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Avigdor Lieberman

Israele, toto-nomine per il governo: Lieberman verso gli Esteri

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  • Tags: Avigdor Lieberman, Benjamin Netanyahu, esteri
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Avigdor Lieberman
Se le previsioni sul toto-governo in Israele si riveleranno esatte, la diplomazia dello Stato ebraico si troverà presto a compiere una decisa svolta. A destra. A succedere a Tzipi Livni sulla poltrona di ministro degli Esteri dovrebbe infatti essere Avigdor Lieberman, il fondatore di Israel Beitenu, partito laico di ultradestra uscito rafforzato dalle elezioni dello scorso 10 febbraio, quando ha superato il Labour. Almeno secondo le indiscrezioni pubblicate oggi dal quotidiano Ma’ariv, secondo cui l’ intesa è maturata la scorsa notte in un lungo incontro a quattr’occhi tra Lieberman e il prossimo premier Benjamin Netanyahu. Ma secondo il Likud e Israel Beitenu, i partiti principali della vasta coalizione che andrà al governo, la lista definitiva dei ministri sarà pubblica solo nella seconda metà di marzo. Le consultazioni sono lungi dall’essere concluse e il capo del Likud dovrà accontentare tutti i partiti, da quello di Lieberman agli ultraortodossi dello Shas. Non un’impresa facile. Non sono poi escluse sorprese: oggi Ehud Barak, il ministro della Difesa e leader del Labour uscito sconfitto dalle elezioni, ha detto che il suo partito non escluderebbe a priori un sostegno al governo: ”la maggioranza della popolazione e dei membri del Partito Laburista è a favore di un governo di larga unita”.
Barak ha tuttavia posto come condizione l’esclusione dal dicastero della Giustizia di Daniel Friedman, un tecnico sgradito alla corporazione dei magistrati che Lieberman - minacciato da alcune inchieste - vorrebbe invece confermare. Una linea, quella di Barak, sconfessata da altri esponenti laburisti e che darebbe il risultato paradossale di vedere una coalizione sinistra-destra che esclude solo il partito di centro Kadima, quello che ha ottenuto più seggi nella Knesset.
Non si sa come la nomina di un falco come Lieberman verrebbe accolta nelle cancellerie del resto del mondo, a cominciare dal primo alleato di Israele: gli Stati Uniti. Per il momento, l’ambasciatore israeliano a Washington Sallai Meridor ha rassegnato a sorpresa le proprie dimissioni, negando però di averlo fatto per risentimento personale verso Netanyahu. ”E’ certo prerogativa di un premier di nominare una persona di sua totale fiducia come ambasciatore negli Stati Uniti”, ha spiegato alla radio militare. Le relazioni fra i due Paesi, ha aggiunto, sono ”più solide ancora di quanto si pensi”, si basano ‘’su radici e valori molto profondi” e dunque a suo parere non vanno sovrastimate le divergenze di opinione che potrebbero emergere fra la Amministrazione democratica di Barack Obama e l’esecutivo che sta prendendo forma a Gerusalemme. Mentre con la nomina di Lieberman si potrebbe avere un riavvicinamento tra Israele e la Russia, vista la provenienza dello stesso fondatore di Israel Beitenu (nato in Moldavia) e di molti dei suoi votanti, ebrei di origine russa.

  • emanuele rossi
  • Venerdì 6 Marzo 2009

Il viaggio di Hillary a Gerusalemme: l’alleanza con Israele è salda

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  • Tags: Avigdor Lieberman, Benjamin Netanyahu, Gerusalemme, Hillary Clinton, Israele, Labour-Party, Likud, Tzipi-Livni
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Israele

Si sono parlati. E lo hanno fatto con chiarezza, diretti, senza peli sulla lingua. La basi per un (nuovo) rapporto di fiducia (nonostante le differenze tra la nuova amministrazione statunitense e il futuro governo di Gerusalemme) sembrano essere state poste dopo la giornata di incontri tra il Segretario di Stato Hillary Clinton e la leadership israeliana.

