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La cena di alcuni piccoli ospiti nel centro gestito da Save the children a Ulan Bator, in Mongolia
L’Aquila: nella tenda di piazza d’Armi, triste circo di sfollati, Iacopo, bambino di 4 anni, si stringe alla madre per cacciar via la paura dagli occhi. “Il mio asilo si è rotto perché non c’era più colla” dice “ma adesso i pompieri lo riappiccicano e intanto giochiamo con le macchinette che certi signori ci hanno portato”. Loris gli dorme vicino con una giraffa azzurra, ogni tanto però il suo sonno si spezza e allora urla che il drago arriverà di nuovo dalla terra. La piccola Gloria, invece, vive nel campo tendato di Bazzano, a pochi chilometri dal capoluogo. Anche lei disegna con le nuove matite colorate, mentre racconta che “quella notte sono cascate le uova, i topolini e tutto”.
Bambini del terremoto. Bambini che, dopo lo schianto della terra, vedono il loro dolore consolato da angeli che curano le loro paure, inventano nuovi giochi, pensano agli studi. È la gente di Save the children, che, per prima, con la Protezione civile è arrivata all’Aquila per rendere giustizia a quell’urlo che guida da sempre il loro sogno: salvare i bambini.
“Veniamo da anni di emergenze” dice Filippo Ungaro, il primo di loro ad atterrare nella città distrutta, “il terrore non lascia mai i bambini sopravvissuti. Hanno visto ingoiare dalle macerie madri e amici, mentre il rifugio sicuro della casa si è frantumato. Allora diventa importante una cosa sola, aiutarli a ritrovare la normalità del vivere: le lezioni, i giochi e i sorrisi”. Così Ungaro e il suo gruppo di amici dei bambini hanno messo su classi improvvisate insieme ai maestri e agli psicologi dell’Aquila.
“Coinvolgere i professionisti dei luoghi feriti dalle catastrofi è nell’anima del nostro lavoro da sempre”: Valerio Neri, direttore di Save the children Italia, lo racconta circondato dalle ragazze del suo staff. “Medici e psicologi conoscono la realtà e i bambini meglio di chiunque. Ci permettono di continuare l’aiuto nel futuro e loro stessi, orfani del lavoro, si sentono importanti e utili”.
Save the children, madre universale dei piccoli figli del mondo, oggi la più grande organizzazione internazionale per la difesa dei diritti dei bambini, compie 90 anni. Dal 1919 li soccorre nelle emergenze, ma è anche la maestra delle loro scuole, il medico delle loro malattie e l’avvocato che chiede giustizia del loro dolore. Save the children c’è sempre: guerre africane, tsunami, cicloni, soccorso nei campi profughi sudanesi e pure palestinesi, nascita e rinascita di scuole in terre martoriate come l’Afghanistan, aiuto alla povertà del Sud America. C’è da chiedersi come fa. Ma a ogni soffio d’allarme la madre universale dei bambini allunga le braccia infinite arrivando in 120 paesi della Terra (con 28 organizzazioni nazionali e Save the children alliance, ong presso il Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite).
“La crisi di oggi creerà povertà orribili e i bambini saranno i primi a pagare” ricorda il presidente Claudio Tesauro “ma le vite dei più piccoli devono comunque guardare al futuro. Così i nostri sforzi saranno raddoppiati. La gente dovrebbe ascoltare di più i bambini e imparare dal loro candore e dal coraggio”.
Candore e passione, alquanto contagiosi, si respirano anche nella sede italiana della ong a Roma, formicaio attivissimo, fitto di ragazze. “Siamo 86 e, purtroppo per i maschi sopravvissuti, al 70 per cento donne” sorridono Giusy, Alessia e Daniela. Va bene, ma tra le mille cose belle fatte in questi 90 anni da quale cominciare? “Dall’ultima” rispondono e l’emozione corre nella stanza “cioè dalla nostra campagna globale intitolata Riscriviamo il futuro. Smentire un futuro cattivo già scritto per i bambini della guerra, andargli contro e riscriverlo illuminandolo. Perché, se è vero che l’educazione è un diritto quasi surreale davanti alla distruzione e all’orrore della guerra, è anche vero che Save the children, dal 2006, ha portato a scuola 6 degli 8 milioni di bimbi che vivono nelle zone di conflitto, guardando a un sogno vero: entro 3 anni tutti i piccoli dei 20 paesi più martoriati studieranno”.
Una giovane afghana nella sua classe a Shomali Plains
“Studiare è il primo desiderio dei bambini nel mondo” ribadisce Valerio Neri “per noi la scuola non è solo sicurezza, ma anche un vero antidoto contro le trappole per i più piccoli. Un bambino che va a scuola non sarà alla mercè di disgraziati pedofili o di chi lo rapisce per farne un bambino soldato”.
