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Barack Obama (Credits: LaPresse/Charles Dharapak)
A Barack Obama “servirebbe” un attacco militare all’Iran per vincere le elezioni del 2012? La risposta è no. Anzi, potrebbe danneggiarlo. Per questo, la Casa Bianca, nonostante molti segnali (soprattutto quelli che arrivano da Israele) facciano capire come uno strike contro Teheran sia un’ipotesi più concreta, guarda sempre con grande preoccupazione a un possibile sviluppo bellico del braccio di ferro sul nucleare con gli Ayatollah. Continua

(Credits: Ansa/Ciro Fusco)
Attaccata la base militare italiana ad Herat. In azione quattro kamikaze che si sono fatti saltare in aria. Un portavoce dei talebani ha rivendicato l’attentato, cui è seguito uno scontro a fuoco. Ancora non è certo il numero di vittime. Si parla di quindici feriti italiani, dei quali uno sarebbe gravissimo.
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Alle 16, le 13,30 ora italiana, in Afghanistan si sono chiusi i quasi 6.500 allestiti per le elezioni presidenziali e per il rinnovo dei Consigli Provinciali. A chi si trovava già in coda al momento della chiusura è stata peraltro concessa una proroga per votare, oppure l’apertura è stata prolungata laddove si erano verificati ritardi in avvio.
Il presidente uscente, Hamid Karzai, si è affrettato a definire “un successo” la consultazione, la cui legittimità a suo dire non sarà comunque influenzata dall’entità della partecipazione. In termini analoghi si è espresso Anders Fogh Rasmussen, segretario generale della Nato. Karzai ha ringraziato i connazionali per aver sfidato le minacce dei Talebani ed essersi recati a votar, e ha parlato di una “bella giornata” per il Paese, malgrado abbia ammesso che vi sono stati in tutto 73 attacchi della guerriglia in quindici diverse province.
I Talebani hanno comunque moltiplicato le offensive, soprattutto nell’est e nel sud del Paese, ma non ci sono state le azioni eclatanti che avevano adombrato. Razzi sono stati sparati su Kandahar, su Kunduz e su Ghazni. Un attacco suicida è stato tentato da quattro terroristi a Kabul, ma sono stati intercettati da poliziotti che in una sparatoria ne hanno uccisi due; un terzo è stato arrestato mentre un quarto è fuggito.
La Commissione Elettorale Indipendente afghana ha definito “molto buona” l’affluenza, e ha fatto sapere che alla fine potrebbe raggiungere il 50 per cento. Operazioni di voto regolari a Herat, la città nella parte ovest del Paese sotto il controllo dei militari italiani.
Osservatori occidentali hanno tuttavia messo in dubbio il fatto che si possa arrivare a un’affluenza tanto alta, viste che le minacce degli ex studenti coranici hanno fatto breccia soprattutto al sud. Nelle prime presidenziali del 2004 votò il 70 per cento degli aventi diritto. Cauto ottimismo è stato peraltro espresso dall’inviato dell’Onu in Afghanistan, Kai Eide. “Gli attacchi spettacolari che erano stati minacciati non si sono visti”, ha osservato il diplomatico norvegese. “La giornata non è finita ma mi fa piacere vedere che le elezioni sono andate piuttosto bene”. Anche il segretario generale della Nato ha definito “incoraggiante” lo svolgimento del voto.
“È un giorno di cambiamento, un giorno di speranza”, ha commentato Abdullah Abdullah, principale sfidante di Karzai, votando a Kabul. Poche ore prima si era recato alle urne il presidente in carica, che spera di succedere a se stesso.
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da Chakab (afghanistan) Fausto Biloslavo
Si parte all’alba da base Tobruk con il plotone paracadutisti Nembo per garantire la sicurezza delle elezioni nel distretto di Bala Baluk, uno dei più infami di tutto l’Afghanistan. La “battaglia” per il voto nella provincia di Farah è solo iniziata, quando il tenente Alessandro Capone ci spiega che si temono attacchi kamikaze con autobombe contro i seggi (qui l’AUDIO).