Il più atteso, quello con Benjamin Netanyahu, l’uomo incaricato di formare il nuovo esecutivo, sembra essere stato il più franco - come si dice in diplomazia; una vero e proprio chiarimento. “It was deep, important and good“. È stato importante, produttivo e abbiamo affrontato i temi in profondità, ha detto il leader del Likud, dopo il faccia faccia con il numero uno della diplomazia statunitense. “Abbiamo trovato un terreno comune, per raggiungere l’obiettivo comune che i nostri paesi hanno in questa regione” ha detto Netanyahu. I due hanno discusso del rapporto con i palestinesi e del dossier Iran. Su Teheran, dicono le indiscrezioni, Bibi è stato molto netto, così come aveva fatto anche il ministro della difesa e la guida del partito laburista Ehud Barak: segnale verde al tentativo di Barack Obama di trovare un canale di dialogo diretto con gli ayatollah per convincerli a rinunciare all’”avventura” atomica, ma solo se Washington metterà una deadline, una data ultimatum entro la quale l’Iran dovrà rinunciare all’arma nucleare, pena, in caso contrario, sanzioni e - eventuale - opzione militare, mai ritirata dal tavolo. Su questo, Hillary Rodham Cliton sembra aver convenuto con i suoi interlocutori. E ciò proprio nella giornata in cui, il Dipartimento di Stato ha annunciato la missione di due inviati speciali a Damasco per discutere con il regime siriano, una svolta rispetto all’atteggiamento della precedente amministrazione. Ma il nuovo approccio statunitense con Bashir Al Assad non sembra voler dire che Washington abbia intenzione di “accettare” sull’altro fronte, quello iraniano, l’agenda di Teheran sulla corsa all’atomica sciita. Se su questo tema, la comprensione tra il Segretario di Stato Usa e i suoi partners sembra essere stata “forte”; sull’altro dossier caldo, i rapporti con i palestinesi, i distinguo sono emersi a seconda di chi, Hillary Clinton si è trovata davanti.

Nella conferenza stampa dopo il meeting con Tzipi Livni, il ministro degli esteri israeliano e numero uno di Kadima, l’ex first lady ha detto con molta nitidezza che la Casa Bianca punta alla nascita di uno Stato palestinese, come “soluzione indispensabile per porre termine al conflitto israelo-palestinese”. La Livni non ha bocciato l’uscita. Anzi. Ma,ieri, il grande quesito era: cosa dirà il leader del Likud, visto che non ha mai appoggiato lo schema “Due popoli, due Stati“, ma anzi l’ha sempre osteggiato? E cosa farà il suo governo - soprattutto nel caso in cui la coalizione formata sia quella di estrema destra - se le pressioni americane continueranno in futuro per arrivare, a tutti i costi, a quella soluzione? La curiosità non è stata soddisfatta. Clinton e Netanyahu sono rimasti molto abbottonati nelle dichiarazioni fatte dopo l’incontro. I collaboratori del futuro primo ministro di Gerusalemme hanno però voluto far sapere che, comunque, un’apertura c’è stata.

Il leader del Likud si sarebbe detto disponibile a “intraprendere” negoziati politici con l’Autorità Nazionale Palestinese, andando ben oltre quelle trattative su accordi economici tra le parti di cui aveva parlato nel passato. “Mi sembra molto difficile che negli anni del mandato di Barack Obama possa nascere uno stato palestinese” - dice Michia Pomerance, politologa dell’Università Ebraica di Gerusalemme, grande esperta dei rapporti tra Stati Uniti e Israele. “Certo, dipenderà molto dalle condizioni politiche, ma mi sembra sempre più evidente che l’opinione pubblica israeliana sia impreparata a tale soluzione”. Secondo la docente, la Casa Bianca perseguirà questo obiettivo, ma, probabilmente, senza riuscire a centrarlo. Comunque, quello che è emerso dagli incontri di Hillary Clinton è che il rapporto tra Washington e Gerusalemme sia ancora ben saldo, difficilmente, veramente scalfibile. Non è un caso che il Segretario di Stato abbia detto con molto chiarezza che il suo esecutivo “lavorerà con qualunque governo rappresenti la volontà
democratica della popolazione israeliana”. Non certo un appoggio incondizionato, ma la dimostrazione di una vera volontà di collaborazione con l’alleato di sempre in Medioriente.

