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Non hanno avuto la stessa risonanza dei scontri nella banlieue parigina, ma anche in Olanda lo scorso mese di novembre ci sono stati violenti tafferugli tra la polizia e studenti. Le proteste sono esplose all’improvviso grazie al tam tam frenetico di messaggi sui cellulari e in rete scattato tra i giovani studenti.
Una forma di mobile activism non nuova e di cui si è discusso di recente a São Paulo nel corso di MobileFest, tre giorni di incontri su tecnologie mobili e nuovi processi di partecipazione democratica.
Il precedente più illustre di mobile activism risale alla Rivoluzione del 2001 scoppiata nelle Filippine. Un’enorme folla di cittadini si riversò nelle strade grazie ai messaggi di testo rimbalzati di cellulare in cellulare. E l’allora presidente Joseph Estrada, accusato di corruzione e sotto impeachment, fu costretto a dimettersi.
Durante i recenti disordini in Pakistan e Birmania, i telefonini hanno giocato un ruolo altrettanto cruciale per permettere agli attivisti di aggirare la legge marziale. Tanto che in molti paesi in cui la libertà di espressione è a rischio, si è iniziato anche a vietare l’uso degli Sms nei momenti più critici. In Bielorussia le autorità hanno bloccato del tutto il segnale durante le proteste dello scorso anno a Minsk. Salvo poi sfruttare la tecnologia a loro favore, inviando ai cittadini avvisi sui rischi di spargimento di sangue.
In occasione delle elezioni del 2005 in Cambogia, lo stato ha imposto “un periodo di tranquillità” proprio a ridosso delle consultazioni. Lo stesso è accaduto in Albania e Iran.
Anche le proteste anti-Giappone esplose a macchia d’olio in Cina due anni fa hanno preso via attraverso gli Sms. I media di stato si erano guardati bene dal dare risalto alle manifestazioni, per contenere il rischio di ulteriori incidenti diplomatici. Ma il tam tam via cellulare si è dimostrato altrettanto efficace. Addiritttura a Shanghai la polizia ha provato a richiamare alla calma inviando un messaggio per molti versi ambiguo (”Chiediamo alla gente di esprimere la vostra passione patriottica attraverso i giusti canali, seguendo la legge e mantenedo l’ordine”).
Non solo semplici messaggi di testo, comunque. I cellulari costituiscono una potente arma di denuncia anche per la possibilità di riprendere eventi che non avrebbero la giusta visibilità. Proprio su questo fronte, da tempo è scesa in campo Witness, l’associazione creata da Peter Gabriel per denunciare abusi dei diritti umani (si veda questo articolo).

“Una grande vittoria”. Così Mahmoud Ahmadinejad ha definito il recente rapporto (qui in formato pdf) con cui i servizi segreti americani hanno fatto dietrofront sul dossier atomico: l’Iran ha sospeso il suo programma nucleare dal 2003 (il che ha procurato non pochi imbarazzi a George W. Bush). “È stato l’ultimo colpo a coloro che con falsi slogan e pretesti hanno creato per alcuni anni un’atmosfera di minacce, tensioni e preoccupazioni” ha spiegato Ahmadinejad in un messaggio televisivo trasmesso a reti unificate. Ma da un anno a questa parte il leader ultraconservatore iraniano non sembra volersi accontentare soltanto dei fin troppo allineati media televisivi nazionali. E ha iniziato a lanciarsi anche nella comunicazione online. Non solo attraverso le ingessate e agiografiche pagine istituzionali, ma anche attraverso un blog personale. Ovvero il massimo dell’apertura e del confronto aperto con i cittadini. Almeno in teoria. Tutti i contenuti sono tradotti in quattro lingue (inglese, francese, arabo, persiano) per favorire il dialogo con gli utenti di tutto il mondo.
Un rischio che espone il regime a critiche inattese o un’azzeccata mossa propagandista, per costruirsi una reputazione up-to-date tra le giovani generazioni ? Entrambi le cose, a osservare come lo staff ha gestito il blog in questo primo anno di vita. Dopo diversi mesi di abbandono, di recente Ahmadinejad ha preso a postare più di frequente. Ammettendo anche di leggere tutti i commenti, sia quelli più critici che quelli di incoraggiamento. E in parte il risultato è centrato: molti messaggi di ammirazione provengono proprio da utenti occidentali. Colby Brown dagli Stati Uniti scrive: “Dio benedica l’Iran. Bush e Israele non sono sicuri per l’Iran”. “Congratulazioni per il discorso alla Columbia University. Spero che l’Iran riesca ad ottenere il nucleare”, scrive un altro americano all’indomani della visita alla storica università di New York.
