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Il pensatore-guida del 2009?
Il presidente della Fed Ben Bernanke per aver scongiurato «una Grande Depressione» come quella che nel 1929 mise sul lastrico centinaia di migliaia di persone. Al secondo posto, Barack Obama, il presidente americano insieme «pragmatico» e «visionario» che ha avuto il merito di «mantenere intatto il ruolo degli Stati Uniti nel mondo» all’insegna dello smart power e della capacità di ascolto. Continua

Mikhail Kalashnikov in posa con il prototipo numero uno di AK47
«È mille volte più difficile fare bene le cose semplici che quelle complicate. Un soldato non deve avere la laurea. Deve essere sicuro di avere in mano un’arma affidabile e semplice nell’utilizzo, che non tradisce mai. Non ha il tempo, quando si trova faccia a faccia con il nemico, di premere bottoni o ricordarsi al volo il meccanismo di fuzionamento di un’arma troppo tecnologica». Continua

Il regista Roman Polansky è stato arrestato in Svizzera su richiesta degli Stati Uniti
Credevamo forse di essere gli unici in Europa con il discutibile privilegio di poter spiare dal buco della serratura i vizi privati degli uomini di potere? Ci sbagliavamo. Continua

Caricatura di Osborne, il ministro ombra delle Finanze, mentre solleva un flute di austerità (The Times, Peter Brooks)
Per dimostrare che i Tories non sono affatto quel partito di ricchi che descrive certa stampa laburista britannica, il presidente del partito conservatore - Eric Pickles - ha avuto un’idea che, grazie allo scoop del Daily Mirror, si è rivelata un boomerang per il partito di Cameron: proibire ai delegati Tories di bere champagne al congresso di fine anno. Continua

Sean Penn intervista Rafsanjani
Guarda la GALLERY delle proteste. Tutti i post sull’Iran
La speranza, per i giovani iraniani in rivolta, non si chiama Obama, che ha scelto la linea della prudenza. E nemmeno Mousavi, il leader dimezzato del campo riformista che, in piazza, a volte, sembra quasi capitato per caso, e suo malgrado. La speranza, a leggere quanto scrive il giornalista Reza Aslan, uno che le cose le viene a sapere sempre un po’ prima, si chiama Rafsanjani, l’ex braccio destro di Khomeini che i giornalisti chiamano neanche troppo affettuosamente Lo Squalo per la sua abitudine di eliminare i nemici interni, cui si è aggiunto recentemente anche il presidente Ahmadinejad.
È lui, l’eminenza grigia del regime, l’ex braccio destro di Khomeini, che - stando alle indiscrezioni - starebbe cercando di spingere alle dimissioni Ali Khamenei, la Guida Suprema che ha scelto di benedire l’elezione farsa di Ahmadinejad mettendosi contro una parte rilevante del clero sciita e dell’establishment politico della Rivoluzione.
Ex presidente della Repubblica negli anni 90, khomeinista della prima ora, garante degli equilibri in seno alla Repubblica, Rafsanjani - accusato di corruzione da Ahmadinejad durante la campagna elettorale - è un Andreotti in salsa iraniana, un conservatore a tutto tondo (tatticamente alleato con Mousavi) che conosce i segreti delle stanze del potere come nessun altro in Iran. Come capo dell’Assemblea degli Esperti, il consiglio dei giureconsulti islamici che nomina la Guida Suprema (e in teoria potrebbe anche dimissionarla) è l’unico che almeno teoricamente potrebbe contrastare i piani golpisti di Ahmadinejad che di fatto annunciano una repressione su vasta scala.