I paracadutisti devono difendere ad ogni costo il seggio di Chakab, uno sperduto e polveroso villaggio lungo la Ring road, la strada che collega in circolo le principali città afghane. Nella piccola moschea locale gli scrutatori sono al lavoro per il voto presidenziale e provinciale.
Le due urne in plastica vengono piazzate per terra sul tappeto rosso di bassa qualità del luogo di culto islamico.
Sulle pareti non mancano foto e immagini della Mecca ed un vecchio orologio fermo chissà da quanto tempo. Nel seggio fai da te comincia ad arrivare gente fin dalle sette del mattino. Gruppi di afghani turbantati si sono organizzati con camioncini per giungere in gruppo dalle colline. Dopo aver mostrato il certificato elettorale ottengono le due schede formato lenzuolo con nomi e facce dei candidati. Qualcuno protesta per il dito indice immerso nell’inchiostro indelebile, che serve a non far votare due volte. Temono la minaccia di talebani di tagliarlo, come punizioni per non aver boicottato le elezioni.
Poi vanno a segnare le loro preferenze dietro due ridicole cabine elettorali in cartone, che stanno in piedi per miracolo.
Per le donne non è stato allestito il seggio separato. Il personale femminile della commissione elettorale ha avuto paura a venire in questa zona infestata da talebani. “Sono orgoglioso di aver fatto il mio dovere votando per il nuovo presidente. Adesso mi aspetto più sicurezza e posti di lavoro” sottolinea Aktar Mohammed, barbone grigio e pelle scavata dalla dura vita afghana. Come gran parte dei pasthun di questa zona deve aver votato per il presidente uscente Hamid Karzai.

Il plotone Nembo controlla la situazione da una collina che domina Chakab, pronto ad intervenire in caso di attacco talebano. Sotto un sole cocente tutto sembra filare liscio, fino a quando dalla radio non scatta il primo allarme: contro base Tobruk i talebani hanno tirato due razzi. All’inizio si pensava fossero colpi di mortaio (qui l’AUDIO). Più tardi arriverà un terzo razzo. Il più vicino è esploso a 150 metri dalla base avanzata, mentre i parà correvano al riparo nei rifugi in cemento armato.
Alle 11.30, ora afghana, una colonna di bersaglieri partita da Farah, il capoluogo provinciale, finisce sotto un bombardamento di mortai. Per radio si sentono i momenti concitati della battaglia con i fanti piumati del primo reggimento costretti a ripiegare e contare i danni (qui l’AUDIO). Nella battaglia intervengono i paracadutisti della 4° compagnia Falchi, che chiedono l’appoggio aereo. I talebani sono annidati sui tetti a cupola del villaggio di Pust e Rod. I piloti dei caccia li inquadrano mentre sparano ai soldati italiani e chiedono l’autorizzazione per bombardare. “Negativo, negativo” è la risposta del comando italiano, che vuole evitare a qualsiasi costo vittime civili (qui l’AUDIO).
La battaglia non è finita. Due soldati dell’esercito afghano (Ana) sono stati feriti ed uno dev’essere evacuato con l’elicottero (qui l’AUDIO). Un reparto di afghani è rimasto intrappolato nel villaggio ed i bersaglieri devono tornare a prenderli con i cingolati d’attacco Dardo.
Nella giornata delle elezioni e la notte precedente sono stati 22 gli attacchi dei talebani nel settore ovest dell’Afghanistan dove operano 2700 soldati italiani. Nel distretto di Bala Baluk sono stati aperti appena 5 seggi su 30, per motivi di sicurezza.
A Chakab dei 600 elettori registrati solo 125 hanno votato, ma si temeva che nessuno osasse recarsi alle urne in una zona così a rischio. Said Ayub, il governatore ombra dei talebani nella provincia di Farah, è di questo villaggio. Un pugno di suoi compaesani lo ha sfidato andando alle urne, ma tutto l’Afghanistan sembra aver vinto la “battaglia” del voto.
