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Ahmid-Karzai

Quel dialogo impossibile coi talebani moderati

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  • Tags: Afghanistan, Ahmid-Karzai, Guerre di pace italiane, talebani
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Bolognese, 46 anni, ha seguito tutte le missioni italiane degli ultimi 20 anni. Dirige Analisi Difesa ed è opinionista del Giornale Radio RAI. Ha scritto "Iraq Afghanistan: guerre di pace italiane".
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Una bambina in un campo profughi in Pakistan

Una bambina in un campo profughi in Pakistan

Negli ultimi giorni si sono moltiplicati i proclami a favore di un negoziato diretto con i talebani espressi ai più alti livelli politici e militari afghani e statunitensi. La settimana scorsa il presidente afghano ha annunciato che al Vertice internazionale che si aprirà a Londra giovedì presenterà un piano per il reintegro nella società dei talebani che accetteranno di deporre le armi. Continua

  • gianandrea gaiani
  • Giovedì 28 Gennaio 2010

Kabul: i Talebani danno l’assalto ai palazzi del potere

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  • Tags: Ahmid-Karzai, kabul, talebani
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Una giornalista cerca di proteggersi durante la sparatoria nel centro di Kabul

Una giornalista cerca di proteggersi durante la sparatoria nel centro di Kabul

Battaglia e terrore nel cuore di Kabul nell’offensiva più massiccia dei talebani dal febbraio del 2009. Le immagini

  • giovanni.fasanella
  • Lunedì 18 Gennaio 2010

Caos afghano per Barack Obama

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  • Tags: abdallah abdallah, Afghanistan, Ahmid-Karzai, Barack Obama, john-kerry, kabul
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Michele Zurleni, giornalista, ha una bandiera Usa sulla scrivania. Simbolo di chi vuole guardare avanti, come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori.
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L'ex ministro degli Interni Abdallah Abdallah, e rivale di Karzai, alle presidenziali afghane
L’ex ministro degli Interni Abdallah Abdallah, e rivale di Karzai, alle presidenziali afghane

Il sentiero da seguire per non cadere, ma, anzi, per uscire dalle sabbie mobili dell’Afghanistan è sempre molto stretto per Obama. Un cammino difficile, tortuoso, ricolmo di rischi e pericoli. Continua

  • michele.zurleni
  • Mercoledì 21 Ottobre 2009

Cala la produzione d’oppio in Afghanistan? Merito degli angloamericani

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  • Tags: Afghanistan, Ahmid-Karzai, oppio
  • 4 commenti

Contadino, Jurm, Afghanistan settentrionale


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: Viaggio tra i produttori di droga - LA GALLERY

Una buona notizia dall’Afghanistan è merce rara di questi tempi ma assume un’importanza ancora più rilevante se proviene dal fronte della lotta alla produzione di oppio.

Il Rapporto 2009 sull’Oppio in Afghanistan, pubblicato dall’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (UNODC) ha infatti rivelato che la coltivazione di oppio nel Paese asiatico è scesa del 22% e la produzione del 10%, mentre i prezzi hanno raggiunto il minimo da un decennio a questa parte. Un dato significativo soprattutto ora che fonti internazionali e oppositori interni accusano il presidente Hamid Karzai di tenere strette relazioni con molti “signori della droga” e dopo che il New York Times pubblicò un’inchiesta che denunciava i traffici con i narcos di Kandahar di Walid Karzai, fratello del presidente.

“Il rapporto dell’Unodc dimostra che un certo progresso è possibile anche nelle aree controllate dai talebani”, ha dichiarato il direttore esecutivo dell’Unodc, Antonio Maria Costa.
La coltivazione di oppio è stata ridotta a 123 mila ettari, 36% in meno rispetto al picco di 193 mila ettari del 2007 e ai 157 mila del 2008. Il numero di province senza coltivazione di oppio è salito a 20 (su 34) mentre i sequestri di droga continuano a crescere grazie a robuste operazioni anti-droga da parte delle forze alleate e afgane. In realtà solo gli anglo-americani hanno accettato di impiegare le forze militari contro i narcos mentre gli europei (Italia inclusa) si sono rifiutati di allargare i compiti dei rispettivi contingenti a questo settore che secondo l’intelligence statunitense frutta ai talebani almeno 100 milioni di dollari annui.