Nella trentennale storia rivoluzionaria non è però mai accaduto che l’Ayatollah supremo venisse costretto alle dimissioni, neanche in modo pilotato. Quella in corso non è però una crisi qualsiasi. E’ una frattura profonda, forse insanabile, tra le varie anime del clero e dell’establishment rivoluzionario. Anche tra i chierici sciiti delle alte sfere cominciano ad avvertirsi i primi dubbi sulla legittimità di queste elezioni e sull’opportunità di schiacciare nel sangue la rivolta. Prendete Ali Larijani, alleato di Ali Khamenei, e portavoce del parlamento. In teoria dovrebbe solidarizzare con il presidente. L’altro giorno, invece, alla festa della vittoria presidenziale, non si è fatto vedere. E come lui hanno dato buca due terzi dei parlamentari. Solo piccoli segnali che però a Rafsanjani non sono certamente sfuggiti. Prendete Ali Fazli, l’ex eroe della guerra Iraq-Iran (quello con un occhio solo) che era chiamato dirigere la repressione delle manifestazioni. Lo hanno rimosso dalla sua carica di capo del Corpo delle Guardie rivoluzionarie, dopo anni di onorata e fedele carriera, in men che non si dica. Dicono le indiscrezione che non condivideva la linea repressiva contro i manifestanti.
Insomma: alcuni pezzi grossi del regime sono sempre più insofferenti e sperano che sia lui, lo Squalo, a trovare la soluzione per salvare la faccia e la Rivoluzione. A evitare un inutile bagno di sangue che potrebbe decretare la fine della teocrazia khomeinista in Iran.
Il segnale più evidente su queste e spaccature è però un altro: pochi giorni fa - e la notizia è apparsa sulla tv di Stato - il Consiglio dei Guardiani, una specie di Corte costituzionale dei giureconsulti islamici, ha ammesso irregolarità nel voto in almeno 50 città iraniane (c’erano più voti di quanti fossero gli iscritti alle liste). Un’ammissione, ancora sussurrata, che equivale di fatto- secondo gli analisti - a dichiarare davanti a milioni di telespettatori che l’elezione di Ahmadinejad non è stata pulita e che Ali Khamenei può sbagliare.
Ieri Rafsanjani, che ha visto arrestare anche sua figlia durante le manifestazioni, era a Qom, la città sacra dell’Iran che già Khomeini aveva eletto a suo quartier generale. Una mossa altamente simbolica in un Paese dove anche i riformisti di Mousavi non mettono in discussione il carattere islamico dello Stato. E oggi due tra le più importantri cariche religiose iraniane - Hossein Ali Montazeri, ex vice dell’Ayatollah Khomeini, e Hossein Moussavi Tabrizi, segretario generale del Comitato scientifico della Scuola religiosa di Qom - hanno criticato aspramente la dura repressione decisa dal governo. Sono i segnali che forse si aspettava Rafsanjani per muoversi. Ed è comunque a lui, il garante della Repubblica khomeinista, più che a Barack Obama, che possono guardare i giovani in rivolta. La speranza per loro che sognano libertà e democrazia viene da chi, come Rafsanjani, rappresenta ai massimi livelli la continuità dello Stato khomeinista, la conservazione dei vecchi equilibri istituzionali e politici della Repubblica teocratica. Ed è tutto qui il paradosso.
Guarda la GALLERY: Neda, fiore della libertà
I messaggi si susseguono, uno dopo l’altro, ogni due-tre minuti, a volte ogni 30 secondi, a seconda del fuso orario di Teheran. A postarli, nelle bacheche di Twitter sulla crisi iraniana, sono gli oppositori del regime di Ahmadinejad, a migliaia, in patria e all’estero, che stanno cercando in queste ore di organizzare la resistenza.
Sono uomini e donne con un alto livello di preparazione politica e tecnologica, che scrivono in inglese (anziché in farsi) per rendere più difficili i controlli della famigerata polizia postale iraniana e che, in generale, sembrano tutti convinti che bisogna vincere la battaglia della comunicazione, della capacità di auto-organizzarsi senza prendere le armi.
Twitter, in Iran, è tutto questo: l’unica piattaforma accessibile ai dissidenti, l’unica fonte di informazione non ufficiale cui abbia accesso chiunque simpatizzi per i rivoltosi. Una bacheca virtuale - con migliaia di messaggi spot - che irrompe nella politica iraniana con la forza di uragano: i medici vicini al movimento - per esempio - possono avvertire i loro fratelli di non portare i feriti in quell’ospedale X di Teheran perché vengono fatti sparire (mettendo anche a disposizione una guida per il primo soccorso al di fuori del circuito sanitario nazionale).
