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Claudia Astarita, 30 anni, lavora da tre anni come ricercatrice
presso il Centro di Studi Asiatici della prestigiosa Hong Kong University. Sta per
sposarsi con un diplomatico italiano in Cina.

Credits: LaPresse
Donne al volante, pericolo costante, dicono in occidente. Le donne, ahinoi, sono spesso prese in giro per le loro (presunte) deficienze alla guida. Ma mentre noi lo diciamo e basta, la Cina passa all’azione e inaugura un nuovo parcheggio “per sole donne” in un centro commerciale a Shijiazhuang, nella provincia dell’Hebei. Continua

Cosa c’è di meglio che aiutare il proprio Paese in un momento di difficoltà? Poco o nulla. Se poi nel farlo si può anche parlare alla pancia più profonda dei propri concittadini, forse viene anche più facile.
E così Mark Muller, padrone e signore della Max Motors, una concessionaria di automobili nella Contea di Clay alle porte di Kansas City, è sceso in campo col suo motto “Dio, armi, coraggio, pick up e camion americani”. E ad ogni auto, pick up o camion che vende - rigorosamente made in Us, per aiutare i giganti di Detroit e l’industria automobilistica nazionale - affianca un buono omaggio per un Ak-47, meglio conosciuto come Kalashnikov.
E qui qualcuno potrebbe pensare che caschi l’asino, perché l’Ak-47 lo ha inventato un certo Mikhail Kalashnikov, un generale dell’Armata Rossa durante la seconda guerra mondiale.
Ma Muller e la sua Max Motors non sono certo degli sprovveduti, nossignore. Le armi in questione, che costano circa 450 dollari (poco più di 300 euro), sono prodotte in North Carolina, dalla Io Inc. Insomma, il suo motto l’originale Muller non lo ha scelto di certo a caso.
Pick up e camion ci sono e sono la specialità della casa; le armi, ce le ha messe; coraggio, per una proposta del genere serve di sicuro. Serve anche, va detto ad onor di cronaca, la capacità di leggere nella pancia di quei cittadini statunitensi tanto cari alla Nra, la National Rifle Association.
Quelli, per intenderci, per cui il secondo emendamento della Costituzione (che sancisce il diritto di portare le armi), potrebbe forse anche venire prima del primo.
E infatti l’iniziativa è stata un successo, perché, come ha spiegato lo stesso Muller, “la gente ha paura”. “Qui attorno c’è molta preoccupazione per il crimine - ha detto - Ci sono problemi con la droga, le persone vogliono proteggersi”.
E guai a citare le stragi che di quando in quando funestano le cronache statunitensi, dalla Columbine High School al Virginia Polytechinc Institute.
Perché la risposta, nemmeno a pensarci, è pronta nella storia, che il concessionario cita prontamente, di due anziani in Florida uccisi da sei uomini durante una rapina. “Avessero avuto una di queste - ha chiosato - forse sarebbero morti lo stesso, ma avrebbero portato qualcuno di quei bastardi con loro”. Insomma, un’arma automatica da 30 o 60 colpi non è troppo per la difesa personale.
Soprattutto se in certe aree degli States, come appunto nella Contea di Clay, la richiesta di porti d’arma per la prima metà del 2009 ha già superato il totale di quelle del 2008. “È solo questione di difendere se stessi e la propria famiglia - ha aggiunto Muller, che a 49 anni ha tre figli. Io, per esempio, porto sempre con me una pistola carica in tasca e una nel cassetto dell’auto. E anche mia moglie ha un’arma con sé”.

L’auto colpita dal fuoco dei militari italiani in Afghanistan (c) Epa
“L’auto procedeva a forte velocità in senso contrario alle pattuglie”. Il generale Rosario Castellano, comandante militare del contingente italiano in Afghanistan, ha spiegato la dinamica dell’incidente che ha causato la morte di una ragazzina di tredici anni questa mattina a Herat, nella zona controllata dai soldati italiani, a causa degli spari di una pattuglia di militari.