Olli Hämäläinen, di origine finlandese, ci va giù pesante: “Sono un tuo grande fan. Ammiro il tuo lavoro come politico. Io e i miei amici siamo d’accordo con le tue opinioni e pensieri, soprattutto a proposito di Israele”. La redazione sostiene di non censurare nemmeno i commenti più critici (”Come ci si sente ad essere il Presidente più odiato del mondo?” chiede un inglese) e di odio. Del tipo: “Muori lentamente”; “Sei un essere umano terribile e deprecabile”. Molti iraniani fanno esercizio di libera espressione: “Sono uno dei 50 milioni di iraniani che non ti hanno votato”; “Invece di tutti questi viaggi in provincia senza senso, la falsa propaganda di stato in Tv e le tante notizie irreali, non potresti calarti di più nel cuore della società?”. Certo, in un paese in cui l’accesso a Internet è imbrigliato e controllato, questa presunta apertura online sa un po’ di beffa e di propaganda. Al momento del lancio, Keivan Mehrgan, un blogger di Teheran, ha parlato di semplice operazione pubblicitaria: “Ahmadinejad non ha avuto mai a che fare con Internet. Tra l’altro ha sempre detto peste e corna di giornalisti e Internet prima di diventare presidente”.
![[/i], di Jamila Mujahed<br /> Con il patrocinio di Amnesty International<br /> Donzelli editore](http://gallery.panorama.it/albums/userpics/10053/normal_BURKA_Brutto_Tempo.jpg)
“Si conosce il valore della libertà solo quando si è rimasti in prigione per almeno un minuto”. Parola di Jamila Mujahed, una delle più note e impegnate giornaliste afghane, in Italia in questi giorni per la presentazione di “Burka!” (Donzelli), volume ironico e tagliente sulla vita quotidiana a Kabul, frutto del lavoro a quattro mani con l’illustratrice Simona Bassano di Tufillo (leggi anche: Jamila Mujahed: Burka, quando il mondo si fa buio) .
Jamila è stata la prima giornalista ad annunciare da Radio Kabul la caduta del regime dei Talebani. E per l’occasione è stata anche la prima donna ad apparire pubblicamente senza burka. Cresciuta in una famiglia aperta, non era mai stata costretta a coprirsi con quell’ “orrendo abito-prigione”, fino a quando non sono arrivati i Talebani, appunto: “Non l’avevo mai indossato - spiega a Panorama.it - Così, ne presi in prestito uno dalla mia vicina di casa, chiedendole anche il favore di aiutarmi ad indossarlo. Subito mi sembrò come se il mondo intero a un tratto si facesse buio. La rete davanti agli occhi mi faceva vedere tutto sfocato. Mi sentivo piccola e perdevo il senso della mia persona”. E così per cinque lunghi anni.
“Quando i talebani sono stati scacciati da Kabul, mi sono sentita subito libera e ho pensato che finalmente il mondo mi sorrideva di nuovo”. Un’illusione durata poco, però. Nonostante le prime elezioni democratiche e l’adozione di una costituzione per molti versi avanzata, nel paese il clima è rimasto pesante: “In Parlamento siedono molti comandanti che in questi anni hanno fomentato la guerra. In quanto a libertà e rispetto dei diritti umani, molti di loro non sono per niente diversi dai Talebani”. Jamila Mujahed parla anche di Daniele Paladini, il maresciallo capo del secondo reggimento pontieri di Piacenza ucciso sabato scorso in Afghanistan: “ha rappresentato l’Italia in Afghanistan e la sua morte ha rafforzato l’amicizia fra i nostri paesi. Noi saremo sempre orgogliosi anche di lui per il sangue che ha versato e per ciò che gli italiani stanno facendo”.
Mujahed racconta una nazione ancora lacerata, dove è più che mai difficile perseguire la libertà di informazione. “Spesso non posso scrivere un briciolo di quello che penso. Almeno fino quando non ci sarà sicurezza non potrò farlo”.