Riscriviamo il futuro ha anche raccolto la commozione di stelle e di attori nel mondo. “Per l’Africa e tutti i paesi in via di sviluppo c’è una salvezza, quella di educare le nuove generazioni creando così le vere leadership di domani”: così pensa Rosario Fiorello, che con Andy Garcia, Sting, Valeria Golino, Julianne Moore e molti altri ha sposato questa battaglia della scuola nel mondo. Lavoro immenso e infinito che ha voluto dire convincere governi e partner locali, coinvolgere l’Onu, formare 25 mila insegnanti, infine costruire 1.000 aule e ricostruirne 778.
Ne sa qualcosa Amelie Reuterskiold, che parla dalle montagne aspre del Ruwenzori: da Gulu, in quel Nord Uganda macchiato dal sangue delle razzie del Lord resistence army, che ha bruciato le scuole elementari e insieme le illusioni degli africani. “Qui la pace è quasi più dolorosa del terrore” racconta Amelie “la gente è scappata dalle stragi, dalle scuole devastate e oggi, in quelle poche classi che restano, studiano almeno 100 alunni. Ho visto bambini scrivere sulle foglie di un banano. Altri mendicare un solo libro per non dimenticare come si legge. Così avevamo organizzato lezioni nei campi profughi. Oggi però i contadini vogliono tornare nei villaggi distrutti. Ma come lasciare nei campi figli piccolissimi? Dunque lavoriamo di notte per proteggere i bambini e di giorno per farli studiare”. Amelie è come gli altri 14 mila soldati d’amore di Save the children seminati nel mondo. “Dare la propria vita ai più piccoli sarà anche un po’ follia” diceva Madre Teresa “ma quella è di certo l’unica follia della felicità”.
E la felicità di Save the children non si arrende al buio. Così, per l’Uganda senza speranze, ecco partire nel 2008 un progetto che vedrà presto 3 mila bambini nelle classi e due scuole ricostruite, con corredo di libri, banchi e armadi. Il sogno contro l’impossibile. Anche nello Sri Lanka del dopo tsunami il ministero dell’Educazione è stato aiutato a compilare programmi scolastici, comprensivi di istruzioni alla sopravvivenza durante i disastri naturali. Ancora: in Colombia 12 milioni di dollari sosterranno l’istruzione nel paese per quattro anni, grazie alla collaborazione tra Save the children, il governo canadese, quello colombiano e il Consiglio norvegese per i rifugiati. E in Afghanistan il ministero dell’Istruzione ha chiesto proprio a Save the children il primo piano nazionale per le politiche di educazione della prima infanzia.
Ma la madre universale non si ferma ai pur importanti banchi di scuola. Sa che i bambini sono bersagli di violenza più facile durante terremoti, diluvi e disastri. Così Save the children addestra i suoi per emergenze di tutti i generi, offre rifugi temporanei e kit medici. Struggenti i sorrisi delle bambine aiutate a rinascere dopo lo tsunami di Banda Aceh in Indonesia. “Sono affiorate dalle macerie delle case ma soprattutto da quelle del loro cuore” dice la psicologa che le cura.
E come quelle piccole grazie velate di bianco così milioni di bambini sono soccorsi, amati e protetti. Contro gli abusi sessuali, lo sfruttamento nel lavoro e le violenze del corpo. “Ma non dimentichiamo che oltre 9,2 milioni di bambini all’anno muoiono prima dei 5 anni per malattie molto facili da prevenire e da curare” avverte il direttore Valerio Neri, spiegando che l’Africa subsahariana (dalla Costa d’Avorio all’Etiopia, dal Malawi al Mozambico, dal Congo al Sudan meridionale) è un vulcano che ribolle di epidemie.
Un bimbo del campo profughi di Bolengo, presso Goma, nel Nord Kivu
Aliciro, bambino triste di 2 anni, ha tatuata in faccia la storia di tutta questa tragedia africana. Vive nel villaggio di Megaza in Mozambico, dove il 20 per cento dei 243 mila abitanti è torturato dall’aids. Suo padre è morto che lui era ancora piccolissimo, così, secondo la tradizione, lo hanno tolto alla madre per darlo alla nonna paterna. “Senza madre e senza amore il bambino moriva di anemia e malnutrizione” racconta Neri. “Oggi è ricoverato in ospedale dove una squadra di nostri esperti lo cura e lo ama”.
Save the children delle magie. Perfino in Malawi, nei perduti distretti di Blantyre e Mangochi travolti dall’hiv, i suoi uomini sono riusciti a mobilitare comitati locali e 179 volontari per curare i malati gravi a casa. E in Libano, dove lavora dal 1949 nei campi profughi palestinesi, oggi Save the children affronta la sfida più commovente: curare con amore i bambini disabili.

