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Dopo anni trascorsi sul lurido materasso di un bordello, in attesa di soddisfare qualche cliente e potersi pagare la cena, Indra era fin troppo abituata a vedersi sottrarre con la forza i propri magri guadagni nelle umide nottate di Mumbai. E quando non c’erano di mezzo papponi ubriachi e strozzini c’era il tempo, implacabile, a rubarle la bellezza. Oltre alla speranza di uscire da un circolo vizioso che la teneva in trappola fin da bambina. Eppure da qualche settimana, questa prostituta di mezz’età può finalmente realizzare il suo sogno: quello di risparmiare qualche rupia per mandare a scuola suo figlio. Un sogno possibile grazie alla nascita della Sangini Women’s Cooperative Society, una banca fondata per aiutare le decine di migliaia di prostitute che popolano il distretto di Kamathipura, a Mumbai. Relegate negli scantinati di una società fortemente conservatrice, maltrattate, sfruttate e minacciate dalle malattie, le prostitute dei quartieri più poveri dell’India devono spesso pregare di non veder sparire in una sola notte i risparmi di una vita. Molte sono analfabete e non hanno documenti. Nessuna banca darebbe loro un conto. Per non parlare dei prestiti.
Ma se fino a poco tempo fa aprire un conto per le “sex workers” indiane sembrava un’impresa impossibile, ora attivisti indipendenti e organizzazioni non governative stanno mettendo in piedi strutture finanziarie proprio per le randi, le donne di strada. Bastano un po’ di fiducia e l’impronta del pollice su un modulo. Ci penseranno gli impiegati della banca a passare dal loro bordello per farsi fare un versamento e rilasciare una ricevuta. E se c’è bisogno di un finanziamento per aprire una piccola attività e lasciare per sempre gli inferi dei quartieri a luci rosse, non c’è problema. Basti pensare a quello che sono riuscite a fare – in soli dodici anni – le ex prostitute che a Kolkata (ex Calcutta) hanno fondato una banca per le ragazze di Sonagachi, il distretto a luci rosse della megalopoli del Golfo del Bengala: un luogo tetro e lugubre, che di notte odora di verdure marce, alcol e urina, dove diecimila donne di ogni età e provenienza aspettano clienti agli angoli dei lupanari, o rinchiuse nei bordelli. Dal 1995, molte di loro si sono aggrappate alla Usha Multipurpose Cooperative Society, che forniva prestiti per mandare i figli a scuola, per l’assistenza medica, o per cominciare un’attività. Oggi la banca si è ingrandita al punto di progettare l’apertura di filiali in tutto lo Stato. Questo grazie a un capitale di circa 200 milioni di rupie (3 milioni e mezzo di euro), con il quale punta dritto a investire nell’universo corporate. Se tutto va bene, a fine anno Usha (che significa “Alba”) avrà 20mila clienti. “Mettendo da parte qualche risparmio ogni giorno, queste donne riescono a uscire dal circolo vizioso di dipendenza dalle matrone dei bordelli e dagli strozzini”, dice Shilpa Merchant, una delle fondatrici di Sangini Women’s Cooperative Society. “Questo dà anche loro la possibilità di scegliere di rifiutare i clienti che non vogliono utilizzare il preservativo. Prima si sentivano costrette a farlo: temevano di restare senza soldi”.

L’hanno trovato in una stanza d’albergo di un paesino del Nepal meridionale, dove si era nascosto, braccato dall’Interpol e dalla polizia indiana e nepalese, presso i cui commissariati era conosciuto con il soprannome di “Dr. Horror”.
Poche ore dopo, si è ritrovato sbattuto sulle prime pagine di tutta l’India e del mondo, con titoli e occhielli a snocciolare il suo curriculum di nefandezze all’interno di un inquietante, quanto odioso, business sotterraneo: quello del traffico di organi, di cui Kumar, alias Santosh Rameshwar Raut, è sospettato essere uno dei boss più potenti.
Il servizio della New Delhi Television:
Infatti gli attribuiscono circa 500 espianti illegali – soprattutto di reni – ai danni di disperati o contadini indebitati, disposti a farsi strappare un pezzo del proprio corpo per un gruzzolo di rupie, mentre i loro organi venivano impiantati nei corpi di una clientela in grado di spendere fino a 50mila dollari ad operazione.
Un racket internazionale con richieste da tutto il mondo, che il Dr. Horror gestiva da una clinica nella città satellite di Gurgaon, vicino a New Delhi, dove affluivano centinaia di disperati delle classi più povere dell’India rurale
(e qui un VIDEO servizio di Abc news).
