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Venticinque milioni di britanicci “traditi” dal fisco. Tutti i loro dati personali, data di nascita, conto in banca, numeri delle assicurazioni…tutto è andato perduto nei sacchi delle poste. Proprio così: i parlamentari riuniti in parlamento stamattina devono essere rimasti a bocca aperta quando Alistair Darling, il Cancelliere dello Scacchiere (l’omologo del nostro ministro dell’Economia), ha raccontato una brutta storia che ha portato alle dimissioni del responsabile del fisco, Sir Paul Gray.
“Lost in the Post” si legge sul sito del quotidiano londinese The Guardian. E in effetti quanto è successo è di una tale semplicità da sconcertare: due hard disk con i dati fiscali di 7,25 milioni di famiglie britanniche, cioè tutte quelle che beneficiano di assegni di sostegno per i bambini, sono stati spediti da un funzionario dell’Hm Revenue and Customs (Fisco e Dogane di Sua Maestà) a un ufficio di Londra che li aveva richiesti, senza però seguire le dovute procedure di sicurezza ma affidandoli a un semplice corriere interno. E così quei dischi sono andati perduti.
E’ stata insomma inferta una profonda breccia nella tanto invidiata privacy di cui godono i cittadini di Sua Maestà. Tanto più che a rincarare la dose c’è anche dell’altro: i dischi sono stati inviati il 18 ottobre, ma la notizia della sparizione porta la data dell’8 novembre. Il Cancelliere Darling l’ha saputo il 10 novembre ma solo il 14 ha chiesto a Sir Gray di allertare la polizia. “Non era questo il modo in cui pensavo di lasciare il mio lavoro” ha detto responsabile del fisco Gray dopo aver rassegnato le dimissioni. Come a settembre, quando venne alla luce la vicenda della Northern Rock, la banca inglese travolta dalla crisi dei mutui, questa mattina milioni di britannici sono corsi a verificare il proprio conto corrente e stanno ora valutando di cambiarlo, nel timore di frodi e furti di identità.

Il 26 settembre avrebbe festeggiato il suo primo anniversario da premier del Giappone. E invece il giorno dopo le sue dimissioni, Shinzo Abe non si ritrova in un buen retiro fuori città, bensì in un ospedale di Tokyo. Da tempo giravano voci sulle sue cattive condizioni di salute ma ben pochi ci credevano - e in pochi ci credono oggi. Anzi, le voci circa l’imminente esplosione di uno scandalo per evasione fiscale si fanno sempre più insistenti. La cosa d’altra parte non sorprenderebbe nessuno, visto che negli ultimi 12 mesi il governo di Abe è stato travolto da scandali finanziari e politici e ha visto anche il suicidio di uno dei suoi ministri. Certo è che il Partito liberaldemocratico giapponese, al governo quasi ininterrottamente dal 1955, ha fissato per domenica 23 settembre l’assemblea dei delegati che eleggerà il nuovo presidente, il quale assumerà automaticamente la carica di primo ministro.
Il tempo stringe, data la delicata situazione parlamentare. La questione più scottante riguarda l’appoggio alla missione in Afghanistan: l’opposizione, che controlla il Senato (Camera Alta) dopo la sconfitta dei liberaldemocratici alle elezioni del 29 luglio, è contraria al prolungamento della missione navale di sostegno logistico alla coalizione internazionale. Tema ancor più delicato se si pensa che la Costituzione giapponese vieta un vero esercito e, per appoggiare le missioni militari, Tokyo aveva varato una legge antiterrorismo ad hoc nel 2001: rinnovata tre volte, la prossima scadenza è il primo novembre.
Intanto circolano già i nomi dei candidati più quotati alla successione: Taro Aso, segretario generale del Partito liberaldemocratico, e l’attuale ministro delle Finanze Fukushiro Nukaga. Eppure si continua a tenere d’occhio anche le mosse del popolarissimo predecessore di Shinzo Abe, Junichiro Koizumi. Alcune fonti della stampa giapponese sostengono che l’ex premier avrebbe telefonato ai vertici del partito al governo per smentire l’intenzione di candidarsi.
Ma c’è chi proprio non perdona Abe di essersi dimesso in un periodo così difficile: la stampa nipponica. Tra i più duri, il quotidiano di centro sinistra Mainichi shinbun, che ha scritto che Abe “è venuto meno al suo dovere: non possiamo non qualificare il suo comportamento come totalmente irresponsabile”. La maggior parte dei giornali giapponesi non auspica l’immediata elezione di un nuovo presidente del partito liberaldemocratico, ma lo scioglimento della Camera dei deputati e la convocazione di elezioni anticipate. Anche il quotidiano economico Nihon keizai (Nikkei) shinbun ritiene che “per porre fine alla confusione…è auspicabile lo scioglimento della Dieta e la formazione di un governo stabile che si fondi sul verdetto delle urne”. E: “Anche se l’economia giapponese è in ripresa, un lungo periodo di crisi politica può influenzare il morale dei leader industriali, degli investitori e dei consumatori”.

