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I professori hanno paura delle pagelle? Da strumento nelle loro mani, i voti si stanno trasformando in un’arma a doppio taglio. E da temere sul serio, se a valutare sono gli studenti, magari su pagine web pubbliche, in cui, coperti dall’anonimato o da un nickname, possono parlare (e sparlare) dei propri insegnanti in tutta libertà. “Prendi il potere, metti un voto ai tuoi prof!” recita(va) lo slogan di Note2be.com (ora non più raggiungibile, ma qui si può vederne una copia), sito web lanciato in Francia alla fine di gennaio, all’indomani della diffusione del rapporto Attali (qui in pdf, pag. 25) che incoraggiava la valutazione dei docenti da parte degli studenti. Il portale è stato subito un successo, grazie alla possibilità di esprimere un giudizio su ogni prof delle scuole superiori. Presto, però, Note2be.com è diventato oggetto di una battaglia legale avviata dal sindacato dagli insegnanti in nome del rispetto della privacy. Ieri è arrivato il verdetto del tribunale di Parigi, che vieta in maniera categorica di pubblicare online le generalità dei professori. Soddisfatto il ministro dell’Istruzione Xavier Darcos, che ha ricordato: “Solo gli ispettori e i capi degli istituti sono abilitati a valutare gli insegnanti”. Ma l’editore del sito giudica la decisione “inquietante sul fronte del principio della libertà di espressione e contraria alla natura partecipativa di Internet”.
Se il caso è scoppiato solo ora in Francia, da tempo in rete proliferano simili iniziative. Da qualche anno in Gran Bretagna, Canada e Stati Uniti è disponibile Rate My Professor: raccoglie i profili di oltre un milione di docenti, con tanto di nome, cognome e foto. Qualche mese fa in Germania è nato un polverone simile a quello francese intorno a www.spickmich.de, community per studenti in cui, tra le altre attività, è possibile valutare i professori. Dopo le proteste di un’insegnante che si sentiva diffamata (per un giudizio insufficiente), il Tribunale di Colonia ha però dato ragione agli alunni, che continuano imperterriti a compilare le loro pagelle. Anche in Italia esiste qualcosa di simile su Studenti.it: la sezione Cercaprof permette di conoscere in anticipo i commissari esterni degli esami di maturità, attraverso giudizi su cinque aspetti: severità, formalità, puntualità, chiarezza, disponibilità. Per ora il servizio sembra non aver dato fastidio ancora a nessuno, ma prima o poi il caso scoppierà anche da noi.
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Altro che battaglia all’ultimo voto nelle primarie. D’ora in poi, la vera partita tra Hillary e Obama si giocherà tutta all’interno del partito. Complice un sistema elettorale a dir poco bizantino, Obama rischia di non raggiungere la maggioranza di delegati necessaria per una candidatura certa alle presidenziali (almeno 2025 su oltre 4000). I due contendenti viaggiano ancora a distanza ravvicinata: all’indomani delle ultime consultazioni, il senatore dell’Illinois avrebbe un vantaggio irrisorio (1117 contro i 1112 di Hillary, secondo i calcoli del New York Times; 1351 contro 1262 secondo le proiezioni di Associated Press). Certo, in palio ci sono ancora oltre 1100 delegati, ma tutto fa supporre che nessuno dei due candidati riuscirà a raggiungere la fatidica quota duemila. O quanto meno a distanziarsi in maniera netta dall’avversario, per mettersi al riparo dai trabocchetti della Convention nazionale di Denver.
Ecco perché già da tempo è partita la caccia ai Superdelegati. Ovvero gli 800 elettori, espressione dell’establishment del partito: ex presidenti e vice-presidenti degli Usa, Governatori, Senatori, Rappresentanti della Camera, funzionari interni. Ad oggi gli endorsement pendono nettamente per la Clinton (189 contro i 144 di Obama), ma il bello deve ancora venire: gli appoggi saranno il frutto di una lunga contrattazione, con scambi di favori e pressioni interne, degne della politica più vecchio stampo. E che, secondo diversi osservatori, finiranno con l’avvantaggiare il candidato meglio integrato nelle logiche di partito: Hillary Clinton.