Venerdì 21 agosto, su Panorama, il reportage di Fausto Biloslavo, sull’inferno afghano del dopo voto
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Fausto Biloslavo e Marco De Martino
Diviso in sei parti, il documento segreto ha cominciato a circolare in poche copie per la valutazione delle agenzie di intelligence americane. Viene adesso presentato al generale David Petraeus, eroe della campagna irachena. Elaborato da un gruppo di esperti militari e civili del Centcom, il comando centrale dei teatri di guerra americani in Medio Oriente, il rapporto è il primo di una serie che punta alla revisione della strategia Usa in Afghanistan ordinata da Barack Obama. Da questi documenti dipende l’esito della «guerra di Obama», dopo che la Casa Bianca ha ordinato a 17 mila soldati americani, inizialmente destinati all’Iraq, di partire per l’Afghanistan.
Un «surge» in piena regola, ma i rinforzi, che si uniranno ai 38 mila soldati Usa e ai 32 mila militari della Nato, sono solo un acconto. Il generale David McKiernan, comandante delle truppe straniere in Afghanistan, parla chiaro: «Non è un aumento provvisorio, per vincere abbiamo bisogno di uno sforzo sostenuto come questo almeno per i prossimi 3 o 4 anni». I piani del Pentagono auspicano quasi il raddoppio delle forze americane con l’invio di 30 mila uomini in 18 mesi.
La forza delle armi, però, non basta. Per gli americani la carta vincente in Afghanistan sarà la stessa strategia antiguerriglia che ha portato al successo in Iraq. «Il nostro intervento non può limitarsi a un aumento di truppe» ha spiegato il generale David Petraeus. «Il rafforzamento militare sarà inefficace se non verrà accompagnato da un surge politico» spiega a Panorama Ettore Sequi, rappresentante speciale dell’Unione Europea per l’Afghanistan. «Il governo deve erogare ai cittadini i servizi essenziali di uno stato di diritto cominciando a debellare la corruzione. Poi va rilanciato lo sviluppo con un nuovo slogan: “Conquistiamo i cuori e lo stomaco degli afghani”». La vera svolta è il terzo pilastro del surge politico. «Con Richard Holbrooke (inviato Usa per l’Afghanistan e il Pakistan, ndr) è chiaramente emersa l’importanza di coinvolgere tutti gli attori regionali, compreso l’Iran, nella soluzione del problema afghano».
Il 18 e 19 febbraio il ministro degli Esteri, Franco Frattini, è volato a Herat e a Kabul. Al ritorno in patria ha avuto un lungo colloquio telefonico con Holbrooke, che aveva appena detto: «In Afghanistan sarà più dura che in Iraq». Dalla Farnesina confermano che Frattini si vedrà «venerdì 27 febbraio» con il nuovo segretario di Stato americano Hillary Clinton. Al centro dell’incontro la possibilità concreta che l’Iran (fondamentale per le linee di approvvigionamento) partecipi alla conferenza sulla stabilizzazione dell’Afghanistan e del Pakistan, a margine del G8 a Trieste di fine giugno. Frattini avrebbe già anticipato l’invito parlando al telefono con la sua controparte di Teheran, il ministro Manoucher Mottaki.
Per il colpo di reni necessario a vincere la sfida afghana arriverà a Kabul un nuovo ambasciatore Usa. Il candidato a cui sta pensando la Casa Bianca è il generale Karl Eichenberry, vice dell’ammiraglio Giampaolo Di Paola (ex capo di stato maggiore della Difesa) al Comitato militare della Nato a Bruxelles. Eichenberry ha già servito due volte in Afghanistan al comando delle truppe. «È un intellettuale combattente. Il primo ad avere capito che bisognava investire molto di più nell’addestramento di esercito e polizia afghani» spiega una fonte di Panorama da Kabul. La scelta di un militare di carriera come diplomatico in Afghanistan è ardita, ma «Obama si gioca la faccia. Deve ottenere risultati in fretta, per esempio un successo senza sbavature con le elezioni presidenziali afghane del 20 agosto».
