
La visita a Roma del generale David Petraeus, da fine ottobre alla testa del Central Command americano in Afghanistan e Iraq, prelude alla richiesta di un maggiore impegno italiano nelle operazioni militari alleate in Afghanistan, dove i taliban - secondo il pensatoio occidentale Icos - sono arrivati a controllare il 72% del territorio (contro il 54% del 2007).
L’uomo che ha saputo elaborare la dottrina antiguerriglia rivelatasi vincente nel conflitto iracheno illustrerà i punti salienti della nuova strategia messa a punto dal Pentagono in Afghanistan e già preannunciata dal Segretario di Stato, Condoleeza Rice. Una strategia che incontrerebbe il favore anche del presidente-eletto Barack Obama tornato a chiedere un maggior ruolo europeo nei combattimenti a Kabul. Petraeus, che ha espresso “grande apprezzamento” per il lavoro che l’Italia svolge sullo scenario afghano e per il contributo italiano nello scenario internazionale, ha avuto modo di discutere l’impegno dell’Italia in un incontro di oltre un’ora tenutosi venerdì a Washington con l’ambasciatore italiano negli Usa, Giovanni Castellaneta. Ma a Roma il generale incontrerà il premier Silvio Berlusconi, quello della Difesa Ignazio La Russa, e domani il ministro degli Esteri Franco Frattini che negli ultimi tempi hanno precisato che i rinforzi non devono essere chiesti all’Italia (sesto contributore dello sforzo della NATO in Afghanistan dopo USA, Gran Bretagna, Germania, Francia, e Canada) bensì ai numerosi stati europei che schierano contingenti solo simbolici e chepotrebbero certo fare di più.
Più che un maggior numero di truppe, è probabile che Petraeus chiederà all’Italia di abrogare alcune limitazioni che impediscono l’impiego delle forze italiane in azione offensive come nel caso dei 4 bombardieri Tornado da pochi giorni giunti in Afghanistan ma relegati a soli compiti di ricognizione e non di attacco ai talebani. Al centro dei colloqui romani ci sarà anche la situazione in Libano, dove l’Italia ha il comando della forze di caschi blu, e in Iraq dove Roma ha già confermato il prolungamento delle attuali missioni addestrative rivolte alle forze di Baghdad. Probabile infine che all’Italia venga chiesto di rientrare a far parte della forza navale di Enduring Freedom attiva nell’Oceano Indiano per il monitoraggio anti-terrorismo e ora anche contro la pirateria somala. Da quella flotta alleata, della quale l’Italia ebbe anche il comando, le nostre navi vennero ritirate nel dicembre 2006 per decisione del governo Prodi.
Cresce la minaccia talebana in tutto l’Afghanistan e anche nel settore italiano dove domenica mattina un furgone bomba si è lanciato contro la coda di una colonna di truppe afghane e alleate uccidendo due soldati spagnoli e ferendone altri quattro, uno dei quali in gravi condizioni. Madrid schiera in Afghanistan 780 militari ma l’attentato è avvenuto nei pressi di Shindand, roccaforte talebana nella provincia di Herat assegnata al contingente italiano. In quest’area, interessata in diverse occasioni da raids aerei americani che hanno mietuto anche vittime civili, operano solitamente le forze speciali afghane e italiane oltre ai reparti americani che presidiano una grande base aerea realizzata negli anni ‘80 dai sovietici. Il convoglio che ha subito l’attentato sulla Ring Road (formato da 12 camion afgani, un autocarro e sei blindati spagnoli oltre a due Hummer americane) era composto da truppe afghane di ritirino dalla provincia di Farah.
Il 207° corpo d’armata dell’esercito afghano di Herat schiera nell’ovest meno di 4.000 militari ma ogni battaglione afghano è appoggiato dai consiglieri militari degli Operational Mentoring e Liaison Team che addestrano e accompagnano in azione le truppe di Kabul. In quel settore dell’Afghanistan gli OMLT sono guidati dal colonnello italiano Gianluca Giovannini che dispone di 112 militari italiani, 50 spagnoli e 7 sloveni. L’intensificarsi delle azioni talebane e la necessità di acquisire un più concreto controllo del territorio confermano la necessità di disporre di più truppe, un tema che Barack Obama ha già preannunciato di voler affrontare con gli alleati una volte insediatosi alla Casa Bianca. I partners europei della Nato non sembrano però intenzionati a inviare più truppe e si preoccupano per le possibili pressioni di Washington.
