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Pkk online: la Turchia oscura anche Facebook

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  • Tags: Ankara, facebook, Turchia
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Click, si replica. Dopo Youtube (e un numero imbarazzante di altri siti) spetta ora a Facebook finire nel mirino della magistratura turca. Alcuni studenti in vacanza a Bodrum si sarebbero infatti accorti dell’esistenza di un gruppo sul social network più noto al mondo che inneggerebbe all’organizzazione terroristica curda del Pkk e che offenderebbe la figura del padre della patria Mustafa Kemal Ataturk. Il gruppo conterebbe la bellezza di 600 iscritti e avrebbe base in Italia, dove la piccola comunità curda è particolarmente attiva sul web.

Inutili si sono rivelate le rimostranze avanzate per iscritto a Facebook dal gruppo di ragazzi che chiedevano, tra l’altro, l’immediata rimozione di quella quantomeno discutibile presenza sul social network: non sono stati ritenuti degni di risposta. Così hanno deciso di ricorrere al metodo tradizionale, in Turchia, per mettere a tacere qualsiasi messaggio potenzialmente oltraggioso nei confronti del Paese e del suo fondatore: si sono appellati all’articolo 301 del codice di procedura penale. Un articolo cambiato per rispondere in qualche modo alle forti pressioni europee che ne chiedevano addirittura la cancellazione. Le modifiche, però, accusa più di un osservatore, sono più formali che sostanziali.

Grazie a questa azione legale, si trova ora sulla scrivania di un giudice di Bodrum il caso che potrebbe portare a una nuova, significativa censura della rete in Turchia. Nell’agosto dello scorso anno il quotidiano Zaman aveva sottolineato come erano in tutto ben 853 i siti oscurati in Turchia. A questi si aggiungerebbero almeno altri 500 siti che gli stessi proprietari, secondo quanto ha riportato il quotidiano Hurriyet, avrebbero deciso di oscurare come forma di protesta. E al di là della sempre annosa questione della libertà di parola in Turchia, dove i miglioramenti, per quanto esistenti, non sembrano bastare mai, quest’ultimo episodio la dice lunga sulle frizioni ancora esistenti tra curdi e turchi. E’ cronaca di questi giorni la notizia dei sei morti e del centinaio di feriti durante le elezioni amministrative. L’epicentro degli scontri si è registrato ancora una volta nel sud-est del Paese, dove la minoranza curda è più consistente.

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  • Lunedì 6 Aprile 2009

Turchia, nasce il primo canale curdo

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  • Tags: curdo, Pkk, questione-curda, Trt, Turchia
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Il premier Erdogan

L’anno nuovo si apre con un’importante novità per la Turchia. Il sesto canale della tv di Stato TRT ha infatti previsto per il primo gennaio l’inizio delle trasmissioni in lingua curda, nei dialetti kormanci e zaza: i più diffusi nel Paese della Mezzaluna. Si tratta di una svolta non secondaria. La lingua curda, vissuta ancora da molti turchi come una sorta di “minaccia” all’unità della nazione, resta infatti proibita nelle scuole dello Stato e negli uffici pubblici. Solo recentemente si sono avute le prime blande aperture, e il curdo è cominciato ad essere “tollerato” in ambienti non ufficiali.
Durante i primi test di trasmissione, la minoranza curda ha accolto i nuovi progammi del canale con sentimenti contrastanti: c’è chi lo ritiene un passo importante verso il riconoscimenti dei propri diritti basilari, e chi l’ha bollato come un inutile sforzo di assimilazione. “A dir la verità – sostiene Sinan Ilhan, coordinatore del canale – abbiamo ricevuto molte telefonate di ringraziamento durante i test. Ora sappiamo che la gente ha grandi aspettative”.

“Ci sono quelli che vogliono la pace e quelli che vogliono la guerra. La televisione in curdo è per coloro che vogliono la pace. Alcuni sono invece infastiditi da questa novità, ma questa iniziativa deve andare avanti”, ha spiegato lo scrittore curdo Altan Tan al quotidiano Zaman.  Gli fa eco Refik Korkusuz, assistente alla facoltà di legge dell’Università Dicle di Diyarbakir: “Penso che questo canale sia arrivato con ritardo, ma è comunque uno sviluppo positivo”.

