
Un incubo nell’incubo: questa è la storia vissuta da Emanuele Lattanzi, cuoco dell’Hotel Oberoi, uno degli alberghi di lusso di Mumbai preso di mira dai terroristi. Una storia che mai avrebbe immaginato e che lo ha portato a rischiare la vita per salvare sua figlia. Quaranta ore al cardiopalma per Emanuele, che in un attimo è sprofondato in un doppio dramma: quello di avere la moglie e la figlia di pochi mesi di fatto sequestrate in una camera dell’albergo e vedere le ore passare inesorabili, sapendo che la sua piccola Clarice rischiava di morire di fame.
Sono tante 40 ore per una bimba così piccola. Troppe, ha pensato Emanuele, che ha rotto gli indugi e, sfruttando la conoscenza dell’edificio, ha deciso di entrare anche se le autorità indiane ancora setacciavano i piani dell’hotel. “Dopo due notti che sono stato in pensiero per mia moglie alla fine stamattina sono riuscito ad entrare e a portare il latte a mia figlia”, ha detto Lattanzi esausto ma rilassato dopo aver potuto riabbracciare i suoi familiari.
Un “gesto coraggioso”, lo ha definito il ministro degli Esteri, Franco Frattini, subito informato della vicenda. Sin dall’inzio Emanuele, grazie ai ripetuti contatti telefonici con la moglie, aveva capito che uno dei problemi era proprio l’alimentazione della figlioletta. Ma nell’enorme edificio che ospita l’Oberoi, i terroristi giravano armati fino ai denti e l’impresa era troppo rischiosa. Fino a quando, la sera prima, le forze speciali indiane avevano iniziato la bonifica dell’albergo rendendo più possibile l’operazione.
Inoltre i terroristi non occupavano tutto l’albergo, ed alcuni piani, ha spiegato una fonte informata, erano sicuri sin dall’inizio dell’attacco. I terroristi infatti erano distribuiti solo in alcuni punti ed anche alcuni ostaggi si muovevano con cautela tra piano e piano. Anche lo stesso direttore dell’albergo si è mosso più volte all’interno del pericolosissimo Oberoi. Ciò non toglie che il cuoco italiano ha resistito fino a questa mattina e, nonostante le autorità indiane continuavano a consigliare prudenza perché qualche terrorista poteva essere sfuggito alla “bonifica”, ha deciso di entrare. Con in tasca il latte in polvere per la figlia Clarice.
Prima che la piccola fosse liberata, il cuoco italiano dell’hotel Oberoi era corso nell’albergo ancora occupato dai terroristi per portare il latte in polvere alla bambina. Frattini: “Un gesto coraggioso”. LEGGI ANCHE: Dopo Mumbai, le altre polveriere dell’India - L’ex capo dell’intelligence pakistana accusa gli indù - Le mosse di Obama dopo la strage a Mumbai - Liberati cinque italiani nella notte - Chi c’è davvero dietro l’attacco di Mumbai - Terrorismo, tutti gli attacchi simultanei contro diversi obiettivi -Citizen Journalism, gli attentati raccontati sulla rete
Indipendentisti, integralisti islamici, maoisti. Dal Kashmir all’Andhra Pradesh e dal Gujarat all’Assam, non c’è quasi area della federazione indiana in cui i responsabili della sicurezza non debbano fare i conti con formazioni armate. Che hanno basi fra le montagne o in piena giungla e spesso operano in zone di confine, dove possono facilmente sfuggire alla cattura riparando nei paesi vicini: Pakistan, Nepal, Bhutan, Bangladesh. A rischio è senz’altro il Kashmir. La regione dell’Hymalaya a maggioranza musulmana e per il cui controllo l’India ha combattuto due guerre contro il Pakistan, è da sempre il crogiolo delle tensioni fra le comunità indù e islamica, esplose più volte in atti di terrore in diverse parti del paese che hanno causato centinaia di vittime. Da 20 anni è teatro di un conflitto civile costato la vita a decine di migliaia di persone. Vi operano diversi gruppi indipendentisti d’ispirazione integralista islamica.