Il tutto è avvenuto alle 11 locali, a quattro chilometri da campo Arena, il quartier generale del Regional Command West. Una pattuglia di militari italiani composta da tre mezzi che stava procedendo lungo la strada ha incrociato un’autovettura civile (una Toyota Corolla bianca, lo stesso modello di macchina su cui fu ucciso Nicola Calipari, considerata una delle più utilizzate per gli attentati con autobomba) che procedeva in senso opposto a forte velocità. “Sono state attuate tutte le procedure di avvertimento previste in questi casi, ma l’automobile non si è fermata: sono stati esplosi infine un colpo in aria, uno sull’asfalto e uno sul cofano della vettura. Poi hanno fatto fuoco sul vano motore. Solo successivamente si è venuto a sapere che una bambina che si trovava a bordo è morta”. Questa la versione dei militari. La pattuglia di militari italiani coinvolta nell’incidente fa parte dei cosiddetti Omlt, le squadre di addestramento dell’esercito afghano che opera nella zona di Herat. Sono in corso accertamenti, ha detto il generale Castellano, per accertare le modalità dell’incidente e le cause della morte della ragazzina. Nell’auto viaggiavano anche il padre, la madre della ragazza e un’altra persona, tutti rimasti feriti ma non in modo grave. Il generale ha detto che incontrerà i familiari della vittima e il governatore di Herat.
”I soldati stranieri hanno aperto il fuoco su una vettura civile, uccidendo una bambina di 12 anni e ferendo due persone, tra cui una donna”, ha dichiarato Abdul Raouf Ahmadi, portavoce della polizia nell’ovest del Paese, Gli occupanti dell’auto si recavano a Herat per partecipare ad un matrimonio, ha aggiunto. ”Pioveva e la visibilità era pessima. D’un tratto, ho visto delle luci davanti a noi ed è apparso un convoglio di soldati stranieri”, ha testimoniato Ahmad Wali, 32 anni, che guidava la macchina. ”Subito dopo ho visto che metà del volto di mia nipote non c’era più, che sua madre era ferita al petto e che il mio viso era sanguinante a causa dei frammenti del parabrezza che era esploso”, ha aggiunto.
Proprio oggi si trova nella zona una delegazione di parlamentari italiani di Pd e Pdl tra i quali il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi. Arrivati per visitare l’ospedale pediatrico e inaugurare un nuovo ambulatorio da campo presso l’ospedale militare italiano. Il ministro Franco Frattini ha espresso “profondo sgomento” per la morte della bambina ”Il Ministro - prosegue la nota della Farnesina - esprime il suo profondo dolore per il destino di vittime innocenti di una tragica situazione che, purtroppo, estremisti e terroristi hanno creato in quel Paese, e la sua piena solidarietà alle famiglie delle persone ferite”.Cordoglio esprime anche il ministro della Difesa La Russa: ”Quando si opera in una zona così complessa, così pericolosa e così difficile com’è oggi l’Afghanistan - ha detto il ministro al giornale radio Rai - le regole di ingaggio sono molto precise. Pare, a quanto mi hanno riferito, che tutto sia stato rispetatto. Ciò non toglie che rimane un margine di drammatico errore come in questo caso che purtroppo costa la vita ad una ragazza. La solidarietà e vicinanza che abbiamo per la famiglia di questa bambina è completa, totale. Non solo mia - ha concluso il ministro - ma anche di tutti i soldati che operano in Afghanistan”.

L’ultimo treno per le compagnie dell’auto. A pochi giorni dal fallimento annunciato di General Motors e Chrysler, George W. Bush tenta l’ultima carta. Un prestito-ponte da 13 miliardi di dollari (9 a Gm e 4 a Chrysler) per salvare i posti di lavoro, rinnovare la produzione e tagliare i costi e i debiti. Entro marzo 2009. Una “mission impossibile” per i dirigenti delle disastrate corporation automobilistiche, ma sempre meglio della bancarotta “assistita” di cui si era parlato nei giorni scorsi. “Non sarebbe una scelta responsabile” ha detto il presidente Usa, “in questa congiuntura economica un collasso dell’auto aggraverebbe la crisi”. “In altri momenti forse sarebbe stato più giusto punire il management con il fallimento” ha aggiunto, cercando di salvaguardare un minimo della sua ideologia liberista. In cambio dei finanziamenti, il Tesoro riceverà warrants legati ad azioni senza diritto di voto.