Il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), considerata un’organizzazione terroristica non solo dalla Turchia ma anche da Unione Europea e Stati Uniti, ha lanciato una campagna di boicottaggio tra i suoi simpatizzanti. “Si tratta di una volgare mossa elettorale del Partito di governo turco Giustizia e Sviluppo”, ha dichiato Murat Karayilan, comandante del Pkk. “Prendere parte a questo progetto e sostenerlo – ha concluso – equivale a tradire la causa curda”. Il prossimo marzo in Turchia si terranno le nuove elezioni amministrative. Dopo aver avviato il canale in curdo, TRT punterà a creare poi nuovi canali in arabo e in farsi, la lingua parlata in Iran.

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  • Sabato 3 Gennaio 2009

Gaza: Istanbul annulla la festa di capodanno

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  • Tags: Ali-Babacan, Capodanno, Ehud-Olmert, Gaza, golan, Israele, Istanbul, siria, Tayyip-Erdogan, Turchia
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Istanbul

Nessuna festa per l’ultimo dell’anno in piazza Taxim, il punto di ritrovo più famoso di Istanbul. Nella megalopoli sul Bosforo, la musica e i colori hanno lasciato spazio agli slogan anti-Israele e alle bandiere bruciate. L’unico vero alleato che il Paese della stella di Davide ha nella regione è rimasto due volte sgomento davanti al raid aereo su Gaza che ha causato la morte di centinaia di persone, non tutte appartenenti ad Hamas.

Sabato scorso, a distanza di poche ore dal primo attacco, in migliaia si sono riversati in piazza per protestare. Il giorno dopo, l’ondata di rabbia si è diffusa un po’ in tutto il Paese. Ancora lunedì molti manifestanti si sono radunati davanti all’ambasciata israeliana ad Ankara. Non va tra l’altro dimenticato che la Turchia si era spesa moltissimo, durante tutto l’anno, nel condurre i colloqui di pace indiretti tra Siria e Israele per la restituzione delle alture del Golan.

“Le celebrazioni per l’inizio dell’anno in piazza Taxim sono state cancellate a causa degli ultimi sviluppi nella nostra regione”, è stato il laconico commento diffuso dalla municipalità nella mattinata di lunedì. Un segno tangibile di quanto l’azione israeliana abbia fortemente contrariato la gente comune così come la classe politica turca. Il primo ministro Tayyip Erdogan e il presidente della Repubblica Abdullah Gul avevano subito espresso una dura condanna dell’accaduto, invitando al tempo stesso Hamas a desistere dal lanciare razzi su Israele. Senza usare mezzi termini Erdogan aveva definito l’attacco israeliano “un crimine contro l’umanità”.

Seguendo la posizione della Siria, il ministro degli esteri turco Ali Babacan ha fatto sapere da Ankara che, date le circostanze, le trattative di pace per la restituzione delle alture del Golan sono interrotte. E questo a poca distanza dalla recente visita del premier israeliano Ehud Olmert in Turchia. “La scelta di Israele di condurre un’azione di guerra contro i palestinesi mentre sta portando avanti i negoziati con la Siria ci ha fortemente deluso”, ha dichiarato Babacan. In Siria si trova la leadership in esilio di Hamas, l’organizzazione, considerata terroristica anche da Europa e Stati Uniti, che controlla la striscia di Gaza dal giugno dello scorso anno, a seguito del risultato elettorale.

Secondo quanto ha rivelato il quotidiano turco Hurriyet nella giornata di lunedì, all’inizio del mese di dicembre, Israele e il presidente palestinese Abu Mazen avevano chiesto ad Ankara di intervenire per spingere Hamas ad estendere la tregua. L’invito era stato però respinto, considerate, stando alle stesse fonti, le scarse possibilità di riuscita. In particolare, Abu Mazen aveva inviato nella capitale turca il leader del gruppo parlamentare di Fatah. Quest’ultimo si era incontrato con Ahmed Davutoglu, il primo consigliere di Erdogan in tema di politica estera.

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  • Martedì 30 Dicembre 2008

L’ultimo videogioco: ammazza il musulmano

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  • Tags: Islam, muslim-massacre
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Videogioco online

L’aereo sorvola la pista di atterraggio e un “eroe americano” viene paracadutato, armato fino ai denti, nel bel mezzo di una zona imprecisata del Medioriente. La sua missione: assicurarsi che nessuno uomo o donna musulmana resti in vita. È questo il raggelante obiettivo del protagonista di un videogioco dallo scorso gennaio disponibile gratuitamente in rete ma divenuto famoso solo negli ultimi giorni. Titolo: “Muslim massacre“, il Massacro Musulmano. Il gioco ha inizio e il “terminator” comincia ad ammazzare forsennatamente uomini “vestiti” da terroristi e semplici civili. Il colore rosso riempie lo schermo mentre i punti del giocatore aumentano. Si sale di livello, e al semplice musulmano o terrorista seguono l’immancabile Osama Bin Laden, quindi il profeta Maometto e infine Allah.