Non a caso il declino più significativo nella produzione di oppio si è registrato nella provincia di Helmand, dove operano truppe britanniche e USA che negli ultimi mesi hanno distrutto tonnellate di oppio già raccolto e pronto a essere spedito all’estero e numerose raffinerie di droga. In questa provincia che è anche quella dove maggiore è la presenza talebana e più alto il numero di perdite alleate, la coltivazione è scesa di un terzo, da oltre 100 mila ettari nel 2008 a meno di 70 mila ora. Secondo il Rapporto Opium Survey 2009  questo risultato è dovuto a un insieme di fattori: l’impegno delle autorità della provincia, le offensive militari e alle condizioni commerciali favorevoli alle colture legali alternative.

Nella regione occidentale del Paese, dove operano le truppe italiane, le coltivazioni di droga sono rimaste invece pressoché stabili. Nella provincia di Herat, dove è sempre stata scarsa, le coltivazioni di oppio sono pari ad appena 500 ettari e il Provincial Reconstruction Team gestito dai militari italiani ha provveduto a fornire a molti contadini semi di zafferano, una coltura redditizia che potrebbe rimpiazzare l’oppio.
Nella provincia di Farah, da sempre una delle aree a maggiore produzione e più forte presenza di insorti, le coltivazioni rimangono estese a ben 12.000 ettari. L’UNODC ha sottolineato la necessità di un approccio regionale contro l’oppio afgano facilitando l’adozione dell’Iniziativa Trilaterale tra Afghanistan, Iran e Pakistan. Grazie ad essa i tre Paesi hanno modo di condividere le informazioni dei rispettivi servizi e intraprendere operazioni congiunte. L’agenzia delle Nazioni Unite ha anche istituito il centro di intelligence anti-droga dell’Asia Centrale, situato ad Almaty, Kazakistan.

L’Economist: leggi l’articolo 
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  • gianandrea gaiani
  • Giovedì 3 Settembre 2009

È Fahim il vero vincitore delle elezioni afghane

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  • Tags: Abdullah-Abdullah, Afghanistan, Ahmid-Karzai, fahim, kabul, Mohammed-Qasim-Fahim
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fahim.jpg

Il vero vincintore delle elezioni presidenziali in Afghanistan non sarà né Ahmid Karzai (45,9% a metà scrutinio)  né il suo rivale Abdullah Abdullah (33%), il medico-oculista ed ex ministro della Difesa che ha accusato gli uomini del presidente di aver pesantemente manomesso la regolarità del voto.

Il vero vincitore - secondo l’opinionista Hillary Mann Leverett, di Foreign Policy - si chiama Mohammed Qasim Fahim,  il più potente warlord afghano in odore di narcotraffico. 51 anni, ex capo del servizio di sicurezza del comandante Massoud, ex ministro della Difesa sotto il primo Karzai, Fahim è assieme a Hekmatyar uno dei più chiacchierati e potenti leader militari della scena afghana ed è passato indenne da tutte le stagioni  che ha attraversato il Paese negli ultimi vent’anni: si vocifera che, in qualità di capo del servizio di sicurezza dello stesso  Massoud,  abbia persino svolto un ruolo  nell’omicidio del  Leone del Panchir alla vigilia dell’11 settembre 2001 ad opera di due finti giornalisti mediorientali legati ad Al Qaeda. Ed è certo  che, nell’indifferenza della precedente Amministrazione  americana, pur di mantenere intatto il suo potere, non abbia esitato ad allearsi con i peggior tagliagole afghani, taliban e narcos compresi.