Oltre a una rete di medici, paramedici, infermiere, ospedali privati, centri diagnostici e cliniche specializzate, gli investigatori della capitale – che da alcune settimane avevano intensificato la caccia all’uomo – avevano scoperto l’esistenza di alcune gang che operavano direttamente per Kumar.
Loschi individui si aggiravano nelle regioni e negli Stati intorno alla capitale, proponendo lavori ben pagati e reclutando contadini e immigrati, che venivano poi portati in uno dei centri di trapianto. Una volta dentro, ai malcapitati veniva proposta una cifra tra i 1000 e i 2500 dollari per “vendere” un rene. Chi si è rifiutato ha raccontato di essere stato drogato e operato lo stesso, per poi finire di nuovo sulla strada, mentre il suo rene veniva subito venduto e impiantato.
Solo pochi giorni fa, Mohammad Salim, un 33enne disoccupato, aveva raccontato la sua disavventura all’Associated Press. Era stato portato in una clinica clandestina, dove gli avevano puntato la pistola alla tempia e iniettato una sostanza che l’aveva fatto crollare a terra, privo di sensi. Al risveglio, un tizio con il volto coperto da una mascherina lo aveva informato che gli era appena stato tolto un rene e che, se avesse parlato, sarebbe stato finito a colpi d’arma da fuoco.
Ma qualcuno a Gurgaon si era insospettito, dopo aver visto rivoli di sangue e brandelli di carne finire negli scarichi intorno alla casa trasformata in clinica. E durante un raid, avvenuto alla fine di gennaio, la polizia aveva trovato una lista di 48 persone, tra cui tre greci e due americani, in attesa di trapianto. Il grande ricercato, Amit Kumar, non c’era.
Quando l’hanno arrestato, il Dr. Horror aveva con sé una valigia con valute in contanti dal valore di oltre 170mila euro, parte delle quali – come sostiene il Times of India – sarebbero state offerte agli ufficiali di polizia in un ultimo, disperato tentativo di svignarsela. Gli è andata male.
Ma purtroppo pare non essere l’unico a speculare sul traffico d’organi. Recentemente un altro ospedale, il Faridabad’s Sriram Hospital, in Asia era finito nel mirino con lo stesso terribile sospetto. Il medico che la gestiva è stato arrestato e la polizia ha scoperto ben 55 conti bancari intestati a suo nome in varie parti del mondo
Il video girato all’interno della clinica:

Da qualche giorno, la contea metropolitana di Manchester, nel Regno Unito, dispone di un’unità di polizia molto particolare: la Greater Manchester Police Muslim Association. Si tratta di un gruppo di agenti di origini mediorientali e asiatiche, provenienti dalle numerose comunità di immigrati musulmani.
La loro funzione è quella di combattere il fenomeno della cosiddetta “islamofobia”, in aumento dopo gli attentati – messi a segno e falliti – tra Londra e Glasgow negli ultimi due anni.
L’unità, composta da uomini e donne, era stata pensata 18 mesi fa, ma è entrata in funzione solo al termine del Ramadan di quest’anno.
“Vogliamo assistere i colleghi musulmani nell’osservanza della fede, promuovendo la conoscenza dell’Islam nel corpo di polizia di Manchester”, ha dichiarato il sergente capo Yusef Dar. “In questo modo lavoreremo meglio per l’intera comunità”.
Con una presenza del 9,1% su una popolazione di oltre 400mila abitanti, la comunità musulmana è una delle più grandi di Manchester, quinta città britannica.
La consistente presenza di immigrati provenienti dall’Asia Meridionale (India, Pakistan e Bangladesh) ha generato problemi nel passato recente della Contea metropolitana della città. Nel maggio del 2001, la città di Oldham era stata teatro di due giorni di violenti scontri a sfondo razziale e saccheggi.
I disordini si erano spostati poi in altre città con forte presenza di immigrati musulmani. I successivi attentati dell’11 settembre 2001 negli Usa e del 7 luglio 2005 a Londra, oltre alla scoperta di piani per altri attacchi in territorio britannico, hanno creato un clima di diffusa islamofobia, in un Paese dalle cui moschee sono usciti anche giovani jihadisti pronti a tutto.