Lo chiamano la Grande vela di Gheddafi. Ma, a vederlo brillare dentro il cielo cobalto, il nuovissimo hotel pare un’immensa farfalla di vetro che batte nell’aria cento ali. Tanti quanti i piani del suo palazzo. L’albergo costruito dagli uomini del Dio terreno dei libici è oggi il cuore dalla nuova Khartoum. Sudan dalle due facce. Lo splendore della nuova capitale e l’eclissi di pace nel paese. Infatti. Se da una parte il milione e mezzo tra rifugiati e fuggiaschi nel Darfur e i suoi 300 mila morti decideranno tra poco se il presidente Omar al Bashir merita la condanna all’Aja, dall’altra Khartoum, che vola sulle milionarie vendite di petrolio alla Cina, esplode nella sua più grande « crisi» di rinascita.
Investimenti di ogni razza dal mondo nababbo dell’Oriente, dalla Malesia al Qatar, ma soprattutto proprietà immobiliari. Alberghi-astronavi, grattacieli color porporina, palazzi come missili di rame. Architetture che fondono il lusso futuribile dell’Occidente con l’oro e l’argento amati dall’Africa araba. Interi quartieri-cantieri dove migliaia di piccolissimi omini gialli (operai cinesi) guidano ruspe cariche di cemento accanto a giganti neri (operai sudanesi) che fanno rombare le scavatrici.
Uno prima di tutti: il quartiere di al Mogran. Una volta era la foresta. Oggi, nel giardino fiorito di bouganville, ecco le famiglie che godono il tramonto sulla cornice dell’acqua. Sulla punta estrema di Khartoum un miracolo degli occhi: il Nilo bianco, che arriva da est, s’incontra con il Nilo azzuro che scorre parallelo a quella lingua di terra. Finché quel matrimonio di acque diventa il sacro fiume che vola verso l’Egitto. «Questi rivi si fondono proprio come fanno oggi le due anime del nostro Sudan». Nel suo palazzo Abdel Halim al Mutafi, potente governatore di Khartoum, siede davanti al fumo caldo del tè alla menta: «L’acqua bianca, come gli abiti delle tradizioni arabe, e quella azzurra, come i grattacieli della nuova Khartoum». Il turbante del governatore ondeggia: «Il Sudan può diventare la stella nell’economia dell’Africa orientale musulmana. Tanto che oggi le profezie del Fondo monetario internazionale parlano di un salto del nostro Pil al 13 per cento». Quello che il governatore non dice è che il petrolio rimane la fiamma dell’infrangibile guerra nel sud. Nonostante la pace del 2005, pochi mesi fa ad Abyei gli scontri tra l’armata del governo e l’Spla hanno lasciato ancora villaggi carbonizzati, distruzione e fame. Proprio a est della città, accanto a Heglig, bruciano i giacimenti dell’oro nero che, comprato dalla Cina per miliardi di dollari, sta ricostruendo la nuova Khartoum.
Ma gli abitanti di quella terra miracolata lamentano di non raccogliere il premio del tesoro. Anzi. C’è chi racconta che i dinka non possano nemmeno varcare i confini di quella che fu la loro patria. Non basta. L’ultimo Economist scrive: «I ribelli dicono che troppi bilioni vanno alle armi comprate dal governo, come i T72 , i carri armati sequestrati dai pirati sulle coste somale». Per sradicare queste «maledette leggende» sul suo paese e per dimostrare al nuovo presidente Barack Obama, considerato un nemico molto pericoloso, che il Sudan può uscire dalla lista degli sponsor del terrore, al Bashir ha approvato due settimane fa un dossier che darà ai ribelli del Darfur molto più di quello che chiedono. La compensazione dei dividendi del petrolio, il ritorno dei rifugiati e l’appuntantamento col vicepresidente del Darfur. Dunque un nuovo Sudan che corre parallelo alla nuova Khartoum.
