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Uribe vs Corte (Credits: Center for American Progress by Flickr)
Sono molte le analisi che possono essere fatte sul voto di ieri sera con cui la Corte Costituzionale colombiana ha bocciato l’accordo militare con gli Stati Uniti sottoscritto lo scorso ottobre dall’ex presidente Alvaro Uribe e che prevedeva l’uso di almeno 7 basi militari di Bogotà da parte di soldati Usa. Per 6 voti a 3, il massimo organo del potere giuridico colombiano ha dichiarato “inesistente” l’accordo che a suo tempo scatenò feroci polemiche. Continua

Manifesto elettorale pro Mockus (Credits: Ro Ballén Baragan)
Tra un paio di settimane, il 30 maggio, la Colombia andrà al voto per scegliere il nuovo presidente e inevitabilmente si stringe la morsa dei pronostici. Fanno adesso parlare di sé i Verdi, il cui candidato alla presidenza, il matematico Antanas Mockus, nei sondaggi sembra riscuotere un notevole successo visto che continua imperterrito a mantenere un margine di vantaggio di quattro punti nei confronti del suo principale avversario, l’ex ministro della Difesa Juan Manuel Santos. Continua
Continua a fare discutere, soprattutto in Colombia e in Svizzera, la liberazione di Ingrid Betancourt e di altri 14 ostaggi dello scorso 2 luglio avvenuta nell’ambito dell’operazione “Scacco Matto”. Proprio ieri, infatti, il presidente Álvaro Uribe Vélez dalla capitale Bogotà ha ammesso che “sì, uno dei liberatori che hanno portato a compimento l’operazione portava su un giubbotto l’insegna della Croce Rossa”. Accusato da più parti perché in base alla Convenzione di Ginevra l’uso indebito del simbolo della CRI rappresenta un crimine di guerra, Uribe ha chiesto pubblicamente scusa all’organizzazione umanitaria con sede in Svizzera spiegando che l’errore si deve unicamente “al nervosismo” di uno dei liberatori, intimorito dal vedere “tanti guerriglieri armati”. Le polemiche sono scoppiate dopo che la tv statunitense CNN aveva mandato in onda un video della liberazione della Betancourt in cui uno dei falsi operatori umanitari – in realtà un membro dell’esercito colombiano – portava al braccio una fascia contenente il simbolo della Croce Rossa. Difficile comunque che il governo di Bogotá sia sanzionato. “Stiamo trattando direttamente con il governo di Bogotá con cui abbiamo una relazione molto buona”, spiega Carlos Ríos della Croce Rossa colombiana, “inoltre hanno già ammesso che si tratta di un errore”.
Tensione con Ginevra. C’è tuttavia un altro motivo di tensione tra Bogotá e Ginevra che ha fatto molto rumore nelle ultime ore. La procura generale colombiana ha infatti comunicato alla stampa che aprirà un’inchiesta contro Jean Pierre Gontard, un mediatore svizzero accusato di avere consegnato 500mila dollari ai guerriglieri delle Farc. Secondo il procuratore Mario Iguaran, infatti, esisterebbero “elementi che ci permettono di considerare che il mediatore svizzero potrebbe essere l’autore di un reato o aver partecipato a un’associazione a delinquere”. La decisione della procura colombiana è stata presa in seguito alle dichiarazioni rilasciate dal ministro della Difesa di Bogotá Juan Manuel Santos che qualche giorno fa aveva accusato Gontard di avere consegnato 500mila dollari a un membro delle Farc in Costa Rica. Inoltre il nome di Gontard figurerebbe più volte sul computer di Raul Reyes, il numero due delle Farc, ucciso dall’esercito colombiano il primo marzo scorso in territorio ecuadoregno. Per ora dalla Svizzera il ministero degli Esteri ha chiesto ufficialmente di “cessare gli attacchi contro Gontard”, ma da Bogotá hanno ribattuto che non si tratta di una questione politica bensì di semplici “indagini”.
Oggi il presidente venezuelano Hugo Rafael Chávez Frías riceve il suo omologo colombiano Álvaro Uribe Vélez nella città di Coro (Venezuela nord-occidentale) e lo fa, sono parole sue, “come si riceve un fratello”. Un bel giro di valzer rispetto a quattro mesi fa quando l’ex tenente dei paracadutisti di Caracas aveva deciso di chiudere le frontiere con Bogotá e mobilitare decine di carri armati al confine, dichiarandosi pronto a fare la guerra al governo colombiano colpevole di aver ucciso in un’operazione militare al confine ecuadoriano il numero 2 delle Farc, Raúl Reyes, commemorato da Chávez come “un vero rivoluzionario”.