In tutta questa instabilità, le donne continuano ad essere vittime di violenza e profonde disparità: “In molte regioni dell’Afghanistan e nella stessa Kabul non c’è stato nessun miglioramento. Di recente una quattordicenne è stata ’scambiata’ con il cane di un comandante. Molte altre si bruciano o si gettano nei fiumi perché non riescono a sopportare tutte queste pressioni. Spesso non sono neanche a conoscenza dei diritti garantiti dalla Costituzione”. Ecco perché Jamila Mujahed è ora più che mai impegnata nella sua battaglia di sensibilizzazione: “Dirigo l’unico settimanale femminile del paese e dedico molto del mio tempo a The Voice of Afghan Women’s Association and Radio. Proviamo a smuovere la coscienza delle donne afghane, attraverso una radio, corsi, conferenze. Ma per vincere questa battaglia c’è bisogno di non essere lasciate sole dal mondo occidentale”, dice Jamila ricordando un proverbio tradizionale afghano: “Quando vuoi andare da qualche parte, se il tuo cuore lo vuole davvero, il tuo piede è più veloce”.
LA GALLERY TRATTA DA BURKA!

Peter Gabriel scende di nuovo in campo per la difesa dei diritti umani. E lo fa rivolgendosi ai video-attivisti e cittadini che attraverso i loro filmati intendono denunciare dal basso situazioni di violazione o abusi. The Hub è il nome del network lanciato in questi giorni in rete e che è stato subito battezzato come lo “YouTube per i diritti umani“. “Carica, Guarda, Condividi, Agisci” lo slogan del progetto che, a regime, funzionerà come un potente megafono per tutti quei contenuti diffusi attraverso i siti di video-sharing o i video-blog indipendenti e che spesso finiscono per disperdersi senza avere la giusta visibilità. È il caso dei filmati ora proposti in home: una manifestazione per i diritti delle donne a Teheran, una protesta a Pechino contro il governo per la morte sospetta di un insegnante, gli scontri tra polizia e dimostranti in Birmania, filmato presente anche su Youtube:
E come YouTube, anche The Hub offre molteplici strumenti di community e condivisione per permettere agli utenti di far circolare meglio i video e così sensibilizzare il maggior numero di persone.
The Hub è la prosecuzione in chiave web 2.0 di un percorso intrapreso nel 1992 dall’ex-cantante dei Genesis con Witness, l’organizzazione che da anni denuncia le violazioni dei diritti umani in tutto il mondo attraverso filmati prodotti dal basso.
![[i]26 settembre 2007[/i] - Almeno quattro persone, tra cui tre monaci buddisti, sono state uccise e un altro centinaio, tra cui 50 religiosi, sono rimaste ferite oggi a Yangon nella repressione, da parte delle forze dell'ordine, delle manifestazioni di protesta contro la giunta militare, secondo quanto riferito da responsabili birmani e testimoni.<br /> Una fonte ospedaliera ha detto che un civile è stato ucciso e tre sono rimasti feriti da colpi d'arma da fuoco. Tra i feriti figura una donna, colpita al petto.<br /> [i](Credits: Ansa)[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/upload/foto-settembre/myanmar/26set/normal_myanmar26set-10.jpg)
Jotman vive tra la Birmania e Thailandia e ha appena vinto il “Premio Speciale - Reporters Sans Frontieres” di Best of Blogs (BOBs), il concorso internazionale organizzato ogni anno dalla Tv di stato tedesca. Da mesi il suo blog racconta l’evoluzione della crisi birmana. Basta scorrere gli ultimi post per rendersi conto di come la situazione continui ad essere drammatica, nonostante la copertura dei grandi media occidentali sia vistosamente scemata. Jotman di recente ha intervistato il leader della proteste di settembre dei monaci, ora esule in Thailandia: si chiama Ashin Kovida, ha 24 anni e in questo video racconta la sommossa dal suo punto di vista.
A proposito di punti di vista, in questo post l’autore di Fifty viss spiega fin dove si sta spingendo la contropropaganda governativa: “Oggi ho notato una novità su Myanmar.com, il portale ufficiale del governo birmano. Una pagina titolata “Photo@Myanmar.com” contiene una serie di immagini contro le proteste, il governo americano, i media occidentali (particolarmente la Bbc, Voice of America e Radio Free Asia, le tre principali emittenti radiofoniche in Birmania) e la guerra in Iraq”. In effetti, diversi fotomontaggi giustappongono foto delle guerre in Afghanistan o di Abu-Ghraib a quelle di una Birmania ricca e florida (per lo più palazzi fatti costruire nella nuova capitale, spiega l’autore del blog). A seguire domande del tipo: “Puntiamo al progresso o al declino?”.
