
(Credits: Ansa)
di Marco Pedersini
Il capo dei servizi segreti francesi, Bernard Squarcini, l’aveva detto al Monde e al Télégramme un anno fa: “I rischi per la Francia vengono soprattutto dai terroristi addestrati in Pakistan e dai ‘lupi solitari’ che si ‘radicalizzano’ da soli su Internet. Poi ci sono i gruppi di Al Qaeda in Nordafrica, un’area con cui abbiamo vecchi legami coloniali e spesso familiari, che portano molti cittadini a viaggiarvi spesso, avanti e indietro”. Come dimostra la strage di Tolosa, Squarcini c’aveva visto giusto: Mohamed Merah, il killer che ha ucciso una bambina, il rabbino Jonathan Sandler e i suoi due figli, era un mix delle minacce elencate dal capo dei servizi segreti.
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(Credits: AP Photo/France 2)
Al Jazeera potrebbe diffondere il video degli assassinii di Mohamed Merah, il killer dei tre militari francesi e della strage nella scuola ebraica di Tolosa, in cui sono morte 3 bimbe e un rabbino. Il canale televisivo del Qatar ha consegnato alle autorità francesi il filmato dell’estremista, ucciso alla fine di un lungo assedio, ma ne ha tenuta una copia.
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(Credits: AP Phptp/Remy de la Mauviniere)
La gestione dell’operazione di polizia contro il terrorista franco-algerino Mohammed Merah, dichiaratosi membro di Al Qaeda, sembra più funzionale a logiche politiche ed elettorali che alle necessità operative e di sicurezza. Il presidente Nicolas Sarkozy, strizzando l’occhio all’elettorato in vista delle elezioni presidenziali del 22 aprile, ha ordinato di prendere Merah vivo e il ministro degli interni Claude Gueant, non ha perso l’occasione per guadagnarsi un posto al sole, o per meglio dire sotto i riflettori dei media, dirigendo personalmente le operazioni da un comando mobile installato a 50 metri dalla casa di Merah, in rue Sergent Vigné.
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(Credits: AP Photo)
Si chiama crisi d’identità e si traduce Al Qaeda. Mohammed Merah, il “sospettato” dell’eccidio di Tolosa, corrisponde perfettamente all’identikit del potenziale terrorista islamico in Europa, in uno qualunque dei Paesi europei con respiro internazionale e contingenti in Afghanistan (Italia compresa).
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di Sergio Romano
Un giornale australiano, qualche tempo fa, ha dato notizia di un incontro a Istanbul fra i rappresentanti della resistenza siriana e alcuni esponenti del governo libico. I siriani avrebbero chiesto armi, i libici avrebbero assicurato la loro collaborazione. Che un Paese non ancora governabile cerchi di promuovere il cambiamento del regime in uno stato con cui non è neppure confinante dimostra quale importanza la Siria abbia assunto per gli equilibri dell’intera regione. Proviamo a comprenderne le ragioni. Continua

(Credits: Ansa/Yahya Arhab)
La Libia del dopo Gheddafi fa sempre più paura ai suoi vicini. Dopo il ritrovamento da parte della polizia algerina di 43 missili antiaerei Sa-7 e Sa-24 trafugati durante la guerra dai depositi dell’esercito di Tripoli e in procinto di essere venduti ai terroristi di Al Qaeda nel Maghreb islamico, è la volta della Tunisia a doversi difendere dalla minaccia terroristica islamista di origine libica.
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Un velivolo teleguidato statunitense Reaper (Credits: General Atomics)
Hanno decimato le forze di Al Qaeda che si nascondevano sulle montagne pakistane, colpito leader terroristi in Yemen, Iraq e altri Paesi in operazioni a volte rese note e a volte mantenute segrete. Ora i velivoli teleguidati, ai quali Barack Obama ha affidato (insieme alle forze speciali) il prosieguo delle operazioni contro i terroristi islamici varate dieci anni or sono da George W. Bush, colpiscono in Somalia. Non è la prima volta che incursioni aeree e di special force statunitensi vengono registrate contro esponenti di Al Qaeda o basi dei miliziani islamici in territorio somalo (settore di competenza della Task Force Horn of Africa che schiera a Gibuti oltre 2 mila militari per lo più marines) ma questa volta a essere colpito, probabilmente da un missile Hellfire o da una bomba a guida satellitare che hanno centrato la sua auto, è stato uno dei principali leader di Al Shabab, lo sceicco Abukar Hajji Ahmed.
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(Credits: AP Photo/Mohammed al-Sayaghi)
Domani gli yemeniti andranno alle urne ma non si tratterà di vere elezioni quanto piuttosto di una sorta di referendum per confermare, ai vertici della repubblica dello Yemen, Mansour Hadi, il vice del presidente uscente Ali Abdallah Saleh. Quest’ultimo ha accettato l’accordo proposto dal Consiglio di cooperazione del Golfo e ora si trova negli Stati Uniti. E ora il suo vice Hadi è l’unico candidato alle elezioni del 21 febbraio.
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- farian
- Lunedì 20 Febbraio 2012
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