Di certo c’è anche che in qualità di ex ministro della Difesa di Karzai, Fahim, di etnia tagika,  conosce gli apparati di sicurezza afghani come le sue tasche ed è considerato dalle associazioni per i diritti umani uno dei più violenti e potenti signori della guerra locali.
È chiaro che, se così fosse, e quella di Foreign Policy fosse qualcosa di più di una provocazione giornalistica, questo signore della guerra tagiko che ha ricoperto anche l’incarico di vicepresidente sotto il primo governo Karzai si troverebbe a gestire - in una situazione di anarchia quale quella che potrebbe scaturire dal ballottaggio di ottobre - un potere invisibile che lo renderebbe di fatto il presidente-ombra dell’Afghanistan. L’uomo dal quale dipende, al di fuori di qualsiasi legge stabilita dal Parlamento (dove per altro siedono capi tribù, trafficanti e war lords vicini ai taliban), la tenuta del governo e la stabilità civile del Paese.

Di lui si è detto che ha collaborato col governo-fantoccio dei sovietici fino alla vigilia della resa, nel 1989, quando ha deciso - con una giravolta degna dei più spregiudicati opportunisti - di allearsi con Massoud. C’è però, in queste elezioni afghane, un altro possibile sconfitto - ha avvertito ieri il generale McChrystal, comandante delle forze Nato in Afghanistan. È il presidente americano. O meglio è il progetto, che già era di Bush, di stabilizzare (o di democratizzare) l’Afghanistan.

Perché,  se nel Paese asiatico vincono i Fahim, e se - come ha scritto McChrystal - ci vorranno anni prima che esercito e polizia afghani possano farcela da soli, l’unica alternativa che rimane alla coalizione occidentale è quella di abbandonare qualsiasi ipotesi di exit strategy e rimanere ad oltranza, per almeno altri quattro anni. Per competare il lavoro. E per dimostrare che Enduring Freedom a qualcosa è servita. Non solo a riportare al potere war lords e  taliban riverniciati per l’occasione.

  • giovanni.fasanella
  • Martedì 1 Settembre 2009

Karzai, abbiamo sbagliato uomo?

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  • Tags: Afghanistan, Ahmid-Karzai, kabul, karzai
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Ahmid Karzai

Ahmid Karzai, il presidente afghano 
Il suo debutto sulla scena internazionale, alla conferenza di Tokyo dei paesi donatori nel 2002, era stato trionfale. A pochi mesi dalla sconfitta talebana Hamid Karzai, acclamato presidente ad interim dalla «loya jirga» dei capi tribali, era per tutti il salvatore dell’Afghanistan: lo statista destinato a pacificare il paese devastato da 30 anni di guerre, il prudente e fedele alleato dell’Occidente, l’amico personale di George W. Bush. Tornò a Kabul con un bottino di 25 miliardi di dollari per la ricostruzione e con la palma di «uomo politico più elegante del mondo» attribuitagli dallo stilista Tom Ford, impressionato dal berretto di lana karakul e dal mantello uzbeko verde smeraldo del leader afghano.

Sette anni dopo, alla vigilia della sua probabile riconferma alle presidenziali del 20 agosto, Karzai è diventato un problema. Per gli afghani, che lo accusano di nepotismo e gli rimproverano di non avere mantenuto le molte promesse. Per i comandi della coalizione, che gli imputano la scarsa preparazione e affidabilità delle forze di sicurezza locali. Per i donatori, che il mese scorso a Parigi non hanno apprezzato la richiesta di altri 50 miliardi di dollari (ne hanno, alla fine, stanziati 21). Per le Nazioni Unite, che per bocca del segretario generale Ban Ki-moon hanno invocato «misure concrete» per rendere più trasparente l’attività del governo di Kabul; e per l’amministrazione Obama, irritata dall’impunità concessa ai signori della guerra e della droga, dall’inefficienza e dalla debolezza dell’esecutivo.