In meno di una settimana solo in Italia ben due ministri, Ignazio La Russa e Franco Frattini, hanno precisato che il nostro Paese non potrà inviare altri soldati oltre ai 2.500 già dislocati tra Herat
e Kabul. Anche i britannici, che schierano in Afghanistan quasi 9.000 soldati, il secondo contingente dopo i 30.000 americani, potrebbero dire no all’invio di altre truppe.
“Se Barack Obama vuole rafforzare l’Afghanistan non conti sulla Gran Bretagna, dovrà rivolgersi agli altri paesi della Nato” ha dichiarato il capo di Stato maggiore della Difesa, Sir Jock Stirrup, evidenziando come le truppe britanniche siano già al limite delle loro possibilità con altri 4.100 soldati dislocati in Iraq almeno fino a luglio 2009 e con quasi 300 caduti registrati dal 2002 sui due fronti.
Sulla stessa linea il ministro degli Esteri, David Miliband, che ha chiesto ai paesi Nato di partecipare in modo più consistente alla missione in Afghanistan. Su 41 stati che contribuiscono alla missione internazionale in Afghanistan solo 9 schierano sul terreno più di mille soldati mentre ben 28 hanno messo a disposizione solo contingenti simboli ci inferiori ai 500 militari.
Il rapimento di Dany Egreteau, il 32enne francese responsabile della organizzazione non governativa franco-afgana Afrane, conferma la crescente minaccia costituita dai talebani e dalle bande criminali anche per gli operatori di agenzie e organizzazioni umanitarie.
Egreteau era arrivato la scorsa settimana a Kabul ed è stato rapito da tre uomini armati mentre a piedi si recava a un appuntamento di lavoro nel quartiere di Kart-e-Parwan. Il ministero degli esteri francese ha dichiarato che un afghano appartenente ai servizi di sicurezza ha tentato di aiutare il francese ma è stato ucciso dagli aggressori.
Il sequestro segue l’uccisione, sempre in una strada a Kabul lo scorso 20 ottobre, della cooperante britannica Gayle Williams, nel paese per conto dell’organizzazione Serve Afghanistan. Un omicidio rivendicato dal portavoce talebano Zabihullah Mujahid che ha accusato la Williams di lavorare per un gruppo “che predica la cristianità in Afghanistan”. Gli attacchi contro organizzazioni non governative in Afghanistan hanno toccato quest’anno il livello più dall’inizio dell’ultimo conflitto, nell’ottobre 2001.
Tra gennaio e settembre 2008 si sono registrati 146 incidenti, con il coinvolgimento di gruppi criminali o di ribelli, contro i 135 verificatisi nel corso di tutto il 2007, riferisce il rapporto redatto dai consulenti per la sicurezza dell’Anso (Afghanistan Ngo Safety Office). Secondo lo stesso documento 28 persone appartenenti a organizzazioni umanitarie sono state uccise nel 2008 (inclusi cinque stranieri) e settantadue sono state sequestrate. Cambia anche l’origine degli attacchi: tre quarti delle aggressioni nel 2008 sono state effettuate da gruppi di insorti, quindi talebani o milizie jihadiste, mentre il 25 per cento è opera di bande criminali. L’anno scorso le proporzioni erano invertite a conferma che talebani e Al Qaeda considerano ogni straniero, anche se civile e attivo negli aiuti umanitari, un nemico da colpire.
Un concetto di guerra totale che non sembra però essere compreso dalle organizzazioni non governative che spesso si espongono sul territorio senza scorta e protezione alla minaccia talebana. L’Anso ha infatti paradossalmente consigliato alle ong per la loro sicurezza “di puntare di più sulla propria indipendenza mantenendo le distanze da attori politici e militari”. Un’indicazione che rischia di esporre ulteriormente il personale delle organizzazioni umanitarie, bersaglio ancora più facile per i talebani.

Saranno operativi a metà ottobre i quattro bombardieri Tornado del 6° Stormo di Ghedi che il governo italiano ha messo a disposizione della forza della Nato in Afghanistan.
La decisione è stata resa nota lunedì al termine del Consiglio dei ministri, dal titolare della Difesa, Ignazio La Russa. “Abbiamo deciso di inviare in Afghanistan quattro Tornado così come ci è stato ripetutamente richiesto dagli organismi internazionali e dai Paesi alleati”. L’invio dei Tornado era stato preannunciato dallo stesso La Russa in giugno ma poi ragioni finanziarie sembravano aver annullato la missione dell’Aeronautica. Il ministro ha confermato inoltre la natura dell’impiego dei jet, che saranno impiegati in compiti di ricognizione video-fotografica e intelligence ma non per condurre attacchi e bombardamenti.
