reddito o dalle preferenze politiche passate» sostiene Kuhn. «Per ora questa valanga favorisce i democratici, ma negli ultimi giorni tutto può ancora cambiare. L’unica cosa certa è che se Obama dovesse vincere con un largo margine, come ora appare possibile, a dargli la Casa Bianca sarebbe proprio l’uomo bianco che da sempre disdegna i democratici e che invece ha trovato in un senatore nero il primo interlocutore credibile».

  • marco de martino
  • Sabato 25 Ottobre 2008

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