
Lobsang Sengay (AP Photo/Ashwini Bhatia)

Così
come era stato previsto, sarà il guirista
Lobsang Sangay, 42 anni, la nuova
guida politica del Tibet. Il docente di Harvard nato e vissuto in esilio ha raccolto 27.051 preferenze, pari al 55% dei voti, nelle
elezioni volute e organizzate dal
Dalai Lama per ”garantire ai tibetani una nuova
guida politica, un riferimento affidabile e legittimo per il prossimo futuro, soprattutto quando lo stesso
Tenzin Gyatso non riuscirà più ad essere così attivo”. Degli 83.400 tibetani con il diritto di volo, ben 49.000 sono riusciti a esprimere la propria preferenza.
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Il premier spagnolo (AP Photo/Charles Dharapak, Pool)
Proprio mentre l’Economist dà alla Spagna il poco ambito titolo di “Grande malato d’Europa” (che toccò all’Italia nel 2005) per la difficile situazione economica del paese, il premier José Luis Zapatero si trova alle prese con una bomba (politica) a orologeria pronta a trasformarsi in un problema nazionale: l’autonomia della Catalogna. Continua
Domenica 1 giugno altre due regioni della Bolivia hanno votato un referendum e scelto l’autonomia con una procedura analoga a quella attivata qualche settimane fa dalla “ricca” Santa Cruz, capoluogo dell’omonimo “dipartimento”, l’equivalente delle nostre regioni. Questa volta, tuttavia, a dire no al centralismo del presidente Evo Morales e a rivendicare un nuovo statuto autonomista sono state due regioni tradizionalmente considerate “povere”, ovvero Beni e Pando, nella zona amazzonica del paese, confinante a nord con il Brasile. Una dimostrazione di come, in realtà, non fosse corretta l’analisi di chi sosteneva che quello di Santa Cruz era un’eccezione causata solo dal reddito e dall’etnia prevalentemente bianca, dal momento che a Beni e Pando la maggior parte della popolazione è meticcia ed è assai rilevante la presenza dei gruppi indigeni come i Sirionó, i Moxeño o e gli Itonoma. Mercoledì 4 giugno, i risultati definitivi hanno sancito ufficialmente la vittoria del “Sì” all’autonomia con maggioranze larghissime: l’80% dei voti a Beni, con un’astensione del 33% e un trionfo ancora più ampio degli autonomisti a Pando, dove i “Sì” sono stati l’82%, con un’astensione però molto alta, pari al 45%. La vittoria degli oppositori del presidente aymara Evo Morales è dunque oramai certa e, a guardare i numeri, schiacciante. Per la cronaca un morto, decine di feriti, urne bruciate e denunce di brogli il bilancio dell’ennesima giornata incandescente nel paese andino.
Come nel caso di Santa Cruz, anche questa volta il governo del primo presidente indio della storia della Bolivia ha definito “illegali” i referendum, ma di certo quest’altra vittoria autonomista non fa altro che approfondire la crisi politica del paese andino e indebolisce notevolmente il governo di Morales. Soprattutto se si considera che dei nove “dipartimentos” in cui è divisa amministrativamente la Bolivia, tre hanno lasciato chiaramente intendere di non essere d’accordo con il “socialismo” del presidente mentre un quarto “dipartimento”, quello di Tarija che concentra l’80% del gas boliviano, voterà un referendum analogo il prossimo 22 giugno e, in base ai sondaggi, sembra scontato che il risultato sarà lo stesso di Santa Cruz, Beni e Pando. “Quello che ci interessa”, ha detto ieri il sindaco di Tarija Mario Cossío, “è conoscere attraverso le urne il desiderio della nostra popolazione in un quadro di legittimità per poi potere parlare tutti assieme e con maggior chiarezza al governo di La Paz”. Dal canto suo Morales minimizza i rischi insiti in questi processi elettorali e punta decisamente al 10 agosto, giorno in cui tutta la popolazione voterà un referendum di revoca del suo mandato. Solo allora si capirà se il futuro del Paese è ancora rappresentato da primo presidente indio della storia boliviana.
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