
Via il bleu-blanc-rouge, la Francia si tinge ormai di verde. Al termine degli Stati Generali dell’Ambiente che hanno riunito attorno al tavolo governo, società civile, Enti Locali, imprese e sindacati, il presidente della Repubblica, Nicolas Sarkozy, si è detto favorevole alla rivoluzione ecologica che il paese d’oltralpe si appresta a lanciare da qui al prossimo decennio. In qualità di garante del Grenelle de l’environnement, il capo di Stato ha avvalorato una serie di misure concrete approvate dai protagonisti degli Stati Generali, tra cui: una moratoria sulla costruzione di nuovi autostrade e aeroporti; il via libera alle linee ferroviarie ad alta velocità e ripristino delle linee dismesse; nuove regole per l’edilizia che prevedono entro tre, massimo cinque anni, la progettazione di edifici pubblici e privati costruiti per consumare un quinto dell’energia attualmente utilizzata.
In un discorso pronunciato all’Eliseo davanti ai principali attori di Grenelle, a José Manuel Barroso, presidente della Commissione europea e Al Gore, fresco Premio Nobel per la Pace per il suo impegno ecologico, il presidente Sarkozy si è poi (in parte) sbilanciato su temi delicatissimi rispetto ai quali non sono bastati due giorni di dibattiti per trovare un compromesso. Riguardo la Carbon Tax, fortemente richiesta dalle ong, Sarko ha chiesto di valutare “la creazione di una tassa “clima-energia” per compensare un eventuale alleggerimento della pressione fiscale sul lavoro”. A ruota, il presidente francese ha preso tutti in contropiede esprimendo la volontà di veder “sospesa la cultura commerciale degli ogm”. Soddisfazione generale tra i presenti in sala. Nicolas Hulot, figura storica delle battaglie ecologiche d’oltralpe, si è detto “più che soddisfatto”, mentre Al Gore parla già di “Grenelle mondiale” da imporre al resto del pianeta. Nelle stesse ore Bp, il colosso petrolifero britannico, ha chiuso tre contenziosi (due in materia ambientale) chiudendo i conti con le autorità di controllo Usa e accettando di pagare una multa complessiva di 373 milioni di dollari.
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Di Gianna Milano
“Caro vicepresidente Gore, le scriviamo per stigmatizzare le pressioni che sta mettendo in atto contro il popolo del Sud Africa che combatte per avere accesso ai farmaci essenziali… Come vicepresidente degli Stati Uniti lei è nella posizione di fare molto bene o molto male al mondo. Agli elettori americani presto si chiederà di decidere se sarà lei il prossimo presidente. Per favore ci dica perché dovrebbero sceglierla”.
Era l’agosto del 1999. A firmare questa lettera ad Al Gore, ex vicepresidente degli Usa, insignito ora del premio Nobel per la pace, ci sono fra gli altri Bernard Pécoul e Joelle Tanguy, di Medici senza frontiere (Msf), organizzazione cui venne dato il Nobel per la pace proprio quell’anno. Un riconoscimento all’impegno profuso, al contrario di Gore, per l’accesso ai medicinali ai paesi del Terzo mondo: il milione di dollari del Nobel fu interamente devoluto allo sviluppo di questa campagna. Senza entrare nel merito dei contenuti del documentario An Inconvenient Truth, una verità scomoda, bocciato dall’Alta corte di Londra perché contiene più di una “inesattezza”, viene da chiedersi secondo quali criteri vengono decisi i Nobel per la pace.
“Possiamo riconoscere a Gore una capacità redentoria, pari solo a quella di Bill Clinton oggi attivo sul fronte dell’accesso ai farmaci essenziali attraverso la sua fondazione; ma è singolare che nella omologazione mediatica di questi giorni ci si sia scordati del ruolo che ebbe nel difendere il monopolio delle multinazionali, precludendo l’accesso a farmaci essenziali” dice Nicoletta Dentico, allora direttore esecutivo in Italia di Msf. Nel 1997 il Sud Africa, uno dei paesi più colpiti dall’aids (6 milioni di infetti), emanò una legge per eludere, le pastoie di Big pharma e disporre così di farmaci antiretrovirali a buon mercato.
Grazie al Medicines act varato da Nelson Mandela, altro Nobel per la pace, il ministro della Sanità autorizzò sia il “compulsory licensing”, la licenza obbligatoria che consente di produrre versioni generiche a minor prezzo di farmaci essenziali sotto brevetto (pagando una simbolica royalty), sia il “parallel importing”, un mercato parallelo che permette di importare farmaci da paesi dove costano meno e rivenderli senza l’autorizzazione delle multinazionali.