Per il creatore del gioco, un programmatore freelance conosciuto nel web con il nome di Sivgatr, nessuno scandalo. Per Eric Vaughn – questo il suo vero nome - la sua creazione è “divertente”. Non solo. L’americano residente a Brisbane, in Australia, ha candidamente riconosciuto che molti giocatori apprezzerebbero il gioco “proprio perché si spara e si ammazzano virtualmente musulmani”.

Non riescono a trovare però nessun aspetto divertente i musulmani che sono venuti a conoscenza del gioco: la notizia, in Inghilterra così come nel mondo arabo, ha provocato accorate proteste. “Incoraggiare i giovani a giocare a un gioco nel quale vengono uccisi musulmani in quanto tali è semplicemente inaccettabile, di cattivo gusto e profondamente offensivo”, ha dichiarato Mohammed Shafiq, alla guida della Ramadhan Foundation, la principale organizzazione giovanile musulmana britannica. Shafiq si chiede anche come reagirebbe l’opinione pubblica se le vittime di quello stesso gioco fossero americani o ebrei. Molti i commenti rintracciabili nella blogosfera e nei forum dedicati. Su SomethingAwful.com (”Qualcosaditerribile.com) c’è chi ha scritto: “Personalemente non mi interessa chi uccido, l’importante è che mi diverta”. Altri hanno però risposto bollando il gioco come xenofobo e fomentatore di odio.

Diffondere la cultura della violenza attraverso un videogioco non è certo meno pericoloso che diffondere la medesima “cultura” attraverso altri mezzi” è l’amara constatazione del blogger egiziano Zeinobia. Intanto, però, per i “campioni” del Massaco Musulmano, ciò che conta è raggiungere Allah prima del “Game over”.

  • tiziana.prezzo
  • Sabato 20 Settembre 2008

Fugge dall’Iran in pattini: “Se torno mi ammazzano”

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  • Tags: Edirne, Iran, libertà-di-espressione, pattini-a-rotelle, pena di morte, Turchia
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Iran

Da Istanbul
Quando pattina Ekber assume un’espressione molto seria, il suo sguardo rimane fisso e concentrato davanti a sè e nello sforzo fa una piccola smorfia con la bocca. Ma, appena si ferma, sorride, si aggiusta la folta capigliatura nera e riccia, e con un pizzico di orgoglio rivela: “Durante i miei viaggi in Iran ho raggiunto anche i cento chilometri all’ora”. Così come sfreccia sui pattini, con altrettanta rapidità ha lasciato il suo Paese per non metterci forse mai più piede. “Tornassi a Teheran”, spiega a Panorama.it parlando in turco, “molto probabilmente dovrei trascorrere 20-30 anni in galera. Ad essere ottimisti”.
Una vita che è tutta un’avventura quella di Ekber Ibrahimzade, ora atletico 23enne, fin da piccolo autentico spirito libero. A soli 14 anni lascia scuola e famiglia e si procura da vivere con piccole partecipazioni in film nazionali. Nel 2005 matura l’idea di compiere un viaggio da un capo all’altro dell’Iran. Prima di scegliere cosa vedere, deve decidere quindi come viaggiare. Guidare non gli piace, girare a piedi richiederebbe troppo tempo, ed ecco allora che matura l’idea destinata a cambiargli la vita: un viaggio sui pattini a rotelle. In tre giorni passati a consumarsi le ginocchia impara quello che basta e l’avventura comincia.
Il suo primo viaggio, dall’est all’ovest dell’Iran, gli fa compiere 2750 chilometri in 37 giorni. Un’impresa, la sua, che attira l’immediata attenzione dei mass media e dell’opinione pubblica, seguita da quella delle autorità politiche. Ekber non è solo un perfetto esempio per i propri coetanei, ma potrebbe anche giovare all’immagine del Paese all’estero nel caso battesse il record di chilometri appartenente a un inglese. E così, mentre Ibrahimzade racconta ai giornalisti che il suo vero obiettivo è quello di percorrere un giorno con i pattini l’antica Via della Seta (da Venezia alla Cina), nei palazzi del potere si comincia a riflettere sul come trasformarlo in uno strumento di propaganda. L’assistente del presidente Mahmud Ahmadinejad, Rahim Meshai, lo incontra e gli offre una sponsorizzazione. Nel suo secondo viaggio Ekber percorre 4mila chilometri in 80 giorni: un’esperienza che lo rende famoso.
Ma i piani delle autorità si scontrano con quelli che sono invece i reali interessi del ragazzo che, passando di paese in paese, vuole soprattutto instaurare un rapporto vero con le persone che incontra, tastarne gli umori e le impressioni. Nel suo cammino Ekber chiede alla gente di scrivere in un grosso quaderno quelle che sono le loro opinioni sulla classe dirigente e sul presidente. Un errore, dettato forse da una certa ingenuità, che si rivelerà fatale.
Tornato dal suo secondo viaggio e in procinto di pianificarne un terzo di ancora più vaste dimensioni, viene a sapere che rischia di essere arrestato da un momento all’altro. In men che non si dica, utilizzando il passaporto del fratello, Ekber si dà alla fuga e arriva in Turchia. Il suo obiettivo iniziale è quello di raggiungere l’Europa, entrando in Bulgaria, ma i bulgari si rifiutano di concedergli l’asilo. Da sei mesi questo giovane e intraprendente iraniano è a Edirne, l’ultima grande città turca prima del confine. Qui, insieme ad iracheni, afghani, cinesi e marocchini è provvisoriamente ospitato in una struttura gestita dalla locale stazione di polizia. Qui in Turchia, dove è stato finora ben accolto, aspetta e spera che gli venga concesso l’asilo politico, l’unico strumento che potrebbe salvargli la vita. Il viaggio lungo la Via della Seta sembra ormai destinato a rimanere un sogno. E i pattini, per gran parte del giorno, restano al chiodo.