Per il settimanale americano Newsweek l’Afghanistan sarebbe già diventato il Vietnam di Obama. Analisti come Gary Schmitt, esperto militare dell’American enterprise institute di Washington, mettono in discussione le vere intenzioni della Casa Bianca: «Il presidente sembra avere ripensamenti su una guerra che porterebbe via tempo e risorse all’amministrazione».
L’esito del dibattito in corso a Washington rischia di avere un ruolo fondamentale nella campagna militare. Secondo i sondaggi, il conflitto in Afghanistan è sostenuto solo dal 34 per cento degli americani. Nel 2008 nel paese hanno perso la vita 155 soldati Usa. Anche se Frederick Kagan, uno degli architetti del surge iracheno, è ottimista: «Per stabilizzare il paese ci vorranno meno truppe che non in Iraq e ci saranno anche meno perdite». Di parere opposto la parte più liberal del Partito democratico, già schierata contro un maggiore coinvolgimento in Afghanistan.
Una delle spine nel fianco dello sforzo internazionale è l’aumento di vittime innocenti. Secondo un rapporto Onu, sono 2.118 i civili uccisi nel 2008, il 40 per cento in più rispetto all’anno precedente, anche se il 65 per cento è stato massacrato dagli «insorti». «I talebani usano i civili come scudo umano e se ne infischiano se negli attentati perdono la vita» accusa l’ambasciatore Sequi. «Ma non possiamo dimenticare che ogni morto innocente rischia di alienarci le simpatie degli afghani». L’ultimo «danno collaterale» risale al 16 febbraio, quando gli Usa hanno lanciato un’operazione speciale a 20 chilometri da Herat. L’attacco aereo avrebbe dovuto eliminare un comandante talebano, ha invece eliminato tre militanti e 13 civili.
Anche l’Italia farà la sua parte. Per ora ha circa 200 uomini al comando di un maggiore, ma si raddoppierà con l’arrivo fra marzo e aprile dei paracadutisti della Folgore. E per le presidenziali arriveranno almeno 250 altri militari. All’inizio dell’estate l’intero contingente potrebbe arrivare a 2.800-2.900 uomini. E le squadre Omlt (i Lawrence d’Arabia che affiancano e addestrano il 207° Corpo d’armata afghano) hanno già raddoppiato gli effettivi. Anche se Petraeus sostiene che manca ancora all’appello il 40 per cento degli specialisti Omlt in tutto il paese. L’obiettivo è aumentare l’esercito afghano da 80 mila a 134 mila effettivi, in modo che possano garantire da soli la sicurezza.
Il minisurge italiano comprende l’apertura del nuovo avamposto Tobruk e la costituzione di un secondo gruppo di battaglia, che verrà raddoppiato con i parà della Folgore in arrivo a primavera. Ma i problemi non mancano. Dal 1° gennaio al 14 febbraio sono stati registrati 30 tentativi di attacco (trappole esplosive, lanci di razzi e attentati suicidi riusciti o sventati), il 56 per cento in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. E in più di un’occasione i Lawrence d’Arabia italiani sono intervenuti per sedare sparatorie fra i soldati afghani, rispettati dalla popolazione, e i poliziotti che la taglieggiavano ai posti di blocco.
«Siamo più presenti sul terreno e prima o poi ci sarà il botto» prevede una fonte italiana in prima linea. «La situazione si sta scaldando. Anche perché in primavera raccoglieranno il papavero d’oppio per scambiarlo con denaro e armi». A metà gennaio la nostra intelligence ha segnalato l’arrivo dalla città pachistana Quetta di pezzi da novanta talebani. Gli emissari hanno minacciato di tagliare i fondi se non sono rilanciati gli attacchi contro le truppe straniere. E hanno organizzato assemblee per incentivare la jihad.