La decisione del Sud Africa scatenò un putiferio. Anche se il governo sudafricano agiva nel pieno rispetto dei diritti sulla proprietà intellettuale, i Trips, sanciti in seno agli accordi internazionali del Wto, che autorizzano l’esenzione dal brevetto per farmaci essenziali nei paesi più poveri, un consorzio di 39 industrie farmaceutiche (per un terzo Usa) intentò causa a Pretoria. A fiancheggiarle c’erano l’amministrazione democratica e Al Gore. E dall’altra parte della barricata Nelson Mandela.
Il braccio di ferro tra Usa e Sud Africa finì nel 2001, quando la causa venne ritirata dalle multinazionali. “Temendo di perdere i voti dei neri americani e sotto la pressione della mobilitazione della società civile internazionale durante la corsa alla presidenza, Gore favorì la fine della controversia” racconta Maurizio Bonati, epidemiologo al Mario Negri di Milano.
Molte le singolarità del comitato del parlamento norvegese che seleziona i Nobel per la pace. “I criteri di attribuzione del premio non brillano per coerenza interna” commenta Gianni Tognoni, segretario generale del Tribunale permanente dei popoli. “Basta scorrere la lista: la presenza di Kissinger e Sadat ne è forse il paradigma estremo. Considerazioni politiche e contingenti giocano un ruolo determinante. A scelte esemplari, rare, per intelligenza e tempestività, come le due donne Aung San Sun-Kyi e Shirin Ebadi, se ne affiancano altre discutibili”. Accanto ad Amnesty international (1977) figura l’ex presidente americano Jimmy Carter (2002). Ancora, oltre al Nobel per la pace a Madre Teresa di Calcutta (1979) c’è quello a Yasser Arafat (1994).
“Forse il merito di Gore, agli occhi del comitato norvegese, è aver portato in primo piano il problema globale della tutela dell’ambiente” dice Kerry Emanuel, docente di meteorologia al Mit di Boston. “Purtroppo emerge solo Gore e finiscono in ombra i 2.500 scienziati dell’Ipcc, l’organizzazione dell’Onu che lo affianca nel Nobel e ha redatto il rapporto sull’ambiente, dando i numeri del disastro” dice Dentico.
Il Nobel per la pace dovrebbe essere dato a chi veramente si è speso per difenderla. “Legare i cambiamenti climatici a possibili destabilizzazioni e quindi a guerre significa prenderla alla lontana. È vero che affrontando il problema del riscaldamento globale si affronta quello delle risorse energetiche che producono conflitti, ma in anni come questi il Nobel della pace lo si deve collegare alle sofferenze della guerra o, meglio, delle guerre in corso” afferma Angelo Stefanini, membro fondatore dell’Osservatorio italiano sulla salute globale.
Il Nobel a Gore, secondo molti commentatori, era prevedibile. “C’è stato un forte lobbying per farlo passare. Prima l’Oscar, poi il Nobel. Se dopo i poll si dovesse vedere che i due candidati democratici alla presidenza, Hillary Clinton e Obama, non ce la fanno, si tirerà fuori l’asso dalla manica, cioè lui” ipotizza Stefanini. Fu negli anni 90, durante la vicepresidenza Gore, che gli Usa votarono le sanzioni contro l’Iraq. “Sanzioni che secondo Unicef e Oms hanno causato la morte di 1 milione di bambini. La piaga della guerra senza fine in Iraq resta aperta” ricorda Stefanini. A chi il prossimo Nobel per la pace?
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Che fare con la Colombia, dove traffico di cocaina, paramilitarismo e mondo politico sembrano ormai formare un intreccio inestricabile? È questa la domanda che circola con insistenza a Washington, dove le divisioni sulle politiche da adottare nei confronti del governo di Bogotà sono sotto gli occhi di tutti.
Da un lato c’è George W. Bush, amico personale del presidente colombiano Alvaro Uribe Velez e strenuo difensore del Plan Colombia, il progetto antidroga finanziato negli ultimi sette anni con circa 4,5 miliardi di dollari provenienti dal bilancio statunitense. Dall’altro un Congresso che sta nicchiando sulla possibilità di firmare un trattato di libero scambio con Bogotà e che sembra propenso a ridurre ulteriormente i finanziamenti alle politiche anti-droga del paese sudamericano, dopo i tagli già effettuati lo scorso giugno.
Se il principale obiettivo del Plan Colombia doveva essere lo sradicamento delle piantagioni di coca e la riduzione delle esportazioni di droga verso gli Stati Uniti, a guardare i numeri c’è da mettersi le mani nei capelli. Un fallimento totale.