L’unità della polizia di Manchester mira ad affrontare il problema alla radice, combattendo il pregiudizio verso i musulmani. “Vogliamo insegnare la cultura islamica agli ufficiali di polizia, affinché possano capire meglio le esigenze della coomunità musulmana quando ci avranno a che fare”, ha aggiunto Yusef Dar.

A un mese dalle manifestazioni guidate dai monaci e schiacciate dallo stivale di una giunta militare sempre più impopolare, la Birmania e le campagne “vestiamoci di rosso” sono praticamente sparite dal nostro circuito mediatico. Eppure a Yangon e nel resto del Paese le proteste di settembre e le pressioni internazionali sembrano aver innescato alcuni importanti cambiamenti di facciata. La giunta ha acconsentito a organizzare un incontro con la leader dell’opposizione e premio Nobel per la Pace, Daw Aung San Suu Kyi, ripreso dalle telecamere di tutto il mondo. Il governo birmano ha inoltre fatto scarcerare 70 dissidenti imprigionati durante gli scontri del mese scorso, compresi una cinquantina di membri del partito della stessa Suu Kyi.
Tuttavia, mentre l’ex premio Nobel e il rappresentante del governo tornavano a dialogare – la Suu Kyi ha lasciato i domiciliari per la prima volta dopo 4 anni (ed è stata reclusa per 12 degli ultimi 18 anni) - nell’ex capitale è tornata aria di repressione. L’esercito è stato dispiegato in strada e intorno ad alcune importanti pagode da cui quattro settimane fa era partita la protesta color zafferano dei monaci. È probabile che la giunta voglia prevenire simili manifestazioni e, nel contempo, mostrare aperture verso la Suu Kyi, gli attivisti democratici e i monaci. Anche se, nelle ultime ore, il sito Asia News ha pubblicato alcune foto di cadaveri di religiosi orribilmente massacrati dai soldati della giunta, “che proprio oggi diffonde alle telecamere di tutto il mondo il suo goffo tentativo di “riconciliarsi” con i monaci buddisti”.
Come se non bastasse, un rapporto appena pubblicato dall’organizzazione internazionale Human Rights Watch punta il dito contro l’esercito birmano, che continuerebbe ad attaccare, lontano dalle telecamere, i villaggi abitati dalle minoranze etniche del Paese al confine con la Thailandia. Secondo il rapporto, quasi 100mila sfollati si starebbero nascondendo dai soldati, mentre più di 400mila persone vivrebbero in aree controllare dai militari.
“Oltre ad attaccare i monaci e gli attivisti per la democrazia a Yangon, la giunta militare sta costringendo le minoranze etniche a fuggire dalle proprie case nelle zone di confine”, ha detto Brad Adams, di Human Rights Watch – Asia. Tra questi figurano molti membri dell’etnia Karen, da anni una delle più vessate dal regime, spesso accusato di pulizia etnica e repressione religiosa (i Karen sono in maggioranza cristiani. Su questo argomento leggi Le etnie birmane in lotta contro la Giunta). Nelle campagne, gli oligarchi di Yangon sembrano disposti a tutto fuorché al dialogo.
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Per tredici anni è stata la moglie di uno dei banditi più temuti della storia dell’India, e in seguito – per i tre successivi alla sua morte – una vedova silenziosa, nascosta in un villaggio nelle foreste del Tamil Nadu. Tuttavia, quando un canale locale ha annunciato il lancio di una colossale serie televisiva sulla vita di suo marito, V. Muthulakshmi si è esposta ai riflettori delle telecamere, e con gli occhi pieni di lacrime ha gridato “No! Risparmiate questo spettacolo ai miei figli!”.
Per ora, il giudice di un tribunale di Chennai le ha dato retta, bloccando la messa in onda di Santhanakadu: una serie di 125 puntate sulla storia di Koose Muniswamy Veerappan, il leggendario fuorilegge che – dalla metà degli anni ‘80 fino al suo assassinio, nell’ottobre del 2004 – ha terrorizzato l’India meridionale e umiliato le autorità di ben tre Stati.
Nato all’inizio degli anni ‘50 in una famiglia di allevatori nel villaggio di Gopinatham, Veerappan si unì a una banda di bracconieri che si arricchivano trafficando avorio e legno di sandalo. Il giovane gangster divenne presto il leader di una banda che prendeva a rivoltellate poliziotti e informatori, e presto si dedicarono al business dei rapimenti. I numerosi tentativi della polizia indiana di catturarlo andarono a vuoto per un ventennio, anche perché Veerappan sapeva come corromperla. O come vendicarsi per ogni nuova imboscata. Gli agenti che finivano nelle sue mani venivano fucilati, decapitati o fatti saltare in aria. Pare che una volta abbia addirittura strangolato uno dei suoi figli in fasce, per paura che i suoi pianti richiamassero l’attenzione di alcuni poliziotti nei paraggi. Le autorità gli hanno attribuito circa 120 omicidi, che avevano fatto lievitare la sua taglia a oltre un milione di dollari.
