Leggi tutte le notizie su:
America Latina

“Uh-Ah, Zelaya no se va!” Gridano i sostenitori dell’ormai ex presidente dell’Honduras. E proprio quel “no se va” è all’origine del colpo di Stato militare nel paese centroamericano: il presidente eletto nel 2005 voleva cambiare la costituzione per garantirsi la possibilità di un nuovo mandato. La voglia di rielezione “perpetua” è un fattore che accomuna molti dei leader delle giovani democrazie dell’ America Latina, anche se vengono da un passato recente di dittature militari. Che siano socialisti bolivariani come Hugo Chavez o filo-statunitensi di destra come Alvaro Uribe, la tentazione di incollarsi alla poltrona più di quanto sarebbe auspicabile per l’alternanza democratica è presente nei desideri dei presidenti del continente. Forti del forte sostegno popolare, sono tentati dal colpo di mano, ma non sempre gli riesce, vediamo alcuni casi (guarda la Mappa):
Visualizza America Latina: i presidenti che vogliono l’elezione “a vita” in una mappa di dimensioni maggiori
Argentina:
C’è alternanza, ma non di cognome: da Nestor a Cristina, i Kirchner occupano la Casa rosada da quasi un decennio (verify). Secondo un’interpretazione condivisa da molti commentatori, l’ex presidente che ha risollevato il paese dopo la crisi economica del 2001 avrebbe favorito l’ascesa politica della moglie proprio per aggirare il vincolo del massimo di due mandati consecutivi alla guida del governo.
Venezuela:
Hugo Chavez ha cambiato addirittura il nome del paese, che adesso è una “repubblica bolivariana”. Al secondo tentativo, dopo il fallimento del 2007, è riuscito a far approvare un referendum con cui si garantisce la possibilità di essere rieletto presidente un numero “indefinito” di volte.
Colombia:
Alvaro Uribe, l’opposto ideologico di Chavez, forte dei suoi successi contro le Farc, ha pensato che fosse necessario presentarsi per un terzo mandato alle prossime elezioni, tra 11 mesi. Ma per ora ha trovato una dura opposizione dalla Corte di giustizia costituzionale che ha bocciato la proposta di un referendum.
Perù:
L’ex presidente Alberto Fujimori, negli anni ‘90, è stato artefice di un “autogolpe” con cui sciolse il parlamento e sospese le attività della magistratura. Fu rieletto nel ‘95 e per presentarsi una terza volta nel 2000 fece approvare una legge di “interpretazione autentica della Costituzione”. Vinse ancora, ma una serie di scandali economici e giudiziari lo costrinsero a fuggire dal paese. Vi ritornò in veste di imputato ed è stato recentemente condannato a 25 anni di reclusione.
Brasile:
Se Lula da Silva è stato rieletto con un consenso record (60% dei voti al primo turno), lo deve anche in parte al predecessore socialdemocratico Fernando Henrique Cardoso, che nel 1997 cambiò la Costituzione per potersi presentare alle elezioni dell’anno seguente.

Il presidente honduregno Manuel Zelaya Rosales
LEGGI ANCHE:
I caudillos latinamericani a caccia di una poltrona perpetua
Il golpe in Honduras si ripercuote in tutta l’America Latina. Lo spettro del ritorno dei colpi di stato militari mobilita gli internauti e i governi, contro un incubo che ricorda le dittature degli anni ‘70. Ma anche i governi della sinistra “bolivariana”, alleati del presidente deposto Manuel Zelaya sono sotto accusa per i loro leader sempre più accentratori. Zelaya, scacciato da casa sua a Tegucigalpa dai militari, è apparso ieri in Costa Rica e oggi ha parlato in una conferenza stampa dal Nicaragua a fianco dei presidenti della cosiddetta “Alleanza bolivariana delle americhe”, Alba: Hugo Chavez (Venezuela), Daniel Ortega (Nicaragua), Ernesto Correa (Ecuador) e il cancelliere cubano Bruno Rodriguez a nome di Raùl Castro. Chavez ha approfittato dell’occasione per uno dei suoi show, citando Fidel Castro e chiamando “Gorilletti” il neo presidente Micheletti. (Mentre Correa lo ha chiamato “Pinochetti“). Il link al video del discorso di Zelaya sta già facendo il giro della rete spinto da Twitter. Sul sito di “microblogging” vengono citate le parole del presidente dell’Honduras “Sono vivo per la grazia di Dio, avevo più di otto militari incappucciati che mi puntavano le armi in faccia” trovano sostenitori e oppositori.