Padrino della nuova pace il Qatar, fresco dei suoi successi di mediazione libanese. Come del resto Dubai è stata in qualche modo la musa della rivoluzione immobiliare della capitale sudanese. Al proposito, il governatore della città ha dimostrato di non amare gli stereotipi. «Dubai? Ogni città deve portarsi addosso i segni della propria cultura. Oggi Khartoum è sparata nello skyline con costruzioni verticali e stellari, per non sacrificare la sua periferia. Ma non dimentichiamo le nuove università, le strade e i centri di cultura. Insomma Khartoum come prototipo per tutta l’area e chissà, forse per tutta l’Africa». Camminando per al Mogran, le parole di al Mutafi si fanno più che mai vere. La torre di specchi rossi appartiene a Osama Daud, uno dei padrini della rinascita spaziale della città. Il suddetto presidente della compagnia Al Sunut ha unito i capitali dei Paperon de Paperoni locali e quelli del governo sudanese mettendo insieme un progetto che vale 4 miliardi di dollari. I palazzi più infiniti ospitano le società petrolifere che hanno invaso il paese. Dalla Petrodar alla Sinopec Petronas, grande compagnia malese di cui il 30 per cento del capitale risulta, guarda caso, della Exxon Mobil. Cioè degli stessi americani che tante sanzioni esercitano contro il Sudan. «Abbiamo pensato alle ricostruzioni delle città orientali distrutte dalla guerra. Prima fra tutte Beirut» ha raccontato Osama.
Ma le sue Mille e una notte paiono a molti inquietanti, in un paese dove purtroppo la fame è ancora attrice protagonista di strade e di vite. Troppe famiglie sudanesi vivono ancora con 2 dollari al giorno e, come in tutti i paesi in via di sviluppo, la forbice tra poveri e ricchi si allarga disperatamente. La rabbia anche. Ingoiare la miseria galeggiando su una terra fitta d’olio nero non è semplice. Rimbalzano nel cervello le parole del turbantato governatore al Mutafi: « Il nuovo Sudan deve partire anche da progetti come questi, che danno milioni di posti di lavoro. In questi giorni al Bashir indice una nuova pace, ma è già dall’accordo del 2005 che dividiamo col Sud i guadagni del petrolio. Abbiamo fatto i nostri errori, ma perché nessuno ricorda che oggi i ribelli, divisi in 100 fazioni, si attaccano tra loro spargendo ancora sangue e disperazione?».
Una vera rivoluzione potrebbero essere le elezioni del 2009. «Sarebbe una vera battaglia tra al Bashir e Salva Kiir, leader dell’Splm, calamita di voti dei disperati di Darfur e Sud Sudan» dice l’africanista padre Giulio Albanese. Sarebbe finalmente vero il sogno di John Garang, primo leader dell’Splm, un’alleanza tra Sud e Nord, integrando le due armate e chiudendo il problema dei confini.
L’ immensa palla di vetro a 16 piani che ho davanti mi riporta all’unica realtà di oggi. È il fortino della società del Qatar «Khatari Diar», che ha comprato 150 mila ettari di terreno per costruire appartamenti e uffici per sudanesi ricchi. Dopo il negozio di spezie passeggia serissimo un caprone nero. Khartoum dei due mondi che si fondono come il suo Nilo. La torre di vetri turchini appartiene al Kharafy Group , società del Kuwait. «Anche i kuwatiani costruiranno centinaia di ville e villette, e quelle andranno al ceto medio» dice l’architetta Saida con l’abito di seta color del sole. Davanti a lei, il palazzo di Almardi Limousine promette vetture a 12 posti con tende di brocccati e wc incorporati. «Il vero paradiso per shopping di lusso però si trova fuori città» dice Saida.
Nel centro commerciale dell’Afra Mall, gigante da 60 milioni di dollari, le ragazze comprano sete matrimoniali e gabbiette per usignoli. «Qui il maquillage alla moda è la white cream, crema-viso sbiancante all’europea» confessa Halima che studia medicina all’università, dove le donne sono il 70 per cento delle iscritte. Khartoum degli affari che entrano nello sport. Gamal Eldin M.A. Elwafi, giovinotto di grandi speranze nel business sudanese, possiede anche la Al Merer, squadra di calcio. « Tifo matto» racconta Gamal che guida uno splendente Suv alla californiana. «Lo sport nei paesi poveri come il nostro diventa medicina e consolazione». Vero. Di sera, al ristorante, gli ufficiali delle missioni di pace dell’Onu, impotenti davanti alla tragedia del Sud, e i cittadini benestanti della capitale, guardano insieme la partita sullo schermo hollywoodiano. Immensi ventilatori, piazzati tra le bouganville, schizzano acqua profumata per rinfrescare i presenti.