Dopo la sua morte, avvenuta per mano di una task force della polizia del Tamil Nadu tre anni fa, il regista locale V. Gauthaman aveva intervistato numerosi abitanti dei villaggi infestati dai banditi di Veerappan, ricostruendo la sua storia. L’attesa serie sarebbe dovuta partire il 15 ottobre, prima che la vedova di Veerappan si appellasse alla giustizia per fermare la messa in onda. Le due figlie sono ancora giovani, e la madre non vuole che rivivano l’intera vicenda. Risultato: tutto bloccato, fino a una nuova decisione del giudice.
Un fatto simile era già accaduto in India nel 1994, quando la famosa regina dei banditi, Phoolan Devi, che alcuni anni prima aveva negoziato una resa con il governo indiano, si oppose all’uscita di un film sulla sua vita, Bandit Queen, a suo dire un po’ troppo fantasioso. Poi, una consistente offerta in denaro da parte della produzione la convinse a ritirare la causa. Potrebbe essere un’idea, anche per i produttori delle 125 puntate su Veerappan. Ma riuscirebbe una cifra sostanziosa a dissuadere una madre preoccupata?

Dodici anni dopo il massacro della metropolitana di Tokyo, il Giappone rivive l’incubo delle sette religiose, protagoniste ancora una volta di un inquietante fatto di cronaca nera.
La polizia giapponese ha arrestato l’altro giorno una ventina di donne appartenenti alla setta Kigenkai, con l’accusa di aver picchiato a morte un’adepta colpevole di non aver eseguito correttamente un rituale. La vittima, Motoko Okuno, una 63enne proprietaria di un ristorante sushi della città di Komoro, era stata trovata uccisa in circostanze poco chiare il mese scorso. I suoi familiari sono coinvolti nell’inchiesta, con l’accusa di occultamento di evidenza. Le indagini delle autorità nipponiche si sono poi concentrate sulla setta frequentata dalla donna.
Nato nel 1970, quello Kigenkai è un culto legato allo Shintoismo, una delle due religioni dominanti del Giappone. Una delle sue regole consiste nel costringere l’intero nucleo familiare dell’adepto a unirsi alla setta, che conta circa 300 persone in tutto, concentrate nella prefettura nord-occidentale di Nagano. Gli abitanti della zona si sono spesso lamentati delle attività della Kigenkai, tra le quali sono previste offerte votive di frutta e verdure in un fiume. Oltre a questo, i membri della Kigenkai si occupano della vendita di pietre “magiche” e bottigliette d’acqua che – a loro dire – curerebbero ogni malattia. Infatti costano svariate centinaia di euro.
L’omicidio della sventurata Okuno getta una nuova ombra su un fenomeno molto comune in Giappone, che a volte ha scritto alcune delle pagine più nere della sua recente storia contemporanea. Molti ricorderanno il famoso attentato del 1995 nella metropolitana della capitale, quando alcuni membri della setta Aum Shinrikyo sprigionarono dosi di gas sarin, uccidendo 12 persone e avvelenandone tra le 4 e le 6mila.
Tra le varie sette apocalittiche ne figura un’altra, chiamata Panawave Laboratory, i cui membri quattro anni fa attesero l’arrivo di un Armageddon elettromagnetico coprendo gli alberi e le sponde di un fiume in una prefettura con dei grossi lenzuoli bianchi. L’elenco è ancora lungo, e le cronache giapponesi abbondano di bizzarrie e stranezze legate a piccole e medie sette locali.
Secondo alcuni esperti del fenomeno, la crescita di queste sette in Giappone è dovuta alla reazione di una società che, dopo una forte crescita economica negli anni ‘70 e ‘80, ha dovuto in seguito affrontare crisi e forti cambiamenti sociali, perdendo stabilità e fiducia nel futuro.