«Karzai ha fallito su tutti i fronti» afferma la deputata Shukria Barakzai. «Senza sviluppo e opportunità di lavoro non avremo mai sicurezza. E al governo abbiamo gente che un tempo predicava la guerra santa e ora parla di democrazia. Come possiamo fidarci?».
Anche l’offensiva nella provincia dell’Helmand, dove 4 mila marine e 700 afghani al comando del generale Stanley McChrystal sono impegnati nella più vasta campagna di terra e aerea dai tempi del Vietnam, pare destinata all’insuccesso. «L’offensiva non raggiungerà lo scopo di eliminare gli insorti» prevede Rory Stewart, ex diplomatico inglese (era vice dell’amministratore civile provvisorio Barbara Contini a Nassiriya in Iraq) ora docente a Harvard. «Avrà invece un impatto negativo sulle comunità pashtun del sud e alimenterà la propaganda antioccidentale. Quanto al governo di Kabul, che incentivo può avere a varare le auspicate riforme se un paese che produce il 92 per cento dell’eroina del pianeta continua a ricevere decine di miliardi di dollari in aiuti?».

Analisti e diplomatici si chiedono oggi se Karzai sia l’uomo giusto per affrontare le tre principali sfide che ha di fronte l’Afghanistan: i talebani, l’oppio e la dilagante corruzione. E la risposta è sempre la stessa: non ci sono alternative. Fra i 40 candidati alle elezioni, solo l’ex ministro degli Esteri Abdullah Abdullah e l’ex ministro delle Finanze Ashraf Ghani sono accreditati di un certo seguito tra la popolazione urbana. Non tale tuttavia da impensierire il presidente, che ha saputo tessere una rete di alleanze con comandanti mujaheddin e governatori di dubbia reputazione, ma con solide basi elettorali.
Si è assicurato l’appoggio di Mohammed Fahim Qasim, ex ministro della Difesa, ex braccio destro del «Leone del Panjshir» Ahmed Shah Massud, capo dei tajiki del nord, gradito a Mosca.
Ahmid Karzai

Di Mohammed Karim Khalili, leader degli sciiti di etnia hazara, sostenuto da Teheran. E di Abdul Rashid Dostum, signore della guerra uzbeko esiliato in Turchia, da poco reinsediato nell’incarico di responsabile della sicurezza di Karzai: una mossa che ha fatto infuriare la Casa Bianca.

Furono i miliziani di Dostum, nel novembre 2001, a rinchiudere in container oltre 1.500 talebani arresisi a Kunduz, a lasciarli morire di sete e a seppellirli in una fossa comune nel deserto di Dasht-i-Leili, vicino a Sheberghan. Nel 2002 il generale Abad Khan, capo della sicurezza di Dostum, assicurava a Panorama che «solo 150 talebani sono sepolti nella fossa e tutti sono morti di malattia o per le ferite ricevute in combattimento». Ma gli abitanti del villaggio raccontavano che il viavai dei container era durato una settimana. E che gli americani, presenti nella zona, non potevano non sapere. Barack Obama ha ora ordinato un’inchiesta sull’eccidio, crimine che l’amministrazione Bush aveva nascosto al Congresso.

Paradossalmente, agli occhi di osservatori occidentali gli elementi di debolezza di Karzai sono proprio la capacità di mediazione, l’attitudine al dialogo e l’inclinazione al compromesso, tutte doti che gli hanno consentito di destreggiarsi nel labirinto etnico-politico dell’Afghanistan.
Nato nel 1957 a Karz, nel distretto di Kandahar, figlio del potente capo pashtun della tribù dei Popalzai, laureato in scienze politiche all’Università indiana di Simla, Karzai, tranne una breve esperienza come viceministro degli Esteri nel governo Rabbani (1992), ha vissuto quasi sempre a Quetta, in Pakistan.

Collaboratore della Cia durante la guerra contro i sovietici, consigliere dell’ex re Zahir Shah, è musulmano praticante: prega cinque volte al giorno e in teoria non beve alcolici, anche se ha creato clamore una recente immagine nella quale il presidente porta alle labbra un bicchiere di vino.

Karzai guardò con favore l’ascesa dei talebani, ai quali giurò vendetta dopo la morte del padre, ucciso nel 1999 dai sicari degli «studenti di religione». Quando la comunità internazionale lo catapultò al vertice dello stato, Karzai, privo di una milizia personale e titolare della poltrona meno invidiata al mondo, fu costretto a scendere a patti con signori della guerra e sicofanti di ogni sorta, senza mai riuscire a imporre saldamente la propria autorità oltre i confini della capitale Kabul.