Questi gruppi, che secondo New Delhi, contano sull’appoggio di settori dei servizi segreti pachistani, di recente si sono avvicinati alla bandiera del Lashkar-e-Taiba, entrato a sua volta in un sodalizio con il Movimento degli studenti islamici indiani (SIMI) per creare l’organizzazione-ombrello nazionale degli Indian Mujahedin (IM). All’IM, sostengono gli esperti dell’intelligence, fa riferimento anche il gruppo Mujaheddin del Deccan che ha rivendicato gli ultimi attacchi di Mumbai.
In Kashmir l’esercito indiano mantiene i contingenti più agguerriti, dislocati lungo la cosiddetta Linea di Controllo, che costituisce la parte più settentrionale della frontiera con il Pakistan, mai definita con chiarezza. Attualmente è in vigore un cessate il fuoco che viene però violato ogni giorno con piccole scaramucce. New Delhi spende oltre un milione di dollari al giorno per mantenere i reparti attestati sul ghiacciaio Siachen, il campo di battaglia più alto del mondo.
A rischio è anche il Gujarat: lo stato che guarda sul Mar d’Arabia, con una cospicua componente musulmana, è fra quelli in cui le tensioni etnico-religiose sono più forti. Teatro di violenti scontri di strada fra le comunità musulmana e indù nel 2002, è la base di gruppi vicini all’IM. A questo farebbe riferimento il gruppo Harkat-ul-Jihad-al-Islami, che ha firmato la serie di 21 attentati in cui il 26 luglio scorso 57 persone hanno perso la vita ad Ahmedabad.
Anche lo stato di Bihar, il più popoloso e povero di tutta l’India, è percorso da tensioni sociali che hanno fatto da humus a gruppi maoisti armati, noti con il nome di naxaliti e coordinati in un fronte dal Partito Comunista dell’India-Marxista Leninista. I guerriglieri, che controllano parte delle aree montuose settentrionali, dove hanno persino fabbriche di armi e riscuotono tasse, arrivano ad agire anche in Uttar Pradesh, lo stato dove si trova New Delhi. Per anni hanno agito con l’appoggio dei maoisti che controllavano il sud del confinante Nepal e sono ora al potere a Katmandu.
Con una guerriglia di lunga durata ma a bassa intensità, fatta perlopiù di attacchi a stazioni di polizia e villaggi, i naxaliti mantengono aperto verso la frontiera con il Nepal il cosiddetto “corridoio rosso”, che si estende a sud attraverso foreste pluviali degli stati Jharkhand e Orissa, per dividersi in un ramo di sudest, verso il Bengala Occidentale, e uno di suodvest, verso Chattisgarh e l’Andhra Pradesh. In molte delle aree attraversate dal corridoio rosso la situazione sicurezza è complicata dalla presenza di gruppi tribali con mire autonomiste che vengono facilmente reclutati dai maoisti. Nelle incursioni contro mezzi e reparti delle forze federali, i maoisti usano armi automatiche ed esplosivi, mentre i tribali ricorrono spesso ancora ad asce e archi e frecce.
Nel mirino dei servizi c’è anche il Bengala Occidentale. Negli ultimi anni Calcutta e la regione circostante, stando all’intelligence indiana, sono diventate punto di passaggio di terroristi che da Pakistan e Afghanistan cercano di raggiungere il Bangladesh, dove avrebbero ricostituito cellule militanti.
In fine, una possibile polveriera è anche lo stato di Assam, con la confinante area del Nagaland. Questo stato sui contrafforti dell’Hymalaya Orientale è infatti abitato in gran parte da popolazioni tribali che da sempre rivendicano l’indipendenza.
I fronte della guerriglia è guidato dall’ULFA (United Liberation Front of Assam), che controlla alcune delle aree più impervie e per sfuggire ai federali sconfina spesso in Bhutan.
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