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Stati Uniti, Francia e Arabia Saudita da una parte. Siria e Iran dall’altra. A leggere con disincanto le elezioni generali in Libano, il vaso di coccio mediorientale tra i vasi di ferro delle grandi potenze, possiamo dire che ha vinto il blocco filo-occidentale guidato da Saad Hariri, il figlio di Rafik, e hanno perso le due Nazioni canaglia (copyright: George Bush) che sostengono gli sciiti di Hezbollah e i suoi alleati cristiani coagulati attorno al caudillo maronita Michel Aoun, l’ex capo di Stato maggiore dell’Esercito. I guai però iniziano ora. E questo perché la coalizione filo-occidentale del 14 marzo (71 seggi contro i 57 dei rivali) avrebbe in serbo una sorpresa: togliere a Hezbollah quel diritto di veto che ha consentito al movimento sciita di Nasrallah di decidere il bello e il brutto tempo nel governo di unità nazionale.
Strano Paese, il Libano. Con un presidente della Repubblica cristiano, un primo ministro sunnita, un presidente del parlamento sciita, si regge dal 1943 su un equilibrio etnico istituzionale molto delicato. Tutti, anche gli acerrimi rivali, devono condividere responsabilità di governo. Altrimenti, come insegnano gli anni 80, riesplode la guerra settaria. E il Libano, come potrebbe accadere ora che la coalizione di Hezbollah è uscita sconfitta, sprofonderebbe nuovamente nella guerra civile. Meglio sarebbe stato - secondo alcuni analisti libanesi - che dalle urne, nella sfida elettorale di ieri, non uscisse nessun chiaro vincitore. Perché Hezbollah, Stato nello Stato che controlla manu militari tutto il sud, ha armi e soldi a sufficienza per incendiare il Paese. E il rischio ora, con questo risultato che mette in scacco il fronte anti-occidentale, è più forte di prima.
Un video di propaganda di Hezbollah

Perché diavolo ha scelto Dresda? Ma soprattutto: perché, per incontrare Angela Merkel, non è andato a Berlino, la capitale tedesca, come sarebbe stato lecito attendersi?
Il sospetto delle malelingue della destra repubblicana, raccolte anche attorno ad alcuni blog conservatori come Powerline, è che la scelta di Obama di visitare la città tedesca più bombardata della seconda guerra mondiale (18-25 mila morti in soli 63 minuti di inferno scatenato dall’aviazione anglo-americana) faccia parte in realtà di una irrituale e goffa strategia dell’autofustigazione. In buona sostanza il presidente avrebbe scelto Dresda perché vuole scusarsi, a nome del popolo americano, persino della guerra di liberazione. Prima si prostra davanti all’Islam politico, poi - argomentano i suoi avversari - accende un cero, come ha fatto davanti al memoriale delle vittime dei bombardamenti nella Frauenkirche, per chiudere il suo tour dell’autoflagellazione revisionista.
Lui, certo, ribatte che la scelta, in realtà, è dovuta a ragioni logistiche legate alla necessità di fare visita al lager di Buchenwald. Ma il sospetto avanza. E la luna di miele tra l’elettorato conservatore americano e il presidente, dopo la primissima fugace infatuazione elettorale di alcuni ideologi neocon come Fukuyama, è ormai definitivamente alle spalle.

D’accordo, è un pacifista di lungo corso, uno scrittore schierato nettamente a sinistra che non ha mai lesinato critiche anche aspre ai dirigenti della destra israeliana. Insomma, si sa da che parte sta. Questa volta, però, su La Stampa, Abraham Yehoshua ha centrato il cuore del problema.
Nel discorso di ieri al Cairo Obama ha detto agli uomini di Netanyahu quello che nessun presidente americano aveva mai osato dir prima: che Israele sta sbagliando sulla politica degli insediamenti nella West Bank, che l’America non volterà le spalle alle aspirazioni nazionali dei palestinesi e che la promessa di un semplice autogoverno amministrativo dei Territori che immagina Netanyahu non è sufficiente. Occorrono secondo Obama - come voleva il vecchio Rabin - due Stati, uno di fianco all’altro, nella pace e nella sicurezza. E occorre riconoscere che “i palestinesi soffrono da sessant’anni nella ricerca di una patria e vivono una situazione di umiliazioni quotidiane intollerabile”.