Gli stessi “caveat” posti da Berlino ai sei Tornado dell’aeronautica tedesca schierati sulla base afghana di Mazar-i-Sharif che dovrebbero concludere la loro missione proprio in ottobre. Limitazioni che risultano ancor più paradossali oggi che in tutto l’Afghanistan si assiste a una recrudescenza degli attacchi talebani aumentati del 65 per cento rispetto all’anno scorso.
I jet italiani rimpiazzeranno i velivoli germanici fornendo un supporto di sorveglianza del territorio, intelligence e acquisizione degli obiettivi a favore di tutte le forze alleate: individueranno le postazioni talebane ma lasceranno ad altri il compito di bombardarle.
La base che ospiterà i jet italiani non è stata ancora annunciata ma lo stesso generale Daniele Tei, Capo di stato maggiore dell’Aeronautica militare, ha dichiarato che “Herat potrebbe essere una località adatta visto che lì sono presenti già assetti italiani”.
Nel capoluogo dell’Afghanistan occidentale, dove le forze alleate sono poste sotto comando italiano, sono infatti schierati la gran parte delle forze del contingente italiano (1.450 militari mentre altri 850 si trovano a Kabul) e tutta la componente aerea che include 9 elicotteri dell’Esercito (3 CH 47 da trasporto e 6 Mangusta da attacco) e diversi velivoli dell’Aeronautica: 2 cargo C-27J, 3 elicotteri AB 212 e 3 velivoli teleguidati da sorveglianza Predator.
La base di Herat, con una pista di 2.500 metri completamente rifatta in agosto, consente poi ai jet di intervenire in tempi rapidi nelle aree più critiche delle regioni occidentale, meridionale e settentrionale dell’Afghanistan. La missione dovrebbe durare almeno un anno avvicendando i velivoli e costerà prevedibilmente 25 milioni di euro a semestre, cifra che potrebbe essere in parte coperta da fondi Nato. I Tornado rappresentano la prima componente aerea da combattimento dell’Aeronautica italiana ad essere schierata in Afghanistan dove già operano un centinaio di jet americani più una trentina forniti da britannici, francesi, olandesi e altri alleati che però, esclusi i tedeschi, li impiegano anche in compiti di bombardamento delle milizie talebane.
Nel 2001 la Marina impiegò i jet Harrier imbarcati sulla portaerei Garibaldi sull’Afghanistan al fianco dei cacciabombardieri alleati ma anche in quell’occasione i nostri velivoli si limitarono a “illuminare” i bersagli talebani con i puntatori laser lasciando agli americani e ai francesi il compito di sganciare bombe e missili. L’invio di Tornado “disarmati” rischia di privare le forze italiane e alleate di un importante supporto di fuoco, in molti casi indispensabile alle truppe schierate a terra per sfuggire alle imboscate dei jihadisti. Nelle ultime settimane le postazioni e le colonne italiane e spagnole nell’Afghanistan Occidentale hanno subito numerosi attacchi per sventare i quali sono stati necessari raids condotti dai jet americani.
Un ordigno stradale a pressione nascosto sotto la terra battuta della pista che conduce da Bala Murghab a Qal-i-Now ha provocato l’esplosione che alle 8.25 di questa mattina ha seriamente danneggiato un veicolo Lince del contingente italiano nell’Afghanistan Occidentale. Il mezzo, costruito per resistere alle mine e agli ordigni stradali, ha protetto l’equipaggio composto da bersaglieri della compagnia “Demoni” dell’8° reggimento che stavano rientrando a Herat dopo tre settimane di turno operativo trascorse di guarnigione nella Base avanzata di Bala Murghab.
Un solo militare, il 1° caporalmaggiore Attilio Porcaro, è rimasto leggermente contuso dall’esplosione che costituisce il terzo attacco (tutti senza conseguenze) subito dalle forze italiane nell’ovest afgano in poco più di una settimana dopo il kamikaze fattosi esplodere a Herat al passaggio di una colonna italiano e il lancio di razzi contro Camp Arena, la base situata all’aeroporto di Herat che ospita anche il Comando Nato (Regional Command West) guidato dal generale Francesco Arena.
Bala Murghab è uno dei punti più esposti dello schieramento italiano che nel nord del settore si estende nella provincia di Badghis quasi sguarnita considerato chye punica presenza alleata è costituita dal Provincial Reconstruction Team spagnolo di Qal-i-Now che dispone di appena 200 soldati iberici.