In questo filmato una annunciatrice mette in guardia dalla fonti d’informazione occidentali:
Negli ultimi giorni a calamitare l’interesse dei blogger è stato per lo più il summit dell’Asean (Associazione dei paesi del sud-est asiatico). Su molti siti si sono moltiplicate le manifestazioni, gli appelli (e le speranze) per una dura presa di posizione da parte dei paesi limitrofi, se non altro sulla questione della violazione dei diritti umani. Ma, al di là di alcune dichiarazioni formali, l’incontro si è concluso con un nulla di fatto. Anzi il regime di Myanmar è riuscito a far cancellare un incontro con l’inviato speciale delle Nazioni Unite, Ibrahim Gambari. L’Ue e l’Asean hanno comunque diffuso una dichiarazione congiunta in cui chiedono la liberazione dei detenuti politici in Birmania. Riproponendo la foto del vertice, l’autore di ko htike chiede (sarcasticamente) ai lettori: “Cosa c’è di strano in questa immagine?” Risposta: “Tutte le mani dei leader sono nella giusta posizione tranne quelle di Thein Sein (generale della Birmania, il quarto da destra, ndr). Questo per dire che la giunta sta andando contro tutti. O sbaglio?”. In effetti, i generali continuano ad andare avanti per la loro strada. E ad usare le maniere forti, con gli omicidi e gli arresti di massa a farla da padrone. Democratic Voice of Burma, l’agenzia di giornalisti birmani esuli da anni in Norvegia, racconta del cruento intervento della polizia al concerto di un noto rapper locale (G-Tone) che è stato portato via per aver mostrato al pubblico un tatuaggio con due mani giunte in segno di preghiera. E, si sa, di questi tempi il regime non apprezza molto i riferimenti espliciti alla religione. Che il clima continui ad essere molto pesante sono in tanti a spiegarlo. Questo blog parla esplicitamente di “genocidio birmano”. Altrettanto forti le parole di May Nyane (tradotto qui in inglese): “Durante il giorno di luna piena della scorsa settimana c’è stato spargimento di sangue in Birmania. Il dolore è stato stato devastante: in tutta la mia vita di 40 anni non mi sono mai ritrovata a provare sensazioni così estreme di tristezza, agonia, imbarazzo e ansia”.

Non solo conosciituoidiritti2008. L’Onu prova a potenziare le proprie strategie comunicative online e, con l’aiuto di due giganti dell’Information Technology (Google e Cisco), ha lanciato un sito web (www.mdgmonitor.org) per tenere sotto controllo il livello di povertà nel mondo. “Traccia, impara, supporta” recita il claim dell’iniziativa, che attraverso mappe interattive di Google Earth, profili e news aggiornate, intende monitorare come e se i 190 paesi membri delle Nazioni Unite si stanno impegnando sul fronte dei Millennium Development Goals. E cioè gli otto obiettivi minimi da raggiungere entro il 2015 per porre un freno al crescere delle disparità globali. Non solo quelle economiche, ma anche l’accesso al sapere e all’educazione, la sanità (HIV, mortalità infantile), la sostenibilità ambientale. Guarda questo video realizzato da Good Magazine.
“Per la prima volta nella storia, il mondo ha a disposizione i mezzi per dimezzare la povertà nel mondo. In definitiva si tratta di una questione di volontà politica. Non c’è nessuna sfera di cristallo. Ma le risorse, le conoscenze e gli strumenti per raggiungere gli obiettivi esistono” ha spiegato il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon.
MdgMonitor vuole quindi essere uno strumento per stimolare i governi, ma anche per sensibilizzare meglio un pubblico spesso poco informato sui temi della povertà e dello sviluppo.

Tra dibattiti su YouTube, profili di Facebook e MySpace, conversazioni su Twitter, i candidati per le presidenziali Usa del 2008 stanno letteralmente invadendo la rete. Un presenzialismo in salsa 2.0 che spesso finisce col produrre l’effetto opposto a quello desiderato. Come nel caso delle “posizioni pericolose” di alcuni banner pubblicitari di Mitt Romney, governatore del Massachuttes, in pole position insieme a Rudolph Giuliani per la vittoria delle primarie del Partito Repubblicano. Lo scorso agosto un’inserzione con l’invito ad “unirsi al team di di Mitt” è comparsa per errore su Gay.com. Niente di strano, se non fosse che Romney corteggia da sempre le minoranze religiose dell’elettorato Usa, manifestando apertamente la sua contrarietà ai matrimoni tra omosessuali. Come ben spiega in questo video.