Due fattori hanno contribuito al suo ulteriore indebolimento: la scelta di finanziare la ricostruzione attraverso le ong e le agenzie dell’Onu, aggirando il governo afghano, e il massiccio trasferimento di uomini e risorse dal teatro afghano a quello iracheno deciso da Bush alla fine del 2002.

Il bilancio di Karzai, sfuggito ad almeno quattro attentati, non è però del tutto negativo: il paese ha una nuova costituzione, il tasso di scolarizzazione è cresciuto, sono stati aperti 4 mila chilometri di strade e Kabul pullula di nuovi alberghi e centri commerciali. Ma gran parte dell’Afghanistan resta alla mercé degli insorti. Il 60 per cento delle abitazioni è privo di corrente elettrica e l’80 per cento è senz’acqua potabile. L’illegalità è diffusa, la disoccupazione aumenta, la corruzione infetta tutti gli ingranaggi della società. E il traffico di oppio e di eroina, un business da 4 miliardi di dollari all’anno, continua ad alimentare l’insicurezza e a rimpinguare le casse dei talebani che controllano i campi di papaveri.

Negli ultimi mesi la Casa Bianca ha preso le distanze da Karzai. Il presidente afghano non era presente il 20 gennaio alla cerimonia di insediamento di Obama, che ha cancellato la consuetudine delle videoconferenze bisettimanali con Kabul.

E Karzai non si è certo adoperato per dissipare lo scetticismo e la freddezza di Washington: in aprile solo le proteste americane ed europee lo hanno indotto a bocciare una legge «talebana» che obbligava le donne a sottostare ai voleri sessuali dei mariti. E ai primi di luglio ha amnistiato cinque trafficanti di eroina, tra i quali un parente del suo consigliere per la campagna elettorale.

Al dipartimento di Stato sono al vaglio anche due dossier scottanti. Il primo riguarda gli exploit imprenditoriali del fratello maggiore di Karzai, Mahmud, che da proprietario di alcuni modesti ristoranti negli Usa è diventato in pochi anni un tycoon con interessi ramificati nell’immobiliare, nell’unico cementificio afghano, nella principale banca del paese, in quattro miniere di carbone, ed è il concessionario esclusivo della Toyota.

Il secondo, più incandescente, è intestato ad Ahmad Wali Karzai, 48 anni, fratello minore del presidente e capo del consiglio provinciale di Kandahar. Sebbene non vi siano prove certe, il Dipartimento antidroga americano ha raccolto fin dal 2004 numerosi indizi del coinvolgimento di Ahmad Wali nel traffico di eroina.

La buona fede e l’integrità di Hamid Karzai, per ora, non sembrano essere in discussione. Ma la luna di miele tra l’Occidente e Kabul è ormai finita.

  • redazione
  • Venerdì 31 Luglio 2009

Afghanistan, il destino di Karzai è segnato

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  • Tags: Afghanistan, Ahmid-Karzai, Barack Obama
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Hamid Karzai, presidente afghano

Gli Stati Uniti di Barack Obama hanno un obiettivo a Kabul: Hamid Karzai. La Casa Bianca ha deciso che parte della soluzione della crisi passa attraverso l’estromissione del presidente afghano dal potere. Perché troppo debole (dal punto di vista politico); perché ritenuto incapace nella gestione di un paese “moderno”. Perché - e non è secondario - a capo di uno dei più corrotti governi mondiali, al 117°posto, secondo la classifica di Trasparency International, un’associazione non governativa che monitora il tasso di corruzione a livello globale. Per raggiungere la meta, gli Usa - di concerto con il governo britannico guidato da Gordon Brown - hanno intenzione di costruire una diversa architettura istituzionale dell’Afghanistan; far nascere la figura di un primo ministro che assuma poteri operativi e bypassi Karzai.