La visita di Clinton in Israele (France 2)

  • michele.zurleni
  • Mercoledì 4 Marzo 2009

Tzipi Livni: “Non entro in un governo di estrema destra”

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  • Tags: Avigdor Lieberman, Benjamin Netanyahu, Gerusalemme, Israele, Labour-Party, Likud, Tzipi-Livni
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Tzipi Livni

Bibi Netanyahu sarà il prossimo premier israeliano. Tzipi Livni, leader del centrista Kadima, partito di maggioranza relativa alla Knesset, potrebbe passare all’opposizione non volendo fare da «foglia di fico a un governo di estrema destra» che comprenda, oltre al Likud, anche la formazione arabofoba di Avigdor Lieberman e le altre formazioni ultrareligiose Shas (11 seggi), Jewish Home (3 seggi) e National Union (4 seggi). Un’ora dopo il conferimento dell’incarico al leder del Likud, è stata la stessa Tzipi Livni, già ministro degli Esteri del governo Olmert, a comunicare, con un sms a 80 mila simpatizzanti, quale sarebbe stata la strategia del partito se Netanyahu non accetterà una staffetta al vertice e soprattutto se insisterà a voler imbarcare i piccoli partiti oltranzisti: «Passiamo all’opposizione. Firmato Tzipi». «Oggi sono state gettate le basi di un governo di estrema destra guidato da Netanyahu», ha aggiunto. «Quella non è la nostra strada, non abbiamo niente da spartire con un governo del genere».

Nella complicata partita aperta dopo le elezioni del 10 febbraio, è stato dunque il leader del Likud a spuntarla sulla sua rivale. Ma Shimon Peres, che viene dalle fila del Labour e dal 2005 milita in Kadima, farà oggi un ultimo, irrituale, tentativo di convincere Tzipi Livni e Bibi Netanyahu a formare un governo allargato con i tre maggiori partiti: Likud (27 seggi), Kadima (28 seggi), Ysrael Beitenu di Lieberman (15 seggi), ma senza le formazioni ultraortodosse e nazionaliste che sposterebbero verso l’estrema destra l’ago della politica israeliana. È l’unica ipotesi, lo ha detto personalmente al quotidiano Haaretz, che troverebbe d’accordo la stessa Tzipi Livni.  C’è poi anche la questione della staffetta a metà legislatura, che Bibi - secondo Livni - continua ostinatamente a rifiutare. La posizione della Livni, insomma, è chiara: governo a tre e staffetta al vertice. Altrimenti, opposizione. Durissima. Tanto, pensano in Kadima, un governo di estrema destra, con 65 deputati dei 120 della Knesset, non avrebbe vita facile. E finirebbe fatalmente per essere travolto.

L’ipotesi di un governo a tre trova d’accordo anche Lieberman.  E’ convinto, il leader di Ysrael Beitenu, che un governo di coalizione con soli 5 deputati di maggioranza, e con il maggiore partito all’opposizione, finirebbe per essere impallinato in Parlamento. Non durerebbe. Entro il fine settimana tutto dovrebbe essere più chiaro.

  • redazione
  • Venerdì 20 Febbraio 2009

Lieberman: Sì a Netanyahu premier. Un governo di destra per Israele?

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  • Tags: Avigdor Lieberman, Benjamin Netanyahu, Gerusalemme, Israele, Shimon-Peres, Tzipi-Livni
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Avigdor Lieberman

Un governo di destra per Israele. Sta prendendo quota, a Gerusalemme, l’ipotesi di una grande coalizione con i tre maggiori partiti usciti dalle elezioni del 10 febbraio. Confermando le indiscrezioni anticipate poco prima dalla radio dell’Esercito, l’ultranazionalista leader di Ysrael Beitenu (15 seggi) Avigdor Lieberman, la vera sorpresa di queste elezioni, ha suggerito al presidente Shimon Peres di designare il numero uno del Likud Benyamin Netanyahu (27 seggi) quale nuovo primo ministro dello Stato ebraico: a patto però che il futuro esecutivo sia appoggiato da una vasta coalizione che comprenda anche il centrista Kadima (28 seggi) guidato dalla stessa Livni, che Lieberman vorrebbe confermare agli Esteri.

Ora la palla a Shimon Peres, attualmente impregnato nelle consultazioni, e chiamato a conferire, probabilmente prima del fine settimana,  l’incarico. Tzipi Livni, ex ministro degli Esteri del governo Olmert, ha il vantaggio di guidare il partito con un maggior numero di deputati. Ma Netanyahu può contare, almeno sulla carta, su una maggioranza di destra di almeno 65 deputati, comprese le formazioni ultrareligiose come lo Jewish Home (3 seggi) e lo Shas (11 seggi). Il Labour di Ehud Barak (13 seggi), uscito con le ossa rotta dalle elezioni del 10 febbraio, è invece fuori dai giochi nonostante Peres, oggi in Kadima, provenga proprio dal campo laburista. Barak non ha indicato a Peres nessun premier.
Per formare una coalizione di maggioranza in Israele occorrono sessantun seggi dei 120 presenti alla Knesset. Ma una maggioranza risicata non può dare a Israele la necessaria stabilità per affrontare le questioni di politica estera ancora aperte. Dalle trattative per la liberazione di Gilat Shalit in cambio della riapertura dei valichi di frontiera con Gaza al dossier nucleare iraniano. Fino ai colloqui di pace con il presidente Abu Mazen. Su questi punti che riguardano la sicurezza dell’area, si sa che il neopresidente americano si augura per lo Stato ebraico un governo di coalizione con la Livni premier o, in alternativa, non troppo sostato sulle posizioni più oltranziste. Ma questa è una questione che riguarda la sovranità di Israele. E potrebbero  non mancare le sorprese.