  • tiziana.prezzo
  • Lunedì 25 Agosto 2008

Alle Olimpiadi col velo islamico

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  • Tags: hijab, olimpiadi-2008, pechino-2008
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Alle Olimpiadi con il velo
Ruqaya al Ghasara è¨ nata il 6 settembre 1982 in Bahrain

Record da battere, gare da vincere. Ma soprattutto la voglia di esserci, di far vedere al mondo che in un’occasione del genere non si è stati solo spettatori. Per gli atleti giunti a Pechino le Olimpiadi sono state tutto questo e molto di più, immortalato in migliaia di immagini che passeranno alla storia. Per un gruppo ristretto di donne, però, l’esperienza cinese ha avuto un sapore speciale: quello della sfida nella sfida. Ai pregiudizi, alle imposizioni, ai divieti, alle minacce. E, partecipando, hanno tutte vinto la prova forse più dura, restando fedeli a se stesse e alla propria religione: l’Islam. Tutte donne che hanno corso, sparato, remato portando serenamente il proprio velo (hijab) sulla testa. Tutte con lo stesso desiderio: quello di essere una fonte di ispirazione per quelle donne che nei loro paesi faticano ancora a infrangere il muro del pregiudizio.

Al contrario di alcune atlete come l’afghana Mahbooba Ahadyar, che ha dovuto piegare la testa davanti alle ripetute minacce di morte e ha deciso di darsi alla fuga mentre si trovava in ritiro in Italia, queste ragazze hanno preso parte ai giochi e hanno anche, in qualche caso, ben figurato. E’ il caso ad esempio di Ruqaya al Ghasara, 25enne sprinter del Barhain, che dopo aver superato le resistenze dei più conservatori, è stata la prima atleta a prendere parte alle Olimpiadi indossando l’hijab ad Atene 2004. A distanza di 4 anni, è stata scelta come portabandiera, e ha corso i 100 metri e i 200 con il suo velo bianco (firmato Nike) sulla testa.

Alle Olimpiadi con il velo
Homa Hosseini è nata in Iran il 22 dicembre 1988. E’ la prima donna iraniana presente ai Giochi Olimpici di Pechino come atleta del canottaggio femminile ed è stata inoltre la portabandiera del proprio paese nella cerimonia di apertura dei Giochi.

Rugaya non è l’unica musulmana ad aver fatto l’ingresso nello stadio, alla cerimonia di apertura, stringendo la bandiera nazionale tra le mani. Stesso riconoscimento è toccato alla campionessa di canottaggio iraniana Homa Hosseini, e poco importa se c’è stato chi, in madrepatria, ha avuto da ridire. Così come la velocista del Barhain non è stata la sola a correre con il capo coperto. Anche Waseelah Fadhl Saad, per lo Yemen, e Robina Muqimyar, afghana, hanno preso parte ai 100 metri piani. Robina, unica donna a rappresentare l’Afghanistan ai Giochi, è arrivata a Pechino senza uno sponsor, senza un vero allenatore, da un Paese ancora in guerra. Certo non poteva puntare a un grande risultato in pista, ma questo non le ha impedito di dire ai giornalisti: “Sono la ragazza più fortunata al mondo”.

