
L'ambulanza degll'ultimo desiderio (Foto: Silvia Dogliani)
Sono scomparsi entrambi, ma prima di morire hanno espresso il loro ultimo desiderio e la Wish Ambulance è riuscita a coronarlo. Ad accompagnare i malati terminali nel loro ultimo viaggio è l’ambulanza del desiderio, la Wish Ambulance (chiamata anche Hameshaalot), il sofisticato veicolo donato da un’associazione svedese alla Magen David Adom (MDA), la Croce Rossa israeliana. Continua
Si chiama Blue line ed è la linea armistiziale che separa il Libano da Israele. Da qui dipendono molti delicati equilibri del medioriente.
Qui i sistemi di sicurezza sono ai massimi livelli. Chiunque tenti di avvicinarsi senza autorizzazione è un uomo morto. Nelle settimane scorse qualcuno ha osato farlo: non solo si è avvicinato, ma l’ha anche oltrepassata ed è ancora vivo. Continua

Un peacekeeper italiano dà ordini a un elicoterrista libanese
Toccare con mano quello che fanno i nostri soldati in missione in Libano, ancora di più averne una conferma dalle autorità locali, è tutta un’altra faccenda. Quasi che le ricostruzioni idelogiche, tanto care ad alcune forze politiche italiane, possano essere messe, per una volta, da parte. Continua

Il capitano Giulia Aubry al lavoro nell'orfanotrofio al confine
Tibnin (Libano) “Quando arrivi da queste parti impari subito una cosa: tutto quello che sai a casa è sbagliato!” esclama con un sorriso, in uno degli uffici P.I. (Pubblica Informazione), Giulia Aubry, Country Advisor del Generale De Cicco, comandante della base di Tibnin in Libano. Continua

Da Al Naqoura (Libano) - “Siamo in Medio Oriente. È normale sperimentare continuamente nuove situazioni” dice il Generale Graziano, Force Commander Unifil al suo terzo mandato in Libano . Continua

In Arabia Saudita le donne, per tutelare l’onore, si muovono solo se accompagnate da un uomo di famiglia, possono andare all’estero solo se viaggiano con un maharam (guardiano maschio) o con un suo permesso scritto, non possono guidare o restare in compagnia maschile in un luogo pubblico, ma possono acquistare biancheria intima da un commesso di sesso maschile.
Certo, in Arabia Saudita l’intimo si vende eccome e i negozi di lingerie hanno un enorme successo. Le vetrine sobrie espongono manichini anonimi senza capo, che, pur ricordando il meno possibile il corpo femminile, attraggono gli sguardi dei passanti. All’interno dei negozi i capi sono più sexy e sofisticati, tanto che un occidentale resterebbe sbigottito. Autorizzati alla vendita dei capi sono solo commessi di sesso maschile. Gli spogliatoi sono proibiti dalle autorità governative e le clienti si trovano costrette ad acquistare i modelli alla cieca e a provarseli in un bagno pubblico o a casa. Qualora la taglia o il modello non andasse bene, posso essere rimborsate o cambiare il capo acquistato. Peccato che per l’imbarazzo nessuna delle clienti lo faccia, piuttosto che perdere la dignità preferisce perdere il denaro.
Normalmente i negozi di lingerie sono luoghi intimi, privati, accoglienti e dedicati principalmente ad un pubblico femminile. Ma nei punti vendita di intimo in Arabia Saudita le donne non si sentono a proprio agio. Come fanno ad essere squadrate da testa a piedi da uno sconosciuto che cerca di individuare la loro taglia? Come riescono a parlare di esigenze personali con un uomo o addirittura ad accettare un suo consiglio? Le saudite chiedono quindi che venga applicata una legge, approvata nel 2006, che permette alle donne di lavorare nei negozi che commercializzano prodotti femminili, tra cui accessori, vestiti o intimo.