PARTITI ISRAELIANI

SEGGI (tot:120)

VOTI
Kadima (centro) 28 23
Likud (centrodestra) 27 21
Yisrael Beitenu (estrema destra) 15 12
Laburisti (centrosinistra) 13 10
Shas (ultraortodosso) 11 9
United Torah Judaism (ultraortodosso) 5 4
Meretz (sinistra) 3 3
Jewish Home (destra religiosa sionista) 3 3
National Home (destra religiosa) 4 3
Haddash (comunisti) 4 3
United Arab List (arabo-israeliano) 4 4
Balad (arabo-israeliano) 3 3
  • redazione
  • Giovedì 19 Febbraio 2009

Israele: Grande Coalizione con Netanyahu premier?

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  • Tags: Avigdor Lieberman, Benjamin Netanyahu, Gerusalemme, Israele, Labour-Party, Likud, Tzipi-Livni
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net_tzipi

La partita a scacchi è appena iniziata. Il finale potrebbe essere a sorpresa. Nulla sembra scontato nella fluida situazione politica israeliana nel dopo elezioni. La via di un governo di Unità Nazionale, nelle ultime ore, sembra essere la più praticabile, ma non è detto che, alla fine, salti tutto, o si va vada addirittura a una Grande Coalizione. Per ora, sono solo supposizioni avanzate da esperti e analisti che tentato di leggere in controluce le mosse e le dichiarazioni dei protagonisti.

Avversari fino a ieri, i due vincitori delle elezioni, il leader di Kadima Tzipi Livni e quello del Likud Benjamin Netanyahu potrebbero trovare un’intesa per stare al governo insieme. Con accanto a loro, il King Maker delle urne, quel Avigdor Lieberman che è riuscito a far diventare il suo, il terzo partito della Knesset.

Nelle ore seguenti alla chiusura dei seggi, c’è stata una girandola di incontri, contatti, trattative. Alla fine, sembra essere tramontata , ma non scomparsa del tutto, la possibilità che Tzipi Livni possa diventare la “Nuova Golda Meir“, la seconda donna a raggiungere la poltrona di capo del governo in Israele, nonostante Kadima sia il primo partito in parlamento, seppur solo con un seggio di vantaggio sul Likud. Troppe per le lei le difficoltà a costruire una coalizione. “Abbiamo vinto la battaglia, ma perso la guerra” hanno detto fonti informali di Kadima. Di fronte a questa constatazione, “Bibi” Netanyahu è diventato (quasi) sicuro di poter ottenere dal presidente Shimon Peres il mandato. E avrebbe offerto alla Livni di entrare nel suo esecutivo con il rango di ministro degli esteri, mentre all’altro grande notabile di Kadima, Shaul Mofaz, andrebbe la Difesa. “Questo passaggio, allo stato attuale, sembra essere abbastanza sicuro, anche se invito alla prudenza ” dice Yoav Peled, professore di Scienze Politiche all’Università di Tel Aviv. “La possibilità che Kadima e Likud diventino partners nell’esecutivo sono molto alte. Non scordiamoci che il primo nasce come costola - più moderata - del secondo”. Per il politologo israeliano è scontato che anche Lieberman diventi l’altro pilastro della coalizione. “Sappiamo che Netanyahu gli ha offerto il ministero delle finanze, uno dei più importanti, ma non è detto che poi viri su altri dicasteri, come quello delle Infrastrutture comunque, molto significativo perché ha un ruolo nella politica degli insediamenti”. Questo scenario, sulla carta, prevederebbe quindi la nascita di una coalizione di governo di centro destra, dove Kadima fungerebbe da peso moderato per bilanciare la presenza dei partiti ultra ortodossi di impostazione religiosa come lo Shas o l’Unione Nazionale di Yaakov Katz. I quali, comunque, dovrebbero trovare un modus vivendi con Avigdor Lieberman.

