
Di fronte alle coste del Madagascar, vicino all’arcipelago delle Comore, c’è un pezzo d’Europa che galleggia nell’Oceano Indiano. Piccolo paradiso dalle spiagge bianche e dal sapore occidentale, l’isola di Mayotte scelse nel 1973 di rimanere colonia francese: fu l’unica a rispondere no al referendum che chiedeva alle isole dell’arcipelago se avrebbero voluto affrancarsi dalla madrepatria. E nel giro dei prossimi due anni, a due secoli dalle conquiste coloniali, l’isoletta grande quanto un terzo del comune di Roma diventerà ancora un po’ più francese.
Il consiglio generale della collectivité d’outre-mer ha votato infatti una mozione (in virtù della legge del 20 febbraio 2007 sulla regolamentazione dei territori d’oltre mare) per diventare dipartimento francese: il 101esimo. Il governo francese organizzerà in loco, entro l’aprile 2009, un referendum di conferma in seguito al quale l’Assemblea nazionale e il Senato si pronunceranno sul cambio di statuto. «È solo questione di fissare le date – ha detto il deputato francese René Dosière a Le Monde – . La decisione è presa. Alla popolazione locale sono state fatte delle promesse». Dall’1 al 6 settembre prossimi una delegazione di senatori francesi sarà sull’isola per aiutarla a prepararsi alla delicata transizione.
Ma se la colonia Mayotte, grazie ai sussidi dalla Francia, era già sei volte più ricca delle cugine dell’arcipelago, con la trasformazione in department vedrà questo scarto accrescersi ulteriormente. I suoi abitanti acquisiranno una serie di benefici finanziari, tra cui il revenu minimum d’insertion (Rmi), il sussidio francese per i cittadini meno abbienti, e potranno avere accesso ai fondi messi a disposizione dall’Ue per i suoi membri. Il timore è che tutto ciò incrementi un’immigrazione clandestina già consistente verso quella che per i cittadini delle isole vicine è la Lampedusa d’Africa. E il paragone con l’isola italiana sembra appropriato anche per quanto riguarda il numero dei morti durante le traversate della speranza verso il miraggio occidentale. Non vi sono dati ufficiali, ma le organizzazioni umanitarie parlano di 300-500 decessi all’anno. Nel 2007 il flusso di migranti arrivati a Mayotte dalle Comore e poi rispediti in dietro è stato di circa 16.000 persone. Si calcola poi che oggi un terzo dei 180.000 abitanti dell’isola siano immigrati dell’arcipelago. Di questi l’80 per cento è irregolare.
Altra questione riguarda lo stato civile della popolazione locale. Fino a poco tempo fa gli abitanti di Mayotte non avevano cognomi per famiglia. Hanno dovuto scegliersene uno, con conseguente grande scompiglio dell’anagrafe locale, presente tutt’ora nonostante la nascita nel 2001 di una Commissione per la revisione dello stato civile (Crec). «A oggi non si sa ancora chi sia chi – ha detto Dosière – . Bisogna correre ai ripari dando al più presto un nome a tutti. O la situazione del neo dipartimento diventerà ingestibile».

I 25 familiari più stretti di Mukesh Varma vivono da giorni sul tetto della loro abitazione nel villaggio di Jorgama, distretto di Madhepura, senza acqua potabile né cibo. «Gli ufficiali della zona hanno detto di non poter fare nulla per aiutarci – ha detto un disperato Varma al Daily Telegraph. Ma senza un intervento tempestivo i miei cari moriranno tutti».
Nelle ore in cui l’esodo degli abitanti di New Orleans, in fuga dall’uragano Gustav, intasa le strade della Lousiana, dall’altra parte del mondo un’altra catastrofe naturale ha invece già messo in ginocchio l’India. L’esondazione apocalittica del fiume Kosi, la peggiore degli ultimi 50 anni, ha travolto lo stato di Bihar, al confine con il Nepal.
A due settimane dall’inizio delle piogge, la situazione rimane gravissima, con 15 distretti colpite dalla furia delle acque, quasi tre milioni di persone in balia della furia del Kosi. «400mila persone sono state evacuate in un’operazione congiunta di autorità locali, volontari ed esercito», ha detto ieri l’ufficiale Pratyaya Amrit all’Agenzia France-Presse. Altri 800mila indiani sono riusciti a fuggire. Riversandosi negli affollati centri di emergenza, in edifici graziati dalle acque e nei templi. Ma secondo le stime delle autorità di Biihar sono ancora un milione le persone bloccate dalle acque.
Gli abitanti dei villaggi, in preda alla disperazione, tentano di fuggire solcando i fiumi di fango aggrappati al bestiame, gli effetti personali in bilico sulla testa. Alcuni hanno saccheggiato le imbarcazioni di salvataggio da cibo e acqua, altri nel tentativo di salvarsi sono scappati lasciando i bambini a loro stessi. Si calcola che 76 persone abbiano finora perso la vita. La disperazione aumenta di giorno in giorno e i sopravvissuti dei villaggi più remoti accusano il governo di averli abbandonati. «L’area interessata dal diastro è enorme – ha detto il ministro Mitish Mishra, incaricato di gestire l’unità di crisi –. Più di mille villaggi sono sommersi. Abbiamo bisogno di più mezzi per recuperare le persone».
