Bruno, il nuovo film del comico demenzial-situazionista Sasha Baron Cohen è appena arrivato in Israele. E sta già creando problemi… nei Territori palestinesi. Continua
- Giovedì 30 Luglio 2009
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Bruno, il nuovo film del comico demenzial-situazionista Sasha Baron Cohen è appena arrivato in Israele. E sta già creando problemi… nei Territori palestinesi. Continua

Un miliziano di Hamas nel palazzo del presidente Abu Mazen all’epoca dello scontro per il controllo di Gaza
(Credits: Ansa)
Vista l’incertezza post-elezioni in Israele, forse i palestinesi avranno un nuovo governo prima dei loro odiati “vicini”. Questa sera 13 gruppi dei territori, compresi Hamas, Al Fatah, Jihad islamica, riuniti al Cairo, hanno annunciato a giornalisti e a tv di tutto il mondo, in un clima di grande cordialità e (almeno apparente) armonia, di aver ”messo fine alle divisioni, girando una pagina dolorosa”: hanno concordato tutti insieme di formare un governo di intesa nazionale per la Palestina entro la fine di marzo, attraverso sei commissioni di lavoro che dovranno cominciare a lavorare il 10 marzo. Sembra incredibile, se si pensa che solo due anni fa Hamas e Al Fatah, i due partiti principali, erano in guerra aperta per il controllo di Gaza e che durante i bombardamenti israeliani nella Striscia dello scorso gennaio in molti tra i dirigenti islamisti avevano criticato la reazione non troppo calorosa dei politici connazionali in Cisgiordania. Ma forse proprio l’esito delle elezioni di Tel Aviv, ormai avviata ad un governo con esponenti dell’ estrema destra, può aver ricompattato i litigiosi movimenti palestinesi.
L’annuncio arriva poi a quattro giorni dalla conferenza di Sharm el Sheikh, dove per iniziativa dell’Egitto si riuniranno i paesi che doneranno aiuti umanitari alla popolazione di Gaza. Saranno presenti oltre al padrone di casa Hosni Mubarak, anche Hillary Clinton, Nicolas Sarkozy e Silvio Berlusconi. Segnale della riconciliazione tra i palestinesi è che a rappresentare tutti loro - lo hanno confermato durante la conferenza stampa - sarà il contestato (fino a oggi) presidente palestinese Abu Mazen. Che avrà il compito di convincere i partner internazionali a finanziare le ingenti spese per la ricostruzione di Gaza, semidistrutta dai bombardamenti israeliani. La necessità di mostrare un profilo unitario e “presentabile” in campo internazionale per raccogliere più aiuti possibile è stata la molla che ha spinto i vari gruppi palestinesi all’accordo. Secondo il piano le sei commissioni nominate, il cui lavoro inizierà il 10 marzo, si occuperanno della formazione del ”governo di consenso”, della ricostruzione delle istituzioni, dell’organizzazione di elezioni presidenziali e legislative (entro possibilmente la scadenza di legge del 25 gennaio 2010), di ricostituire i servizi di sicurezza su base professionale e non di appartenenza e di continuare il processo di riconciliazione.
Una ”commissione superiore” composta da esponenti egiziani, della Lega Araba e di tutti i gruppi, avrà il compito di affrontare eventuali problemi che le altre commissioni incontreranno e di appianarli. ”In caso di una nuova aggressione - ha spiegato l’indipendente Mustafà Barghouti - saremo un solo pugno di forze insieme, e non consentiremo ad Israele di dividerci, come è successo in passato”.