Gli oppositori possono condividere qui manuali di sopravvivenza in caso di arresto o fornire indicazioni puntuali e molto importanti, scritte da un ex miliziano pentito, su come sopravvivere agli scontri di piazza, agli abusi delle squadracce.
Oltre che una straordinaria leva di organizzazione politica, però, Twitter è diventata anche - dopo le elezioni farsa - il punto di osservazione migliore per chi voglia capire la natura e gli obiettivi dell’élite più colta dela variegato movimento che sta scuotendo le fondamenta della Repubblica islamica.
Pochi puntano in realtà a una una nuova rivoluzione antikhomenista. Ne hanno abbastanza, di sangue versato, sia gli esuli che gli iraniani di opposizione. L’impressione è che siano proprio quello che dicono, dei riformisti che vogliono solo ripristinare le regole della decenza istituzionale dopo il golpe elettorale e vivere la vita di ogni giorno senza dover temere le squadracce religiose di Khamenei e Ahmadinejad. A dimostrazione di questa moderazione del movimento, una iscritta, Oxfordgirl, suggerisce per esempio che l’unica speranza è Rafsanjani, l’eminenza grigia del potere rivoluzionario, l’ex braccio destro di Khomeini che alle ultime elezioni ha sostenuto i riformisti e si è sentito accusare di corruzione da un giovane fanatico che non ha nemmeno fatto la Rivoluzione, come Ahmadinejad.
Un altro utente paragona Ahmadinejad allo Shah e invita gli altri a ribellarsi senza però mettere in discussione le fondamenta del regime. Per tutti la parola d’ordine rimane comunque quella della nonviolenza. Del non accettare le provocazioni. Del bannare chiunque su Twitter sia sospettabile di essere una spia. Del non dare al governo un pretesto per vendicarsi su tutti coloro che sono sospettati di simpatizzare per i manifestanti. C’è insomma grande prudenza tattica, ma anche determinazione per sventare il golpe.
Per ora la maggior parte degli oppositori su Twitter si limita a dare suggerimenti pratici, a fornire informazioni su quanto avvenuto ieri, per esempio, in quell’angolo preciso di Teheran, dove un ragazzo è stato portato via dopo essere stato malmenato. O a organizzare improvvise manifestazioni che spiazzino la polizia. Il momento di dividersi sulle strategie non è insomma ancora arrivato: Donne, non ascoltate chi vi dice che ci si deve togliere il velo in piazza giovedì. Teniamo ferma la parola d’ordine delle rielezioni. Dobbiamo avere una voce soltanto!
C’è poi chi chiede di partecipare alla campagna di boicottaggio della Nokia e della Siemens, che avrebbero messo a disposizione del governo un centro di monitoraggio per spiare e intercettare i messaggi dell’opposizione. E l’attenzione alla comunicazione digitale e ai rischi di censura è vitale. Sono molti quelli che segnalano i punti deboli nel sistema informatico di censura messo in piedi dal governo. Il traffico che passa attraverso i protocolli usati da giochi come WoW e Xbox non è filtrato. Usiamo quello! Attenti a SSH, ai torrents e a Flash! Suggerimenti per comunicare, molto sofisticati dal punto di vista tecnologico: per scambiarsi email che non facciano risultare l’indirizzo IP della macchina da cui vengono inviate, scrive un iraniano, bisogna scambiarsi messaggi attraverso l’anonymous remailer, un sistema originariamente usato dai primi movimenti cyberpunk.
I messaggi, su Internet, vengono comunque fatti sparire con grande rapidità. La polizia iraniana è solerte quando si tratta i informazioni che possano danneggiare il governo: questo articolo per esempio, postato ieri da un blogger, segnalava una choccante intervista, tradotta attraverso il Google translator, a un presunto miliziano, che confessava di ricevere dal governo 200 euro al giorno per picchiare i manifestanti. Lo faccio perché sono disoccupato e devo pagarmi la casa. Ora quel link è invisibile.