La vita è strana. Soprattutto in America Latina dove ai giri di valzer e alle contraddizioni di Hugo sono oramai un po’ tutti abituati. Ma perché stupirsi? Non è lui del resto che dall’aprile 2002 non perde occasione per attaccare a parole l’impero Usa, colpevole a suo dire di aver tentato di rovesciarlo con un golpe durato 48 ore, cui però ha continuato a vendere in questi anni la maggior parte del petrolio venezualeano prodotto dalla Citgo, la società petrolifera di proprietà della compagnia statale venezuelana PDVSA (sede centrale a Huston, Texas) , da qualche anno completamente controllata dal líder máximo di Caracas?
Oggi Uribe sarà ricevuto come “un fratello” da Hugo che, sino a qualche mese fa, assai prima della liberazione di Ingrid Betancourt, era il politico ad avere più credito presso i guerriglieri delle Farc e nei cui campi era facile vedere drappi inneggianti alla rivoluzione bolivariana. Lo stesso Chávez lo scorso anno si era prima proposto a Uribe come mediatore tra la guerriglia e il governo di Bogotá, ricevendo per tutta risposta da Uribe un deciso diniego. Offeso per non poter più fare “a piacere” il padrone in casa d’altri, quattro giorni dopo Hugo interrompe le relazioni con la Colombia e il 27 novembre richiama con urgenza il suo ambasciatore dalla Bogotá del “fratello” Uribe. Dopo aver fatto liberare qualche ostaggio senza che nessuna radio svizzera denunciasse alcun pagamento, a gennaio Chávez lancia un appello affinché le FARC siano tolte da Unione Europea e Usa dalla lista dei gruppi terroristi e vengano riconosciute internazionalmente come gruppo insorgente perché “io confino con loro, non con la Colombia”.
Poi le minacce di guerra a Bogotá di inizio marzo, le denunce di Uribe secondo il quale Chávez “finanzierebbe il genocidio”, la morte (o uccisione) del leader fondatore delle FARC, Manuel Marulanda alias Tirofijo e, lo scorso 2 luglio, la liberazione della Betancourt per mano dell’esercito colombiano, aiutato tecnologicamente da Washington e da un paio di militari israeliani in pensione. Un colpo durissimo per Hugo passato nel giro di poche ore da possibile salvatore di Ingrid a vero sconfitto dell’operazione colombiana. La vita è strana e a volte il passato è meglio dimenticarselo. Soprattutto per Hugo che oggi incontrerà Álvaro per l’undicesima volta da quando è a Miraflores. Anche perché la crisi economica e la recente scarsità di alcuni prodotti base come il latte e la carne in Venezuela impongono a Chávez l’intensificazione dei rapporti commerciali con Uribe, ieri “servo dell’Impero” e oggi “fratello”. Ma, soprattutto, suo principale fornitore di alimenti.
Ingrid Betancourt con il Generale Mario Montoya
Alvaro Uribe è a Cartagena per accogliere il candidato repubblicano alle presidenziali americane John McCain. Sa quello che sta per accadere, ma non appare preoccupato più di tanto. A McCain lo confida durante il colloquio: “Stiamo per liberare Ingrid Betancourt”.
Può andare bene. Può andare male. Come tante altre volte negli ultimi mesi, il presidente colombiano scommette e vince, dimostrando che in quel fisico minuto ha una tempra d’acciaio.
La mattina di mercoledì 2 luglio Betancourt, 47 anni, già candidata alla presidenza della Colombia, è tornata libera con uno spettacolare blitz durato solo 22 minuti. Era stata sequestata sei anni e cinque mesi fa dai narco-terroristi delle Farc. Con lei hanno lasciato il carcere duro e violento altri tre ostaggi americani e 11 soldati colombiani.
All’indomani dell’operazione chiamata in codice Scacco Matto si può dire quello che Giovanni Falcone aveva previsto per Cosa Nostra: “Come tutte le cose nella vita c’è un inizio e una fine”. Oggi è cominciata la fine del più vecchio movimento guerrigliero marxista dell’America latina, sconfitto dall’inflessibilità del presidente Uribe e dal combinato disposto dell’intelligence americana e delle forze armate colombiane. Altro che pagliacciate alla Hugo Chavez, propostosi nel Natale scorso come mediatore (in realtà si è scoperto successivamente che per anni è stato un complice dei guerriglieri).
Infiltrazioni ad alto livello nella dirigenza delle Farc. Spionaggio elettronico con strumenti sofisticati acquistati in Israele. Tecniche anti-guerriglia degne dei migliori eserciti. Tutto questo ha permesso il ritorno a casa di Betancourt e la sconfitta epocale dei terroristi marxisti diventati narcotrafficanti, che nei mesi scorsi hanno subito la morte di tre dei loro capi e la defezione di 800 militanti.