Per aver accesso ai prestiti le due giganti dell’auto dovranno sottostare a una serie di concessioni anche simboliche, tra le quali forti limiti alle paghe dei dirigenti e la rinuncia ai jet privati aziendali. Entro il 30 marzo le aziende dovranno poi raggiungere gli accordi necessari con i creditori, i sindacati, i fornitori in modo da dimostrare di poter tornare finanziariamente e produttivamente sane. In caso contrario il governo (che sarà già presieduto da Obama) potrà richiedere l’immediata restituzione dei soldi.
Una settimana fa il Senato aveva bocciato il piano di sostegno all’industria dell’automobile passato invece alla camera. Decisiva era stata l’opposizione dei repubblicani, che si erano messi contro il loro presidente. Nella misura decisa oggi alcune delle loro richieste sono state accolte, dall’obbligo di ridurre il debito per Gm e Chrysler all’adeguamento salariale con i lavoratori delle industrie straniere, condizioni considerate necessarie e presenti nel piano “alternativo” del senatore Rob Corker.
La preoccupazione del presidente Usa George Bush, nell’ avviare subito un piano di aiuti per il settore auto, era anche quella di non lasciare il problema in eredità al suo successore, Barack Obama. “Ho pensato a cosa avrebbe significato per me” ha spiegato Bush “diventare presidente degli Stati Uniti in questo periodo. Credo che sia una buona politica non scaricargli una situazione ancora più catastrofica”. Per Obama, comunque, non sarà una prova facile: “Il senatore è stato eletto” scrive il NY Times, “anche grazie all’appoggio dei sindacati, bisogna vedere come reagiranno questi ai tagli delle paghe e dei benefit ai lavoratori”.

Un nuovo dibattito anima i blogger cinesi: nessuno sembra accettare il fatto che, il prossimo 20 settembre, tutte le misure adottate dal governo per raggiungere l’obiettivo di una “Cina pulita per le Olimpiadi” verranno definitivamente archiviate. Nonostante molti occidentali abbiano denunciato l’inefficacia dei provvedimenti ecologici adottati da Pechino, chi vive nella capitale anche solo da pochi anni si è accorto della differenza: a partire da qualche settimana prima dell’inizio dei Giochi, la città era meno inquinata, il cielo più azzurro e le strade meno congestionate. Ancora, c’ è chi ha suggerito che le corsie fino a ieri riservate ai veicoli olimpici siano da oggi utilizzate solo dai mezzi di trasporto pubblici. Infine, sembra che un piccolo gruppo di temerari abbia addirittura protestato di fronte ai cancelli di un inceneritore per evitare che, con la sua riapertura, riprendano le emissioni regolari di gas tossici nocivi e inquinanti.
Ai 400.000 residenti che hanno partecipato a queste discussioni, una pseudo risposta il governo di Pechino l’ha data. Dal primo settembre, infatti, in tutto il Paese è entrata in vigore una normativa che prevede l’applicazione di una sorta di “tassa verde” sulle automobili. Presentata come manovra utile per tenere sotto controllo i livelli di inquinamento, di fatto il suo unico scopo è quello di rendere più difficile (e costosa) l’importazione di vetture straniere. Naturalmente senza infrangere le regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, che proprio poche settimane fa aveva richiamato la Cina per aver applicato una serie di tariffe sulle importazioni nel settore dell’auto, andando contro i dettami del libero commercio.