La Base Avanzata è stata occupata dalle truppe del generale Arena a inizio agosto e da allora attacchi e attentati talebani sono stati quasi quotidiani contro le compagnie italiane di bersaglieri e di fanteria aeromobile della brigata Friuli che si alternano nel presidio con una compagnia di paracadutisti spagnoli: forze affiancate da un pugno di soldati americani e da alcune decine di afgani. Nonostante gli attacchi talebani la base ricavata da un vecchio cotonificio semi diroccato è in fase di potenziamento e consentirà presto di contrastare i movimenti nemici in un’area interessata da intensi traffici con il vicino Turkmenistan dove viene inviato oppio e da dove entrano in Afghanistan armi e munizioni dirette agli insorti.
La necessità di aumentare le capacità di contrasto ai talebani sono al centro del dibattito tra le forze alleate schierate in Afghanistan. Secondo il segretario della Difesa americano, Robert Gates, Londra sta valutando di inviare altri 4.000 militari al fianco degli 8.400 già schierati nel sud.
Quello britannico è il secondo contingente internazionale dopo quello statunitense.
Anche Washington potenzierà le sue forze nel 2009, compatibilmente con il previsto progressivo ritiro dall’Iraq, ma gli USA già da ora premono sugli alleati per reperire 14 miliardi di euro necessari a raddoppiare la consistenza dell’esercito afgano (Afghan National Army) che entro il 2014 dovrebbe passare da 70.000 a 134.000 effettivi che dovranno però essere addestrati e accompagnati in azione da team di istruttori e consiglieri militari occidentali. Già ora, con il programma di sviluppo dell’ANA limitato a 80.000 effettivi, mancano 3.000 istruttori. Un gap destinato a ingigantirsi se gli europei non renderanno disponibili migliaia di istruttori.
Foto di Maki Galimberti
Guarda la GALLERY
di Fausto Biloslavo da Bala Murghab (Afghanistan)
“I proiettili sollevavano sbuffi di sabbia conficcandosi davanti ai mezzi. Ci tiravano razzi Rpg da tutte le parti. Anche la base era sotto attacco. Non dimenticherò mai le fiammate delle esplosioni all’interno del fortino, dove la mia compagnia rispondeva al fuoco”. Il primo caporalmaggiore Pasquale Campopiano, 27 anni, di Caserta, descrive così l’ultima battaglia dei soldati italiani in Afghanistan. Tre giorni d’inferno, il 5, 6 e 7 agosto, quando i talebani volevano spazzare via l’avamposto di Bala Murghab. Una novantina di fucilieri della Brigata Friuli hanno tenuto, con le unghie e con i denti, le quattro mura sbrecciate di un ex cotonificio nella remota provincia di Badghis.
Il 6 agosto una colonna di rifornimento americana finisce in un’imboscata a meno di 1 chilometro dall’avamposto. La squadra di Campopiano esce a bordo dei blindati Lince per portare soccorso, ma i talebani li bersagliano annidati fra le case. I soldati italiani sono costretti a ripiegare nella base, che nel frattempo viene attaccata. Il caporale sbuca dal tetto del mezzo. «Mi sono attaccato alla mitragliatrice Browning e ho sparato 20 colpi. Poi l’arma si è inceppata per colpa della maledetta sabbia di queste parti» racconta il sottufficiale di Caserta. «È stato il mio battesimo del fuoco».
Se c’è un’Italia che per portare la pace deve fare la guerra, è proprio qui. La Terza compagnia Aquile del 66º reggimento aeromobile Trieste è arrivata a Bala Murghab il 4 agosto. Lungo una pista impossibile fra le montagne di sabbia che rendono lunare questa fetta di Afghanistan. L’ultima trincea degli italiani è un rudere di fronte al paese. Un vecchio avamposto in mezzo a una verde radura solcata da un fiume. Negli anni Ottanta ci aveva provato l’Armata rossa a presidiarlo. La leggenda vuole che i mujaheddin tagliarono la gola a tutti i soldati russi del fortino, quando le truppe sovietiche si ritirarono.
A Bala Murghab siamo arrivati con uno sbarco dal cielo scendendo di corsa dal ventre di un Ch47 italiano. Nel polverone sollevato dalle pale dell’elicottero i fucilieri della Friuli scaricano il più in fretta possibile rifornimenti e munizioni. Gli elicotteri d’attacco Mangusta sfrecciano minacciosamente, a bassa quota, per garantire protezione. Il generale Francesco Arena, basco azzurro e baffo grigio, controlla l’elisbarco circondato dalla scorta con il dito sul grilletto. Comandante del fronte occidentale della Nato in Afghanistan, è venuto in prima linea con i suoi ragazzi. I talebani, come hanno già fatto con un elicottero di trasporto per l’avamposto, possono sparare da un momento all’altro. Sembra la scena di un film sul Vietnam, ma è tutto vero.