E allora vediamolo assieme questo film d’azione e di intrighi. Prima scena: novembre dell’anno scorso. L’intelligence militare colombiana riesce a confiscare il video girato dai sequestratori con la prova che Betancourt, cittadina franco-colombiana, è ancora in vita. A quel punto c’è il via libera alle trattative, ma a una condizione: gli interlocutori devono essere quelli che hanno in custodia gli ostaggi, non i leader delle Farc.
E’ a questo punto che i satelliti-spia americani e le intercettazioni elettroniche riescono a circoscrivere l’area nel sud della Colombia dove sono tenuti nascosti i prigionieri. L’ora X di operazione Scacco Matto scatta tre settimane fa quando Betancourt e i suoi compagni di sventura sono rintracciati con assoluta certezza in un villaggio della foresta. I generali escogitano una trappola micidiale riuscendo a beffare il commando delle Farc. Con una sofistica tecnologia israeliana i tecnici dell’intelligence militare si inseriscono nelle frequenze radio usate dalla segreteria generale delle Farc. Uno di loro si spaccia per Alfonso Cano, il nuovo comandante dell’organizzazione dei narcos dopo la morte nel marzo scorso del leggendario Manuel Marulanda. “Compagni Cesar e Gafar (i due aguzzini che hanno in mano i sequestrati, ndr), riunite i prigionieri in un unico gruppo e portateli nella località che vi indicherò”. Il falso Cano spiega ancora che alcuni elicotteri di un’organizzazione umanitaria non governativa avrebbero preso a bordo gli ostaggi per trasferirli in un posto più sicuro. L’ordine è eseguito all’istante.Cesar guida i 14 ostaggi, in precedenza divisi in tre gruppi, vicino al fiume Apaporis, fra il dipartimento di Guaviare e Vaupes, nell’estrema area sud-orientale della Colombia. Qui è previsto l’appuntamento con gli elicotteri di fabbricazione russa e ridipinti in bianco e rosso. A bordo non ci sono però gli operatori umanitari della fantomatica Ong, ma gli agenti sotto copertura dell’intelligence militare, addestrati nelle due settimane precedenti. Indossano magliette con l’immagine sofferta di Che Guevara. Rimane la parte più difficile: convincere i due sequestratori a salire a bordo. E’ sempre la voce camuffata di Cano a superare l’ultimo ostacolo.
Appena gli elicotteri decollano, gli agenti si identificano e mettono le manette ai due terroristi liberando contemporaneamente tutti gli altri ex ostaggi. Il viaggio di ritorno prevede una sosta nell’accampamento militare di San José del Guaviare. Da qui un aereo militare porta tutti all’aeroporto di Bogotà, dove nel frattempo è sbarcato il presidente Uribe reduce dall’incontro con John McCain. “Complimenti, è stata un’operazione impeccabile” commenta Betancourt prima di cominciare la conferenza stampa più bella della sua vita.
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LA GALLERY - VIDEO: Le prime immagini, il ringraziamento
- pbuo
- Giovedì 3 Luglio 2008
“Sono stanca della guerra, davvero stanca”. Pronunciando queste parole si è consegnata alle autorità colombiane, ad Antioquia, 150 km a nordovest di Bogotà, Nelly Avila Moreno, nome di battaglia Karina, storica e ricercatissima leader delle Farc, le Forze armate rivoluzionarie colombiane che da più di 40 anni si oppongono al governo di Bogotà. Insieme a lei si è arreso anche un altro guerrigliero.
Personaggio chiave. “Stavamo dietro a questa donna da tanto tempo” ha dichiarato il ministro della difesa Juan Manuel Santos. Soddisfatto il presidente Álvaro Uribe Vélez che da cinque anni le dava caccia senza tregua, sulla donna pendeva una taglia di 1,7 miliardi di pesos colombiani, l’equivalente di 620 mila euro. Quindici giorni fa era stato lui in persona ad inviarle un messaggio in cui le garantiva massima sicurezza se si fosse consegnata. Una soddisfazione, quella del presidente, che va ben al di là del fatto che la donna sia il più importante leader delle Farc ad essersi arreso finora. Secondo alcune fonti colombiane, infatti, Karina sarebbe collegata alla morte del padre di Uribe, che fu sequestrato nel 1983 e che non fece mai più ritorno a casa.