Dire che si tratta di detenuti che amano la prigione in cui scontano la propria pena è forse eccessivo ma insomma… Chi “abita” a Bastoey , infatti, è ben contento e a dirlo sono le cifre: la maggior parte dei detenuti che avrebbero potuto ottenere una riduzione della pena non l’ha fatto. L’isola felice è davvero un’isola e si trova in Norvegia, in un fiordo a circa 75 chilometri a sud di Oslo. Bastoey è diventata negli anni un esempio internazionale di rieducazione ma aspira anche a diventare un modello di “prigione ecosostenibile”: ha dato il via all’installazione di pannelli solari, il riciclo è una priorità e il cibo, per lo più coltivato direttamente dai detenuti e rigorosamente biologico, è anche venduto ad altre prigioni. Il bestiame, cioè pecore, mucche e galline, è guardato a vista dai detenuti. Ci sono anche cavalli a Bastoey ma servono soltanto per fare sport o come supporto nei lavori pesanti. La prigione senza sbarre è insomma autosufficiente e mantenuta quasi esclusivamente dai detenuti stessi, tant’è vero che le guardie sono poche e alla sera se ne contano solo quattro per tutti i 115 detenuti…e non portano con sé armi. Un bel traguardo, celebrato a fine agosto dal ministro della giustizia norvegese, Knut Storberget.
Ora non si pensi che a Bastoey arrivino persone colpevoli di reati minori. Tutt’altro: ci sono soprattutto assassini, stupratori e trafficanti di droga. Eppure ognuno di loro, una volta entrato a Bastoey, sembra cambiare, come contagiato dagli influssi positivi di unmondo diverso. Sarà che la pena per chi tenta la fuga e poi viene trovato funge da ottimo deterrente:si viene trasferiti in un carcere molto meno bucolico.

Eva Longoria, protagonista di Desperate Housewives
Qualcuno dà la colpa a Madonna e alla Casalinghe disperate, altri puntano il dito contro le disinibite di Sex and the city. O forse sono tutti “cattivi esempi”. Il punto è che mentre il mondo della moda si mobilita contro le top model taglia 36, emerge una categoria sempre più afflitta dall’anoressia: le donne dai 40 anni in su, spesso con marito e figli, tutte ossessionate da corpi eternamente giovani, tonici, perfetti.
L’allarme arriva dagli Stati Uniti, da dove la stampa internazionale (dal Times alla Cnn) riporta l’esperienza di una clinica di Minneapolis specializzata in disturbi alimentari: il Park Nicollet Health Services Eating Disorders Insitute. Lì, solo quattro anni fa le pazienti mature rappresentavano il 13% del totale: oggi sono il 38%. Un balzo allarmante che ha convinto l’istituto a investire ben 32 milioni di dollari nell’ampliamento delle sue strutture. Dal 2009 le pazienti adulte riceveranno così cure specifiche, diverse da quelle delle giovanissime.
Lo stesso fenomeno sembra si verifichi in Gran Bretagna, dove la più importante fondazione dedicata alla lotta contro i disturbi alimentari (Beating eating disorders) ha avviato una campagna contro i nuovi - inverosimili - modelli delle over 40: donne come Sharon Stone e Madonna hanno avuto il merito di portare alla ribalta le ultraquarantenni, che prima semplicemente non esistevano in tv né sui giornali. Ma, sostiene la presidente dell’associazione, hanno anche fornito modelli sbagliati e questo portato molte donne ad ammalarsi per la prima volta dopo aver superato i 40.
Anche l’Italia comincia a rilevare il pericolo. Giovanna Cecchetto, presidente dell’Associazione nazionale dietisti, già qualche mese falanciò l’allarme: “Mancano dati precisi sulle malate di anoressia con oltre 40 anni, ma registriamo un aumento delle richieste di aiuto proprio in questa fascia e in alcuni casi persino dopo i 55 e 60 anni”.
Altro che pochi mesi: il piano di Washington sul futuro degli Stati Uniti in Iraq prevede altri due anni di presenza militare. Dopo, gli States seguiranno comunque in modo diretto la formazione delle forze irachene. A svelare le intenzioni di Washington è il New York Times attraverso le rivelazioni di alcuni ufficiali (anonimi) che ben conoscono il rapporto, chiamato “Joint Campaign Plan”. Benché il rapporto sia il preludio a una costante diminuzione delle truppe nel Paese, la strategia statunitense striderebbe con la volontà espressa dal presidente Bush di trasferire il prima possibile tutti i poteri al governo iracheno.
Il Joint Campaign Plan dovrebbe comunque essere ufficializzato questa settimana ed è stato messo a punto da fidati uomini di Bush: il generale David Petraeus, l’ambasciatore americano in Iraq Ryan Crocker, il segretario della Difesa Robert Michael Gates e il capo del Central Command degli Stati Uniti William Fallon.
Due le fasi previste. La prima punta a raggiungere la “sicurezza locale” a Baghdad e in altre aree del Paese entro giugno 2008, la seconda vedrà estendere la sicurezza all’intero Iraq. Un piano molto ambizioso, non c’è che dire, visto gli esiti della guerra.