Il capitano Massimiliano Spucches, 30 anni, di Bari, è l’interprete perfetto di questo film. Occhi limpidi, capelli a spazzola, impolverato, non molla mai la cuffia e l’auricolare della radio che lo tengono in contatto con i suoi uomini. «Sono stati veramente giorni di fuoco» spiega il comandante della compagnia. «Con questa missione i miei ragazzi sono diventati soldati».
Il 5 agosto scattano i primi attacchi. «Abbiamo sentito il fischio e una manciata di secondi dopo una fortissima esplosione. Il razzo aveva sfondato il muro esterno aprendo un buco» racconta Spucches. Fino all’8 agosto i talebani colpiscono ripetutamente, anche tre volte al giorno. Si nascondono nel villaggio a poche centinaia di metri dal fortino. Utilizzano i canali di irrigazione come trincee e camminamenti per cambiare posizione.
La Compagnia Aquile è inchiodata, ma non molla. «Ero di guardia al lato nord quando è esploso il primo razzo Rpg dentro il forte» racconta Giovanni Scaramuzza. «Ho aperto la portiera del blindato per salire e cercare riparo, quando ho sentito il sibilo. Un proiettile di kalashnikov mi ha sfiorato l’orecchio sinistro e si è infranto sul finestrino del mezzo». Da quel giorno il sottufficiale trentenne, di origini calabrese, è stato ribattezzato ‘o Miracolato. Barba incolta, occhiaie, faccia spaccata al sole, è da un mese in prima linea.
Altri non si lavano da giorni e hanno il segno degli occhialoni antipolvere impressi sul volto incrostato dalla sabbia. Le mimetiche da combattimento sono marrone per la sabbia. Non le lavano per scaramanzia. Nel fortino i soldati italiani vivono all’aperto, su brande da campo. Di giorno il sole ti spacca il cervello sotto l’elmetto e di notte l’umidità del fiume penetra nelle ossa. I ragazzi della Compagnia Aquile mangiano razioni da combattimento, ma da buoni italiani sono riusciti a farsi portare un po’ di caffè e di pasta dalle retrovie. Anche fra le bombe un piatto di spaghetti alla buona non manca mai. A tal punto che hanno inaugurato un angolo del fortino come “ristorante Katyusha”. In ricordo degli svariati missili da 107 millimetri che i talebani hanno lanciato sulla base.
Tutti raccontano con orgoglio la missione più dura della loro vita, fra paure, tensioni e piccoli atti di valore. «Avevo appena piazzato i mortai e ordinato il pronti al fuoco, quando è arrivato un katyusha e ci siamo buttati a terra» racconta il tenente Alfredo Perna, 25 anni. Con spiccato accento toscano descrive i momenti drammatici del 6 agosto, quando i talebani tartassano il campo da una casa poco distante, oltre il fiume. I soldati italiani devono fermarli, ma non vogliono colpire l’abitazione perché dentro possono esserci civili. «Via radio ho ricevuto l’ordine di lanciare corto dei colpi di avvertimento» racconta Perna. «Quando ho infilato la prima bomba nel tubo del mortaio mi sono detto: speriamo bene. Dopo la scarica del fuoco di sbarramento i talebani sospendono l’attacco».
I soldati della Nato non avevano mai messo piede da queste parti. I talebani raccontano alla popolazione che stanno tornando i russi. I fondamentalisti in armi hanno nella zona rifugi sicuri e arsenali.
«Erano le 4 e un quarto di pomeriggio, quando l’esplosione ci ha sorpreso buttandoci a terra. Non sentivamo più nulla. Dentro l’ambulanza si era alzato un polverone di sabbia. Ci siamo toccati l’uno con l’altro e Domenico mi chiedeva: sei vivo, sei vivo?». Narciso Fiorillo, 22 anni, viene da Benevento. Occhi azzurri e faccia da sbarbatello, si tiene in tasca la scheggia di un razzo Rpg che avrebbe potuto ucciderlo. Il 6 agosto, assieme a Domenico Vitale, della provincia di Lecce, ha appena finito di allestire un’area della base per assistere i feriti. I due sono inseparabili e fanno i paramedici in prima linea. Per fortuna si trovano a bordo dell’ambulanza blindata quando il razzo si infila nel muro a pochi centimetri dal mezzo. Le schegge riducono a un groviera il portellone posteriore dell’ambulanza, che si solleva come un grissino.