Da mesi lungo le statali 517 e 515 i ritrovamenti di trappole esplosive sono quotidiani. All’inizio di febbraio nel distretto di Bakwa sono stati segnalati 150-200 talebani. Pochi giorni dopo i talebani hanno colpito il dormitorio femminile dell’Università di Herat. E ora in città è allarme rosso per sette terroristi suicidi che sarebbero pronti a colpire anche la Squadra di ricostruzione provinciale italiana.
L’ambasciatore Sequi non ha dubbi: «Ogni anno viene annunciato come determinante, ma vi garantisco che per l’Afghanistan il 2009 sarà più cruciale degli altri».
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La sua visita è circondata dal mistero. Il programma non è stato reso pubblico per motivi di sicurezza. Non poteva essere altrimenti. L’inviato speciale degli Usa, Richard Holbrooke, è stato accolto dai Talebani, il giorno prima del suo arrivo, con il più ardito attacco al cuore del potere a Kabul mai lanciato da anni a questa parte.
Un’azione di guerra simile a quella compiuta a Mumbai, in India. Non è un caso che l’intelligence afghano, dopo la spettacolare dimostrazione di forza talebana, con l’assalto al ministero della giustizia, a poche decine di metri dal palazzo presidenziale che ospita Hamid Karzai, abbia puntato la sua pista anche (e soprattutto) al vicino Pakistan, da dove provenivano gli attentatori di Mumbai. In un sito vicino ai guerriglieri islamici afghani, l’attacco multiplo è stato rivendicato e spiegato come “un eloquente messaggio a Barack Obama e a tutti gli altri usurpatori”. Il comunicato, firmato dall’”Emirato Islamico dell’Afghanistan”, fornisce i nomi degli otto kamikaze che hanno partecipato all’azione, in cui hanno perso la vita 27 persone, mentre una cinquantina sono rimaste ferite. La prova più evidente della delicatezza della situazione in Afghanistan. Le sorti della guerra contro i Talebani e Al Qaeda non pendono dalla parte degli Usa e della coalizione internazionale. L’ex ambasciatore americano all’Onu, l’ex architetto degli accordi di Dayton sulla Bosnia, è stato mandato a Kabul con un mandato chiaro e un messaggio preciso al presidente Karzai: è ora di cambiare strategia. Già perché Barack Obama, ma anche il nuovo Segretario di Stato Hillary Rodham Clinton vedono nell’ambigua politica di Hamid Karzai uno dei motivi delle sempre più crescenti difficoltà dell’operazione Enduring Freedom. Nella sua recente audizione al Congresso, la Clinton ha parlato di un “narcostato” riferendosi alla produzione di oppio, e descrivendo il paese come in mano “a una sempre maggiore corruzione”. Abdelaziz Danish, direttore dell’agenzia di notizie Pajhwok Afghan News conferma che Richard Holbrooke chiederà al presidente afghano un maggiore impegno per combattere queste piaghe, una maggiore determinazione nella guerra contro i Talebani, pena il mancato appoggio della Casa Bianca a Karzai nelle prossime, vicine elezioni: “Si, tutti sappiamo dell’insoddisfazione americana. Che è un sentimento anche di una parte della società afghana, stanca del conflitto”. Che gli americani sanno essere sempre più difficile sul piano militare. Per questo, entro pochi giorni Barack Obama dovrebbe annunciare l’invio di nuove truppe sulle montagne afghane.