politici

Per diverse ore, il giorno dopo le elezioni, questa sembrava la soluzione più probabile. Poi però, un’altra dichiarazione l’ha messa in dubbio. Rilanciando la Grande Coalizione. Per rilanciare la Livni. Il ministro degli Interni Meir Sheetrit, un altro dei nomi di punta di Kadima, ha affermato in una intervista che il suo partito non entrerà mai dentro un governo di “estrema destra” , come l’ha definito. “Siamo disposti ad allearci con Benjamin Netanyahu” ha detto Sheetrit “ma non in un esecutivo così condizionato dalle formazioni più oltranziste” . E ha invitato il leader del Likud a cercare un’intesa con il grande sconfitto delle elezioni, il partito laburista di Ehud Barak. Un governo a tre, guidato da “chi ha preso il numero maggiore di seggi alla Knesset”. Quindi Tzipi Livni. Impossibile però che Bibi le ceda la poltrona di primo ministro. E poi, per questa soluzione, si dovrebbe avere l’assenso dei laburisti. Il vertice della formazione che fu di Yitzhak Rabin avrebbero scelto l’opposizione in parlamento: una lunga marcia nel deserto per ripensare alla propria “missione politica”. “Non mi stupirei invece di rivederli al governo - sbotta secco Yoav Peled, il politologo di Tel Aviv - “Ehud Barak vorrebbe rimanere al ministero della Difesa. Certo, ha poche chance, ma se le giocherà”. Insomma, per ora il rebus di quale governo guiderà Israele nel prossimo futuro non è stato ancora risolto. Shimon Peres dovrà districarsi tra i veti, le mosse, le finte dei leader politici israeliani per arrivare a dare un esecutivo stabile al suo paese. La partita a scacchi prosegue. In attesa della mossa decisiva. E con una quasi certezza. Al posto del guidatore, ci sarà Bibi” Netanyahu. 


PARTITI ISRAELIANI

SEGGI (tot:120)

VOTI
Kadima (centro) 28 23
Likud (centrodestra) 27 21
Yisrael Beitenu (estrema destra) 15 12
Laburisti (centrosinistra) 13 10
Shas (ultraortodosso) 11 9
United Torah Judaism (ultraortodosso) 5 4
Meretz (sinistra) 3 3
Jewish Home (destra religiosa sionista) 3 3
National Home (destra religiosa) 4 3
Haddash (comunisti) 4 3
United Arab List (arabo-israeliano) 4 4
Balad (arabo-israeliano) 3 3
  • michele.zurleni
  • Giovedì 12 Febbraio 2009

Israele: Livni avanti di un seggio, ma lontana dal governo

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  • Tags: Avigdor Lieberman, Benjamin Netanyahu, capo, elezioni, Israele, Kadima, Likud, Shimon-Peres, Tzipi-Livni
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Tzipi Livni

L’ha battuto lì, sul filo di lana, dopo una lunga rincorsa. Partita come perdente, alla fine ha vinto le elezioni. Di un solo metro, di un solo seggio alla Knesset. Ma questo risultato potrebbe rivelarsi insufficiente per essere la seconda donna, dopo Golda Meir, a guidare il governo di Gerusalemme. Oggi, Israele si è svegliato con due primi ministri in pectore: Tzipi Livni, la leader che ha condotto Kadima alla vittoria nelle elezioni politiche, e Benjamin Netanyhau, il numero uno del Likud. Loro due si contenderanno la poltrona più importante. I risultati finali, il responso delle urne, indicano un panorama politico ancora più frammentato del previsto, anche se, alla fine, le previsioni di diverse analisti dovrebbero essere confermate: sarà necessario un governo di unità nazionale, che comprenda i maggiori partiti per governare il paese.
Con un’incognita: che ruolo giocherà il super-falco Avigdor Lieberman?
Dopo una notte di attesa, lo spoglio definitivo ha indicato che Kadima è il primo partito della Knesset. 28 seggi, contro i 29 della precedente legislatura. Il Likud si è fermato a quota 27, guadagnando però 15 seggi rispetto al precedente parlamento. Terza forza, Israel Beiteinu, che ha ottenuto 15 mandati, qualche cosa in meno rispetto a ciò che avevano promesso i sondaggi alla vigilia, ma comunque un risultato in grado di far compiere lo storico sorpasso alla formazione di estrema destra di Lieberman nei confronti del Partito Laburista, sceso (crollato) da 19 a 13 seggi. Discreto anche la prestazione dell’ ultraortodosso Shas, che ha ora 11 parlamentari, mentre invece è andato male - ma si sapeva - il Meretz (sinistra) la cui campagna elettorale era stata nobilitata dalla presenza di scrittori del calibro di Amoz Oz e David Grossman.