La legge in questione non è mai entrata ufficialmente in vigore a causa dell’opposizione delle autorità religiose più conservatrici del paese e sicuramente anche per l’aumento della disoccupazione tra gli uomini, che si aggira già intorno al 13%. Reem Asaad, insegnante presso il Collegio femminile di Jeddah Dar al-Hikma da mesi ormai sta portando avanti su Facebook una campagna per boicottare i negozi di lingerie e spingere il governo a prendere una posizione definitiva. L’intento è quello di sostituire i dipendenti di sesso maschile che lavorano nei negozi di intimo con delle dipendenti donne. Nulla di più sensato e naturale!

Tra gli uomini più affascinanti che ho incontrato fino ad ora, c’è sicuramente Norbert Schiller, un foto-giornalista americano di origine austriaca che ho conosciuto al Cairo alcuni anni fa, quando vivevo in Egitto. Nei giorni scorsi ho ricevuto una sua e-mail, in cui mi raccontava di essere appena rientrato da un trekking di 440 chilometri sulle montagne libanesi, la più lunga spedizione organizzata nei paesi arabi. La e-mail era ovviamente firmata con uno dei suoi simpatici nomignoli, Che Ernesto Norberto von Ostereich. Rileggendo i suoi racconti sulla spedizione, mescolati a battute umoristiche nel suo tipico stile, non ho potuto fare altro che sorridere incredula e confermare l’opinione che avevo su di lui: un uomo assolutamente bizzarro e decisamente affascinante.
I suoi grandi occhi azzurri sono ciò che più colpiscono guardandolo, forse perché dietro quelle sfere luminose si apre un mondo di emozioni autentiche difficile da raccontare, se non attraverso il suo lavoro.
Norbert ha collaborato con cinque Agenzie di stampa internazionali e con molte testate, tra cui il New York Times e il settimanale Der Spiegel, documentando la carestia in Etiopia, che nel 1984 ha devastato il paese con oltre un milione di morti; la guerra tra l’Iran e l’Iraq; l’invasione irachena del Kuwait nel 1990 e quella degli Stati Uniti in Iraq nel 2003; la guerra in Libia; i conflitti in Sudan, Somalia, Palestina, Egitto e Algeria, nonché quelli del Fronte Polisario nel Sahara Occidentale.
Le sue fotografie e i suoi articoli descrivono la crudeltà della guerra, la fame, la disperazione di molti popoli, i conflitti culturali di nazioni che non riescono a comprendersi e di etnie che non vogliono convivere nello stesso paese. Immagini forti, dietro le quali si celano le ipocrisie e i segreti di culture misteriose, ma anche la semplicità e l’umiltà della gente, che, nonostante tutto, riesce ancora a sorridere. “Non ho mai pensato di trovare un ‘lavoro normale’, che mi desse una certa sicurezza economica” mi spiega. “Sono sempre stato interessato a fare tutto ciò che poteva procurarmi libertà”. Infatti, dopo la laurea, Norbert si è trasferito in Egitto, un paese in cui ha trovato tutta la libertà che cercava. Il Cairo è stata la sua base per molti anni, dalla quale si allontanava per una guerra e verso la quale si dirigeva per riprendere fiato.
Sposarsi e mettere su famiglia hanno indubbiamente cambiato tutto. “Quando ho capito che non ero più solo, ma avevo una moglie, due figli e due gatti, ho scelto di dedicarmi a nuovi progetti più tranquilli, tra questi i libri”. Così, dopo vent’anni di Egitto, la famiglia Schiller decide di fare le valigie e di trasferirsi a Beirut, città natale della moglie Zina. Ed è proprio qui che nasce la passione per il trekking. “Da quando ho letto The Hills of Adonis di Colin Thubron, ho sempre desiderato scalare le montagne del Libano” mi confessa. “All’inizio mi muovevo solo con un amico, ma dopo aver rischiato di finire su una mina, ho deciso di iscrivermi al gruppo Libantrek gestito da Michel Moufarege, che organizzava trekking settimanali per promuovere l’eco-turismo nel paese”.