La Cbs spiega il ruolo dei Superdelegati
Nel tentativo di rendere più trasparente questo sistema, diversi attivisti si stanno mobiltando per fare da “cane da guardia” sul comportamento dei Superdelegati. Tenendo traccia, ad esempio, dei finanziamenti ricevuti in campagna elettorale, spesso determinanti per spostare una preferenza. E denunciando agli elettori i “tradimenti” di fatto. Un esempio? La superdelegata Dennis Cardoza appoggerà Hillary, nonostante nel suo distretto Obama abbia vinto alla grande.
Attraverso una mappa interattiva, Superdelegate Transparency Project permette di conoscere i superelettori del proprio stato e scoprire le loro intenzioni di voto. Un servizio simile è offerto da Superdelegates.org, wiki lanciato da un manager di Google pro-Obama, che spiega a Wired: “Sarebbe davvero sconvolgente scoprire che Obama ha ottenuto un maggior numero di voti e di stati, per poi non essere nominato dal partito”. A mobilitarsi è anche il popolare sito MoveOn che ha inviato ai suoi oltre 3 milioni di iscritti una petizione con cui si chiede di rispettare il voto popolare. Stessa cosa su YouTube, dove si moltiplicano gli appelli.
Una petizione contro il sistema dei Superdelegati
La mobilitazione sta già iniziando a dare i primi frutti. La scorsa settimana un Superdelegato pro-Hillary ha annunciato l’intenzione di spostare la sua preferenza su Obama, dopo la vittoria schiacciante di quest’ultimo nel suo collegio di provenienza.


Per ora sono solo i primi, timidi, tentativi di dissenso, ma qualcosa inizia a muoversi sotto la grande muraglia digitale di Pechino. Più il regime intensifica le misure censorie, più diventano chiari i contorni dell’enorme macchina del controllo manovrata dal governo. E, cosa non da poco, gli utenti più attenti iniziano a escogitare le contromosse. Armati di una buona dose di coraggio (gli arresti per attività sovversiva legata a Internet sono pur sempre all’ordine del giorno), alcuni netcitizen cinesi hanno iniziato a puntellare quà e là l’invalicabile sistema di sorveglianza. “Se non sai cosa c’è sulla tua testa, non potrai mai combatterla”, ha spiegato un blogger che ha messo a punto un programma di accesso a Wikipedia e Google, in grado di aggirare i filtri e i frequenti blocchi predisposti dal governo. Il software si chiama Gladder, contrazione di “Great Ladder”, ovvero una “grande scala” per provare a guardare un po’ più in là del muro censorio.
Ma non si tratta di un tentativo isolato. Il New York Times ha raccolto diverse testimonianze di cittadini attivi sul fronte anticensura. È il caso Pan Liang, scrittore di romanzi per l’infanzia e responsabile di un sito sul tema. Solo quando il blog di un suo amico è stato improvvisamente bloccato, Liang ha iniziato ad aprire gli occhi: “Ho sempre avuto l’impressione che in Cina ci fosse qualche meccanismo di controllo, ma non avevo idea che si trattasse di una Grande Muraglia”. E così ha preso a raccontare il tutto sule sue pagine, ricorrendo a metafore storiche e letterarie. Un altro blogger ha fatto circolare le istruzioni per accedere a YouTube in caso di oscuramento. E c’è anche chi tenta la più utopistica strada legale: Du Dongjing, ingegnere elettronico ha denunciato China Telecom per violazione degli obblighi contrattuali (che, ovviamente, non parlano di restrizioni sull’accesso alla rete). Certo, presto la causa sarà insabbiata, ma intanto se ne parla. E in Cina è pur sempre qualcosa.


Un sostenitore di Raila Odinga a Nairobi
Una mappa interattiva per raccontare in tempo reale l’evolversi dei disordini post-elettorali in Kenya. Con la denuncia circostanziata di tutti gli incidenti e le violenze che, nell’assordante silenzio mediatico che ha avvolto la contestata vittoria elettorale di Kibaki, rischierebbero altrimenti di finire nel dimenticatoio. E a cui può contribuire chiunque, inviando una mail o un sms. Il tutto verificato anche grazie all’aiuto delle ONG impegnate in questi giorni sul territorio keniano.