Secondo il quotidiano The Guardian, la proposta di istituire la figura di un premier, verrà presentata da Hillary Clinton all’assemblea internazionale sull’Afghanistan che si terrà a fine mese in Olanda. Questa mossa fa parte della “exit strategy” di cui ha parlato Barack Obama nell’intervista rilasciata al programma della Cbs “60 minutes”. Un piano che, oltre all’invio di altri 17.000 soldati, trasferiti dall’Iraq, prevede altri punti. Il primo riguarda l’obiettivo statunitense della guerra. Che non dovrà essere più quello di creare una democrazia all’occidentale in Centro Asia, come voleva la precedente amministrazione, ma lo scopo diventerà mettere in “stato di sicurezza” il paese, evitando che sia ancora una base militare per Al Qaeda e le frange estremiste dei Talebani. Per raggiungere l’obiettivo, secondo la Casa Bianca, sarà necessario aumentare in modo significativo il numero degli effettivi dell’esercito afghano, da 65.000 a 230.00, e della polizia, almeno altri 80.000 agenti. Accanto agli strumenti bellici, la strategia di Obama, prevede anche altri investimenti economici e finanziari nel paese, l’invio di plotoni di tecnici civili - americani e europei - per costruire le infrastrutture afghane. Ma quei soldi, non dovranno essere gestiti da Hamid Karzai. La proposta di istituire la figura del primo ministro è sponsorizzata dagli europei, i quali, insieme agli Usa, vedono il pericolo che quella montagna di soldi sparisca nelle tasche dei governanti di Kabul.

Un premier fidato, con un’altra “biografia” e un altro entourage, potrebbe essere lo strumento virtuoso per aggirare lo spaventoso livello di corruzione. La Casa Bianca punterebbe su di un personaggio in particolare: Mohammed Hanif Atmar, nominato alcuni mesi fa, ministro degli interni. 40 anni, studi in Inghilterra e Stati Uniti, ex ministro dell’istruzione, membro dell’esecutivo di Kabul già dal 2002, Atmar sembra essere sul trampolino di lancio; un tecnocrate al potere. Fonti del ministero degli esteri britannico hanno fatto sapere al Guardian che l’operazione sta per essere varata, anche se questo potrebbe far apparire “colonialista” la politica di Usa e Gran Bretagna nel paese. Ma, per Hamid Karzai, il destino di una lenta perdita del potere, subito prima o subito dopo, le elezioni presidenziali della prossima estate, sembra essere ormai segnato. Barack Obama e il suo vice Joe Biden, lo vedono come fumo negli occhi. Il presidente americano ha addirittura cancellato la conferenza telefonica che George W. Bush teneva con frequenza con il suo collega afghano. Ritiene inutile parlare con lui. Perché Karzai, secondo fonti dell’amministrazione, non vuole ascoltare. Non vuole ammettere che ci siano - e quali siano - problemi nella sua gestione del governo. C’è un episodio, riportato dalla stampa anglosassone che riguarda Joe Biden. Il quale, nel febbraio 2008, in un pranzo a Kabul, chiese ripetutamente a Karzai ragione del livello di corruzione del suo esecutivo. E di fronte ai ripetuti dinieghi del suo interlocutore, l’allora senatore Usa disse “Ok, per me, la riunione finisce qui”.

Corruzione e lotta alla droga. L’anno scorso Thomas Schweich, uno dei consiglieri di Bush per la lotta al narcotraffico, accusò Hamid Karzai di “minare” gli sforzi americani nella lotta contro i signori della droga afghani. Un’accusa arrivata dopo che, nei mesi precedenti, c’erano state voci di un coinvolgimento in affari di droga, del fratello del presidente afghano, Ahmed Wali Karzai, il capo della consiglio provinciale di Kandahar. Ma le critiche riguardano anche la gestione e il suo modo di governare. Molti diplomatici occidentali si sono lamentati del fatto che Karzai non si studia i dossier, non si prepara le riunioni più delicate. Sceglie e decide sulla base di una sua “personalissima”concezione del rapporto con il potere. Molto accentratore. In realtà, la sua politica, finora, lo ha portato ad avere — grazie alle truppe internazionali — il controllo di Kabul e poco più. Il potere statale in molte zone dell’Afghanistan — sotto il tallone dei talebani - non esiste. Ora che Barack Obama vuole trovare a tutti i costi una via d’uscita, Karzai è ormai un uomo di altri tempi.