Non è un caso che, ieri, dopo aver vivisezionato i passaggi di Obama sull’Iran e sui palestinesi, il più indispettito, secondo le indiscrezioni, fosse proprio il premier del Likud. E non è un caso che i dirigenti di Hamas abbiano invece accolto con qualche favore i “toni nuovi” di un presidente che “ha finalmente abbandonato la retorica che contraddistingueva il suo predecessore”. Tutto questo dopo che la platea (musulmana) presente all’Università del Cairo aveva omaggiato il discorso del presidente Usa con un boato di applausi e sorrisi. Vuol dire che l’asse Israele-Stati Uniti è entrata in crisi? Tutt’altro. Eppure, se le parole hanno ancora un senso, ora che a Gerusalemme c’è un governo di destra considerato molto vicino ai coloni della West Bank, quel rapporto è destinato a cambiare, a entrare in una nuova fase: assai più “dialettica” - per usare un eufemismo - di quella precedente.
Il presidente americano, insomma, ha dimostrato di essere un uomo di frontiera. Un po’ cristiano, un po’ musulmano, certamente molto americano, di quell’America che unisce e mescola culture e tradizioni e forse - secondo alcuni - dimentica le sue radici Wasp e irlandesi. Il nome e le cose: Barack “Hussein” Obama, appunto. Manca forse all’anagrafe, secondo i nazionalisti israeliani, un Levy che annacqui e arricchisca quell’Hussein che ancora, in larghe fasce dell’opinione pubblica ebraica, suona come una minaccia di sventure.

L’ordine regna nel cuore di Pechino, ma il ricordo della repressione di vent’anni fa, quando il regime spense nel sangue il sogno democratico degli studenti, ossessiona ancora gli eredi di Mao riveduti e corretti ai tempi della globalizzazione. Nella foto, l’avvocato dei diritti umani Pu Zhiqiang, mentre fuma una sigaretta sotto lo sguardo vigile dei poliziotti nel suo ufficio di Beijing. Era un semplice studente di legge quando nel giugno 1989, nella stessa piazza dove Mao proclamò la vittoria del comunismo nell’ottobre ‘49, scoppiò la rivolta pacifica di migliaia di studenti e operai cinesi che chiedevano riforme democratiche in un regime che ha sposato il libero mercato, ma non ha mai voluto fare i conti con la memoria della furia totalitaria delle Guardie Rosse e con le tragedie delle collettivizzazioni forzate. Oggi la polizia ha messo lui, e centinaia di altri dissidenti, agli arresti domiciliari. Obiettivo: evitare che a qualcuno, nel ventennale della strage, venga la malaugura idea di sfidare il regime ricordando il sacrificio di quelli che erano in strada vent’anni fa - disarmati - nella piazza principale di Pechino. Per il regime il numero delle vittime della repressione è tuttora un segreto di Stato, ma secondo le stime raccolte da Amnesty International i morti furono dai 700 ai 3000. Molti ancora senza nome o qualcuno che li possa ricordare. E anche del ragazzo che sfidò il potere di fronte ai carrarmati, in un’immagine che avrebbe fatto la storia, non c’è più traccia. Alcuni sostengono che sia stato ucciso. Altri che, grazie a una plastica facciale, viva nascosto chissà dove.
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La situazione dei diritti umani in Cina secondo Amnesty - Carta 08: il manifesto degli intellettuali dissidenti
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Ha annunciato un “nuovo inizio” nei rapporti tra Stati Uniti e musulmani e ha rilanciato anche la vecchia parola d’ordine di Oslo: quel “Due Popoli e due Stati” che per una decina d’anni è stata ripetuta come un mantra in tutti i consessi diplomatici e che il premier israeliano Netanyahu oggi vorrebbe abolire. Sostituendola con l’assai meno impegnativa “Autogoverno dei palestinesi”.