Entra in vigore questa mattina il cessate il fuoco, reso possibile dalla mediazione egiziana, tra Hamas e Israele. Una tregua che prevede la graduale riapertura dei passi frontalieri tra Gaza e lo Stato ebraico e in una fase successiva anche quello di Rafah, unica via per i palestinesi della Striscia di recarsi all’estero. La milizia fondamentalista si impegna a fermare il lancio di missili Qassam contro le città di confine e in prospettiva a rilasciare, in cambio della liberazione di un certo numero di prigionieri palestinesi, il soldato Gilad Shalit, rapito in un agguato il 25 giugno 2006. Una negoziazione che si annuncia complicata: sono 11 mila i prigionieri palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliani, cento dei quali in un regime di detenzione amministrativa. Cioé senza che contro di loro vi siano atti di accusa formale. Un altro centinaio deve scontare una condanna a più di 20 anni, a causa di attentati terroristici. Hamas chiederebbe, in cambio di Shalit, il rilascio di “450 miliziani”, un boccone molto amaro per un leader già indebolito dalle inchiste giudiziarie per corruzione come Olmert. Indebolito anche anche all’interno della sua stesa maggioranza. Il ministro della Difesa Ehud Barak (laburista) ha chiesto le sue dimissioni il 28 maggio a causa delle presunte mazzette ricevute dal premier da parte di un magnate americano. Per i capi di Hamas, che hanno rinunciato alla parola d’ordine della tregua anche in Cisgiordania, è comunque un successo d’immagine: mentre fallisce il negoziato Olmert-Abu Mazen, si accreditano come l’unica possibile controparte di una tregua che prometta di durare. Unico dubbio: durerà davvero?
Trattare con Hamas. Aprire subito un confronto con il movimento integralista palestinese. Questa volta l’idea non è targata Massimo D’Alema, bensì Bernard Kouchner, il ministro degli Esteri di Sarkozy, che, parlando ieri ai microfoni di radio Europe-1, ha confermato che Parigi ha avviato ormai da mesi colloqui diplomatici con i leader del movimento integralista palestinese. Poco importa, per Parigi, che Hamas non abbia mai accettato le condizioni preliminari poste dal Quartetto (Usa, Ue, Russia, Onu): riconoscimento formale di Israele, cessazione del lancio di missili Qassam su Sderot e degli attentati suicidi, riconoscimento della legittimità della presidenza Abu Mazen. Alla base del ragionamento di Kouchner (che giovedì sarà a Gerusalemme), c’è una considerazione pragmatica e forse anche un desiderio di ritagliare alla Francia un ruolo chiave in vista del passaggio di consegne presidenziale negli Stati Uniti: Hamas - ragionano a Parigi - è una forza politica di massa che rappresenta una parte consistente della società palestinese. Ed escluderla dai colloqui diplomatici bilaterali significherebbe votare all’insuccesso qualsiasi ipotesi di accordo di pace bilaterale. Amano citare Rabin, gli uomini di Sarkò, quando sosteneva che la pace si fa con i nemici, dei quali bisogna favorire in ogni modo l’evoluzione moderata, come è accaduto ad altri movimenti terroristi, come l’Ira irlandese o l’Olp di Arafat ai tempi di Oslo.
Ed ecco il punto. Secondo Yves Aubin de la Messuziere, l’ex ambasciatore francese in Iraq inviato da Parigi un mese fa nei Territori, “i leader di Hamas sono pronti ad accettare uno Stato palestinese entro i confini del 1967″. Non proprio quello che chiede Israele, eppure - secondo la diplomazia francese - un primo passo che aiuterebbe un’evoluzione del movimento integralista palestinese (come già successe con l’Olp prima di Oslo) , diviso del resto tra un’anima pragmatica che fa capo a Hismail Haniyeh e Mahmud Zahar e un’ala dura che punta sul rilancio degli attentati suicidi. Israele e Stati Uniti hanno già bollato come inopportuna l’iniziativa di Parigi, desiderosa di ritagliarsi un ruolo autonomo in tutta l’area mediorientale. Per Gerusalemme la questione è semplice: per parlare bisogna essere in due. E con Hamas, il cui sogno segreto è forse ancora quello di “buttare a mare tutti gli ebrei”, è impossibile aprire qualsiasi trattativa. Finché per lo meno, i suoi leader non decideranno di riconoscere il diritto all’esistenza dello Stato ebraico. Eppure che una trattativa con il solo Abu Mazen sia votata all’insuccesso è ormai chiaro anche ad alcuni leader dello Stato ebraico. E’ di ieri la notizia che in modo sotterraneo proseguono i contatti tra il ministro della Difesa Ehud Barak e gli emissari di Hamas in Egitto. Certo: non sono contatti diretti, ma mediati da Omar Soleiman, responsabile dell’intelligence egiziana. Ma sufficienti a suscitare polemiche politiche in Israele: “Negoziamo con Hamas, in aperto contrasto con le decisioni del governo, secondo cui ciò potrà avvenire solo quando avrà accolto le condizioni del Quartetto”, ha accusato il vicepremier israeliano Haim Ramon.