Khartoum dell’altro mondo. «Prima che il Sudan intero raggiunga la modernità di Karthoum passeranno tempi, è vero». Tahir Younis, general manager di Afi, società di turismo, trasporti e import svela un segreto: «Ma oggi una task force di Kuwait e Qatar ha investito milioni di dollari per costruire pozzi d’acqua e villaggi che possano ospitare i profughi dei campi». Intanto il Darfur aspetta. Tra violenze, vendette e fame di pace. l
(Credits: Giulio Di Sturco)
Nella sua casa azzurra di Pingabapaphar il portatore d’acqua Binay Chandraq aveva un ritratto di Gesù con la barba di porporina. Poi una cucina a carbone, tre rosari per le preghiere della sera, due caprette nere, 13 galline ovaiole e un Vangelo. Oggi non ha più nulla. «Perché tutto è bruciato in mezzo alle fiamme» dice l’uomo che tra le macerie cerca pezzi della sua vita perduta. «Quella sera i diavoli indù sono arrivati alla chiesa con accette e bandiere arancioni». Urlavano: «Bayrang Bali KiJai. Murdabada! Distruggete e bruciate. Hanno sfregiato il viso del Cristo e poi lo hanno fracassato a martellate: adesso ammazzeremo anche voi. Vedremo se il vostro Dio è capace di resuscitarvi». Allora Binay è corso a casa e con la moglie e la figlia appena nata è scappato nella giungla. «Siamo stati lì tre notti, ma la bambina moriva di freddo». La sua voce si rompe quando racconta che tornato al villaggio quelle povere case cristiane «erano tutte morte». «Perfino le caprette ci hanno ammazzato. Per cancellare per sempre il segno dei cristiani dall’Orissa».
India. La più popolosa democrazia del mondo, astro splendente dell’economia globale e calamita per pellegrini assetati di ogni spiritualismo, è oggi teatro di un pogrom feroce: quello contro i cristani, perseguitati e ammazzati dai fondamentalisti indù in tutto il paese. Dall’Andhra Pradesh a Goa, dal Kerala al Tamil Nadu, fino all’Orissa, terra d’incanti e di povertà immensa dove la caccia al cristiano è la più sanguinaria.
Qui, davanti all’altare di quella che fu una piccola chiesa di campagna, le donne con i sari color del sole ricordano che le vere stragi sono cominciate proprio un anno fa. «Pochi giorni prima del Natale scorso una squadra di induisti che invocava il dio scimmia Hunuman ha bruciato i nostri presepi e devastato 14 chiese» mi racconta Mashay e dice che il bambino Madhav che pregava con loro è stato azzoppato a bastonate. Da allora non scende una notte sull’Orissa nella quale non si pianga un nuovo dramma. Fino a quella tra il 2 e il 3 ottobre, quando un padre col figlio sono stati fatti a pezzi. «Una punizione per esser tornati alle rovine della loro casa» hanno scritto col sangue i seguaci di Visnù sull’entrata. Sei giorni dopo, nel villaggio di Balligada, 25 case sono state distrutte per sempre.
«Li ammazzano perché si convertono, perché trovano nei missionari cristiani i primi a considerarli uomini come gli altri» Bello, come solo un vecchio che ha amato molto può essere, Raphael Cheennah, arcivescovo di Bhubaneswar, capitale dell’Orissa, spiega il perché dell’orrore. «Vede, noi aiutiamo gli intoccabili. Costruiamo scuole e futuro per i loro bambini e le famiglie. E quei poveretti abbracciano il calore di Gesù, nuovo padre». È triste, ma fortemente austero questo papa indiano. «L’Induismo è l’unica grande religione che sancisce la diseguaglianza degli esseri umani sin dalla nascita. Ma i dalit che loro sfruttano come schiavi oggi hanno trovato la dignità di ribellarsi ai carnefici». Arriva la bambina Ranyj. Ha 15 anni, i piedi scalzi e dorme arrotolata per terra come un gatto randagio. Giunge le mani davanti al suo sorriso e bacia quelle del vecchio prete. «Parlano di conversioni forzate? Ranyj è un’indù, ma noi l’aiutiamo comunque. Parlano di invasione cristiana? Ma se siamo appena il 2,5 per cento davanti al miliardo di induisti praticanti! La verità è che dietro l’odio dei Bharatiya Janata, partito di estrema destra che appoggia le stragi, c’è il terrore di perdere voti alle prossime elezioni».
Il vescovo giura di aver avvertito il governo degli eccidi che l’Hindutva (il credo estremista che vuole l’India solo induista) covava per il Natale. «Li ho scongiurati di ascoltarmi. Nulla. Perché nel Kandhamal la polizia è arrivata quattro giorni dopo le stragi? Non c’è volontà da parte del governo di arrestare i veri colpevoli, compresi i politici complici delle violenze. Nel paese troppi tifano per i fondamentalisti indù. Contro i musulmani. Contro i cristiani. Contro tutti».