Già dopo l’uscita dei primi exit polls, sia Tzipi Livni, sia Benjamin Netanyhau hanno reclamato la vittoria chiedendo, di fatto, a Shimon Peres di affidar loro l’incarico per formare il nuovo governo. Teoricamente, il presidente israeliano dovrebbe darlo al leader del maggiore partito del parlamento, quindi alla Livni. Ma questa soluzione non è per nulla scontata. Anzi. La “nuova Golda Meir” non dispone che del sostegno teorico di 55 deputati. Troppo pochi per avere la maggioranza necessaria (61) alla Knesset. Inoltre, questo blocco moderato, con venature di centrosinistra comprenderebbe anche gli undici eletti dei partiti arabi con i quali Tzipi Livni non vuole stringere un’alleanza. Da quella parte la strada è sbarrata. Non è un caso che il numero uno di Kadima, nella sua prima dichiarazione dopo il voto, abbia chiesto al suo (eterno) rivale di unirsi a lei per formare un governo di unità nazionale. Il leader del Likud ha glissato.
Vero che il suo risultato è stato inferiore alle attese. Grazie soprattutto al voto degli indecisi - ma anche degli elettori del centrosinistra e del Meretz - che, all’ultimo, si è riversato nelle casse di Kadima per bloccare l’ascesa dell’ultra falco Lieberman.
Ha mancato il colpo grosso, Benjamin Netanyhau fallendo il sorpasso nei confronti del partito di Livni e Olmert. Ma, ha molte più frecce nel suo arco. Prima di tutto, sulla carta, ha i numeri per governare. Con il sostegno dell’estrema destra e delle formazioni religiose, Netanyhau appare in migliore posizione per formare una coalizione governativa, sulla base di una maggioranza di 65 deputati su 120. Già Avigdor Lieberman ha fatto sapere di essere disponibile a entrare nell’esecutivo guidato dall’ex suo mentore quando era anch’egli nel Likud.

Ma un’alleanza di estrema destra sarebbe osteggiata da molti. Prima di tutto dagli Stati Uniti. Barack Obama da tempo punta su Tzipi Livni per aprire una nuova stagione di dialogo tra arabi e israeliani. Lo stesso Shimon Peres avrebbe delle perplessità nel dare il via libera a un esecutivo che rischierebbe l’isolamento sul piano internazionale. Ma il meno convinto, potrebbe essere proprio Benjamin Netanyhau. Rischierebbe di rimanere ostaggio dei suoi imprevedibili alleati, prima fra tutti il leader di Israel Beiteinu. In questo quadro è quindi possibile che il leader del Likud possa decidere di accettare la formula del governo di unità nazionale, con Kadima e Laburisti, ma chiedendo, in cambio, di guidarlo al posto di Tzipi Livni. A quel punto, la presenza nella coalizione di Avigdor Lieberman risulterebbe ininfluente. Potrebbe anche essere lasciato ai margini. O usato come spauracchio con chi, tra Tzipi Livni e Ehud Barak, minacci, in futuro, di lasciare la coalizione. Per ora, si tratta solo di scenari. La partita del dopo Olmert, il primo ministro uscente, è appena iniziata.


PARTITI ISRAELIANI

SEGGI (tot:120)

VOTI
Kadima (centro) 28 23
Likud (centrodestra) 27 21
Yisrael Beitenu (estrema destra) 15 12
Laburisti (centrosinistra) 13 10
Shas (ultraortodosso) 11 9
United Torah Judaism (ultraortodosso) 5 4
Meretz (sinistra) 3 3
Jewish Home (destra religiosa sionista) 3 3
National Home (destra religiosa) 4 3
Haddash (comunisti) 4 3

United Arab List
(arabo-israeliano)
4 4
Balad (arabo-israeliano) 3 3
  • michele.zurleni
  • Mercoledì 11 Febbraio 2009

Israele: alta affluenza alle urne

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  • Tags: Avigdor Lieberman, Benjamin Netanyahu, Gerusalemme, Israele, Labour-Party, Likud, Tzipi-Livni
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Un’affluenza alle urne più alta di alcuni punti percentuali rispetto alle politiche del 2006 caratterizza l’odierna giornata di votazioni in Israele. Il tempo inclemente, che ha dissuaso gli israeliani dall’approfittare del giorno festivo per andare in gita, sembra aver contribuito alla partecipazione al voto relativamente alta, che alle ore 18 locali (le 17 in Italia) è stata del 50%, secondo quanto ha riferito la commissione elettorale centrale. I partiti in lizza sono 31, ma solo una decina dovrebbe superare il quorum minimo del 2% per entrare alla Knesset.