Un’idea nata dal basso, a partire da un appello lanciato lo scorso tre gennaio dal blog Kenyan Pundit, e subito raccolto dal sito Ushahidi, termine che in swahili vuol dire “testimoni”. “È necessario tenere traccia di tutto ciò che sta accadendo, se non altro in un’ottica di lungo termine”, spiega l’ideatore.
Basta scorrere l’elenco delle ultime voci inserite per rendersi conto che gli incidenti e i disordini sono ancora all’ordine del giorno: abitazioni date al fuoco, villaggi distrutti, violenze indiscriminate sui civili ad opera dei supporter di Kibaki o di Odinga, la polizia che spara e uccide durante le manifestazioni degli oppositori.
Certo, contemporaneamente ci sono anche i primi, difficili, tentativi di pace, che il sito Ushahidi ha cominciato a a segnalare ai lettori già da qualche giorno.
Informazione indipendente e dal basso è anche quella dei quattro mobile reporters di Africa News, uno dei più noti portali dedicati al continente africano: dall’inizio della crisi stanno riprendendo i principali avvenimenti con un cellulare, pubblicando poi testi, video e immagini online in tempo (quasi) reale. Una forma di citizen journalism che si è dimostrata assai utile, soprattutto nei giorni successivi alle elezioni, quando c’è stato un vero e proprio media blackout sulle crisi in Kenya.
In generale un po’ tutti gli strumenti del web 2.0 si stanno rivelando utili per dare informazioni che il mainstream ufficiale non riesce a dare, ma consentono anche ai cittadini di organizzarsi anche a distanza. A questo proposito un post del blogger Ndesanjo Macha su GlobalVoices segnala le molteplici iniziative in corso per consentire agli attivisti di costruire una rete pronta (eventualmente) all’azione: sistemi di alert via blog o su Twitter, gruppi su Facebook, risorse condivise su spazi wiki, set fotografici su Flickr.
Emblematico, comunque, l’interrogativo che pone Ndesanjo: “Cosa significa tutto ciò nel contesto di digital divide del Kenya? Non tutti i cittadini hanno accesso a questi servizi. Impegniamoci per risolvere questo problema anche per chi non fa parte dell’élite tecnologica”.

Lo schieramento della polizia antisommossa a Davos
“Se le nazioni, le imprese o gli individui dovessero fare una sola cosa nel 2008 per rendere il mondo un posto migliore, che cosa dovrebbero fare a tuo parere?”. A chiederlo non è un’istituzione filantropica, ma il gotha del business e della politica che si riunirà a Davos dal 23 al 27 gennaio per il World Economic Forum. Il consueto appuntamento della “gente che conta” quest’anno prova a darsi un’aurea meno da “casta” e più aperta al “confronto”. Ricorrendo, ovviamente, al web, e più in particolare a YouTube, dove è stato predisposto un canale apposito per aggregare tutte le idee degli utenti.
C’è tempo fino a stasera per pubblicare il proprio video. I più votati saranno proiettati durante il Forum alla presenza dei leader invitati. Che risponderanno alle proposte sempre su YouTube. Alla maniera dei “CNN/YouTube Presidential Debates” che tanto successo hanno raccolto negli Stati Uniti.
Dall’Italia, per il momento, non è arrivato nessun filmato. Mentre sono circa un’ottantina i video pubblicati da utenti del resto del mondo. Un ragazzo dall’Olanda propone di integrare Wikipedia e YouTube perché “possiamo imparare davvero molto dall’integrazione tra l’uno e l’altro”.
Un altro utente punta invece il dito contro le discriminazioni religiose e sessuali. E in questa clip propone di “unire il mondo” nel 2008.
La maggior parte dei video punta i riflettori sul tempa più “caldo” del momento: la riduzione delle emissioni di CO2.