  • michele.zurleni
  • Lunedì 23 Marzo 2009

Presidenziali in Afghanistan: gli Usa scaricano Ahmid Karzai

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  • Tags: Afghanistan, Ahmid-Karzai, iraq, kabul, Zalmay-Khalilzad
  • 5 commenti

Ahmid Karzai

L’Afghanistan voterà per eleggere il nuovo presidente il 20 agosto, lo ha annunciato la Commissione Elettorale di Kabul confermando il rinvio rispetto alla data inizialmente prevista del 22 maggio. Il voto, accolto con un plauso dalla missione Onu e dalla Nato che si appresta a mobilitare rinforzi per affiancare gli 80.000 soldati e 60.000 poliziotti afghani attorno ai seggi, potrebbe segnare il tramonto del presidente Hamid Karzai ormai sempre più isolato.

Oltre ai talebani, che sembrano rifiutare ogni negoziato con lui considerandolo un “burattino degli americani”, anche molti afghani che avevano contribuito ad eleggerlo nel 2004 con il 55 per cento delle preferenze esprimono delusione dal mancato decollo economico e della ricostruzione del Paese nonostante i 15 miliardi di dollari già donati dalla comunità internazionale. Scarsa credibilità, poco impegno nella lotta al narcotraffico e la corruzione endemica degli apparati governativi sembrano pregiudicare le possibilità di rielezione di Karzai, sempre più sgradito anche agli Usa, stanchi anche delle continue accuse rivolte alle forze alleate per le vittime civili provocate per errore dai raid aerei e che in realtà sarebbero molte meno di quante dichiarate dal governo afghano.

La visita a Kabul del vicepresidente Joe Biden e la nomina di Richard Hollbrooke a inviato della Casa Bianca in Afghanistan avrebbero lo scopo di esercitare pressioni su Karzai ma anche di verificare la possibilità di un cambio della guardia che punti a rafforzare il supporto alla lotta ai talebani da parte delle componenti etniche afghane. Un piano che si inserisce in una nuova strategia nella quale Washington persegue il successo militare inviando altri 30.000 soldati e lasciando agli europei, meno inclini a combattere, i compiti di ricostruzione e assistenza economica.

I giochi sono ancora tutti aperti ma, secondo indiscrezioni, l’amministrazione Obama punterebbe a favorire un “cartello” di leader etnici che potrebbero costituire un’alleanza politica intono al nome di Zalmay Khalilzad, americano nato in Afghanistan, a Mazar-i-Sharif dove il padre era funzionario durante la monarchia. Musulmano nato nel 1951 è stato ambasciatore statunitense in Afghanistan, in Iraq e poi alle Nazioni Unite durante l’Amministrazione Bush.  Non è un caso che nei giorni scorsi siano arrivati a Washington per consultazioni quattro rivali di Karzai.

Abdullah Abdullah, ex ministro degli esteri considerato il leader degli afgani tajiki; Ali Ahmad Jalal, pashtun ex ministro degli Interni protagonista della resistenza antisovietica e docente in alcune università americane; Ashraf Ghani, ex ministro delle finanze, alla Banca mondiale dal ‘91 al 2001, anche lui pashtun; Gul Agha Sherzai, attuale governatore della provincia di Nangharah e veterano della resistenza antisovietica e nel 2001 strappò Kandahar ai talebani con l’appoggio delle truppe statunitensi. E’ anche lui un pashtun e quando Obama si è recato in Afghanistan nel luglio scorso lo ha incontrato prima ancora di vedere Karzai. Nelle speranze di Washington l’alleanza di questi leader potrebbe raccogliere il voto della gran parte delle due principali etnie afghane consentendo maggiore stabilità e credibilità al nuovo governo che, con Khalizad presidente, non sarebbe più presieduto da “un burattino degli americani” ma da un americano.

  • gianandrea gaiani
  • Venerdì 30 Gennaio 2009
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