La questione della lingua da utilizzare diventa poi strategica per i rivoltosi online: postate messaggi in farsi con informazioni false e aggiustate il vostro Pc sul fuso orario iraniano, per ingannare i poliziotti - scrivono in tanti. E cioé: inondate il centro della censura tecnologica di messaggi per mandare in tilt il sistema di controllo. Altri inviano manuali di resistenza urbana: dividetevi in piccoli gruppi, evitate assembramenti troppo numerosi, non diamo un vantaggio al dittatore. O ancora viene fornita l’ultima news sulle manifestazioni: Karoubi (un altro candidato di opposizione) sarà oggi in sei piazze, Bahareset, Vanak, Tajrish, Sadehgieh. Venite numerosi. E intanto avanza la delazione contro le spie informatiche: non scrivete su questa pagina di Twitter. Lo gestisce un provocatore!. Hakim Rasmullah. Parvez Afsenay. Pardesh Marvasi Ibrahimzadeh! Segnatevi questi nomi: sono studenti dell’Università di Teheran iscritti a Twitter che in realtà lavorano per i Basji!
Infine, due avvertimenti, che dimostrano il livello di sofisticazione politica, e non solo tecnologica, raggiunta dai dissidenti: Non ritirate il vostro denaro dalle banche! E’ il modo migliore per farvi identificare come nemici! E un altro: Non attaccate i siti del governo iraniano. La tv di Stato darebbe un’immagine negativa del nostro movimento! Sanno, questi ragazzi, che la battaglia, anche informatica, si vince sul piano della comunicazione, non su quello delle armi. Anche perché nessuno mette in dubbio il concetto di Repubblica islamica. Sono appunto tutti giovani democratici e gradualisti, che il golpe sta trasformando in nemici del popolo e servi della Cia.
Il silenzio di Obama appare poi a molti come un insopportabile tradimento. Ma nessuno (ancora) gli butta la croce addosso. Gode ancora, Obama, di grande stima, si manifestano i primi segnali di insofferenza per la prudenza americana. Bisogna cavarcela da soli e continuare a informare. Il mondo ci guarda!
Il video (animato) di propaganda della tv di Stato
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Altro che brogli. Per spiegare le ragioni della sconfitta del fronte riformista in Iran basta citare la vecchia massima di Giancarlo Pajetta: piazze piene, urne vuote. Ovvero: i riformisti dell’ex premier Mousavi hanno perso perché, al di là delle loro roccaforti giovanili ed universitarie di Teheran, al di là della loro capacità di mobilitazione su Twitter e tra i ceti più dinamici della capitale, non sono riusciti a sfondare tra l’elettorato poco scolarizzato delle campagne. È lì, tra i contadini poveri e tradizionalisti, che Ahmadinejad ha costruito la sua vittoria. Grazie soprattutto a una campagna martellante, villaggio per villaggio, iniziata ormai tre anni e mezzo fa.
Lo dice a Panorma. it Farian Sabahi, opinionista del Tg1, del Corsera e di Vanity Fair e massima esperta di Iran in Italia. “I brogli non sono sufficienti a spiegare la dimensione della vittoria di Ahmadinejad”. Un punto di vista su cui vale la pena riflettere, soprattutto qui in Occidente, dove quello che accade a Teheran, nel variegato mondo giovanile, viene scambiato spesso, erroneamente, per una tendenza più generale del Paese. Le cose non stanno così, come dice Sabahi. Che piaccia o meno, il presidente populista che ha fatto del suo odio contro Israele la sua bandiera, ha vinto perché è entrato in sintonia con l’Iran profondo, quello di cui i giornalisti occidentali non si occupano mai. Giocando anche con perizia, sulla questione nucleare, la carta dell’orgoglio nazionale.
Perché ha vinto Ahmadinejad?
Innanzittutto, perché la sua campagna elettorale è iniziata tre anni fa, mentre Mousavi ha iniziato solo pochi mesi fa. Poi, grazie ai proventi petroliferi, Ahmadinejad ha dato in questi anni l’assistenza sanitaria gratuita a 22 milioni di iraniani, ha aumentato lo stipendio del 30% agli insegnanti, ha garantito il pagamento delle bollette agli iraniani più poveri, ha aumentato le pensioni del 50 % permettendo agli anziani di arrivare a fine mese. E’ con queste misure che Ahmadinejad ha messo le basi del suo successo. E per la gente comune son cose che contano di più, nelle urne, del dibattito sui diritti civili caro ai riformisti.