Il più originale? Senza dubbio questo video:
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All’indomani dei primi test in Iowa e New Hampshire, una nuova variabile elettorale ha fatto irruzione nella sfida tra Obama, il seduttore, e Hillary, la gladiatrice: la “Generazione Facebook“. In una campagna caratterizzata da un massiccio presenzialismo 2.0 (oltre alla tv e alla stampa, gli spin-doctor dei rispettivi candidati hanno letteralmente invaso ogni angolo del web: social network, video-sharing, microblogging), per ora il popolo della rete sembra tifare compatto per Obama.
Certo, il senatore dell’Illinois intercetta meglio il voto giovanile con la sua enfasi sul cambiamento. E poi, fin da subito la sua strategia online si è dimostrata più fresca e pervasiva rispetto a quella di Hillary. Che ora, da buona gladiatrice, si vede costretta ad inseguire. Come? Copiando l’avversario, ovviamente. Promettendo, ad esempio, “la creazione di una squadra di blogger all’interno di ogni agenzia governativa” per “informare costantemente tutti i cittadini americani che pagano le tasse su come vengono investiti i fondi” (Obama aveva già parlato di un Ministro per le Tecnologie in una visita a Google). O lanciando all’ultimo momento un nuovo tool su Facebook (”Ask Hillary”) con tanto di video-risposte postate su YouTube.
Ask Hillary
Se ci fosse una correlazione diretta tra la popolarità online e le intenzioni di voto (e, lo diciamo subito, non c’è; anzi, la scottatura Howard Dean si fa ancora sentire…), Obama sarebbe già irraggiungibile per qualsiasi candidato democratico. Anche per la combattiva Hillary. Il sito TechPresident da un po’ di tempo traccia i trend online. E non c’è dubbio: il senatore nero vince su tutti i fronti. È quello che ha più sostenitori su Facebook (240mila contro i 70mila della Clinton) e Myspace (220mila contro 160mila). I suoi video su YouTube hanno ricevuto quasi 10 milioni di visite, contro i 4 milioni di Hillary. Il sito www.barackobama.com catalizza circa il 48% del traffico elettorale di questi giorni, secondo le rilevazioni dell’istituto Hitwise. E il senatore spopola anche per il merchandising venduto online. Sul fronte repubblicano è invece Ron Paul a catalizzare le preferenze degli internauti: il suo sito è tra i più visitati, e su YouTube riesce a superare anche Obama.
Con la battaglia per la visibilità che si sposta dalla tv alla rete, il marketing elettorale virale diventa un must. E così è tornata anche la Obama Girl con un nuovo video stile-Rambo che sta spopolando su YouTube. Chissà ora come risponderanno Hillary e Rudy Girl…
Obama girl
Cambiano anche le strategie messe in moto dalla reciproche “macchine del fango“. Sono già tanti i siti di “Fact” creati per screditare l’avversario (qui e qui due esempi). Ma non sempre si opera in maniera trasparente. I blogger d’oltreoceano già hanno segnalato casi sospetti di astroturfing. Dietro alla famoso filmato che accosta Hillary al Grande Fratello, sembra esserci la mano dello staff di Obama. Alla vigilia delle primarie, sul popolare blog democratico Blue Hampshire un supporter dell’ex first lady è stato beccato nel tentativo di registrarsi con diversi nomi utenti per mettere in buona luce Hillary.
LEGGI ANCHE: Mitt Romney conquista il Michigan, partita sempre più aperta tra i Repubblicani - Gli altri articoli sulle primarie - Guarda la GALLERY- Myspace
GLI SPECIALI: New York Times, Cnn, Washington Post, Youtube
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Chi vorreste vedere come prossimo presidente degli Stati Uniti?

Se è vero - come vanno ripetendo gli analisti del settore hi-tech - che il 2008 sarà l’anno del boom di massa per l’Internet mobile, ancora una volta Al Qaeda non si farà trovare impreparata. Il movimento fondamentalista islamico ha annunciato un nuovo upgrade tecnologico per la sua macchina propagandistica: i militanti sparsi per il mondo ora potranno scaricare i video-messaggi di Osama Bin Laden in un formato più leggero e predisposto per la visualizzazione sui cellulari. In rete già si trovano otto filmati pronti per il download e lo scambio via infrarossi o Bluetooth. Tra questi anche un tributo ad al-Zarqawi, il leader della resistenza terroristica in Iraq ucciso durante un raid americano del 2006.