Tre anni per mettere per prevenire i disastri di oggi: tanto tempo avrebbe avuto il governo britannico per evitare la tragedia che colpisce in questi giorni intere regioni occidentali del Regno Unito - o quanto meno per limitarne i danni. Almeno questo è quello che sostiene il quotidiano The Guardian. Tutta l’attenzione dei media, dal Times all’Independent e alla Bbc, è rivolta alle piogge che stanno colpendo senza sosta alcune zone dell’Inghilterra: al momento si contano circa 10 mila sfollati, 350 mila famiglie senz’acqua e altre 45 mila senza corrente elettrica. E come se non bastasse, l’Ente per le armi atomiche della Gran Bretagna ha reso noto che i siti di Aldermaston e di Burghfield sono stati colpiti dalle inondazioni. Niente panico, però, perché i test già effettuati sulle acque hanno escluso contaminazioni radioattive.
Ora il governo britannico ha stanziato 200 milioni di sterline (circa 298 milioni di euro) per far fronte alle alluvioni più gravi degli ultimi anni. Ma il Guardian grida allo scandalo: secondo il quotidiano da anni si sapeva che le misure di prevenzione studiate dal governo in caso di alluvione erano inadeguate. Downing Street sarebbe stata messa in guardia da due distinti rapporti, il primo del 2004 e il secondo del 2005. Entrambi giudicavano i piani del governo troppo “complessi, confusi e spossanti per la popolazione”, secondo quanto riporta il Guardian. Non solo: all’epoca, il governo avrebbe ricevuto consigli precisi su come ovviare alla situazione, per esempio trasferendo gran parte dei compiti all’Enviroment Agency, l’ente per la protezione dell’ambiente. Downing Street si sarebbe impegnata a farlo entro il 2006.
Ecco alcuni servizi andati in onda in questi giorni sulla Bbc e su Euronews e immagini riprese invece da persone che vivono in zone colpite dalle alluvioni.
Bbc
Euronews
Flood on my road! Preston, UK
Raccontateci una Visa horror story, la vostra storia sui “Visti dell’orrore”. Non è un nuovo concorso letterario-cinematografico: l’invito viene dal quotidiano inglese Guardian, che forse ha calcato un po’ la mano ma ha comunque deciso di titolare così un suo articolo. Perché in molti si chiedono che cosa stia succedendo al personale responsabile del rilascio dei visti d’ingresso nel Regno Unito: troppi potenziali visitatori si sono visti respingere le domande per entrare in Gran Bretagna con motivazioni francamente ridicole.
Ma è possibile che non si possa entrare nel Regno solo perché non si parla un inglese fluente? O che addirittura il “fare vacanza” non sia un motivo più che nobile? Eppure queste sono solo alcune delle risposte firmate e timbrate dall’ufficio visti. E a dirlo non sono solo le “vittime” di addetti troppo zelanti bensì l’ultimo rapporto di Linda Costelloe Baker, alla guida di quell’Independent Monitor che ha proprio il compito di tenere d’occhio il rilascio e il rifiuto dei visti per entrare nel Regno.
I commenti sul sito del Guardian non si sono fatti attendere e alcuni internauti hanno raccontato la loro Visa horror story: chissà se è capitato anche a qualche italiano…

Da oggi la polizia si contatta anche con un sms. Almeno in Gran Bretagna, dove il tabloid domenicale Mail on Sunday rivela che il governo del Regno Unito avrebbe dato il via libera ai “messaggini d’emergenza” via cellulare in alternativa alle telefonate al 999 (il servizio di emergenza che equivale al nostro 113). Il servizio sarà dapprima riservato a non udenti e sordomuti e poi, se funzionerà, verrà allargato all’intera popolazione. Accedervi è semplicissimo: anziché chiamare il 999, i cittadini in difficoltà dovranno scrivere degli sms che il domenicale immagina con frasi abbreviate quali “Hlp, sum1 hs brokN my hous”, cioè “Help, someone has broken into my house” (Aiuto, qualcuno è entrato in casa mia). O come “I tnk i’m havN a heartattack”, “I think I’m having a heart attack” (Penso di avere un attacco di cuore). Dopodiché non resta che inviare il messaggio al numero 18000.
La Gran Bretagna, così come il resto d’Europa, ha da tempo un servizio di messaggistica d’emergenza per sordomuti, il quale funziona con un apposito strumento simile a un telefono con tastiera e che già funziona con il numero 18000: ma non è certo paragonabile alla comodità di un cellulare. Non solo. In alcune zone del Paese la polizia locale ha già messo a disposizione le “chiamate” d’emergenza via sms. La novità starebbe nel fatto che il servizio diventerebbe nazionale. A giudicare dalle prime reazioni, però, i cittadini di Sua Maestà non sembrano convinti dell’inizativa. Sul Mail on Sunday i commenti sono numerosi e abbastanza simili tra loro: c’è chi proprio non vede nulla di semplice nel dover scrivere un messaggio in un momento di emergenza e chi si domanda come mai la polizia sostenga che non ci sarà bisogno di soffermarsi sui dettagli perché sarà in grado di localizzare in tempo reale la richiesta d’aiuto….ma se non riesce a farlo con le telefonate?, si chiede qualche internauta.
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