Assieme al tenente medico, Achille Balenzano, 27 anni, salvano la pelle a tre poliziotti e due civili afghani stabilizzando le loro ferite durante la battaglia. «Un agente era agonizzante: un proiettile gli è entrato e uscito dalla testa e un altro gli aveva perforato un polmone» racconta il medico originario di Bari. Gli afghani non si lamentano mai. Al massimo sussurrano «dar», che vuol dire fa male in pashtu. L’operazione Khora, per la conquista di Bala Murghab, è costata 5 morti e decine di feriti. Nei combattimenti sono stati uccisi due consiglieri militari americani dell’esercito di Kabul e tre soldati afghani.
Quando il convoglio di rifornimenti Usa finisce in un’imboscata, a un passo dal fortino, viene saccheggiato. Un caccia F15 filma la scena dei camion in fiamme rimbalzandola al comando della Compagnia Aquile asserragliato nella base. Sul primo momento si pensa di bombardare i mezzi per sottrarli ai talebani. Ma il rischio di provocare vittime tra i civili, che stanno depredando il carico, è troppo alto.
Gli attacchi vanno avanti fino al 12 agosto. Poi gli italiani riescono a incontrare gli anziani del villaggio. La promessa è di costruire un ponte e una strada. «Abbiamo cominciato a comprare meloni e tappeti per far girare un po’ di soldi» spiega il capitano Spucches. «Il nostro personale sanitario ha aperto un ambulatorio volante visitando una cinquantina di persone, soprattutto bambini». Adesso gli attacchi stanno riprendendo contro la compagnia spagnola, che ha dato il cambio ai soldati italiani nella sperduta provincia afghana di Badghis.
Gli angeli custodi del contingente italiano sono gli elicotteri Mangusta, che terrorizzano i talebani grazie alla loro potenza di fuoco. Il capitano Cristiano Comand ha 41 anni e viene da Teor, una cittadina in provincia di Udine. Sembra a suo agio nella tuta di volo color sabbia sull’assolata pista di Qal i Naw, il capoluogo della provincia di Badghis. Quando non pilota i Mangusta in Afghanistan fa il vicesindaco di Teor, per una lista civica di centrodestra.
«Ci hanno sparato un razzo Rpg nel sedere. L’abbiamo scampata per un soffio, ma si può morire anche in autostrada in Italia» sottolinea con un sorriso beffardo Comand. Il suo nome in codice è Fatima e il 9 luglio avrà acceso un cero alla Madonna, dopo il ferimento di due fucilieri dell’aria a 5 chilometri dal quartier generale italiano di Herat. «Avevano attaccato una nostra pattuglia a Shewashan» racconta il pilota del 5º reggimento Rigel. «Sento in cuffia “contatto a ore 6, Rpg” e viro di scatto a destra per 90 gradi. Ci hanno lanciato un razzo in coda e i piloti dell’altro Mangusta se lo sono visto passare davanti agli occhi. Pochi metri e ci avrebbero abbattuto».
Non è finita. I talebani sparano due raffiche con decine di colpi. Il capitano Comand vede i traccianti fendere l’aria attorno ai Mangusta. Cinque proiettili centrano un elicottero spagnolo, che evacua i soldati italiani feriti. Il tenente Gabriele Rame ha un arto spappolato, con la carne che penzola. «Quando gli ho messo una mano sulla spalla ancora in barella mi ha detto: “Generale non vorrei sporcarla con il mio sangue”» racconta Arena, il comandante del contingente italiano.
Nell’Afghanistan occidentale sono schierati 2.800 soldati della missione Isaf, voluta dalla Nato, per stabilizzare il paese. Spagnoli, sloveni, albanesi assieme con 1.421 soldati italiani. Numero esiguo per controllare le quattro province di Herat, Farah, Ghor e Badghis. Un fronte grande come il Nord Italia. A sud del campo di Herat c’è solo l’inferno di Farah, la provincia più pericolosa per gli italiani. Infestata da talebani e signori della droga, confina per 250 chilometri con l’Iran, che soffia sul fuoco dell’instabilità afghana.
Fuoco, fuoco, fuoco! Spari di mortai contro i talebani a Bala Murghab
Operazione Khora: agosto di fuoco per i soldati italiani
La battaglia di Bala Murghab. Difesa di un fortino a Baghdis.