Lo stato di calamità, che potrebbe durare mesi, non ha risparmiato il vicino Nepal. In realtà proprio da qui pare sia iniziato il problema: ci sarebbe stata una breccia negli argini del Saptakosi (si chiama così la parte del fiume che scorre in Nepal) all’origine dell’inondazione del Bihar. E proprio il tema della manutenzione degli argini, insieme alle fragili relazioni tra India e Nepal, sono, secondo il Times of India, alla base della catastrofe.
La gestione delle acque del fiume era stata regolamentata nel 1954 dal Kosi treatment. Secondo l’accordo, il governo del Bihar avrebbe dovuto provvedere alla manutenzione degli argini del Kosi, mentre compito del Nepal sarebbe stato quello di monitorare flusso e portata del fiume. E ovviamente allertare il paese vicino in caso di ingrossamento delle acque. Tuttavia, secondo Chandrashekha, esponente del South Asia Analyses Group’s, entrambi i paesi avrebbero trascurato gli obblighi sanciti dal trattato. E i drammatici risultati li raccontano le cronache di questi giorni.
La questione degli argini è stata chiamata in causa anche da alcune ong operanti nell’area. Che attribuiscono la gravità delle inondazioni proprio agli inutili barriere artificiali del Kosi, opere frutto di speculazioni da parte dei politici locali (oltre al Kosi sono stati costruiti argini anche vicini ad altri otto fiumi nell’area). Costruiti dopo l’indipendenza gli argini avrebbero aumentato, secondo l’Mpa (un network di ong che operano in loco), la portata e la velocità delle acque dei fiumi, rendendo più forte il flusso e, in caso di inondazione, più difficile il riassorbimento delle acque.
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Sono 28 milioni in meno rispetto al 2000. Ma la cifra è comunque impressionante: in tutto il mondo sono 218 milioni i bambini lavoratori tra i 5 e i 17 anni. È quanto riferiscono i dati (fermi ancora al 2004) presentati a Roma dall’International Labour Organization (Ilo), per la Giornata internazionale contro lo sfruttamento del lavoro minorile. L’ultimo rapporto dell’Ilo, The end of child labour: Within reach, parla di una riduzione dello sfruttamento dell’11% in quattro anni. In particolare, diminuiscono quelli coinvolti in lavori pericolosi. La regione dell’Africa Subsahariana è quella con la più forte incidenza di minori sfruttati, mentre l’America Latina e i Carabi hanno avuto la maggior riduzione del fenomeno, sceso di 2/3 punti in quattro anni.
Il problema non è certo assente nei paesi industrializzati. Una recente ricerca condotta dall’Ires Cgil e Save the Children ha stimato che in Italia lavorano tra i 480 mila e i 500 mila minori di 15 anni. Lo studio esamina le differenze esistenti tra i giovani lavoratori italiani e gli stranieri. Le esperienze dei figli di migranti sono di solito in famiglia (soprattutto tra i giovani cinesi). E la famiglia è anche il canale d’accesso principale al mondo del lavoro. Esiste poi una forte differenza tra i luoghi e la periodicità del lavori dei minori italiani e stranieri. I primi lavorano in luoghi più protetti, come negozi o bar, e con frequenza saltuaria. Mentre i figli di migranti spesso lavorano in strada come venditori ambulanti e lo fanno per tutto l’anno. La scuola sembra essere trascurata meno dai minori stranieri che continuano frequentare nonostante l’attività lavorativa, mentre gli italiani si assentano di più o interrompono il corso di studi.
È proprio sull’importanza dell’istruzione nella lotta contro le forme di sfruttamento del lavoro che si concentra quest’anno la Giornata del 12 giugno. L’istruzione obbligatoria per i minori di 14 anni ha contribuito in maniera profonda all’eliminazione del fenomeno in molti paesi, specialmente nell’America Latina e nel Sud Est asiatico.
Ma un colpo di freno all’entusiasmo per i dati positivi è arrivata dal trend dell’economia internazionale, che vede un aumento dei prezzi delle derrate di base. Questo potrebbe in prospettiva avere ripercussioni sulla riduzione del fenomeno del lavoro minorile registrata negli ultimi anni. “L’impennata dei prezzi costituisce uno shock per le famiglie più povere” ha detto Furio Rosati, professore di finanza pubblica all’Università Tor Vergata di Roma. “Il potenziale aumento della povertà nei Paesi a basso reddito potrebbe costringere le famiglie a ricorrere al lavoro dei figli minorenni in maniera crescente”.
Un documentario di www.aiutareibambini.it sul lavoro minorile in India
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