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Stretta di mano tra Hamas e Fatah: le due organizzazioni hanno siglato l’accordo di riconciliazione proposto dallo Yemen, impegnandosi dopo mesi di ostilità a riprendere i colloqui. Rappresentanti dei fondamentalisti che da quasi un anno hanno il controllo della Striscia di Gaza e del movimento del presidente moderato Abu Mazen si sono ritrovati a Sana’a per sottoscrivere la dichiarazione che prende nome proprio dalla capitale yemenita. “Noi, in rappresentanza di Fatah e Hamas, riconosciamo l’iniziativa yemenita come l’intelaiatura sulla base della quale riprendere il dialogo tra i due movimenti per far tornare la situazione palestinese a quella che era prima degli incidenti di Gaza” si legge nel documento firmato da Moussa Abu Marzouk per Hamas e da Azzam al-Ahmed per Fatah. Nella dichiarazione si ribadisce anche “l’unita’ del popolo, del territorio e dell’autorita’ palestinese”. Un alto esponente di Hamas ha inoltre reso noto che il dialogo tra le due fazioni palestinesi riprenderà il 5 aprile prossimo e che i primo round di negoziati si terrà nei territori palestinesi.
I colloqui, avviati la settimana scorsa dal presidente yemenita Ali Abdullah Saleh, sono stati più volte sul punto di fallire. Saleh chiedeva alle parti di accettare di tornare al tavolo dei colloqui dall’inizio di aprile, ma il controllo di Gaza era uno dei nodi più difficili da sciogliere. Fatah chiedeva ad Hamas di rinunciare al controllo della Striscia, e Hamas voleva che Fatah liberasse gli esponenti arrestati in Cisgiordania. Il piano yemenita prevede anche elezioni palestinesi, la creazione di un nuovo governo di unità nazionale e la riforma delle forze di sicurezza.

Un prigioniero palestinese del sud della Striscia nella parte israeliana del confine
Quella in corso nella Striscia di Gaza ha tutta l’aria di una resa dei conti. Uccisioni mirate, raid aerei e incursioni con decine di vittime, confini sigillati. Una soluzione drastica che Israele starebbe mettendo in atto non soltanto per rispondere ai lanci di razzi da parte di Hamas e Jihad, ma anche per sgombrare il campo da eventuali alternative all’autorità di Mahmoud Abbas, detto Abu Mazen, proprio nel momento in cui è impegnata con quest’ultimo nelle trattative di pace.
Il presidente palestinese, da parte sua, condanna i raid e minaccia la sospensione dei colloqui, ma, al di là della facciata, è chiaro che Hamas costituisce un pericolo per lui più ancora che per lo Stato ebraico. La sua capacità di rappresentanza della popolazione dei Territori è debole e lo è anche la sua possibilità di riprendere il controllo della Striscia di Gaza senza l’intervento israeliano. D’altra parte, paradossalmente, è chiaro anche l’interesse di Hamas e Jihad a mantenere alta la tensione e a “vendere cara la pelle”. Ed è ormai solo con la forza che Hamas può riproporsi come protagonista sulla scena locale, dopo che Al Fatah, la fazione del Presidente, ha definitivamente deciso di tagliar fuori il movimento integralista da un possibile dialogo interpalestinese.
L’isolamento della Striscia di Gaza (un embargo durissimo, che sta avendo conseguenze devastanti sulla popolazione, anche se violato dal contrabbando tramite i tunnel con l’Egitto) è il simbolo di un allontanamento politico internazionale sempre più marcato dalla regione controllata da Hamas. Un territorio che rappresenta un’anomalia cui Israele e Abu Mazen vogliono porre fine - con o senza missili - al più presto.