Curriculum spietato. 47 anni, 85 kg di peso, Karina, era entrata nelle Farc circa trenta anni fa fino ad arrivare a comandare in poco tempo un fronte intero, il 47 alla fine degli anni ‘90. Massiccia, dura nei lineamenti, priva di un occhio, perso nel 1998 in un attentato a Pavarandó, proprio nella sua zona di comando, era solita girare sempre con addosso occhiali scuri che ne accentuavano l’immagine spietata. Contro di lei sono stati spiccati più di 6 ordini di cattura. Le accuse vanno dall’omicidio, al terrorismo, al sequestro a fini di estorsione. Tra gli episodi più cruenti che la vedono come protagonista quello del giugno 2002 quando comandò e partecipò ad un attentato ad Arboleda Pensilvania in cui furono assassinati 13 poliziotti e 4 civili. Fu lei a dare l’ordine di bruciare viva una ragazza che aveva come unica colpa quella di essere moglie di un militare.

In onda su Panorama, il celebre programma di approfondimento della BBC ha inchiodato milioni di telespettatori. Una storia dalle tinte forti con gli accostamenti così provocatori da costringere prima a stare incollati allo schermo, poi a riflettere. Prendete, infatti, un bassista di successo di nome Alex James, star maledetta dei Blur, perso per sua stessa ammissione nella sua autobiografia tra champagne e cocaina, per i quali ha dilapidato oltre un milione di sterline, circa 1,5 milioni di euro.
E prendete un paese come la Colombia, tra i massimi produttori di coca al mondo, e il suo Presidente, Alvaro Uribe, desideroso di ripulire la sua immagine in passato più volte accostata al narcotraffico e al paramilitarismo. Ora frullate il tutto. Sì, perché è proprio quello che è successo davanti alle telecamere della tv britannica. Alex, 39 anni, è stato invitato da una lettera inviatagli dal presidente Uribe in persona a visitare proprio quel paese da cui proveniva la droga che poi consumava tranquillamente nelle sue dannate, e forse anche un po’ annoiate, serate londinesi. Il giro colombiano è stato ricco di appuntamenti e molto educativo. Nella regione di El Charco, con più alta produzione di coca in tutto il paese, il batterista ha prima incontrato Sotero Ricolta, un agricoltore che coltiva coca da sei anni, poi a Bogotà è stata la volta di uno spacciatore che ha spiegato ad Alex la lunga strada della coca dal Sudamerica all’Europa. Infine il giovane britannico ha intervistato un killer a contratto, utilizzato dai narcotrafficanti quando necessario. L’uomo è morto poco dopo l’intervista. Ad Alex è rimasto l’insegnamento di questo viaggio: “Non pensavo che il ciclo della droga fosse così terribile, è tutto diverso dalla striscia che ti offrono ad un party qualsiasi a Notting Hill”. Il Presidente Uribe, lui, spera che James abbia imparato la lezione e che possa spiegarla agli altri 800 mila consumatori britannici.

Amando Pablo, odiando Escobar. Questo il titolo di un libro uscito negli Stati Uniti e in Colombia che ha fatto scandalo. A scriverlo Virginia Vallejo, la Raffaella Carrà colombiana e amante per oltre cinque anni di Pablo Escobar che ha scatenato un vero e proprio terremoto politico sia a Bogotà che a Washington sono le rivelazioni che contiene. Oggi rifugiata a Miami in attesa di vedersi riconosciuta l’asilo politico perché, se mai dovesse tornare in Colombia, verrebbe “fatta immediatamente sparire”, in questa autobiografia la Vallejo, 57 anni portati benissimo, spiega per filo e per segno le relazioni economiche, amicali e politiche - scrive - tra l’allora boss del Cartello di Medellin e l’attuale presidente della repubblica, Álvaro Uribe, che all’epoca era direttore dell’aereonautica civile e viaggiava su elicotteri che gli omaggiava, gentilmente, Don Pablo. A 14 anni dalla sua uccisione, dunque, Escobar torna protagonista della vita politica colombiana grazie alle parole della sua ex amante. “Il narcostato sognato da Pablo oggi è più vivo che mai in Colombia”, spiega la Vallejo che nel suo libro non risparmia nessuno. “I narcos hanno prosperato nel mio paese non perché fossero dei geni ma perché era molto facile comprare i presidenti”, scrive la diva degli anni Ottanta che, tra i narcopresidenti, annovare Alfonso López Michelsen, Ernesto Samper e Uribe. Che, naturalmente, ha reagito duramente, negando l’amicizia con Escobar e accusando la Vallejo di essere stata aiutata nella stesura del libro da un gruppo di giornalisti vicini all’opposizione. In concreto, tuttavia, Uribe non è sceso nel merito delle accuse e forse anche per questo molti senatori statunitensi, compresa Hillary Clinton, hanno già fatto sapere che con l’attuale presidente sarebbe bene rivedere in futuro i rapporti commerciali e gli aiuti del Plan Colombia per combattere il narcotraffico… Uribe, ex alleato di ferro delle amministrazioni americane, potrebbe dunque avere i mesi contati. E molto dipenderà dall’esito delle elezioni americane.
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