Nel giorno in cui ha fatto visita all’Università del Cairo, ultima tappa del suo tour mediorientale, il presidente americano ha ribadito la necessità di costruire un futuro di pace per il Medioriente basato sul dialogo a tutto campo, anche con i nemici di ieri. La guerra in Iraq, ha detto il presidente, ci insegna l’importanza del soft power per arrivare a un accordo di pace: una svolta a 360 gradi, per lo meno nei toni, rispetto all’era Bush & Cheney, quando sullo sfondo delle loro parole (e quelle dei loro nemici) riecheggiava l’eco delle cannoniere e degli attentati suicidi. Ma il rapporto preferenziale tra Usa e Israele, anche per Obama, non è in discussione.
Decisivo per ridisegnare la mappa del Medioriente, secondo gli analisti, il coinvolgimento di tutti gli attori chiave della regione, a cominciare dall’Egitto di Mubarak, impegnato nelle trattative - tramite il suo plenipotenziario Omar Suleiman - con i dirigenti dell’Anp e di Israele e con quelle, sotto traccia, con i dirigenti di Hamas. “L’Islam è parte dell’America” ha ribadito poi Obama rispondendo indirettamente a Osama Bin Laden che ieri, nell’ennesimo comunicato audio via web, ha accusato Barack di voler continuare la politica bushiana dell’odio contro l’Islam, come dimostra, secondo i fondamentalisti, l’operazione americana nella valle pachistana dello Swat, dove i profughi pashtun sarebbero ormai più di un milione. E dove gli jihadisti e i talebani hanno una delle loro roccaforti.
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Blog e fonti dal Medioriente: i blog palestinesi 1 - 2 - Haaretz (Israele)
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Uno s’immagina che la dissidente più temuta dai fratelli Castro sia una cospiratrice di lungo corso che da Miami tesse le fila di una improbabile sollevazione nell’isola. Sbagliato. Yoani Sanchez, eletta nel 2008 dal Time come una delle cento personalità più influenti del mondo, è una ragazza havanera di 34 anni che, alle ipotesi armate, preferisce l’ironia, e alle cospirazioni, la tastiera di un laptop. Dal 2007 anima un blog, Generacion Y, che è diventato il simbolo delle nuove generazioni democratiche che guardano con speranza al dialogo tra Usa e Cuba inaugurato al summit delle Americhe. Per la gerontocrazia comunista, però, la Sanchez è una pericolosa “agente della Cia” che attacca le conquiste della Revoluciòn. Lei, per rispondere, sceglie l’ironia: “L’unica cosa che hanno ottenuto per ora è far aumentare il numero dei lettori del mio blog”.
Dopo 50 anni di gelo sta cadendo il muro di Cuba?
Sono contenta che il vecchio schema di confronto sia entrato in crisi. Ma ora, dopo l’apertura di Obama, la palla è passata a Raul. Tocca a lui fare il prossimo passo evitando operazioni di maquillage
E cosa dovrebbe fare?
Quello che si augurano migliaia di giovani: la fine del monopolio informativo del partito, le elezioni, la possibilità di viaggiare o di pubblicare un libro senza il controllo preventivo dello Stato, l’addio alla doppia economia monetaria con cui conviviamo da 15 anni. La lista è lunga
Raul sembra più flessibile di Fidel su questo piano
L’unico cambiamento che ho visto, da quando si è dimesso il Grande Oratore, è che ora non viene più ritardato l’inizio delle telenovelas perché deve finire i suoi discorsi. Poi, certo, i cubani ora possono comprare un cellulare. Ma le chiedo: quanti se lo possono permettere? Senza contare che quelli che potevano lo hanno già comprato al mercato nero. Raul si è limitato a prendere atto di quello che era già avvenuto nella società civile
A Cuba, dicono gli intellettuali filocastristi, c’è il sistema sanitario ed educativo migliore di tutta l’area.
Fino a che c’era l’Urss forse era così. Ora, agli amici stranieri di Castro, dico: venite a vedere che cosa significa stare in sala d’attesa in un ospedale dell’Habana. Mancano i termometri, le aspirine, i medici guadagnano l’equivalente di 30 dollari al mese. È chiaro che c’è la fuga di cervelli.
Colpa del blocco, insistono i fidelistas
Lo tolgano domattina, sarei contenta. Il punto è che il governo ha sempre usato l’embargo Usa come una scusa per nascondere il proprio fallimento. Ma l’embargo peggiore è quello che ci hanno imposto in questo mezzo secolo di dittatura personalistica.