Polizia ed esercito restano in stato di allerta in previsione di possibili attentati, mentre gli accessi in Israele dalla Cisgiordania sono stati chiusi ai palestinesi, ad eccezione di urgenti casi umanitari. Le operazioni di voto si sono finora svolte in modo ordinato, e poche sono state le irregolarità denunciate. Stamane però un incidente che poteva degenerare in dimensioni più ampie è avvenuto nella città araba di Umm el-Fahem (60 Km. a nord di Tel Aviv), dove sono scoppiati disordini quando un deputato di estrema destra, Aryeh Eldad (Unione nazionale), ha cercato di raggiungere una sede elettorale. Eldad tentava di sostituire l’estremista di destra Baruch Marzel, a cui la polizia aveva vietato l’accesso a Um el-Fahem per motivi di ordine pubblico. Ma anche Eldad davanti alla violenta reazione di un gruppo di abitanti ha dovuto fare marcia indietro.

Le elezioni sono seguite con grande interesse e anche con non poca apprensione dai palestinesi, che temono una forte crescita della destra, prevista da tutti i sondaggi. Un allarme di cui si e’ fatto espressione il negoziatore capo palestinese Abu Ala (Ahmed Qrei). Un esponente di Hamas a Gaza, Fawzi Barhum, ha detto che “si illude chi si aspetta un cambiamento della politica israeliana” con i palestinesi. Le urne chiuderanno alle ore 22 (21 in Italia) e subito dopo le Tv e le radio locali daranno i risultati dei diversi exit poll.

  • redazione
  • Martedì 10 Febbraio 2009

Elezioni israeliane: perché la destra ha sfondato tra i giovani

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  • Tags: Avigdor Lieberman, Benjamin Netanyahu, Gerusalemme, Israele, Labour-Party, Likud, Tzipi-Livni
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netanyahu
LEGGI ANCHE: La guerra e la pace vista con gli occhi degli israeliani. Reportage da Gerusalemme - Grande coalizione in vista? - Alta affluenza alle urne nonostante il maltempo 