Agosto 2007, Bala Murghab: gli elicotteri italiani portano in salvo alcuni soldati spagnoli caduti in un’imboscata
Nel deserto circondato da montagne di Farah combatte la Task force 45. La punta di lancia del contingente italiano è composta esclusivamente da corpi speciali. Un pugno di incursori del 9º reggimento Col Moschin, marinai del Comsubin, Ranger degli alpini paracadutisti, specialisti dell’aviazione e carabinieri dei Gis. Per la prima volta dei giornalisti italiani seguono una missione di questi soldati, che erano «fantasmi» per il precedente governo. Unica regola: niente cognomi, gradi o fotografie in cui si riconoscano i volti degli incursori.
«Come si esce dalla base così si rischia. Diciamo che Dio con noi fa gli straordinari» sostiene Enrico, comandante del distaccamento. La base è gestita dalla «regina di Farah», come viene chiamata Shoshana Chatfield, ufficiale della marina Usa. Tanto tosta quanto bella, con i suoi occhi azzurri e capelli biondi. Comanda il Prt, uno dei centri di ricostruzione provinciale dell’Afghanistan occidentale. I corpi speciali italiani vivono in maniera spartana, sotto le tende. Nella sala riunioni della task unit Alfa svetta una bandiera blu con la capra al centro, simbolo dell’Istria. Lo stendardo degli esuli costretti a lasciare la penisola italiana, oggi in Croazia, alla fine della Seconda guerra mondiale.
La Task force 45, durante le sue missioni segrete degli ultimi due anni, ha sostenuto una quindicina di scontri a fuoco. Per cinque volte i corpi speciali sono saltati sulle trappole esplosive dei talebani. Altrettante sono state scoperte all’ultimo secondo. Non a caso gli incursori hanno ribattezzato il blindato Lince «salvavita». Negli ultimi botti ha resistito facendo sopravvivere l’equipaggio. Viaggiare su un Lince con elmetto, giubbotto antiproiettile e cinture allacciate, non è facile. Farlo per 11 ore in mezzo al deserto con i corpi speciali è una prova di sopravvivenza. Il nome in codice della missione è Falco e prevede una pattuglia di ricognizione e combattimento verso il confine iraniano.
I talebani chiamano i blindati stranieri «mostri» e cercano di farli fuori in tutti i modi. A Shindand, lo scorso luglio, un terrorista suicida è saltato dal primo piano di una finestra su una colonna americana in avvicinamento. Si è fatto esplodere a mezz’aria ammazzando sei civili che passavano per caso.
L’ultima tattica dei kamikaze, al volante di una macchina minata, è avvicinarsi alle truppe della Nato con dei manichini nell’automobile. Per far pensare che ci sono altri passeggeri a bordo e non un terrorista suicida. Sui Lince le mappe del paesaggio lunare di Farah sono digitalizzate su computer che segnalano come in un videogioco tutte le forze «blu», ovvero alleate, nell’area. Però le vecchie mappe russe su carta sono le migliori. Purtroppo hanno il difetto di essere scritte in cirillico.
La missione Falco prevede un bivacco nel deserto, con la luna che illumina il dispiegamento a riccio dei blindati. Simile a quello dei pionieri nel Far West, quando dovevano difendersi dagli indiani. Si dorme sotto le stelle tormentati da una tempesta di sabbia, ma la Task force 45 ne ha passate di peggio.
Il Gulistan è la «valle dei fiori» nella parte sud orientale di Farah. Un budello con picchi di 4 mila metri dove i terroristi di Al Qaeda arabi, ceceni e pachistani hanno scavato basi sotterranee. Ogni tanto i talebani mettono a ferro e fuoco il capoluogo del distretto. Poi issano il loro vessillo, la bandiera bianca con la scritta «Allah o akbar» (Dio è grande). «Per tirarla giù chiamano noi» spiega Vincenzo, un incursore che dallo scorso anno ha passato 11 mesi da queste parti.
Vince, come lo chiamano tutti, ci descrive uno degli scontri più duri nel famigerato Gulistan: «Non ho fatto in tempo a dire, ma cosa sono quelle fiammate, che arrivavano i colpi. Michele era davanti a me e l’ho visto cadere. Un proiettile gli ha trapassato il braccio sinistro e poi ha portato via un lembo di carne dal petto. Quando è andato giù ha gridato “Mi hanno beccato, mi hanno beccato”».
Vincenzo e gli altri militari italiani del 9º Col Moschin imbracciano l’arma o saltano sui mezzi per rispondere al fuoco. I talebani sono appostati su una cresta e lanciano anche dei razzi a spalla Rpg. «Il primo è esploso a una trentina di metri, ma il secondo l’ho sentito fischiare al nostro fianco» ricorda Vince.