da New Delhi
Se lo state cercando basta che vi rechiate nel quartiere di Munirka, chiediate in giro del ristorante Anupam, e dopo averlo trovato giriate in una viuzza che porta dritto a uno spiazzo erboso dove i bambini della zona giocano a cricket. Oppure, più semplicemente, chiedete a un negoziante qualsiasi se ha visto passare Ifzhal: piccolo, aria sveglia, se ne va in giro correndo per i vicoli semi-allagati di New Delhi reggendo a fatica una teiera bollente. Nella zona tutti lo conoscono come il chai-vallah, il venditore di tè. Anche se ha solo dieci anni.
Ifzhal è infatti uno dei milioni di bambini vittime del lavoro minorile in India. Non che il padre sia contento di costringerlo a scorrazzare per il quartiere versando tè per poche rupie, invece di mandarlo a scuola. I due sono arrivati alcuni mesi fa dal Bihar, uno degli Stati più poveri dell’India. Non avendo un lavoro, hanno trovato un angolo libero in uno spiazzo e ci si sono messi a bollire tè per gli abitanti della zona. A meno che non arrivi un improbabile colpo di fortuna, Ifzhal non aprirà mai un libro in vita sua.

A un anno di distanza dall’approvazione del Child Labour Prevention Act, una legge che vieta di impiegare bambini sotto i 14 anni per lavori di qualsiasi genere, l’organizzazione Save The Children esce con un rapporto che dimostra quanto questo fenomeno non sia affatto in diminuzione.
Secondo l’organizzazione, le vittime del lavoro minorile in India sarebbero 12 milioni. A sentire le associazioni locali, il numero lievita a 20 milioni. Un enorme esercito silenzioso che opera nelle strade, nei cortili, nei ristoranti. Vittime di abusi, sottopagati, sfruttati. Secondo il governo indiano, quasi 200mila di questi bambini lavorerebbero presso famiglie o nelle taverne indiane, dove sono costretti a orari sfibranti e paghe misere. Gli abusi sessuali sono la norma, soprattutto in città come Delhi o Calcutta, dove la percentuale di bambine impiegate nei lavori domestici si aggira sul 90%. La metà di loro guadagna tra le 1000 e le 1500 rupie (20-30 euro) al mese.
Un male sociale che affonda le radici nella povertà in cui versano decine di milioni di famiglie. I rischi per chi infrange questa legge, che in un anno non sembra aver sortito alcun effetto, sono relativamente bassi: tre mesi di reclusione o una multa che si aggira intorno tra i 200 e i 300 euro.

Avevano denunciato le pessime condizioni lavorative in alcuni fabbriche tessili indiane dove vengono prodotti capi d’abbigliamento venduti in tutto il mondo. Eppure, invece di una reazione da parte delle autorità locali, gli attivisti della Clean Clothes Campaign e dell’India Committee of the Netherlands si sono visti recapitare un mandato d’arresto e l’invito a comparire davanti a un tribunale civile di Bangalore. Le accuse: cyber crime, diffamazione, atti di razzismo e xenofobia.
Appellandosi a un divieto di diffondere notizie sulle condizioni di lavoro all’interno degli impianti produttivi, la società olandese Fibres & Fabrics International (FFI)– produttrice di capi d’abbigliamento per aziende e marchi in tutto il mondo – lo scorso anno ha intentato una causa contro sette membri delle due organizzazioni, che ora rischierebbero due anni di carcere.
Immediata la reazione delle associazioni legate alla Clean Clothes Campaign, tra cui l’italiana Abiti Puliti, che attraverso il suo sito condanna il silenzio e l’ambiguità delle case d’abbigliamento che si riforniscono dalla FFI: Guess, Rare, Tommy Hilfiger. “Il loro rifiuto di prendere in considerazione la violazione avvenuta presso il loro fornitore non è accettabile”, si legge sul sito dell’associazione. “Tutti i marchi che si sono riforniti presso la FFI/JKPL dovrebbero denunciare il suo comportamento e fare pressione perchè si apra il dialogo con i sindacati e le organizzazioni della società civile”.
Gli attivisti hanno anche scritto a una società veneta, la Tintoria Astico, fornitrice di modellistica computerizzata alla FFI, sollecitandola a prendere posizione in favore del ritiro della denuncia presso il tribunale indiano. Finora non hanno ottenuto risposta. La Clean Clothes Campaign teme inoltre che il caso FFI, in caso di vittoria di quest’ultima, possa generare un precedente giuridico, che potrebbe indurre in futuro le imprese terziste a rivolgersi alla giustizia onde evitare scomodi confronti con i propri lavoratori sul piano sindacale.
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