Dal paese centroamericano arrivano report contrastanti: c’è chi parla di censura “Hanno bloccato la CNN e stanno dando partite di calcio”, “I militari sono nelle redazioni dei giornali”. Si lanciano appelli per uno sciopero generale, proclamato da domani da parte del principale sindacato Central General de Trabajadores. In Spagna sono state convocate manifestazioni davanti al consolato honduregno a Madrid per oggi pomeriggio.
Molti indicano i colpevoli del “complotto” ai danni del presidente eletto: “Sono le élites militari che temevano una svolta a sinistra”, ma c’è anche chi rispolvera la mano dei “gringos”: “è il primo golpe di Obama, sono stati addestrati dalla Cia”. Poco importa che il presidente americano e Hillary Clinton si siano premurati di non riconoscere il nuovo presidente e di dare solidarietà a Zelaya, i cospirazionisti sono già in moto.
Ma su Twitter trovano spazio anche i detrattori di Zelaya che vedono con favore il golpe: “Zelaya Rosales ha messo in pericolo lo stato di diritto”, “lasciate che Honduras risolva i suoi problemi e non immettetevi nelle nostre questioni interne”. Il presidente nominato dal parlamento Micheletti ha garantito che ci saranno elezioni generali per il 29 novembre. “Zelaya voleva farsi Dio dell’Honduras e per questo è stato deposto, la gente non è con lui” viene scritto in inglese sul sito “Ireport” che accusa Zelaya e Chavez di essere i responsabili della situazione. Ma almeno ufficialmente, dall’esterno nessuno sembra appoggiare i golpisti. I vicini del Salvador hanno mobilitato le forze armate alla frontiera. “Daremo una lezione indimenticabile a questa borghesia irresponsabile” tuona Chavez. Nei prossimi giorni si capirà se il vero bluff è quello dei militari o quello dei “bolivariani” al potere in buona parte dell’America Latina.
VIDEO: Proteste a Tegucigalpa, la capitale

Luiz Ignacio Lula da Silva potrebbe continuare ad essere il presidente del Brasile anche dopo il 31 dicembre 2010 quando finirà il suo secondo mandato. Certo, con la costituzione attuale l’ex sindacalista non può concorrere alle elezioni del prossimo anno. Inoltre lui ha ripetuto più volte, anche nelle ultime ore, di non pensare ad un terzo mandato consecutivo. Infine Lula e il suo Partito dei lavoratori (PT) appoggiano da mesi come candidata perfetta per la successione Dilma Rousseff, attuale ministro della Casa Civil, la carica politicamente più rilevante in Brasile dopo quella del presidente.
Ieri, tuttavia, due fatti nuovi hanno rimesso rilanciato con forza la candidatura di Lula. Da un lato la notizia che entro fine maggio il deputato Jackson Barreto del Pmdb, il partito più forte (dopo il PT) della coalizione di governo, presenterà in Parlamento una proposta di emendamento costituzionale affinché Lula possa partecipare alle elezioni dell’ottobre 2010. Se passerà l’emendamento alla Costituzione in Parlamento, a settembre di quest’anno si terrà un referendum popolare che dovrà ratificarlo.