Il generale David McKiernan, l’ufficiale statunitense a comando delle forze Nato nel paese, ha chiesto almeno 30.000 soldati in più rispetto ai 37.000 americani già presenti. Una richiesta - avanzata a tutti i paesi dell’Alleanza Atlantica - che difficilmente verrà accolta. Per ora, il Segretario alla Difesa Usa Robert Gates, ha parlato del dispiegamento di altri 3.500 soldati, ma il numero che verrà annunciato dalla Casa Bianca sarà sicuramente superiore, almeno 10.000 unità di rinforzo. Necessari, visto che i Talebani hanno ripreso sempre più terreno, specialmente al sud, nelle province di Helmand e Khandar. Una forza dimostrata con l’assalto a Kabul dell’altro giorno. “Nonostante gli sforzi, nonostante l’aumento degli effettivi dell’esercito afghano, i Talebani hanno moltiplicato le loro energie ” - afferma Abdelaziz Danish, il direttore di Pajhwok Afghan News. ” E questo anche grazie all’aiuto e al supporto che ricevono dall’interno, dai gruppi tribali pashtun, e dall’esterno dei confini afghani. In particolare dal Pakistan e dall’Iran.” A tutti è chiaro, continua il giornalista afghano, chi ha interesse che gli Usa vengano sconfitti in questo paese. Per questo, l’inviato speciale degli Usa Richard Holbrooke ha parlato chiaro con i vertici di Islamabad prima di andare a un colloquio “franco”, come si dice, con Hamid Karzai. Per vincere questa guerra, la coalizione internazionale, dice Abdelaziz Danish, deve però puntare anche su di un maggiore consenso tra la popolazione afghana. Il più grave sbaglio sono le stragi di civili, colpiti per errore durante i raid aerei di questi mesi. “Sono fatti che inquietano la società afghana” spiega il numero uno della Pajhwok Afghan News. L’invio di un maggior numero di soldati, l’impiego più convinto da parte di Kabul dell’esercito regolare sulle alte vette delle catene montuose, dovrebbe essere mirato anche a evitare il più possibile questi “danni collaterali”. Per Abdelaziz Danish anche questa potrebbe essere la chiave di volta per cambiare i sorti del conflitto.
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Una serie di attacchi sincronizzati e coordinati sono stati compiuti da kamikaze a Kabul e rivendicati dai taleban, colpendo uffici governativi e ministeri in diversi punti della capitale afghana e anche in pieno centro, a due passi dall’ufficio presidenziale, provocando diversi morti, almeno dieci secondo alcune fonti. Gli attacchi sono subito stati rivendicati dagli ex studenti coranici, che ne hanno preannunciato molti altri alla vigilia dell’arrivo in Afghanistan di Richard Holbrooke, neo-inviato speciale di Obama per la regione.
Secondo una prima ricostruzione, solo parzialmente confermata all’Ansa da fonti di polizia, uno o due kamikaze hanno attaccato il palazzo del ministero della giustizia, nel centro della citta’, vicino al ministero delle finanze e all’ingresso meridionale del palazzo presidenziale, provocando un numero di vittime non ancora accertato.
Un secondo attacco ha preso di mira uffici dell’amministrazione penitenziaria nel quartiere periferico di Khair Khana, con due kamikaze a piedi che sono riusciti a penetrare nell’edificio sparando e facendo poi saltare i corpetti esplosivi che indossavano. In questo attacco vi sarebbero diverse vittime.
Un altro kamikaze sarebbe stato circondato da forze di polizia vicino al ministero dell’istruzione, in centro, e sarebbe stato abbattuto senza essere riuscito a far esplodere il suo giubbetto. Un altro terrorista ancora, forse il settimo, avrebbe inoltre attaccato un convoglio di agenti di polizia nella zona settentrionale di Kabul, che potrebbe pero’ trattarsi, secondo fonti giornalistiche locali di un convoglio militare straniero. Quest’ultima circostanza non è stata ancora chiarita, dato il massimo riserbo delle fonti ufficiali e la gran confusione che regna in questo momento nella capitale afghana.
La tv privata locale Tolo, citando un portavoce dei taleban, ha riferito che sette attentatori suicidi hanno compiuto attacchi in diversi edifici governativi e due sono riusciti a entrare nel carcere centrale di Kabul, ma questa circostanza non ha trovato nessuna conferma ufficiale. Un’altra tv locale ha fatto riferimento a 10 vittime delle esplosioni, ma anche in questo caso non vi sono conferme.
