
Zanzara malarica a portata di polpastrello (Credits: prep4md by Flickr)
Il disboscamento illegale della foresta provoca un aumento di circa il 50 per cento della malaria nelle regioni amazzoniche. A dirlo è una ricerca finanziata dalla Nasa, condotta dall’università statunitense di Madison, nel Wisconsin, e pubblicata nella rivista Emerging Infectious Diseases, che ha analizzato 54 distretti sanitari brasiliani colpiti da malaria. Continua

Un piccolo indio surui (Credits: Lorena Medeiros by Flickr)
La foresta amazzonica da sola non è bastata a contenere il loro dolore. Gli indios Suruí, una delle più antiche tribù amazzoniche, per lanciare l’allarme sul dramma della “loro” natura minacciata costantemente dall’uomo hanno scelto Internet: Facebook, blog, foto satellitari, video su YouTube.
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(Credits: ArtBrom by Flickr)
L’Amazzonia l’ha sempre avuta nel cuore e mai come ora il suo cuore batte per lei. Stiamo parlando di Sting, da anni impegnato a mettere la sua immagine, in tutte le campagne di salvaguardia del polmone verde più grande del pianeta. E l’impegno della rockstar non è venuto meno neanche adesso. Continua
Un tuffo indietro nel tempo. Solo che il massacro è accaduto ai giorni nostri. Quattro indios Kulina sono stati accusati dalla polizia brasiliana di atti di cannibalismo. Avrebbero cioè ucciso, squartato e alla fine mangiato parte delle viscere di un ragazzo di 21 anni, Océlio Alves de Carvalho, di professione fazendeiro nella città di Envira, a 1.215 Km da Manaus, in piena Amazzonia. Sembra insomma essere tornati all’epoca dei primi colonizzatori che nel XVI secolo visitando il Brasile per la prima volta scoprirono che gli indios praticavano regolarmente il cannibalismo ma solo come rituale. Solo che in questo caso sono passati un p0′ di secoli e il Brasile di strada ne ha fatta tanta, fino ad essere considerato tra i paesi del futuro. Come sia potuto accadere allora un fatto di cannibalismo sono ancora in molti a chiederselo. E la domanda si tinge di sfumature inquietanti se si pensa che i quattro autori di cui si conoscono gli esotici nomi, Gracinho, Messias, Tucumã e Macaquinho, sono al momento ancora ricercati, con il rischio che possano tornare a commettere l’orrendo crimine.
Il massacro si sarebbe consumato una settimana fa, la notizia passata di bocca in bocca dentro la piccola tribù di 200 anime per arrivare poi ad un corrispondente della Cnn, ottenendo così una eco internazionale. Le indagini fin dall’inizio appaiono comunque complicate, tanto più che il fazendeiro aveva ottimi rapporti con i suoi assassini. La legislazione che tutela gli indios del Brasile, inoltre, non permette alla polizia di entrare nei loro villaggi anche solo per un semplice interrogatorio. Inevitabili le polemiche con il Funai, la Fondazione Nazionale preposta alla difesa degli indios, accusata di far rispettare la legge a menadito ma di non tutelare poi nei fatti gli indios, devastati tra l’altro dalla piaga dell’alcool. E proprio l’alcool sarebbe la causa del massacro, una nube che avrebbe accecato i quattro indios, riportandoli a gesti e azioni che appartengono solo al loro lontano passato.

Data peggiore per il vertice-chiave tra Brasile e Unione Europea, giunto quest’anno alla sua seconda edizione, non ci poteva essere. Il 22 e il 23 dicembre, infatti è festa. Tanto più in Brasile , dove l’estate è appena iniziata e chiunque ti spiegherà che “qui siamo tutti in ferie sino a dopo il Carnevale ”.
Quest’anno, tuttavia, ad accendere i riflettori sull’evento che dovrebbe sbloccare l’impasse commerciale nei rapporti UE-Mercosur, organizzazione regionale di cui il Brasile ha la presidenza sino al prossimo primo gennaio, ci hanno pensato Nicolas Sarkozy e sua moglie Carla Bruni, protagonista sui giornali carioca per le sue visite in favela, per gli abiti e anche perché, proprio a San Paolo, vive il suo padre biologico. Il presidente francese dal canto suo teneva moltissimo a questo viaggio, lo aveva programmato da un anno, perché - come riferisce il direttore per il Mercosur del prestigioso Istituto di Studi Politici di Parigi, Alfredo Valladao - “la Francia sta scoprendo che tra i paesi emergenti, il Brasile è il socio più interessante”.