Dall’altro lato, martedì, la candidata designata Dilma è stata ricoverata d’urgenza all’ospedale Sirio Libanês di San Paolo a causa di dolori lancinanti alle gambe. A fine aprile la stessa Rousseff aveva annunciato che i medici le avevano asportato un tumore all’ascella e che si sarebbe sottoposta a una chemioterapia di quattro mesi per curare un linfoma contro cui sta lottando. Il ricovero di ieri ha fatto aumentare le voci sullo stato di salute di Dilma e più di un analista si è chiesto se non sia il caso di interrompere la sua attività politica, compresa la faticosissima corsa alla presidenza, sino alla fine del trattamento chemioterapico. Barreto esclude però in un’intervista al portale Terra che la sua richiesta per un terzo mandato di Lula sia da ricollegare allo stato di salute di Dilma, lui l’ha giustificata come una “richiesta della sua base elettorale”. Di certo c’è, comunque, che il nome di Lula torna in pista per le elezioni del prossimo anno anche se lui lo esclude ancora una volta proprio mentre ieri in Colombia il Senato approvava un referendum che, se approvato, consentirà anche ad Alvaro Uribe di ricandidarsi per la terza volta di fila alla presidenza. La speranza di tutti comunque, in Brasile e all’estero, è che Dilma superi velocemente le difficoltà del momento e sia lei ad affrontare chi tra José Serra e Aecio Neves sarà il candidato dell’opposizione nell’ottobre del prossimo anno.

La storia è di quelle da libro cuore e ha colpito tutta l’America Latina per gli inattesi sviluppi che ha preso. Una coppia prende un taxi nella città argentina di La Plata e dimentica una borsa con dentro l’equivalente di più di ventimila euro. Il tassista Santiago Gori la trova e la restituisce. Fin qui abbastanza normale. Trafiletto sul giornale e niente più. Quando però due pubblicitari dell’agenzia Publicis Graffiti la scoprono decidono di regalare a Santiago un bel sito Internet: Devolvelelaguitaaltaxista.com, ovvero “Restituisci i soldi al taxista”. L’obiettivo è quello di spingere un paese intero, l’Argentina, ad apprezzare il gesto di Santiago e farne un modello. Il modo migliore? Usare il sito per donare a Santiago qualcosa. Migliaia di persone sono entrate nel sito. E non si tratta solo di donazioni in danaro. C’è chi gli ha donato un navigatore satellitare, chi dolci, pizze e soggiorni di vacanza in hotel, chi addirittura biglietti per andare a teatro. Quanto a Santiago, lui, non riesce a crederci: “Ho fatto solo il mio dovere, ha detto, sono stato onesto”. Insomma, libro cuore sulle sponde del Rio de La Plata.

Niente più “puzza di zolfo“. Hugo Chavez stringe la mano a Barack Obama. Il presidente venezuelano, che ha fatto dell’antiamericanismo uno dei suoi cavalli di battaglia e aveva definito George Bush “il diavolo” sembra adeguarsi al nuovo corso della politica estera Usa. Ma a Port of Spain, Trinidad e Tobago, dove si svolge il “Summit delle americhe”, l’attenzione non è rivolta al primo incontro di Barack Obama con i 33 leader centro e sudamericani, ma al “convitato di pietra”, ovvero Cuba. Esclusa da questo tipo di incontri dal 1962, l’isola è al centro dei discorsi delle delegazioni diplomatiche. Effetto dell’apertura di Obama e delle dichiarazioni di ieri di Raùl Castro, che a differenza di quanto aveva detto suo fratello Fidel, si è espresso positivamente sull’allentamento di alcuni vincoli dell’embargo statunitense su Cuba (maggiore possibilità di viaggiare verso l’Avana e di inviare denaro dagli Stati Uniti). Non solo, l’attuale presidente dell’isola si è detto disposto a parlare con gli uomini di Obama “di tutto, diritti umani e prigionieri politici compresi”. Una dichiarazione subito ripresa dal segretario di Stato americano Hillary Clinton: “Abbiamo visto i commenti del presidente Raul Castro” ha detto l’ex first lady, “e salutiamo le sue dichiarazioni e l’apertura che rappresentano. Stiamo studiando molto seriamente quella che sarà la nostra risposta”. La Clinton ha poi ribadito che considera “fallimentare” l’embargo citando il senatore repubblicano Richard Lugar.