E tra le tante foto ricordo di questa eccezionale avventura a cinque cerchi ci saranno anche quella della velata campionessa di tennis da tavolo egiziana Shaimaa Abdul-Aziz mentre, concentratissima, ribatte la pallina in campo avversario, così come quelle delle sue connazionali Eman e Shaimaa El Gammal, schermitrici, mentre si calano la visiera sulla testa già coperta, una volta salite sulla pedana.

E come dimenticare l’immagine di un’altra egiziana, Shimaa Ashad: espressione seria, hijab chermisi sul capo e carabina tra le mani. O ancora la canoa che sfila veloce sull’acqua sotto le vigorose remate di Heba Ahmed, anche lei egiziana.

Alle Olimpiadi con il velo

Heba Ahmed è nata l’1 gennaio 1985 in Egitto. Si è presentata ai Giochi Olimpici di Pechino nella specialità sportiva del canottaggio Femminile Singolo.

La felicità di esserci e di contare si è vista anche sul viso bello e sorridente dell’iraniana Najmeh Abtin: arco e freccie in mano, cappellino da baseball sulla testa fermato da un velo coordinato e dagli occhiali da sole all’ultima moda.

E infine i colpi inferti agli avversari dall’iraniana Sara Khoshjamal Fekri, nella disciplina del taekwondo, e dall’egiziana Samah Ramadan nel judo: chissà se questi colpi sono in qualche modo riusciti a scalfire l’ostilità di quanti (tanti) avrebbero voluto che queste due donne restassero confinate tra le mura domestiche.

Alle Olimpiadi con il velo

Najmeh Abtin è nata il 12 agosto 1982. Rappresenta l’Iran nella specialità olimpica del tiro con l’arco

  • tiziana.prezzo
  • Domenica 24 Agosto 2008

Vita da cani a Riad

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  • Tags: Arabia-Saudita, Riad
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Riad

Galeotto fu il… cane. O il gatto. Molto più di uno sguardo ammiccante, molto più di un profumo stordente, sono loro l’ultimo, diabolico strumento di seduzione.
Le autorità saudite, dopo un attento esame, hanno compreso come questi due animali domestici, se portati a passeggio, siano in grado di trasformarsi in un’arma del peccato e hanno quindi deciso di correre ai ripari. Il nuovo provvedimento a “tolleranza zero” contro la corruzione della morale ha fatto sì che d’ora in poi ne sia bandita la vendita nella capitale, Riad.

La Commissione per la Promozione della virtù e la Prevenzione del Vizio, tramite l’azione del governatore, il principe Sattam, ha infatti deciso di usare il pugno di ferro contro quella che nella capitale saudita viene ormai considerata una deprecabile abitudine: troppo uomini utilizzerebbero gli animali per approcciare per strada le donne. L’azione della Commissione è scattata dopo che, riporta il quotidiano Arabnews, molte famiglie con bambini erano state turbate dalla presenza in luoghi pubblici di giovani sauditi “evidentemente influenzati dalla cultura occidentale” che portavano a spasso i loro amici a quattro zampe.
Un provvedimento del genere non è però il primo in Arabia Saudita. Già nell’agosto di due anni fa il governatore della regione della Mecca aveva proibito la vendita di cani e gatti nella città di Jedda.
“Il bando – ha spiegato Ahmed Al-Ghamdi, capo della Commissione in quella regione - è basato sul detto del Profeta secondo il quale è proibito dare o accettare denaro dalla compravendita di cani”. Come è facile aspettarsi in questi casi, da questa lettura di un passo del Corano alla fatwa il passo è stato breve.
Non tutti però sembrano essersi fatti impressionare da questo ultimo provvedimento. “Due giorni fa ho comprato un nuovo gatto in un famoso negozio di Jedda”, racconta Laith, 25 anni. “Non è cambiato assolutamente nulla, i negozi di animali continuano a fare i loro affari. E’ un’altra di quelle regole che non entrano mai poi realmente in vigore”. In generale, i musulmani tendono a non tenere cani in casa perché non vengono ritenuti animali puliti. Tuttavi Nuha, 34 anni, che possiede ben 4 gatti ricorda come nel Corano, nel Surah Al-Kahf (la storia conosciuta come “La Caverna” ndr) “alcuni giovani pii avevano un cane con loro”.
Tra disquisizioni teologiche e vivaci scambi di opinioni sui giornali, il dibattito, insomma, si è fatto infuocato. Ma una cosa resta poco chiara: come il cane aiuterebbe ad approcciare le donne? “E perché - osserva qualcuno – si punisce l’animale e non il suo padrone?”. Nessuno ha trovato necessario fornire una risposta a questi dilemmi. “Ho cercato in ogni modo di evitare di parlare della Commissione perché è come sparare alla Croce Rossa”, scrive nel suo blog il saudita Ahmed. “Non sono un amante di cani e gatti, ma certo questa legge è idiota”. Tuttavia, osserva, “Riad non è Jedda, e la legge, per quanto ridicola, nella Capitale verrà sicuramente applicata”. In attesa, forse, di un bando su tartarughe e uccellini.