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Detenzioni arbitrarie. Rapimenti. Esecuzioni a sangue freddo. Torture. Sistematiche violazioni dei diritti degli imputati, dei giornalisti, dei manifestanti pacifici. E un bilancio di sangue che ha raggiunto nei primi sei mesi del 2007 la cifra di 350 morti e oltre duemila feriti tra i palestinesi. Meno della media semestrale di palestinesi uccisi da Israele negli ultimi sette anni. Il rapporto che Amnesty International ha pubblicato il 24 ottobre sulle conseguenze degli scontri armati tra le varie fazioni armate dei Territori (leggi il pdf) non lascia adito a dubbi: sul banco degli imputati, per la drammatica crisi umanitaria della Cisgiordania e di Gaza, ci sono anche le forze di sicurezza di Hamas e Fatah. Le quali - secondo l’associazione - sono venute meno all’obbligo di “proteggere la popolazione e hanno agito in modo partigiano e nella più completa impunità, utilizzando indiscriminatamente le milizie armate considerate contigue” per eliminare i rispettivi e presunti nemici politici.
Il raffronto con il numero dei morti (combattenti o civili) provocati da Tsahal, l’esercito israeliano, è impietoso per le due fazioni palestinesi che si contendono il potere a Gaza e nella West Bank. Dallo scoppio della seconda Intifada nell’ottobre 2000 fino al giugno 2007, scrive sempre Amnesty in un altro interessante rapporto (leggi il pdf) intitolato Enduring Occupation, i palestinesi (la gran parte dei quali civili) uccisi da Israele sono stati circa quattromila, includendo il sanguinoso periodo dell’Operazione Scudo di Difesa decisa da Ariel Sharon. La media è di circa duecentonovanta a semestre, sessanta in meno dei palestinesi caduti sotto il fuoco “amico” nei primi sei mesi del 2007.

Con una decisione che è stata subito definita provvisoria, l’Unione europea ha deciso di riprendere ieri in via temporanea (Hamas è avvertita) le forniture di carburante necessarie per far funzionare l’unica centrale elettrica della Striscia di Gaza: un milione e mezzo di persone - costrette a brancolare nel buio da venerdì scorso - possono tornare a vivere, uscire dalle tenebre. Almeno fino al prossimo black out. Per i palestinesi - ormai abituati da quasi un anno (da quando Israele bombardò la centrale elettrica nell’ottobre 2006) a vivere con l’energia razionata, per poche ore al giorno - la questione si pone in termini pratici e non politici: come imparare a sopravvivere quando può mancare la luce anche quindici ore al giorno, per settimane o giorni a seconda dei capricci dell’agenda politica o dei militari che bombardano anche le centrali. Ed è un supplizio persino cucinare, studiare, guardare la televisione, leggere un libro, mandare a scuola i bambini. “Gli unici che si fregano le mani sono i venditori di generatori o di pile elettriche. Quelli sì che fanno affari d’oro!” - spiega ironica una blogger di Betlemme, cui è capitato nei mesi scorsi di andare a trovare dei parenti nella Striscia. Per gli altri - anziani, commercianti, malati, bambini, giovani, lavoratori - è stato un inferno. C’è chi si è barricato in casa per evitare il caldo e chi ha imparato - ed è la maggioranza - a concentrare tutta la giornata nelle poche ore di luce artificiale razionata. Tutto questo emerge dalle testimonianze in rete che abbiamo trovato. Con il linguaggio diretto cui ci ha abituato, Heba, la creatrice di un blog di successo - Contempling from Gaza - , dopo aver spiegato che cosa significa imparare a vivere a lume di candela, ci lascia lì in sospeso con una domanda: è giusto che, per isolare Hamas, l’Unione Europea abbia punito tutti i palestinesi (e minacci di farlo ancora), a cui è già stata imposta (questa volta da Israele) anche la punizione della chiusura del valico di Rafah? Ai palestinesi di Gaza, un milione e quattrocentomila persone (molte delle quali hanno perduto il lavoro dopo lo scoppio della seconda Intifada), in fondo, non interessa particolarmente di chi sia la colpa, se degli uomini di Hamas o della comunità internazionale.
LEGGI le testimonianze dei blogger: Vivere senza luce - Solo i morti entrano a Gaza
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