Peccato che la quiete non è compagna fedele di Norbert: pochi anni dopo il trasferimento in Libano, il Primo Ministro Rafiq Hariri viene assassinato e il destino del reporter austro-americano è quello di lasciare da parte le passioni per il trekking e documentare, ancora una volta, una guerra. “Mia moglie ne aveva abbastanza! I nuovi conflitti le facevano rivivere i ricordi angoscianti dell’infanzia e restare a Beirut era diventato impossibile”, ricorda Norbert. “Abbiamo scelto di trasferirci negli Emirati Arabi, seppure io tornassi spesso in Libano, dove avevo mantenuto un piccolo ufficio”.
In uno dei tanti viaggi a Beirut, quando ormai la situazione nel paese si era stabilizzata, a Norbert viene proposto di partecipare ad un progetto avventuroso organizzato dall’Associazione LMT finanziato da USAID (Lebanon Mountain Trail): un trekking da Al Qbaiyat, a nord del Libano, fino a Marjaayoun. Immaginando di realizzare un libro, accetta immediatamente, partecipando a tutte le riunioni presso l’Associazione, in cerca dei fondi necessari per pubblicarlo. Nello stesso periodo viene coinvolta anche la scrittrice Hana Al-Hibri. “L’Associazione LMT ci ha messi in contatto, chiedendoci di preparare insieme una proposta redazionale”. Trovare i fondi non è stato facile, ma alla fine il progetto è andato in porto e Norbert e Hana hanno partecipato alla prima spedizione con altre quattro persone. Il loro libro uscirà entro Natale di quest’anno. Sono partiti insieme con il bastone e il cappello da veri esploratori, uno con la macchina fotografica, l’altra con un blocnotes, pronta ad annotare ogni emozione.
Il lungo trekking è stato documentato dalla giornalista americana Dana Smillie, che ha prodotto un video per la rivista on-line Time. “Per avere un quadro completo e poter realizzare un buon libro, Hana ed io pensiamo di partecipare alle spedizioni durante l’estate, l’autunno e l’inverno prossimi”. “Il vero scopo di questo trekking è quello di produrre benefici economici alle comunità locali, nel rispetto dell’ambiente e attraverso un turismo consapevole e responsabile” mi spiega il reporter. “I turisti che partecipano alle spedizioni sono invitati ad utilizzare le guide locali, ad alloggiare presso famiglie o guest house prestabilite”.
Quando gli domando cosa abbia rappresentato per lui questa esperienza, Norbert risponde dopo aver riflettuto qualche secondo: “Questo trekking è stato per me più che un sentiero attraverso il Libano, l’inizio di un sentiero che attraverserà tutte le regioni che collegano il Libano con la Palestina, Israele, la Giordania e la Siria. Se si potesse organizzare una simile spedizione anche in questi paesi, se e quando si otterrà la ‘vera pace’, allora questo sentiero potrà essere molto più lungo di 440 chilometri e potrà chiamarsi ‘Sentiero della pace‘.

Le autorità britanniche sono accusate da tempo di non essere in grado di controllare il traffico illegale di uomini, donne e bambini stranieri che entrano in Gran Bretagna e finiscono in un giro di prostituzione, droga e schiavitù domestica. L’unità nazionale d’intelligence dell’Agenzia britannica per l’immigrazione ha redatto un rapporto segreto, consegnato nei giorni scorsi al quotidiano inglese The Guardian da una fonte ignota, che ha agito nel tentativo di cambiare una situazione drammatica, ormai inaccettabile.
Il giornalista Robert Booth ha reso pubblico il contenuto del documento, definito ‘restricted’: Heathrow, l’aeroporto più importante di Londra, è la base di un traffico illegale di bambini cinesi destinati al commercio di droga e alla prostituzione nel Regno Unito. Non c’è nulla di più sconvolgente, per chi l’ha provato, che passeggiare con il proprio figlio, distrarsi una frazione di secondo e poi perderlo nel nulla, forse per sempre. Il cuore batte all’impazzata e il panico si mescola con mille sensazioni ingovernabili. I sensi si amplificano immediatamente: l’udito capta qualsiasi rumore sospetto, mentre la vista si estende a 360°, sorvolando ogni angolo e fotografando ogni dettaglio. Un’innata lucidità razionale prevale sullo stato di confusione e impotenza. In Cina spariscono ogni giorno quasi duecento bambini, ma nessuno osa parlare. La polizia locale può cominciare le ricerche soltanto a 24 ore dalla scomparsa, quando ormai è troppo tardi.