Qual è il rovescio della medaglia?
Le politiche redistributive di Ahmadinejad hanno creato inflazione a due cifre, peggiorato tutti i parametri macroeconomici del Paese e prosciugato i fondi accumulati per affrontare le oscillazioni del costo del greggio Ma le chiedo: è quello cui pensa la gente quando va a votare? La verità è che Ahmadinejad non è mai stato amato dagli intellettuali ma nelle zone rurali, la gente, più che dei diritti umani, si preoccupa del benessere quotidiano o dei mutui a tassi agevolati del governo. Non pensa al Pil o ai dati macroeconomici.
Che Iran esce dalle urne?
Un Paese sempre più spaccato tra città e campagna, tra ceti borghesi della capitale e ceti poveri. Un Iran dove Ahmadinejad, con le sue critiche violentissime a Rafsanjani, che ha accusato di corruzione, ha rotto anche il muro di omertà all’interno dell’establishment politico-religioso nato con la Rivoluzione. Creando una crisi istituzionale senza precedenti.
C’è il pericolo di una Tienanmen persiana come scrive oggi Annunziata su La Stampa?
Mi auguro di no, anche se le notizie che arrivano da Teheran (con sette morti tra i manifestanti ndr) sono molto preoccupanti. Gli iraniani hanno già avuto il loro massacro 30 anni fa, in piazza Jaleh, l’8 settembre 1978. Il famoso Venerdì nero.
Chi è Mousavi?
E’ stato sopravvalutato in Occidente. Più in generale non sappiamo che cosa avrebbe fatto se fosse stato eletto. Sappiamo solo che era l’ex braccio destro di Khamenei, non proprio un innovatore, e che è di origine azera, una minoranza etnica. Inoltre sua moglie si presentava con il chador nero ai comizi persino a Teheran, dove le ragazze si limitano al foulard.
La reazione americana è stata insolitamente cauta. Non vede il pericolo che con queste elezioni entri in crisi la strategia di Obama del dialogo con l’Iran?
No, perché come le dicevo non sappiamo come si sarebbe comportato Mousavi. E poi, va detto che, con l’attuale quadro istituzionale, la politica estera e nucleare la decide la Guida suprema Khamenei. Non il presidente. Queste elezioni sono state sopravvalutate. E il dialogo va avanti.
** Farian Sabahi ha pubblicato nel 2008 per Bruno Mondadori Storia dell’Iran 1890-2008, aggiornato fino agli avvenimenti a ridosso del 30esimo anniversario della Rivoluzione khomeinista
Come volevasi dimostrare. Il latitante Ratzko Mladic, il boia di Srebrenica e compagno di merende di Radovan Karadzic su cui pende un mandato di cattura del Tribunale dell’Aja per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità, non ha nulla da temere. Ha vissuto indisturbato tutti questi anni tra la Repubblica Srpska, l’unità serba all’interno della federazione bosniaca, e Belgrado, senza che nessuno (finora) abbia mai pensato di consegnarlo alle autorità.
Guardate queste immagini trasmesse dalla tv di Stato bosniaca (qui sotto). Si riferiscono agli ultimi dodici anni di latitanza. Scene di ordinaria quotidianità, di festeggiamenti a una festa di matrimonio, addirittura di partite a tennis - racchettoni e braghe immacolate - in una caserma dell’esercito jugoslavo.
Dodici anni di latitanza tutt’altro che blindata, durante la quale l’uomo, l’ex generale dell’Esercito che pianificò e guidò lo sterminio di circa 8000 musulmani a Srebrenica nel 1995, non ha avuto neanche bisogno di camuffare il suo volto, come aveva fatto il suo mentore politico Karadzic, l’ex psichiatra della Stella Rossa di Belgrado che si era reinventato, durante la latitanza, barbuto medico olistico alla periferia di Belgrado.
Le immagini trasmesse dalla tv di Stato bosniaca
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