Sarà un regime, ma non l’hanno mai messa in carcere.
Mi hanno chiamata agente dell’Impero, hanno cercato di intimidirmi, mi pedinano e mi controllano le chiamate. Quando hanno capito il successo del mio blog, nel marzo 2008, l’hanno oscurato in tutto il paese. E se continuo ad aggiornarlo è perché vado in incognito negli alberghi per stranieri e invio via mail gli articoli agli amici all’estero che conoscono la password. Sono una blogger cieca che non vede quello che pubblica. E che è protetta grazie alla notorietà.
Preferiva McCain a Obama?
Niente affatto. La vittoria di Obama è stata un segnale per le nuove generazioni e per la comunità nera cubana. Qui siamo lontani anni luce dall’ipotesi che un uomo di colore, o una donna, possa diventare presidente. Qui comanda da sempre la gerontocrazia hispanica. Negli ultimi cinquant’anni le cose sono rimaste tali nonostante l’introduzione di leggi formalmente egualitarie
Castro diceva: Revolucion o morte. Lei è una rivoluzionaria?
Ma quale rivoluzione. Questo regime è solo immobilista. Sogno il giorno in cui ci sia un capo di Stato grigio che va poco in tv ma che sa amministrare bene la cosa pubblica. E che poi se non va bene lo puoi mandare a casa con il voto.
Bastista o Castro?
Batista (il vecchio dittatore abbattuto dalla rivoluzione ndr) appartiene a un’altra epoca. Sono cinquant’anni che ci governano con lo spauracchio del passato che ritorna. Cuba deve guardare avanti

LEGGI ANCHE: La guerra e la pace vista con gli occhi degli israeliani. Reportage da Gerusalemme - Grande coalizione in vista? - Alta affluenza alle urne nonostante il maltempo
Non ha dubbi, Anna Momigliano, la giovane giornalista milanese che, con Karma Kosher, ha raccontato la straordinaria stagione delle speranze degli anni Novanta, quando ai giovani israeliani sembrava davvero che la pace dei coraggiosi fosse a portata di mano. «In questa campagna elettorale il grande assente è il movimento pacifista israeliano. Oggi, rispetto ai tempi delle grandi mobilitazioni per la pace, la scelta è tra una destra che propone sicurezza senza compromessi e un centrosinistra pragmatico e moderato che chiede, con tutte le cautele del mondo, di portare avanti il processo di pace. Non c’è più nulla insomma - rimarca - degli ideali che si respiravano allora».
Che il cuore di Israele si sia indurito, e che il Peace Camp, il fronte pacifista, stia ormai smobilitando, lo si deduce da altri segnali. Per esempio, da come le forze politiche hanno reagito all’Operazione Piombo Fuso a Gaza. «C’è stato un grandissimo sostegno, totale, all’operazione bellica. E né Meretz, né Peace Now», aggiunge riferendosi a due forze che hanno costituito l’ossatura del movimento pacifista degli anni 90, «hanno sollevato alcuna critica sostanziale alla guerra».
Per spiegare le ragioni del sì generalizzato all’Operazione di Gaza, in una società abituata a dividersi e discutere su tutto, questa scrittrice che ha vissuto in Israele ai tempi degli accordi di Oslo elenca tre fattori. Tutti decisivi in un contesto come quello israeliano dove la guerra è quasi sempre guerra per la sopravvivenza. E dove tutto il dibattito elettorale ruota attorno al tema della sicurezza: «Il primo fattore che spiega il sì generalizzato al conflitto è che a Gaza, a differenza che in Libano nel 2006, non sono morti tanti soldati israeliani. Il secondo è che questa volta Israele è stata attaccata da Gaza nonostante l’abbia abbandonata nel 2005. Per molti pacifisti della Generazione Rabin è stato terribile: come ammettere che l’assioma “Terra in cambio di Pace”, il mantra della sinistra rabiniana negli anni 90, si è rivelato un’illusione». Ma c’è anche dell’altro. Perché, dice cercando di spiegare i motivi della probabile affermazione delle forze di destra, «questa volta, a differenza che in Libano nel 2006, il governo è stato abilissimo a ridurre la libertà di movimento dei media sul terreno. Il risultato è che sono state trasmesse poche immagini della tragedia di Gaza e che i pacifisti di conseguenza non si sono mobilitati».