L’annuncio dei nuovi video per cellulari è stato diffuso su diversi siti jihadisti attraverso As-Sahab (Le Nuvole), braccio mediatico di Al-Qaeda, che si occupa di realizzare e distribuire in tutto il mondo (e su qualsiasi media) i video-messaggi di Bin Laden&co con tanto di sottotitoli in più lingue.
I telefonini multimediali di ultima generazione si stanno diffondendo a macchia d’olio in tutto il Medio Oriente. E Al Qaeda ne ha subito intuito il potenziale propagandistico. Il discusso video con l’esecuzione di Saddam Hussein circolò fin da subito nel mondo arabo soprattutto attraverso il tam-tam via cellulare.
Poche settimane fa Ayman al-Zawahiri, guida ideologica di Al Qaeda, ha invitato “giornalisti, agenzie e semplici cittadini” occidentali a inviargli domande via web. Secondo il settimanale Newsweek si è trattato solo di un’altra astuta mossa pubblicitaria.
Certo è che, al di là delle motivazioni propagandistiche, al Qaeda deve molto del suo successo a Internet. Utilizzata per comunicare in maniera anonima e criptata, pianificare operazioni, condividere guide e materiali informativi, sedurre nuovi adepti. Forse sfruttata anche meglio rispetto a quanto hanno saputo fare gli americani con il loro costosissimo (e criticato) progetto di guerra network-centric.

Oltre centocinquanta antropologi, sociologi ed esperti di cultura locale spediti al fronte. Nel tentativo di gestire meglio due conflitti sfuggiti di mano in molte zone dell’Afghanistan e in Iraq, il Pentagono ha pensato di integrare le unità militari impegnate nei contesti più caldi con 26 Human Terrain Teams (qui un video del New York Times) chiamati a fornire consigli per favorire il dialogo con le popolazioni locali. Perché ora più che mai, la vera battaglia da vincere non riguarda il controllo del territorio, ma il superamento delle reciproche differenze (e diffidenze) culturali.
Un cambiamento di strategia che segna anche la sconfitta del paradigma tecno-centrico con cui gli Stati Uniti pensavano di poter conquistare i due paesi mediorientali, secondo Noah Shachtman, autore di un bel reportage su Wired (”Come la tecnologia ha finito col perdere la guerra: i network critici in Iraq sono umani, non elettronici”).
Dove per tecnologia è da intendersi la dottrina del “network-centric warfare” (Ncw) a cui si sono ispirate tutte le operazioni militari americane dell’ultimo decennio (qui un ricco speciale interattivo del Washington Post). Era il 1998 e due vice ammiragli statunitensi davano alle stampe “Network-Centric Warfare” (qui in versione pdf), volume destinato a far scuola e ad essere sposato in toto dal Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld negli anni successivi. Alla base la convinzione che la guerra è tutta una questione di gestione e organizzazione delle informazioni. Di qui la necessità di adottare il modello della rete e interconnettere tutti gli attori (umani e artificiali) impegnati al fronte. Decine di migliaia di unità sparse sul territorio avrebbero così agito in maniera coordinata ed efficace. Come un unico organismo. Il tutto attraverso una robusta dotazione tecnologica: telecamere, sensori, ricevitori Gps, satelliti-spia, mappe tridimensionali, computer e via dicendo. “Afghanistan, Iraq e Libano - scrive l’autore del reportage - sono stati i primi conflitti pianificati, lanciati ed eseguiti con le tecnologie e l’ideologia del network. Dovevano essere le guerre del futuro. E il futuro ha perso”.
O, meglio, è stata vinta la battaglia per la conquista del territorio, ma si sta rischiando di perdere quella ben più importante del nation-building. Ecco perché gli antropologi sono stati inviati al fronte: ora si tratta di interconnettere e ricostruire anche le reti sociali e umane. “Le guerre continueranno ad essere incentrate sui network - dice Wired - Ma alcuni network saranno sociali. Non collegheranno computer, aerei telecomandati e Humvee, ma tribù, sette, partiti politici e culture intere”.
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