Non ha dubbi, Anna Momigliano, la giovane giornalista milanese che, con Karma Kosher, ha raccontato la straordinaria stagione delle speranze  degli anni Novanta, quando ai giovani israeliani sembrava davvero che la pace dei coraggiosi fosse a portata di mano. «In questa campagna elettorale il grande assente è il movimento pacifista israeliano. Oggi, rispetto ai tempi delle grandi mobilitazioni per la pace, la scelta è tra una destra che propone sicurezza senza compromessi e un centrosinistra pragmatico e moderato che chiede, con tutte le cautele del mondo, di portare avanti il processo di pace. Non c’è più nulla insomma - rimarca - degli ideali che si respiravano allora».
Che il cuore di Israele si sia indurito, e che il Peace Camp, il fronte pacifista, stia ormai smobilitando, lo si deduce da altri segnali. Per esempio, da come le forze politiche hanno reagito all’Operazione Piombo Fuso a Gaza. «C’è stato un grandissimo sostegno, totale, all’operazione bellica. E né Meretz, né Peace Now», aggiunge riferendosi a due forze che hanno costituito l’ossatura del movimento pacifista degli anni 90, «hanno sollevato alcuna critica sostanziale alla guerra».
Per spiegare le ragioni del sì generalizzato all’Operazione di Gaza, in una società abituata a dividersi e discutere su tutto, questa scrittrice che ha vissuto in Israele ai tempi degli accordi di Oslo elenca tre fattori. Tutti decisivi in un contesto come quello israeliano dove la guerra è quasi sempre guerra per la sopravvivenza. E dove tutto il dibattito elettorale ruota attorno al tema della sicurezza: «Il primo fattore che spiega il sì generalizzato al conflitto è che a Gaza, a differenza che in Libano nel 2006, non sono morti tanti soldati israeliani. Il secondo è che questa volta Israele è stata attaccata da Gaza nonostante l’abbia abbandonata nel 2005. Per molti pacifisti della Generazione Rabin è stato terribile: come ammettere che l’assioma “Terra in cambio di Pace”, il mantra della sinistra rabiniana negli anni 90, si è rivelato un’illusione». Ma c’è anche dell’altro. Perché, dice cercando di spiegare i motivi della probabile affermazione delle forze di destra, «questa volta, a differenza che in Libano nel 2006, il governo è stato abilissimo a ridurre la libertà di movimento dei media sul terreno. Il risultato è che sono state trasmesse poche immagini della tragedia di Gaza e che i pacifisti di conseguenza non si sono mobilitati».
«Oggi i giovanissimi - continua - guardano a Liberman, il leader dell’estrema destra» che i sondaggi danno come terzo partito, persino prima del Labour di Barak. Sulle ragioni del possibile exploit elettorale di questo ex buttafuori moldavo che ha fatto della campagna contro gli arabo-israeliani un suo cavallo di battaglia, Momigliano spiega: «Ha cavalcato l’ondata antipolitica ma è stato anche molto abile a sfruttare le dichiarazioni filo-Hamas di alcuni deputati arabo-israeliani su Youtube e sui siti di social network mentre sul Negev piovevano i razzi». Una mossa di grande impatto emotivo in una società giovane dove la maggioranza ha meno di trent’anni e i ricordi dei ventenni, che per la prima volta si recano alle urne, si fermano alla seconda Intifada, ai tempi dei kamikaze e delle bombe umane. Delle speranze di quindici anni fa, insomma, non c’è più traccia. «L’uomo di sinistra Barak parla la stessa lingua dei generali», ha sintetizzato il regista Amos Gitai.
Quelli che hanno creduto alle speranze di pace degli anni Novanta, la cosiddetta Lebanon Generation, spiega Momigliani, «si sono chiusi nel privato, o votano Kadima o persino il Likud». I pochi che sono rimasti fedeli agli ideali dell’epoca, insieme ai giovanissimi di Tel Aviv, sono invece spesso attratti dalle forze estremiste, residuali. «C’è una piccola parte che è rimasta pacifista e che, di fronte alle delusioni di questi anni, è attratta dai partiti radicali come Hadash», il partito comunista che, stando ai sondaggi, potrebbe passare dall’uno al sei per cento. «Mi auguro che non succeda, spiega, ma potrebbe accadere. I comunisti stanno provando a svuotare Meretz (un partito a sinistra del Labour ndr) e a intercettare i voti dei fighettini di Tel Aviv. Hanno lanciato una campagna martellante nelle discoteche e nei locali per prendere i voti della Tel Aviv cool».

Anche il Labour, il partito di Golda Meyr e Rabin che affonda le sue radici nel sionismo storico dei padri fondatori, è in profonda crisi. La sua piattaforma pacifista di un tempo è ormai alle spalle. I sondaggi indicano che potrebbe diventare addirittura il quarto partito, dopo il Likud, Kadima e Yisrael Beitenu di Liberman. Perché? «Il laburismo sta facendo una campagna tutta incentrata sul successo militare di Barak a Gaza. Cosa tutta da dimostrare: non è stata smantella né Hamas né è finito il lancio di missili sulle città israeliane. E di fatto Barak sta perdendo voti. Perché se uno deve votare per la sicurezza non vota la sinistra, vota il Likud o le forze di destra. E’ naturale», spiega la scrittrice. Che aggiunge: «Oggi i giovani israeliani hanno deciso di fregarsene di tutto. La maggioranza vive per il momento, non pensa al domani, non vuole più saperne del dibattito sul conflitto. E già questa è una posizione. Del resto, di grandi speranze, non ce ne sono più». Il risultato sarà una probabile avanzata delle forze di destra e di centro destra, come prevedono tutti i sondaggi. «Poi - conclude la giornalista - si andrà a un governo di larghe intese, con l’accordo di almeno due grandi forze politiche. Perché Netanyahu, più che a Liberman, ha interesse a un accordo con il Labour o con Kadima». E Barak potrebbe essere disponibile: «I laburisti hanno esaurito il loro ruolo storico, si offrono come partner in qualsiasi coalizione, incluse quelle di destra», ha sintetizzato Amos Oz. Lui, il più celebrato scrittore israeliano, voterà come Abraham Yeoshua per «Meretz e per la pace». Un piccolo segnale per tenere accesa la fiammella della pace in un Paese che, alla speranza di un accordo con i suoi nemici, sembra ormai aver scelto il disincanto e la paura del futuro.

  • paolo.papi
  • Martedì 10 Febbraio 2009
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