«Oggi i giovanissimi - continua - guardano a Liberman, il leader dell’estrema destra» che i sondaggi danno come terzo partito, persino prima del Labour di Barak. Sulle ragioni del possibile exploit elettorale di questo ex buttafuori moldavo che ha fatto della campagna contro gli arabo-israeliani un suo cavallo di battaglia, Momigliano spiega: «Ha cavalcato l’ondata antipolitica ma è stato anche molto abile a sfruttare le dichiarazioni filo-Hamas di alcuni deputati arabo-israeliani su Youtube e sui siti di social network mentre sul Negev piovevano i razzi». Una mossa di grande impatto emotivo in una società giovane dove la maggioranza ha meno di trent’anni e i ricordi dei ventenni, che per la prima volta si recano alle urne, si fermano alla seconda Intifada, ai tempi dei kamikaze e delle bombe umane. Delle speranze di quindici anni fa, insomma, non c’è più traccia. «L’uomo di sinistra Barak parla la stessa lingua dei generali», ha sintetizzato il regista Amos Gitai.
Quelli che hanno creduto alle speranze di pace degli anni Novanta, la cosiddetta Lebanon Generation, spiega Momigliani, «si sono chiusi nel privato, o votano Kadima o persino il Likud». I pochi che sono rimasti fedeli agli ideali dell’epoca, insieme ai giovanissimi di Tel Aviv, sono invece spesso attratti dalle forze estremiste, residuali. «C’è una piccola parte che è rimasta pacifista e che, di fronte alle delusioni di questi anni, è attratta dai partiti radicali come Hadash», il partito comunista che, stando ai sondaggi, potrebbe passare dall’uno al sei per cento. «Mi auguro che non succeda, spiega, ma potrebbe accadere. I comunisti stanno provando a svuotare Meretz (un partito a sinistra del Labour ndr) e a intercettare i voti dei fighettini di Tel Aviv. Hanno lanciato una campagna martellante nelle discoteche e nei locali per prendere i voti della Tel Aviv cool».
Anche il Labour, il partito di Golda Meyr e Rabin che affonda le sue radici nel sionismo storico dei padri fondatori, è in profonda crisi. La sua piattaforma pacifista di un tempo è ormai alle spalle. I sondaggi indicano che potrebbe diventare addirittura il quarto partito, dopo il Likud, Kadima e Yisrael Beitenu di Liberman. Perché? «Il laburismo sta facendo una campagna tutta incentrata sul successo militare di Barak a Gaza. Cosa tutta da dimostrare: non è stata smantella né Hamas né è finito il lancio di missili sulle città israeliane. E di fatto Barak sta perdendo voti. Perché se uno deve votare per la sicurezza non vota la sinistra, vota il Likud o le forze di destra. E’ naturale», spiega la scrittrice. Che aggiunge: «Oggi i giovani israeliani hanno deciso di fregarsene di tutto. La maggioranza vive per il momento, non pensa al domani, non vuole più saperne del dibattito sul conflitto. E già questa è una posizione. Del resto, di grandi speranze, non ce ne sono più». Il risultato sarà una probabile avanzata delle forze di destra e di centro destra, come prevedono tutti i sondaggi. «Poi - conclude la giornalista - si andrà a un governo di larghe intese, con l’accordo di almeno due grandi forze politiche. Perché Netanyahu, più che a Liberman, ha interesse a un accordo con il Labour o con Kadima». E Barak potrebbe essere disponibile: «I laburisti hanno esaurito il loro ruolo storico, si offrono come partner in qualsiasi coalizione, incluse quelle di destra», ha sintetizzato Amos Oz. Lui, il più celebrato scrittore israeliano, voterà come Abraham Yeoshua per «Meretz e per la pace». Un piccolo segnale per tenere accesa la fiammella della pace in un Paese che, alla speranza di un accordo con i suoi nemici, sembra ormai aver scelto il disincanto e la paura del futuro.