A fronte dei miliardi di dollari Usa investiti nel paese sudamericano, infatti, fonti bene informate vicine alla Dea, la Drug Enforcement Administration, rivelano a Panorama.it che, “in realtà le esportazioni di droga dalla Colombia verso gli Stati Uniti negli ultimi sette anni non sono affatto diminuite, anzi. Inoltre al Congresso crescono le preoccupazioni sull’influenza dei gruppi paramilitari nel governo e nel parlamento di Bogotà”.

Preoccupazioni che sono aumentate dopo le denunce fatte a un giudice di Medellin lo scorso maggio da Salvatore Mancuso (nella foto sopra), capo storico del gruppo paramilitare delle Autodefensas Unidas de Colombia (Auc) attualmente in carcere, dove sta scontando una condanna di otto anni per i crimini commessi dagli squadroni della morte che obbedivano ai suoi ordini. Secondo Mancuso, l’attuale ministro della difesa colombiano Juan Manuel Santos avrebbe incontrato a metà anni Novanta i leader paramilitari per destabilizzare il governo dell’epoca, guidato da Ernesto Samper.
E a conferma di come, in realtà, la lotta contro i narcos sbandierata dal presidente Uribe stia vacillando, è sufficiente andare a vedere le dichiarazioni rilasciate il mese scorso dallo stesso Mancuso al New York Times: “Non interessa né al governo statunitense né a quello colombiano farla finita con i narcos perché, in quel caso, svanirebbero i benefici per entrambe le parti. Per Uribe & co. quello di ricevere i cospicui finanziamenti di Washington, per le compagnie di sicurezza privata Usa quello di potere rimanere nel paese, come in Iraq e in Afghanistan. La Colombia è un narcopaese e la nostra è una narcosocietà”. Parole che pesano come pietre quelle pronunciate da questo 42enne di origini calabresi e assai vicino alla ‘ndrangheta per questioni legate al narcotraffico internazionale. Le sue parole stridono con quelle che aveva espresso nel 2002, poche ore dopo la prima elezione di Uribe alla presidenza: “Un onorato presidente, il dottor Álvaro Uribe Vélez, è stato eletto consapevolmente e in maniera definitiva al primo turno, da e per una patria che ambisce alla pace e che vuole crescere nella solidarietà…”.
Ma a mettere in seria difficoltà Uribe non ci sono solo Mancuso e il suo passato. Tra le tante “grane” che insospettiscono il Congresso Usa, l’ultima è quella delle intercettazioni telefoniche e dello spionaggio fatto da alcuni membri della Policía Nacional nei confronti di giornalisti e oppositori politici tra cui Carlos Gaviria, il leader che lo scorso anno contese a Uribe la presidenza. Alcune di queste intercettazioni sono state pubblicate dal settimanaleSemana e ascoltandole ci si rende conto di come i leader paramilitari orchestrino omicidi e stipulino accordi sul traffico di coca anche dalle prigioni in cui sono rinchiusi. Uno scandalo a cui il ministro della difesa Santos ha cercato di sottrarsi dicendo che né lui né Uribe sapevano nulla delle intercettazioni. Ma alla fine dodici generali della Policía Nacional sono stati costretti a rassegnare le dimissioni.
“Ha un’immagine di cagnaccio antidroga e una realtà che lo vede andare a braccetto con i paramilitari che del narcotraffico hanno fatto la loro principale fonte di entrate. E’ questa la principale contraddizione di Uribe”, spiega a Panorama.it Guido Piccoli, tra i massimi esperti del paese sudamericano e autore del saggio Colombia, il Paese dell’eccesso.
Accuse a Uribe: su Youtube
Certo è che oggi sembrano profetiche le parole pronunciate prima delle ultime elezioni da Gustavo Petro, leader del Polo Democrático che si oppone al Pardido Conservador che appoggia Uribe: «il Congresso può essere conquistato dal narcotraffico. L’obiettivo del “narcoparamilitarismo” è quello di eleggere un numero di congressisti che consenta loro di determinare le maggioranze legislative e, con questo, ricattare il prossimo presidente che uscirà dalle prossime elezioni». Dal canto suo Uribe, che dal 2003 aveva scelto di negoziare con i paramilitari riuscendo a smobilitarne migliaia, all’epoca si era difeso minimizzando: «In realtà siamo alla vigilia della fine del paramilitarismo». I fatti successivi sembrano averlo smentito e oggi è più difficile credere a lui che non a Petro. Anche a Washington dove, non a caso, l’ex candidato alla presidenza Al Gore si è recentemente rifiutato di incontrare il presidente colombiano al forum sull’ambiente di Miami. Spiegandone i motivi: “Parlerò Uribe solo quando avrà chiarito i suoi legami con i gruppi paramilitari…”.

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