Nel suo discorso al summit, Obama ha chiesto ai leader latinoamericani presenti - dal brasiliano Lula, al messicano Felipe Calderon e il venezuelano Hugo Chavez - di non incolpare gli Usa ”per ogni problema sorto nell’emisfero”. Non sono solo gli Stati Uniti ”a dover cambiare, tutti noi abbiamo delle responsabilità rispetto al futuro” - ha osservato il presidente Usa, offrendo nel contempo alla regione latino-americana ”un dialogo fondato sul rispetto reciproco di valori condivisi” in cui non ci siano ”partner di prima o di seconda categoria”. Alla fine del vertice Hugo Chavez ha regalato personalmente a Obama un libro: “Le vene aperte dell’America Latina”, dello scrittore uruguaiano Eduardo Galeano, un reportage-saggio, pubblicato anche in Italia ormai molti anni fa, nel quale lo scrittore di Montevideo ripercorre il passato della regione, mettendo in risalto i ripetuti episodi di sfruttamento ai danni delle popolazioni locali. LEGGI ANCHE: La sfida di Obama in America Latina: arginare la Cina

Basterà il vertice delle Americhe in calendario nel fine settimana a Trinidad e Tobago per riconfermare la leadership degli Stati Uniti in America Latina? Sono in molti a chiederselo e lo ha fatto anche il prestigioso New York Times, di fronte alla rapida escalation in questa parte di mondo di un altro gigante, la Cina. E così se per decenni, data anche la prossimità geografica, il governo di Washington ha fatto sempre sentire in modo più o meno diverso la sua presenza, Obama e i suoi adesso dovranno tenere conto, e seriamente, di concorrenti agguerritissimi. La Cina infatti sta ampliando freneticamente la propra presenza finanziaria e commerciale in tutta l’area.
Nelle ultime settimane Pechino ha raddoppiato un fondo di investimenti in Venezuela portandolo alla considerevole cifra di 12 miliardi di dollari, ha prestato un miliardo di dollari all’Ecuador per costruire una centrale idroelettrica, ha concesso all’Argentina la possibilità di attingere a 10 miliardi di dollari in valuta cinese per pagare le sue importazioni dalla Cina e ha prestato dieci miliardi di dollari alla compagnia petrolifera di Stato del Brasile. E’ proprio l’oro nero di cui il continente, dal Venezuela al Brasile è ricchissimo, a far gola a Pechino. Da cui l’impegno finanziario con paesi con cui solo dieci anni fa sarebbe stato impensabile concludere una sola negoziazione.
A Obama dunque spetta un difficile compito. Nell’incontro di Trinidad e Tobago con i leader di tutta l’area dovrà fare seriamente il punto sull’attuale crisi economica internazionale ma soprattutto mettere le basi per il rilancio dell’Inter-American Development Bank, vero punto di riferimento dell’influenza dell’Usa in America Latina.
A vederla così sembra proprio una pagina di Wikipedia. Stessa grafica, stessa impostazione e divisione dei contenuti. Ma baste dare un’occhiata più attenta e cominciare a scorrere le prime righe per capire che si tratta di un vero e proprio clone. Per di più sui generis. All’indirizzo WikiGP, infatti, quello che si trova è un’autentica enciclopedia della prostituzione brasiliana. Non un sito di appuntamenti, né un forum di dibattito sull’argomento ma una catalogazione attenta e minuziosa delle più belle 500 brasiliane attualmente sul mercato e principalmente a San Paolo che offrono le loro bellezze a clienti di mezzo mondo. Per la cronaca se quel wiki trae in inganno la verità è tutta nelle due lettere gp, iniziali di garota de programa, parola portoghese che in Brasile significa né più né meno prostituta.
Uno spirito enciclopedico anima dunque il progetto messo in piedi, anzi in rete, da un gruppo di anonimi ma testardi brasiliani. E che i creatori del sito siano anche profondi conoscitori dell’argomento lo dimostrano i numerosi dettagli offerti su internet. Ogni pagina presenta una descrizione dettagliata delle prostitute scelte in base a misure, pratiche sessuali, prezzo, luogo, foto, contatti. E ancora, per entrare nello specifico, colore degli occhi, numero di scarpe, protesi di silicone se ci sono e caratteristiche molto precise sul tipo di prestazione offerta. Viene perfino specificato se è garantito un climax o no durante l’incontro. Il sito, ancora nella versione “Beta test”, benché sia scritto interamente in portoghese è stato subito preso d’assalto, con 60 mila contatti in appena due giorni. La prova che il sapere, anche su questi argomenti, è davvero universale.