Guarda la GALLERY della rivolta
È uno dei volti più noti dell’Intifada greca che negli ultimi giorni ha preso di mira tutti i simboli del potere e della ricchezza del Paese: dalle sedi di polizia agli esercizi commerciali. 27 anni, barba engelsiana, eloquio di chi non ha il minimo dubbio sui veri responsabili della sollevazione, Dimitris Tzanakopoulos è convinto che quanto accaduto in Grecia, dopo l’uccisione del quindicenne Alexis Grigoropoulos, potrebbe verificarsi ovunque: in Italia, in Francia, “in tutte le società a capitalismo maturo” dove “la privatizzazione dei servizi e la recessione economica rendono esplosiva la situazione”. Non c’è insomma, secondo questo ragazzo che ricopre la carica di segretario giovanile di Syriza, la coalizione di estrema sinistra (5% nelle elezioni del 2007) che oggi guida la rivolta, una specificità nazionale nella j’acquerie greca da molti paragonata ala sollevazione delle banlieue parigine. “L’esecuzione di Alexis - spiega - è stata il detonatore di una rabbia più profonda di cui il governo di Karamanlis porta le responsabilità: hanno persino venduto ai cinesi i porti di Salonicco e del Piraeus, si sono svenduti l’elettricità nazionale, stanno privatizzando l’educazione”. Ora, dice, stanno semplicemente pagando il conto.
Tutto questo però ha poco a che vedere con le violenze che prendono di mira anche i negozi e le automobili di quella gente comune che vi dovrebbero sostenere
Noi siamo contrari alla violenza. Ma in questo movimento ci sono tre componenti. Ci siamo noi della sinistra radicale che da subito siamo scesi in strada per protestare con blocchi stradali ma in modo pacifico contro i soprusi della polizia e abbiamo al nostro fianco migliaia e migliaia di giovani. Ma ci sono anche gli anarchici e i giovani sottoproletari delle periferie. Si danno a ogni genere di violenze, ma a loro diciamo chiaramente: tutto questo non serve, non diamo al governo di Karamanlis un pretesto per usare la mano dura
Alcuni paventano i rischi di un putch militare per riportare l’ordine come nel 1974. Lo vede questo rischio?
Se il governo scegliesse la strada della repressione farebbe un errore madornale. Ma non credo che ci sia davvero il pericolo di un golpe. La Grecia è cambiata negli ultimi vent’anni.
C’è anche chi paragona la sollevazione greca alla rivolta delle banlieue di Parigi del 2005
La rivolta francese, è vero, è partita come qui per un episodio di ingiustificata violenza poliziesca. Ma le similitudini finiscono qui. Il nostro movimento è composto da decine di migliaia di persone normali che chiedono solo una politica diversa, più attenta ai bisogni dei lavoratori e dei giovani. Insomma, per la prima volta dalla fine del regime dei colonnelli, la protesta vede marciare uniti i lavoratori impoveriti dalla crisi, gli studenti e i professori che protestano contro la privatizzazione strisciante delle università, la gente che è rimasta senza lavoro. Qui sta la differenza con la rivolta delle banlieue che vedeva coinvolti solo gli immigrati emarginati delle periferie, ma senza alcuna prospettiva politica
Che rapporto avete con le altre sinistre in Grecia? I socialisti del Pasok (38% nelle elezioni del 2007 ndr) hanno lanciato un appello alla calma. I comunisti (8%) puntano l’indice contro i devastatori. Non è che siete ormai isolati?
I socialisti sono dei conservatori, l’altra faccia di Nuova Democrazia di Karamanlis. Una forza centrista che ha reciso tutte le radici con la nostra storia. Possono criticare quanto vogliono le politiche della destra. Ma dal 1994 al 2004 erano loro al governo. E in quegli anni ci sono stati otto giovani uccisi dalla polizia. Anche in quel caso nessun agente è stato punito. Le chiedo: qual è la differenza con la destra? Quanto ai comunisti, semplicemente, non capiscono niente. Prendono le distanze dalle violenze ma in realtà sono lontanissimi dalle nuove generazioni. Sono isolati dalla società.
È in grado di promettere che finiranno le violenze?
Non dipende da noi. Non controlliamo le bande anarchiche e i giovani sottoproletari delle periferie. Qualcosa però possiamo promettere: che non finisce qui, la mobilitazione continua
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