L’auto sgangherata corre dentro foreste vergini dove par di sentire l’eco del pianto dei nuovi martiri, costretti a nascondersi in mezzo alla boscaglia. La natura, quasi preistorica, è interrotta soltanto da apparizioni. Uomini nudi, fasciati in vita da piccoli drappi, guidano mandrie di bufali o pregano immersi nelle acque di stagni viola. Principesse poverissime, dai sari luminosi, sfilano sulla terra rossa con otri e cesti sulla testa. Siamo caduti in una bolla surreale che ci ha portato indietro a milioni di anni fa? No. Sono i tribali, popolazioni di una povertà ancora più immensa di quella degli intoccabili. Nel nord li hanno cacciati dalle terre ancestrali per far posto alle dighe, alle ferrovie e alle luci dell’«Incredibile India». Qui sono sopravvissuti come folletti di questi boschi che considerano sacri. Ma la miseria li divora.
Da qualche tempo, però, le loro antiche divinità delle nuvole e quelle delle foglie hanno lasciato il posto alla fede dei religiosi che crescono i loro bambini nelle missioni. È il motivo per cui questi pellerossa dell’India sono diventati le prime vittime delle stragi di agosto, cominciate quando Lakshmanananda Saraswati, il Khomeini indù che predicava l’odio contro i missionari, è stato ucciso con cinque dei suoi seguaci. I guerriglieri maoisti hanno subito rivendicato l’assassinio del vecchio col bastone. «I maoisti combattono contro l’autorità costituita nella cintura tribale del Kandhamal» aveva spiegato il vescovo Cheennah «e Saraswati, amico della polizia e delle caste alte, era diventato per loro un vero simbolo del potere». Per i seguaci del guru assassinato però era troppo comodo incolpare i cristiani. E poi scatenare l’inferno. «Il primo a bruciare tra le fiamme è stato l’orfanotrofio di Phutpali diretto da padre Edward Sequeira» racconta il pastore di capre Thomas con l’ombelico attorcigliato di perline d’argento. «Le fiamme erano già alte quando Rajnie Majh, giovanetta di 16 anni, ha portato fuori dall’orfanotrofio i suoi 20 bambini facendoli scappare nel bosco». Rajnie non ha trovato il tempo di salvare se stessa. Tre ossessi armati di bastoni l’hanno costretta a rientrare nella casa in fiamme dove è morta, arsa viva. «Ho nelle orecchie la sua piccola voce che chiedeva aiuto. Avrei fatto qualunque cosa per soccorrerla, ma ero a terra accerchiato dal fuoco. Non ce l’ho fatta» ha raccontato dolorosamente padre Edward, ferito gravemente. Ma vivo. Oggi davanti alla casa i suoi bambini hanno piantato un albero dai fiori bianchi. Con una targa: «A Rajnie che dalle fiamme dell’inferno ha saputo volare in cielo».
Negli stessi giorni la furia induista ha causato molte altre vittime tra i missionari e i laici. Nel centro pastorale della diocesi di Cuttack due preti sono stati aggrediti e picchiati a sangue. La suora Meena stuprata. Nel villaggio Rupa, distretto di Kandhamal, Rasananda Pradhan è morto carbonizzato tra le fiamme della sua capanna, mentre migliaia di indù profanavano chiese e case cristiane nei distretti di Khurda, Bargah, Sundergarh, Sambalpur, Koraput, Boudh, Mayurbhanj, Jagatsinghpur. A oggi la tragedia dei cristiani d’India conta numeri sinistri. Cinquemila case bruciate, 178 chiese e luoghi di culto distrutti, 61 morti e 18 mila feriti, e ancora 13 scuole e centri sociali danneggiati, 50 mila senza casa di cui 20 mila raccolti in campi profughi e 30 mila nascosti nelle foreste dove la malaria ha già contagiato centinaia di poveretti e ucciso una suora.
Un’apocalisse che polizia, magistratura e governi cercano di mitigare. Anzi di nascondere. «Posso darvi solo le cifre che riguardano il mio distretto» ribatte fiero Arunbanchal Dash, baffuto capo della centrale di polizia nel Kandhamal, che mi allunga una lista dove, guarda caso, manca il totale dei morti e gli altri crimini vengono diluiti dividendoli in case danneggiate in parte (2.699) e totalmente (985). Dove «i feriti» sono, chissà perché, divisi dai «colpiti». Mentre si dà vera importanza agli impotenti comitati di pace organizzati dal governo (399), alle squadre dei 5 mila poliziotti che lavorano «eroicamente», alle 50 mila rupie che lo stato ha promesso ai proprietari delle case distrutte.