Nel paradiso della Costa do Sauípe, nello stato di Bahia, nord-est del Brasile, dove erano riuniti i rappresentanti di tutti i paesi di America latina e Caraibi, i membri dell’Unasur (neonata alleanza regionale con un ruolo più politico rispetto a quello essenzialmente commerciale del Mercosur) hanno creato un organo di cooperazione tra le Forze Armate che esclude gli Stati Uniti. Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Colombia, Ecuador Guyana, Paraguay, Perù, Suriname, Uruguay e Venezuela gli stati sudamericani che hanno votato a favore della creazione di un Consiglio regionale di Difesa. È la prima volta che ciò accade da quando, nel 1823, l’allora presidente degli Stati Uniti dichiarò alle superpotenze europee di non immischiarsi nelle vicende del continente americano con quella che poi passò alla storia come la dottrina Monroe, sintetizzata dalla formula “l’America agli americani”. La decisione ha colto di sorpresa osservatori e giornalisti “distratti” dal reinserimento di Cuba in un consesso internazionale dopo decenni di ostracismo, il cosiddetto Gruppo di Rio.
Quali le conseguenze? Il primo punto rilevante è interno perché il Consiglio di Difesa “contribuirà ad aumentare la fiducia tra le Forze Armate della regione e a creare una visione comune sulle politiche di difesa”, ha sottolineato l’altro ieri il ministro degli Esteri brasiliano Celso Amorim. Una cosa non da poco viste le tante tensioni tra i paesi dell’area nel recente passato. Il secondo punto, altrettanto importante, è che “non si tratta di un’alleanza militare classica”, precisa il ministro della Difesa verde-oro Nelson Jobim. Insomma, fanno sapere gli anfitrioni soprattutto per non preoccupare Washington (che pur non avendo partecipato al vertice era stata previamente informata dell’iniziativa da Brasilia), non si tratta di una Nato sudamericana in funzione anti-Usa, anche se il venezuelano Hugo Rafael Chávez Frías si è già premurato di coniare il termine Sato, acronimo che sta per South American Treaty Organization. A conferma di quanto detto da Jobim non è previsto un intervento automatico nel caso in cui uno dei paesi sudamericani venisse attaccato ma, comunque, lo statuto prevede la “difesa dei sistemi democratici di governo da minacce esterne e interne”, condanna la “presenza e l’azione” di “gruppi armati illegali” di qualsivoglia natura in riferimento alle Farc – clausola che ha permesso anche alla Colombia, sino a ieri il paese più contrario al Consiglio, di votare a favore – e sancisce esercitazioni congiunte di truppe, la cooperazione tra i 12 eserciti e un’uniformità degli equipaggiamenti volta a integrare le industrie di armi dei paesi della regione.
Al momento gli Stati Uniti non si sono ancora pronunciati ufficialmente sulla nuova alleanza militare sudamericana. Forse perché manca poco più di un mese all’insediamento di Obama alla Casa Bianca e, nei periodi di transizione, la cautela è d’obbligo. Inoltre, anche la dottrina Monroe fu enunciata da Washington quando il predominio statunitense sul continente venne minacciato in concreto, ovvero dopo che la Gran Bretagna aveva occupato con la sua flotta le isole Falkland-Malvinas per “tutelare” le ex colonie ribelli del decadente e diviso impero spagnolo. E per ora il Consiglio di Difesa dell’Unasur non è percepito come una minaccia concreta dall’entourage di Obama, anche perché il gigante della regione, il Brasile, è il miglior alleato statunitense nella regione, sia per le questioni energetiche legate ai biocarburanti che per la moderazione della sua leadership, lontana anni luce dal populismo anti-yankee di Venezuela, Ecuador, Bolivia, Cuba e Nicaragua che approfittando del vertice della Costa do Sauípe hanno attaccato pesantemente e per l’ennesima volta l’”Impero”.
Gli ultimi commenti