
Hillary Clinton in partenza per il Myanmar (Credits: AP Photo, Saul Loeb, Pool)

La visita del segretario di stato americano Hillary Clinton in Myanmar è certamente un fatto storico sia per gli Stati Uniti che per la nuova giunta birmana, che giorno dopo giorno dimostra di essere sempre più determinata a far compiere al paese una svolta epocale.
Dopo cinquant’anni di isolamento, i militari al potere hanno deciso di cambiare il Myanmar. Continua

(Credits: AP Photo/Riccardo De Luca)

Oggi è un giorno molto importante per il Myanmar. Il parlamento ha infatti approvato un disegno di legge che permette ai cittadini di manifestare pacificamente, a patto di di informare le autorità con almeno cinque giorni di aticipo e di tenersi a distanza da sedi governative, scuole, ospedali e ambasciate. Per diventare legge la nuova proposta ha bisogno di essere firmata dal Presidente Thein Sein, ma è impossibile che il massimo rappresentante del nuovo corso birmano decida di tirasi indietro. Del resto, da quando, a marzo scorso, la giunta si è sciolta e ha passato il potere a un governo civile, seppure controllato dai militari, quest’ultimo si è fatto promotore di una serie di riforme che hanno addirittura permesso alla storica leader di opposizione, Aung San Suu Kyi, di ritornare sulla scena politica Continua

Aung San Suu Kyi (Ansa/EPA/Nyein Chan Naing)
Ci sono “barlumi di progresso” verso riforme democratiche in Birmania. Lo afferma il presidente Barack Obama, da Bali, dove si trova per partecipare al vertice dei Paesi dell’Asia orientale. E dall’isola indonesiana, dopo una telefonata con la leader dell’opposizione birmana Aung San Suu Kyi, schiude la porta a rinnovate relazioni degli Stati Uniti col Paese asiatico, isolato internazionalmente per decenni. “Bisogna fare di più per perseguire il futuro che il popolo birmano merita” ha aggiunto, ammonendo che il Paese “continuerà ad affrontare sanzioni e isolamento” se il regime non compirà ulteriori passi verso una maggiore democrazia e rispetto dei diritti umani. Continua
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(Credits: Epa/Lucas Dolega)

Sono in tanti a pensare che la nuova leadership del Myanmar non abbia ancora chiarito che tipo di rapporti vuole avere con la Cina. Appena un paio di settimane fa il governo ha deciso di sospendere la costruzione della diga di Myitsone sul fiume Irrawaddy, nello Stato settentrionale Kachin, un progetto congiunto birmano-cinese che ha più volte scatenato le proteste degli ambientalisti, Continua

(Credits: Epa/Michael Reynolds)
Il potere è rosa? Ultimamente sembra che le redini del mondo siano tenute dalle donne. Donne presidenta, come l’argentina Cristina Fernandez de Kirchner o la liberiana Ellen Johnson Sirleaf, che ha recentemente ricevuto (assieme ad altre due donne) il Nobel per la Pace. E poi l’inossidabile Cancelliera di Germania, Angela Merkel, ma anche la premier thailandese, Yingluck Shinawatra, quella delle Bermuda, Paula A. Cox, e quella australiana, Julia Gillard. Insomma, sembra proprio che le “streghe” siano tornate.
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(Credits: AP Photo/Bullit Marquez)

La televisione di stato del Myanmar ha annunciato che il governo libererà domani 6.359 prigionieri, pur senza precisare se in questo corposo gruppo di amnistiati verranno inclusi anche i 2.000 detenuti politici attualmente rinchiusi nelle carceri del regime.
La Commissione nazionale per i diritti dell’Uomo, istituita lo scorso mese dal governo birmano, aveva richiesto dalle pagine di un quotidiano nazionale la liberazione dei “prigionieri di coscienza“, per convincere la comunità internazionale che il Myanmar è determinato, oggi, ad approvare importanti riforme e, perché no, indurla a revocare le sanzioni economiche e politiche Continua
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(Credits: Epa/Peter Macdiarmid)
Donne e uomini che con le loro storie rappresentano la storia di quest’anno giunto al termine. Dal terremoto WikiLeaks alla reazione americana, passando per il Nobel per la Pace a Liu Xiaobo, che ha mandato su tutte le furie Pechino, e la lotta per salvare la vita di Sakineh Ashtiani in Iran.
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Aung San Suu Kyi (EPA/NYEIN CHAN NAING)
Che farà ora Aung San Suu Kyi?
La libertà, almeno teorica, restituita alla leader dell’opposizione birmana, Premio Nobel per la Pace nel 1991, apre una nuova fase della politica del paese asiatico.
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