In maniera creativa, il governo di Pechino è riuscito a trovare un modo alternativo per continuare a proteggere l’industria automobilistica nazionale. Da pochi giorni, infatti la Cina ha iniziato a tassare del 40% tutti i veicoli il cui motore ha una capacità superiore a 4,1 litri (il doppio rispetto a prima), del 25% (e non più del 15%) per quelli tra 3 e 4,1 litri, mentre i motori più piccoli, la cui capacità è inferiore a un litro, saranno sottoposti a un aliquota dell’1%, in calo rispetto a quella del 3% applicata fino alla scorsa settimana.
I politici continuano a sostenere che la manovra sia stata studiata apposta per incentivare il consumo di automobili piccole e a basso consumo, quindi meno inquinanti. Probabilmente è solo un caso che sia il mercato cinese a produrre la maggior parte di veicoli di piccola taglia, mentre quelli più grandi vengono importati quasi tutti dall’estero.
Paese che vai, multe che trovi. A monsieur Dupont parcheggiare lungo un boulevard parigino senza pagare il ticket costa 11 euro. Ma se mister Smith sosta nel centro di Londra dimenticandosi le monetine per il parchimetro prende un’ammenda di 80 sterline, 102 euro. Il più comprensivo verso chi lascia l’auto sulle strisce blu scordandosi di pagare è il Comune di Berlino, che lo considera un peccato veniale: solo 5 euro di multa. Molto più severi i vigili di Madrid che, per la stessa infrazione, impongono di pagare 90 euro. A Berna e Lubiana la multa è di 40 euro, 36 a Milano, 15 a Bruxelles, 68 a Copenaghen…
Nell’Europa a 27, dove tutto, dal peso delle uova al colore dei passaporti, tende a essere armonizzato, l’entità delle pene per gli automobilisti colpevoli delle stesse infrazioni è regolata in completa autonomia dalle singole municipalità.
Nessun attacco di panico però per i turisti a quattro ruote che nelle prossime settimane troveranno un foglietto sotto il parabrezza dell’auto (mal) parcheggiata in una capitale europea: per il momento non esiste ancora l’Europol delle multe e i proprietari delle targhe straniere difficilmente vengono individuati. Ma in un prossimo futuro l’Ue vuole introdurre il pagamento delle contravvenzioni al passaggio del confine fra stati membri.
Per evitare contestazioni è ovviamente meglio non avventurarsi nelle zone a traffico limitato (ztl): la trasgressione costa 25 euro a Berlino, 35 a Parigi, 68 a Copenaghen, 70 a Milano e 160 euro a Lubiana. L’ingresso nel centro di Atene è permesso a targhe alterne (controllate quella del giorno). L’inosservanza delle ztl e dei limiti di circolazione nei centri abitati è la principale causa di sanzioni nei comuni italiani: 5,7 milioni di contravvenzioni l’anno, il 60 per cento dei 9,5 milioni di verbali redatti (26 mila al giorno, al ritmo di 18 al minuto). Ancora pochi però se comparati ai 27 milioni di sanzioni subite dai francesi che, per saldarli, nel 2007 hanno versato 2 miliardi di euro alle pubbliche casse.
Gli 8,3 milioni di patentati italiani invece hanno sborsato 1,5 miliardi: il palmarès spetta a Firenze con 117 euro pro capite. Il censimento effettuato in 103 capoluoghi di provincia dalla fondazione Caracciolo dell’Aci ha evidenziato l’importanza di questo introito per i bilanci comunali: nel 2006, per esempio, il Comune di Milano ha riscosso 105,9 milioni di euro in contravvenzioni, destinati ad aumentare con l’introduzione dell’Ecopass (70 euro di ammenda).
Tartassatissimi da quando l’ex sindaco Ken Livingstone nel 2003 ha introdotto la «congestion charge» (pedaggio di 8 sterline per un ingresso in centro), i guidatori londinesi hanno beccato 6,1 milioni di multe nel 2006, quasi il doppio dei 3,3 milioni di sanzioni dei berlinesi. In difesa dei «motorist» britannici sono sorte organizzazioni come Ticketbusters, che aiuta a fare ricorso contro le telecamere, installate ovunque per controllare i guidatori, all’origine del 70 per cento delle contravvenzioni.