La sua arma è un lanciagranate sul tetto del blindato. Spara una botta da 40 millimetri dietro l’altra. «Per alcuni minuti i talebani vengono investiti da una pioggia di fuoco» racconta il testimone dello scontro. Michele, l’incursore ferito, si trascina fino al blindato. Vince racconta che «perdeva sangue dal braccio, ma è riuscito a prendere posizione mettendo il colpo in canna alla mitragliatrice pesante. Poi è crollato».
Foto: il caporalmaggiore Antonio Metruccio, 27 anni, della Terza compagnia Aquile, 66° reggimento aeromobile Trieste.

“I proiettili sollevavano sbuffi di sabbia conficcandosi davanti ai mezzi. Ci tiravano razzi Rpg da tutte le parti. Anche la base era sotto attacco. Non dimenticherò mai le fiammate delle esplosioni all’interno del fortino, dove la mia compagnia rispondeva al fuoco”. Inizia così, con il racconto del primo caporalmaggiore Pasquale Campopiano, il reportage del nostro inviato Fausto Biloslavo sull’ultima battaglia dei soldati italiani in Afghanistan (in edicola domani su Panorama): tre giorni d’inferno, il 5, 6 e 7 agosto, quando i talebani volevano spazzare via l’avamposto di Bala Murghab. E quando una novantina di fucilieri della Brigata Friuli ha tenuto, con le unghie e con i denti, le quattro mura sbrecciate di un ex cotonificio nella remota provincia di Badghis. Panorama.it vi mostra tre video in esclusiva dall’ultimo avamposto italiano, dove i nostri soldati combattono per portare la pace, ma soprattutto per portare a casa la pelle. Il quarto video, d’archivio, si riferisce, sempre a un’altra epica battaglia a Bala Murghab, dell’agosto 2007, quando alcuni soldati spagnoli, caduti in un’imboscata, furono aiutati nel salvataggio dai Mangusta del quinto Rigel.
Fuoco, fuoco, fuoco! Spari di mortai contro i talebani a Bala Murghab
Operazione Khora: agosto di fuoco per i soldati italiani
La battaglia di Bala Murghab. Difesa di un fortino a Baghdis.
Agosto 2007, Bala Murghab: gli elicotteri italiani portano in salvo alcuni soldati spagnoli caduti in un’imboscata
Il presidente afghano Ahmid Karzai minaccia incursioni militari in Pakistan per braccare i talebani che dalle basi nella Tribal Area colpiscono le truppe afghane e alleate.
Le tensioni tra Afghanistan e Pakistan a causa delle retrovie talebane tollerate da Islamabad sul suo territorio non sono certo una novità ma è la prima volta che il presidente afghano annuncia attacchi militari oltre la frontiera in base a quello che ha definito un “diritto di autodifesa”. Karzai punta a colpire le forze di Mullah Fazlullah e Baitullah Mehsud, signori della guerra che vivono nella regione del Waziristan, al confine con l’Afghanistan. Il primo ha firmato una tregua con il governo pachistano, mentre Mehsud è ritenuto da Islamabad il mandante dell’attentato in cui morì l’ex premier pachistano Benazir Bhutto. “Il fatto che i miliziani attraversino il confine per uccidere afghani e soldati della coalizione - ha dichiarato Karzai - ci dà il diritto di fare altrettanto. Baitullah Mehsud deve sapere che lo inseguiremo fino a casa sua. Insieme a Fazlullah deve comprendere che li sconfiggeremo e faremo vendetta per tutto ciò che hanno compiuto in questi anni in Afghanistan”.
“Migliaia di mujaheddin sono pronti a difendere i confini delle zone tribali e a infliggere una sconfitta disonorevole all’esercito afgano” ha minacciato un portavoce talebano mentre il primo ministro pakistano, Yousuf Raza Gilani ha dichiarato che “il Pakistan non permetterà alcuna ingerenza nei propri affari interni”.
Islamabad, sotto accusa per gli accordi stipulati con i talebani e per la sospensione delle azioni militari contro i jihadisti, è già ai ferri corti con Washington per l’attacco aereo diretto contro forze talebane sul confine che l’11 giugno ha ucciso undici guardie di frontiera. Sull’episodio indagherà una commissione d’inchiesta congiunta USA-Pakistan ma sul piano militare è evidente che l’accordo di pace che il governo pakistano e gli jihadisti è destinati a infiammare di nuovo le operazioni in territorio afgano costringendo gli alleati e gli afghani a portare la linea del fronte direttamente sulla frontiera.
Gli ultimi commenti