«Il governo promette, ma nulla accade» afferma Mysyati Paray, giornalista cristiana del villaggio di Pingabapaphar. Racconta che verrà pagato solo chi presenterà regolari documenti di proprietà: «Ma i magistrati sanno bene che questi poveretti hanno perso tutto negli incendi. Sarà impossibile per loro trovare quelle carte». Perseguitati di serie C. Anche la tendopoli di Tikabali, a pochi chilometri dal distretto di polizia, è un pugno alla giustizia umana. Stracci e bambini nudi. Pianti. Centinaia di mani al cielo pregano di ritrovare la strada di casa. Mille veli attraversano l’aria cantando Dio. Dentro una tenda c’è una piccola Madonna di nome Brabina Digal, che, come 15 famiglie di qui, viene dal villaggio di Ludhramunda. «Siamo condannati. Ce l’hanno detto: “O vi convertite all’Induismo o vi ammazzeranno come cani”. Ma noi siamo cristiani da tre generazioni. Gesù è l’unico amore. Non lo tradiremo». Vicino c’è Puspa, sua sorella. La faccia attraversata da fiori di henné. «Non abbiamo più niente: né case, né speranze. Il Dio dei cristiani deve darci un’altra terra per vivere salvi e in pace».
Il capraio Avimanwu Naik è felice: «Sì, la salvezza è solo un posto lontano da loro. Scriva anche il mio nome, la prego» Mille donne intorno, ma nessuna cerca soldi. Vogliono solo e disperatamente esistere. E sognano una terra promessa, che nessuno gli darà mai. Si va via. Ma un uomo appare davanti. Il falegname Taria Digal si mette la mano sul cuore e tiene stretta una bambina. Non capisco. Sanjib, l’interprete, spiega che ha perso la moglie e che sul giornale vorrebbe solo il nome di sua figlia e poi l’accarezza con una tenerezza struggente. Raikia sorride ma i suoi occhi rimangono vuoti. L’hanno accecata dopo aver ucciso sua madre.
Dodici ore di macchina per tornare alla capitale Bhubaneswar, dove i cristiani più colpiti sono nascosti in centri cattolici di volontariato. Al Peyton sahi relief committee li tengono tutti e ottanta dentro un camerone, dove si parla molto di conversioni forzate. «Assurdo» dice il direttore «in Orissa e in altri cinque stati il governo ha già fatto una legge anticonversione. Nel Karnataka hanno arrestato 22 missionari, colpevoli, secondo gli indù, di avere convertito un intero villaggio». Mi accompagna sulla terrazza seguito da uno sciame di tribali «casomai sono gli intoccabili che rinunciano ai privilegi concessi dallo stato pur di pregare Gesù. Perché nessuno dice che sono gli estremisti di Visha Hindu Parishad e di Bajrang che obbligano i cristiani a tornare all’Induismo?». Kay Nomaga, 37 anni, testa rasata e occhi pieni di terrore, ne sa qualcosa: «Ero nel bosco disperato. Sono venuti e hanno detto: torna. Una volta a casa hanno strappato la croce dal collo e ci hanno messo la medaglia del dio scimmia. Ho subito. Non me lo perdonerò mai». Lalji Nayak al suo Cristo non ha rinunciato. A ogni suo rifiuto la lama dei killer gli entrava più fonda nella gola. È morto dissanguato il 1º ottobre.
Guarda il video di Stella Pende

In Sud Africa la chiamano la gazzella che guarda il sole. Nella sua terra, il Mozambico, che la venera ancora come vedova del presidente Samora Machel, sarà sempre Graça la regina pasionaria. Oggi, a vederla camminare altera nei corridoi del Grand Hotel di Rimini dove il centro Pio Manzù ospita il suo 34° convegno sulla povertà, capisci che sudafricani e cittadini mozambicani hanno ragione: Graça Machel Mandela, 63 anni, moglie della leggenda che vive Nelson Mandela, è l’essenza dell’Africa stessa. Da quando 10 anni fa ha sposato il suo Mutaba (così lo chiama lei), Graça è diventata anche la regista della più attiva fondazione africana per lo sviluppo delle comunità. «Il Sud Africa mi corre nelle vene» dice la signora Mandela, testimone eccellente della vita politica e sociale del gigante africano che oggi pare travolto dagli spettri del passato.
Il miracolo di Mandela si è sbriciolato?
Una volta provato, nessun miracolo potrà mai diventare cenere. E quello di Mandela ha prove vere. Dal ’94 a oggi l’economia di un paese in ginocchio è volata, l’educazione è gratis per tutti e l’apartheid è vinto senza spargere una goccia di sangue. Proprio per questo, però, a Mandela e ai suoi eroici compagni non piace affatto la cruenta divisione dell’American national congress, il loro glorioso partito.
Allude al fatto che l’erede di Mandela, il presidente Thabo Mbeki, cacciato dal congresso, ha dovuto cedere il passo al presidente provvisorio Kgalema Mothlante, che fino alle elezioni del 2009 scalderà la poltrona allo zulu Iacob Zuma, presidente già designato?
Non alludo. Ha già detto tutto lei.
Insomma, è vero che Zuma rivolterà in toto la politica del paese?