Anche l’antica Royal automobile association è scesa in campo: «Le multe per il parcheggio non sono motivate da intralci al traffico, ma dal fatto che i municipi vogliono aumentare le loro entrate. È quasi impossibile guidare a Londra senza essere multati in qualche modo» ha dichiarato Rebecca Bell, uno dei responsabili dell’associazione. L’anno scorso solo nei 12 municipi del centro di Londra sono stati incassati 371 milioni di euro.
Molti comuni offrono sconti ai multati che si affrettano a pagare. A Londra viene dimezzata la «penalty notice» per chi la salda entro 14 giorni. A Madrid, 3 milioni di abitanti e 1,1 milioni di veicoli circolanti, lo sconto è del 30 per cento se si paga entro 2 settimane. Nella capitale spagnola le multe, specie per sosta vietata, fioccano anche perché è quasi impossibile sfuggire ai 1.500 esattori del Ser, Servicio de estacionamento regulado, che controllano i parchimetri cittadini con grande attenzione (basta sforare di un minuto per essere multati).
«Il parcheggio a pagamento serve per incentivare i madrileni a usare metrò e autobus: proprio per questo il tempo massimo di un ticket è un’ora» ha dichiarato il sindaco madrileno Alberto Ruiz-Gallardón. La città di Madrid incassa 46 milioni di euro l’anno in multe, quasi l’1 per cento del suo bilancio. L’ammenda più cara, 300 euro, è per chi lascia l’auto in seconda fila, atto di grande maleducazione che ai milanesi costa invece solo 36 euro.
Pur usando la bicicletta come mezzo di trasporto preferito, i 505 mila abitanti di Copenaghen nel 2007 hanno totalizzato 23 milioni di euro in multe. «In percentuale rappresenta lo 0,68 del bilancio cittadino» nota Venlig Hilsen, funzionaria comunale.
Nella capitale danese, come in quasi tutte le città europee, le contravvenzioni si possono pagare via internet. I più solleciti a saldare sono gli svedesi, anche perché a chi non provvede in tempo l’amministrazione preleva l’importo dal conto bancario. Non solo, viene segnalato come moroso e per 3 anni non può accedere a prestiti o rinnovare il contratto d’affitto.
I francesi invece restano affezionati al vecchio «francobollo multa». Lo si compra dal tabaccaio, lo si incolla sulla contravvenzione e si spedisce al centro d’incasso di Rennes. l
(hanno collaborato Alex Andersen, Matteo Manzonetto, Gian Antonio Orighi,Walter Rauhe, Alberto Toscano, William Ward)
Cercare l’anima gemella fotografando le targhe delle automobili in strada: una moda diffusa fino a poco tempo fa nello stato indiano del Madhya Pradesh, dove i guidatori potevano scattare con il cellulare fotografie delle altre vetture e inviarle al Dipartimento della motorizzazione, ricevendo in risposta sul proprio cellulare nome, indirizzo e numero di telefono del proprietario. L’eccesso di trasparenza della burocrazia indiana è diventato una violazione della privacy: gli uomini hanno scattato fotografie alle targhe per cercare nuove amicizie femminili. Con il risultato che sono arrivati reclami e il servizio è andato in tilt per l’eccessivo numero di richieste. Infine, la decisione di sospendere il riconoscimento digitale delle targhe.
Cellulari e automobili sono protagonisti di un’altra storia di persone in cerca dell’anima gemella, questa volta in Arabia Saudita: “Per il mio ultimo libro ho cercato di capire come ci si dà appuntamento in un paese musulmano” ha raccontato la giornalista Lilli Gruber in un recente convegno a Milano “e ho visto che le donne percorrono in macchina una strada più volte, incrociano gli sguardi degli uomini che passeggiano sui marciapiedi e poi si lanciano un bigliettino dal finestrino”. Nel foglietto accartocciato c’è il numero di un cellulare: l’appuntamento, poi, viene fissato in un centro commerciale.
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