Alcuni di questi bambini vengono imbarcati solo sui voli diretti all’aeroporto di Heathrow. Le giovani vittime, trattate come clandestini, vengono normalmente identificate e affidate alla custodia delle autorità locali. Oltre la metà sparisce in meno di una settimana o addirittura in 24 ore. Molti scappano dalle strutture di accoglienza, approfittando dell’allarme antincendio o saltando dalle finestre per salire sulle auto che li aspettano fuori dagli edifici. Secondo il documento ’scottante’, almeno 77 bambini cinesi, ospitati nelle strutture gestite dal Comune londinese di Hillingdon, sono scomparsi a partire dal marzo 2006. Solo quattro di loro sono stati ritrovati. Due giovani ragazze sono tornate dopo un anno di sfruttamento nei bordelli del Midlands: una incinta e l’altra sterilizzata con un congegno contraccettivo installato nel braccio.
Da aprile a dicembre del 2008, 13 dei 41 bambini cinesi presenti nelle strutture di Hillingdon sono scomparsi nel nulla. Molti di questi bambini sono stati costretti a lavorare come venditori ambulanti di merce contraffatta e si suppone che altrettanti siano stati mandati nelle coltivazioni della cannabis. Protagonista di questa drammatica e ripugnante realtà, è una rete di bande criminali abili nel pianificare e coordinare le scomparse, attraverso agenti che operano in Cina, Brasile, Giappone, Kenya e Malesia. Stando agli ultimi dati raccolti, il numero delle giovani vittime che gravita intorno all’aeroporto di Heathrow sembra ridursi. Ma in realtà si teme che le attività criminali si siano semplicemente spostate in altri aeroporti, in particolare quelli di Stansted e Manchester.
Sotto accusa è il sistema di controllo dell’immigrazione, fortemente criticato dopo le rivelazioni del quotidiano britannico.
Chris Grayling, ministro-ombra del partito conservatore, ha chiesto chiarimenti al Ministro dell’Interno Jacqui Smith: ” È inaccettabile che un così alto numero di bambini sparisca, quando si suppone che siano sotto custodia”. Nel tentativo di cogliere ulteriori sfumature, decidiamo di intervistare Christine Beddoe, direttrice di ECPAT UK Protecting Children Everywhere (End Child Prostitution, Child Pornography and the Trafficking of Children for Sexual Purposes), impegnata da anni nella lotta al traffico di bambini.
“Il 14 maggio un Comitato parlamentare britannico ha prodotto un nuovo rapporto sul traffico di esseri umani, con pesanti dichiarazioni in merito alla scomparsa di bambini” ci spiega la direttrice. “Il Comitato ha chiesto al Governo di condurre uno studio a livello nazionale su queste scomparse e sul presunto traffico di bambini”. L’imbarazzo del Governo britannico, già al corrente di molti fatti gravi, e la risposta tempestiva di Gordon Brown, sembrano dare speranza all’animo combattivo di questa donna.
“Subito dopo la pubblicazione dell’articolo sul quotidiano inglese, il Primo Ministro ha chiesto immediatamente al Ministero dell’Interno di avviare indagini sulla scomparsa dei 77 bambini”, aggiunge Beddoe, invitandoci a dare uno sguardo al rapporto presente nel sito www.parliament.uk/homeaffairscom.
Jacqui Smith (Ministro dell’Interno) e Ed Balls (Ministro per l’Infanzia) dovranno produrre una nuova relazione entro la fine di giugno. Alla nostra domanda ‘Quale dovrebbe essere la risposta più efficace e attuabile per prevenire il traffico di bambini?’ Christine Beddoe non esita a rispondere: “Ecpat UK lotta per ottenere un sistema di protezione per tutti i bambini sospettati di essere vittime di un traffico illecito e per garantire modelli nazionali di strutture di accoglienza sicure”.
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