Il Sud Africa non è un villaggio zulu, ma ancora l’impero economico più glorioso dell’Africa. Ha una costituzione forte e sovrana. E il governo ha già approvato le politiche economiche e sociali del futuro prossimo. Chi si vanta oggi di salvare il popolo distribuendo ricette fatate poi, davanti a cifre economiche disastrose, diventerà un presidente molto più cauto per non scivolare con la faccia per terra.
Lo scrittore Lewis Nkosi dice che Zuma è adorato dal popolo perché balla col gonnellino di piume, perché salverà il paese dalla crisi, perché ridistribuirà le ricchezze. Sarà il Chávez sudafricano?
Speriamo di no, ma anche Zuma è un populista. Per prendersi il favore popolare ha appoggiato i sindacati e i leader infuocati della povera gente che rischiano di essere pericolosi per la sua presidenza. Del resto, negli ultimi mesi il Sud Africa è stato inondato da fiumi di disperati. Un milione di profughi solo dallo Zimbabwe. Chi soffre per la disoccupazione s’è scagliato contro i disperati che lavorano a metà salario. Ed ecco incendi, massacri, linciaggi. Nessun paese avrebbe resistito a un simile tsunami. Il rimedio? Il mantenimento delle promesse dei governi del G8. La prima è investire lo 0,7 del pil nella cooperazione. Poi è indispensabile la pace tra Morgan Tsvangirai e Robert Mugabe in Zimbabwe, che il nostro Mbeki sta aiutando e risolvendo a momenti.
In compenso non ha risolto il flagello dell’aids, ostinandosi a considerarlo una malattia da curare con erbe e pozioni naturali. Risultato: il virus ha sterminato la popolazione.
I giornalisti continuano a interpretare folkloristicamente la realtà. La verità è che c’è stato un errore nel valutare l’impatto della malattia sulla popolazione. E alla fine i farmaci non sono bastati per arginare l’epidemia dilagante.
Perdoni l’insistenza, ma Mbeki è stato accusato di avere favorito la crescita della borghesia nera in Mercedes sacrificando i poveri.
Forse ci scordiamo che fino a 17 anni fa i neri erano schiavi negletti. Mandela e Mbeki con il famoso «black empowerment» hanno aiutato l’ascesa della middle class «colorata». Così oggi all’apice della piramide ci sono i nuovi ricchi neri. Ma quanti sono riusciti a uscire dalla miseria? La stampa dimentica la verità.
Al proposito, il vostro «Sunday Times» ha pubblicato una vignetta dove Zuma si appresta a violentare con i pantaloni calati una donna bendata che è la Giustizia. Spiegazione: il futuro presidente sudafricano è accusato di avere stuprato un’amica di famiglia con tanto di aids, ma anche di avere preso tangenti su armi alla Francia. Un presidente così non scoraggerà gli investitori stranieri?
Zuma se l’è cavata spiegando che la signora in minigonna era una legittima tentazione e che per evitare il contagio aveva fatto una bella doccia. Sulle tangenti, a settembre un procuratore della Corte suprema ha sentenziato che la sua incriminazione era stata viziata da motivi politici. I nemici hanno incolpato Mbeki che ha preferito dimettersi, ma che oggi aspetta di provare la sua innocenza. Pur non approvando la volgarità della vignetta, ricordo che l’autore non ha avuto guai. Ecco la democrazia del nostro paese!
Qualcuno dice che l’Africa verrà salvata dalle donne, anche il Sud Africa?
Qualcuno utilizza stereotipi vecchi perfino per noi africani. L’Africa verrà salvata da tutti gli africani, ma oggi la leadership femminile cresce nella scienza, nella letteratura e in politica. Guardi Gertrude Monguela, presidente del parlamento africano! E il Ruanda, dove in parlamento le donne arrivano al 52 per cento.
Dimentica Hellen Zille, sindaca d’opposizione a Città del Capo che accusa il governo di non fornire energia e infrastrutture, veri rischi per i Mondiali del 2010.
È Hellen Zille a dimenticare che il 2010 non è la sfida di Città del Capo, ma di tutto il Sud Africa. E dell’Africa intera. Nove città sudafricane saranno del tutto pronte alla vetrina attesa dei Mondiali.
Infine è vero che è stato Desmond Tutu a farvi sposare e che lo sposo le ha offerto 60 mucche per rispetto alla tradizione?
Sì, per le mucche. Ma io non volevo sposarmi. Temevo che i miei figli perdessero oltre al padre anche la mamma. Ma una leggenda non può avere una macchia. Così, per amore, ho accettato.
Un amore grande anche dopo anni?
Io amo molto o non amo affatto. Oggi più che mai. Lui ha 90 anni, è fragile e proprio per questo viviamo ogni giorno come se fosse l’ultimo insieme.
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