Un interesse rappresentato dall’accordo militare firmato da Parigi e Brasilia e che oltre alla collaborazione tecnica per la costruzione del primo sottomarino nucleare verde-oro entro tre anni prevede una partnership a 360 gradi nel settore. Ma anche dai tre patti sull’Amazzonia, che vedranno Francia e Brasile lavorare assieme per proteggere la biodiversità del più grande polmone verde del pianeta. La Francia sta dunque entrando con sempre maggior interesse in Brasile e, in cambio, Sarkozy ha fatto sapere che difenderà quella che, da sempre, è una delle maggiori aspirazioni della diplomazia verde-oro, ossia avere un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Nata nell’Acre amazzonico, in una famiglia povera di estrattori di caucciù, Marina Silva è stata fino a qualche mese fa il volto più conosciuto dell’ambientalismo del governo brasiliano. Quando si è dimessa, molti hanno interpretato il suo gesto come una protesta contro la scelta del presidente Lula di affidare al ministro Mangabeira Unger il coordinamento del Piano Amazzonia Sostenibile (PAS). Non è così. E se le si chiede perché se n’è andata spiega a Panorama.it che lo ha fatto solo “per aiutare le misure coercitive contro il disboscamento illegale dell’Amazzonia adottate dal governo quest’anno”.
Quali sono le principali differenze tra la Marina Silva ministro e quella attuale?
Dentro il governo ho creato 24 milioni di ettari di aree ultraprotette, ho elaborato un piano per portare 700 persone in carcere per crimini ambientali, ho fatto chiudere 1.500 imprese illegali e sequestrare un milione di metri cubi di legname tagliato abusivamente. Questi sono dati oggettivi. Adesso, fuori dal governo, posso conversare con altri attori economici e sociali per occuparmi di un’agenda più strategica, quella dello sviluppo sostenibile. Sono due lavori diversi ma che si completano.
Crede che con le sue dimissioni le politiche ambientali del governo Lula cambieranno?
Da quando il ministro Carlos Minc è entrato in carica, Lula ha detto più volte che non ci sarebbero stati cambiamenti. Tant’è che le misure che sono state prese da me dopo l’aumento del disboscamento all’inizio di quest’anno sono state tutte mantenute. È chiaro che faccio il tifo perché Minc ce la faccia a realizzare il nostro programma verde.
Di che si tratta?
Del PAS, del Piano per la lotta al disboscamento, di quello per le comunità tradizionali … Sono molte le cose dentro questo serbatoio ambientale.
Che strumenti ha a disposizione il Brasile per salvare l’Amazzonia?
La lotta contro le attività illegali, la creazione di un catasto fondiario e l’appoggio alle attività produttive sostenibili. Ma la “governance” ambientale si raggiunge solo con la relazione diretta tra una società che rispetta le leggi e uno Stato che crea i meccanismi per farle rispettare. Inoltre è necessario un cambiamento culturale del modello economico, senza il quale non arriveremo dove vogliamo, ovvero allo sviluppo insieme alla protezione ambientale e a proteggere l’ambiente con lo sviluppo. È questa la grande sfida.
Perché lei non parla mai di sviluppo compatibile?
Perché così sembra che si stia parlando di due opposti mentre per me è impossibile immaginare che si possa parlare di sviluppo quando viene compromessa la maggiore foresta tropicale del paese, responsabile per il 26% di tutta l’acqua dolce al mondo. Il Brasile deve rendere giustizia alla potenza ambientale che è.
Se il Brasile dovesse fallire il rischio è che si rafforzi la proposta, molto forte soprattutto nei paesi industrializzati, di internazionalizzazione dell’Amazzonia. Qual è la sua opinione in proposito?
Sono discussioni, quelle sull’internazionalizzazione dell’Amazzonia, in cui le persone dicono solo una parte della verità. Il fare rispettare le leggi è una questione, su questo noi stiamo lavorando duramente, ma le buone leggi si implementano anche creando delle alternative. Le convenzioni internazionali, ad esempio, prevedono il trasferimento di tecnologia e di risorse addizionali affinché i paesi “megadiversi” – 17 in tutto tra cui Brasile, Messico, India e gran parte degli stati latinoamericani - possano cambiare il loro modello di sviluppo e proteggere le loro biodiversità. Sfortunatamente in molti nei cosiddetti paesi ricchi non vogliono valorizzare le risorse che noi possediamo e i servizi ambientali che offriamo.
In concreto?
In concreto nell’ambito della Convenzione sulla biodiversità, dal 1992 sino ad oggi non è stato creato un insieme di regole per gestire la presenza degli stranieri. Perché? Perché questa Convenzione prevedeva una giusta parte di benefici per l’uso dei conoscimenti tradizionali e dei componenti della biodiversità. I paesi sviluppati vogliono avere accesso alle risorse e alle conoscenze delle comunità ma non vogliono pagare. Se, invece, decidessero di farlo aiuterebbero a proteggere l’Amazzonia e tutti gli altri ecosistemi brasiliani.
Un altro esempio?
La proposta brasiliana nell’ambito della Convenzione sui cambiamenti climatici per incentivare positivamente la diminuzione delle emissioni di CO2 in funzione della riduzione del disboscamento. Mentre negli ultimi tre anni il Brasile ha ridotto di mezzo miliardo di tonnellate le sue emissioni di CO2, il che rappresenta il 14% di tutto ciò che dovrebbe essere diminuito dai paesi ricchi entro il 2012 nell’ambito del Protocollo di Kyoto, sfortunatamente neanche su questo i paesi sviluppati concordano.
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