  • tiziana.prezzo
  • Martedì 5 Agosto 2008

Dieci arresti per l’attentato di Istanbul: “Sono del Pkk”

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  • Tags: AKP, Al Qaeda, attentati, bombe, curdi, erdogan, ergenekon, Istanbul, Pkk, terrorismo, Turchia
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Attentati a Istanbul

Attentati a Istanbul

“Si tratta di un atto inumano dell’organizzazione separatista e terroristica”. Così, annunciando l’arresto di dieci persone, il ministro dell’Interno Besir Talay ha oggi ufficialmente attribuito ai curdi del Pkk la strage del 27 luglio a Istanbul, nella quale hanno perso la vita 17 persone e altre 154 sono rimaste ferite. In una conferenza stampa il ministro ha precisato che, tra le persone finite in manette, ci sarebbero anche coloro che materialmente hanno eseguito il duplice attentato, oltre a chi ha offerto loro supporto logistico. “Sono felice di potervi dire” ha dichiarato davanti alle telecamere “che gran parte dei responsabili sono stati arrestati sulla base di prove così schiaccianti che non lasciano spazio ad alcun dubbio”. Sarà davvero così? Nelle ore immediatamente successive al duplice attentato, i media turchi avevano subito attribuito la responsabilità di quanto successo ai separatisti. Tuttavia, col passare dei giorni e a seguito della smentita da parte dell’organizzazione terroristica, i dubbi avevano cominciato a prendere piede. Non tanto a causa di quanto dichiarato da uno dei portavoce del Pkk, ma per il particolare clima che si respira in questi mesi nel Paese della mezzaluna.

Il premier turco Recep Tayyip Erdogan

Il premier Erdogan
Non va dimenticato che l’attentato è avvenuto a distanza di due settimane dalla sparatoria davanti al consolato americano di Istanbul, dove hanno perso la vita in sei: tre poliziotti e tre attentatori ritenuti vicini ad Al Qaida. Ma soprattutto, questo Paese è stato scosso da uno scandalo che per la prima volta nella storia della Repubblica ha portato all’arresto di generali, anche se ora in pensione. Si tratta dell’affare “Ergenekon“, conosciuto anche come la “Gladio turca”. Più di un’ottantina di persone (dipendenti statali, avvocati, giornalisti e, appunto generali) sono stati rinviati a giudizio con l’accusa di fa parte di un’organizzazione terroristica sospettata di essere la responsabile di alcuni omicidi eccellenti (come l’omicidio del giornalista armeno Hrant Dink) e di aver pianificato un colpo di Stato per sovvertire l’ordine democratico, in questi anni rappresentato dal partito islamico-moderato dell’Akp. Quest’ultimo, però, è a sua volta accusato di stare lentamente spostando la Turchia verso la religione del Corano. Le bombe di Istanbul sono esplose, infatti, a poche ore dalla riunione della Corte Costituzionale chiamata a decidere se dichiarare l’Akp illegale: l’accusa è di aver condotto attività antilaiche contrarie ai principi stabiliti ormai più di 80 anni fa dal padre della patria Mustafa Kemal Ataturk. Il primo ministro Erdogan e compagni se la sono cavata, con la decisione presa mercoledì scorso, con un dimezzamento delle sovvenzioni annuali. Quanto il clima di instabilità e le bombe abbiano contribuito a spingere i giudici verso una decisione più morbida (e più saggia) è impossibile saperlo. Ma certo la loro importanza l’hanno avuta.

  • tiziana.prezzo
  • Domenica 3 Agosto 2008
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