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Mumbai
Dietro l’attacco a Mumbay c’è Al Qaeda. Che ha punito l’India per un motivo preciso: la stretta collaborazione di New Delhi con la Nato in Afghanistan. Un’alleanza che da molto fastidio al network di Osama Bin Laden e ai Talebani. Questa è l’analisi di Syed Saleem Shahzad, importante giornalista d’inchiesta pachistano, caporedattore di Asia Times Online, la versione web del prestigioso giornale di Hong Kong. Shahzad cita le sue fonti vicine ai gruppi terroristici islamici. E non ha dubbi.
“La carneficina era stata organizzata da tempi. Da tempo si voleva dare una ‘lezione’ al governo indiano a causa della cooperazione con il presidente afghano Karzai. Negli ultimi mesi, sono stati firmati diversi contratti, l’India ha offerto aiuti a Kabul”. Dietro le parole del giornalista - che ha firmato numerosi reportage dai luoghi più pericolosi della regione - si intravvede la volontà degli islamisti non solo di isolare il governo di Karzai ma anche il tentativo di tagliare i legami tra l’India e l’Afghanistan per evitare che New Dehli possa assumere un ruolo geo-strategico in quel paese. Chi in quell’area ha sempre voluto che gli indiani stessero lontani dalle alte cime afghane, sono stati i generali dell’Isi, il servizio segreto pachistano. Ma in questo caso, dice l’inviato di Asia Times, l’Inter-Services Intelligence non c’entra.”Faccio riferimento sempre alle mie fonti” dice Syed Saleem Shahzad. “So che in passato gli 007 pachistani hanno avuto un ruolo in attacchi destabilizzanti contro l’India, soprattutto in Kashmir, dove Islamabad ha condotto una guerra per procura attraverso i gruppi fondamentalisti armati. Ma l’Isi è estraneo all’attacco di Mumbay”. L’analisi del cronista e scrittore pachistano è basata sul fatto che il nuovo governo del premier Yusuf Raza Gilani ha tentato di fare pulizia all’interno dell’apparato di intelligence, con l’obiettivo di epurare gli ufficiali più legati ai settori islamisti. No, ribadisce Shahzad: Al Qaeda voleva mandare da molto tempo un messaggio all’India. “Quel paese non era mai stato uno degli obiettivi principali, ma nel corso degli anni, il coinvolgimento di New Dehli alla ‘War on Terror’ è diventato sempre più importante e strategico. Una politica guardata con odio dagli islamisti. Quando poi, l’esecutivo indiano ha iniziato a stringere i rapporti con Kabul, la centrale del terrore ha deciso di agire. Recentemente, l’India ha stabilito accordi militari per l’addestramento delle forze di sicurezza afghane. Non solo. Ha anche varato delle intese con la Nato per la fornitura di materiale necessario per mandare avanti la guerra contro i Talebani”
Secondo il giornalista di Asia Times c’è un altro motivo, molto specifico per cui Mumbay è stata attaccata. Gli indiani stanno costruendo una importantissima autostrada in territorio afghano. Una via che attraverserebbe l’intero paese e finirebbe in un importante porto iraniano, tagliando fuori alcune delle zone ora controllate dai talebani”. Per questo, l’India è stata “violata”. Ma Al Qaeda ha colpito Mumbay perché in quella regione dell’Asia è ancora forte? Ha riportato con quell’azione in auge lo spettro del terrorismo globale perché non è in grado ora di colpire l’Occidente, e in particolare gli Stati Uniti? ” Forse è vero che il network ora sia indebolito, che non abbia i mezzi per evitare le maglie preventive dell’intelligence. Ma penso che, in realtà, Al Qaeda sia attrezzata per attaccare gli interessi americani in Europa”. L’Idra a Sette Teste, secondo il giornalista d’inchiesta pachistano è ancora forte.
I progetti di Al Qaeda in Pakistan
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