Per fare un paragone (forzato) con l’Italia, è come se i banner elettorali di Rocco Buttiglione (che parla di omosessualità in termini di “disordine morale“) o Giancarlo Gentilini (vicesindaco di Treviso famoso per le sue esternazioni omofobe) comparissero su Gay.it. Immaginate le reazioni degli utenti? Ad ogni modo, lo staff di Romney ha subito provveduto a far rimuovere le inserzioni, facendo anche un po’ di mea culpa: “Internet - ha dichiarato al New York Times il direttore della sua strategia online - è un terreno ancora poco battuto, e ognuno sta cercando di capirlo meglio”. Eppure gli investimenti di certo non mancano. Anzi, procedono a tappeto, come se il web fosse la tv o la stampa.
Secondo un report dell’istituto di ricerca Nielsen (disponibile qui in pdf), Romney è il candidato con la più potente macchina da marketing online, seguito da Bill Richardson e Barack Obama. Anche quest’ultimo, tra l’altro, di recente è stato vittima di un incidente imbarazzante: una sua inserzione pubblicitaria è apparsa su una pagina di Amazon dedicata a un volume (”The Israel Lobby and U.S. Foreign Policy”) considerato antisemita. Altrettanto pericolose le posizioni di alcuni banner di Rudolph Giuliani pubblicati su Daily Kos, influente blog allineato con i Democratici. O quelle su Iwon.com, frequentatissimo casinò online, di Hillary Clinton, una delle candidate più bersagliate dalla contro-propaganda generata dal basso.
Nonostante questo overload di presenza online, molti utenti ancora si rivolgono ai motori di ricerca per informarsi sul proprio candidato. Al proposito, l’istituto di ricerca Hitwise ha anticipato su Time alcuni dati davvero bizzarri. Al di là di temi molto sentiti (come la sanità e le tasse), i navigatori ricercano soprattuto informazioni su questioni come “la casseruola di Hillary Clinton” o il suo taglio di capelli. Lo stesso per gli altri candidati: numerose richieste riguardano “Rudy Giuliani travestito” (curiosità alimentata da alcune foto che circolavano qualche anno fa) o maggiori informazioni sulla voce (poi smentita) secondo cui Obama da piccolo avesse frequentato una Madrasa.

Yoani Sanchez ha 32 anni e dallo scorso agosto scrive regolarmente su GeneracionY, un blog sulla vita quotidiana a La Habana, per niente docile nei confronti del regime dei fratelli Castro. Parla dei severi controlli della polizia, dell’informazione manipolata in Tv, dei discorsi “al limite della sopportazione” di Fidel. Per lei le cose non sono così facili come nel resto del mondo occidentale: per aggiornare il blog è costretta a infiltrarsi negli alberghi, fingersi una turista e buttare giù velocemente l’ultimo post, evitando così di pagare cifre esorbitanti (le tariffe riservate agli stranieri sono proibitive: 6 dollari l’ora, l’equivalente di due settimane di lavoro), come racconta anche l’International Herald Tribune.
Yoani, come altri milioni di cittadini cubani, non dispone del permesso governativo per accedere a Internet. Su 11 milioni di abitanti, solo 200.000 sono autorizzate ad utilizzare liberamente il world wide web. Si tratta del numero più basso di tutta l’America Latina, come denunciato Reporters Sans Frontières in questo dossier presentato un anno fa circa. Il governo si difende scaricando la colpa sull’embargo statunitense: fatto sta che al momento solo stranieri, impiegati, docenti universitari e giornalisti (tutte persone facilmente controllabili) dispongono dell’autorizzazione. Il resto della popolazione può accedere solo alla mail attraverso le postazioni situate in tutti uffici postali (ulteriori informazioni in questo speciale della Bbc).
Nonostante questa vigilanza preventiva, il sistema di censura cubano è però molto meno scientifico e capillare rispetto a quella di altri regimi. “Ci stiamo avvantaggiando di un settore ancora non regolamentato”, scrive Yoani su GeneracionY, il cui dominio, come quello di altri blog dissidenti, è ospitato su server stranieri. Ma tanto basta a smuovere le acque nello scenario conformista dell’informazione cubana, dove un giornalista rischia fino a 20 anni di carcere se colto a scrivere articoli “contro-rivoluzionari” per fonti straniere. L’autore anonimo di “Mi isla al mediodia” ha spiegato all’International Herald Tribune che il blog gli sta permettendo di affrontare questioni su cui nessuno osa scrivere: “L’intolleranza al dissenso è sempre la regola a Cuba, anche se la società sta iniziando ad adottare la diversità di opinioni”.
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