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Baghdad

Elezioni in Iran: Mousavi il riformista sfida Ahmadinejad

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  • Tags: Baghdad, Iran, Mahmoud Ahmadinejad
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Si sono proposti in 475 e poco meno di un decimo sono donne. Ma in realtà la rosa di nomi fra cui gli iraniani sceglieranno il loro prossimo Presidente sarà molto più ristretta, visto che tutti i “candidati” dovranno passare per le forche caudine dei dodici membri del Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione, per metà nominato dalla stessa Guida Suprema. Di sicuro, lo passerà Mahmoud Ahmadinejad, intenzionato a ricandidarsi e a restare la figura politica di spicco di Teheran. Di sicuro, lo passeranno i suoi due sfidanti più accreditati, Mir Hossein Mousavi e Mehdi Karroubi, di ispirazione riformista. Che magari per batterlo potrebbero giovarsi dei voti che gli sottrarrà Mohsen Rezaie, che come Ahmadinejad è di orientamento più conservatore.

Insomma, il prossimo mese a Teheran si preannuncia bollente: le elezioni sono fissate per il 12 giugno e entro il 21 maggio i nomi degli “ammessi” saranno ufficiali e l’atmosfera rischia di surriscaldarsi ancora. “A morte le patate!”, ha tuonato Mousavi, che nel suo curriculum può vantare di essere già stato due volte il primo ministro iraniano. Uno slogan originale, che a prima vista potrebbe non c’entrare nulla con la tornata elettorale. Ma che è invece un attacco ad Ahmadinejad, che sta facendo ricorso a distribuzioni di cibo (e specialmente di patate, appunto), per guadagnarsi voti. Una mossa obbligata dopo la gestione finanziaria degli ultimi anni, che - nonostante i picchi nel prezzo del petrolio - non ha saputo ridistribuire la ricchezza nel Paese.

Ma nonostante l’Iran sia nel pieno di una crisi provocata dal crollo dei prezzi del greggio e da anni di scelte discutibili che hanno spinto l’inflazione (ufficiale) attorno al 25 per cento e la disoccupazione al 12, Ahmadinejad arriva alla scadenza elettorale fiducioso. E con il supporto, seppur critico, della maggior parte delle fazioni conservatrici, che gli garantisce buone possibilità di successo, considerando anche che, dalla fondazione della Repubblica islamica, nel 1979, non è mai successo che un presidente in carica non venisse rieletto. Il rivale più pericoloso è appunto Mousavi, che può contare sul supporto dell’ex presidente Khatami e che come obiettivi si propone di combattere la disoccupazione giovanile e l’inflazione, portando poi l’Iran ad “avere migliori rapporti con il mondo”.

Ben visto dai conservatori moderati e dai riformisti, Mousavi potrebbe battere Ahmadinejad, ma molto dipende dai risultati dei due outsider Karroubi e Rezaie, rispettivamente ex presidente del Parlamento ed ex comandante dei Pasdaran. Il primo è il più feroce critico di Ahmadinejad e della sua politica, il secondo è un conservatore tout court, anche se ha detto di voler lavorare per “il cambiamento”. Le loro possibilità di vittoria sono poche, ma molto dipenderà da quanti voti sottrarranno ai due candidati principali. Il futuro dell’Iran (e del Medio Oriente) passa anche per le loro mani.

  • matteo.buffolo
  • Martedì 19 Maggio 2009

Iraq, un soldato Usa uccide quattro commilitoni

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  • Tags: Baghdad, esercito-usa, iraq
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Un soldato statunitense ha  aperto il fuoco nella base militare di Liberty, vicino all’aeroporto di Baghdad, uccidendo quattro commilitoni e ferendone altri tre. Poi si è tolto la vita. Probabilmente - fanno sapere fonti militari Usa - aveva problemi di esaurimento nervoso.   Una fonte della Difesa Usa ha spiegato che le vittime sono cinque dipendenti americani,   ma non ha ancora specificato se siano anch’essi soldati. Sulla vicenda è stata aperta un’inchiesta militare. L’attacco porta a 4.292 il numero degli americani morti in Iraq dal marzo del 2003.

  • redazione
  • Lunedì 11 Maggio 2009

A Baghdad torna la paura

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  • Tags: Baghdad, Iran, iraq, sciiti
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Ray Odierno alla guida delle truppe Usa in Iraq

A Baghdad nelle ultime due settimane è tornata la paura. Bombe contro gli sciiti una dietro l’altra, 150 morti e un futuro incerto dopo mesi di speranza e di normalizzazione, con lo spettro degli scontri fra sciiti e sunniti di nuovo dietro l’angolo. E l’esercito del Mahdi, guidato da Moqtada Al Sadr, pronto a scendere di nuovo in strada come nel 2006. “Aspettiamo solo l’ordine e siamo pronti a riscendere nelle strade per combattere ancora”, sussurrano gli ex-miliziani nelle strade irachene. Dopo il cessate il fuoco unilaterale dichiarato da Moqtada Al Sadr un anno fa, il suo gruppo di uomini si è ritirato in buon ordine, mentre l’esercito ufficiale iniziava a prendere il controllo della situazione assieme alle forze americane e inglesi dopo il Surge. Ora, con questi nuovi attentati che sembrano essere diretti verso la popolazione scita, gli uomini sono in subbuglio. “L’Armata del Mahdi è fuori dalle strade per ordine dello stesso al-Sadr – ha spiegato Abu Zaid, uno degli ex combattenti – Basta che lui dica una sola parola e siamo pronti. Fino ad allora, chiunque di noi vada per la strada portando armi, lo trattiamo alla stregua di un nemico”.

Nonostante questo, le forze di sicurezza irachene sono già all’opera: troppi attentati e troppe voci si succedono. “Ci sono informazioni che i nostri nemici stanno raccogliendo le loro forze – ha detto il Generale di brigata Faisal Malik Mohsen – Questo vale per l’armata del Mahdi, per i militanti sunniti e anche per Al Qaeda”. Eppure, anche se dovessero tornare per le strade, gli uomini di al-Sadr sarebbero probabilmente meno efficaci che in passato: grazie all’aiuto degli americani e all’addestramento ricevuto, ora le forze di sicurezza irakene controllano zone prima strettamente nelle mani dei miliziani, come Sadr City nella capitale o il porto di Basra. “Tuttavia ci stiamo preparando – ha continuato il comandante della polizia di Baghdad – Perché la minaccia è concreta”.

Concreta, ma meno che in passato: gli scontri settari difficilmente riusciranno a riprendere con la violenza degli scorsi anni. È cambiato il clima politico e il governo di Nouri al-Maliki è sempre più legittimato sia al di là delle frontiere che all’interno e grosse comunità, sia sciite che sunnite, collaborano all’opera delle autorità. Per questo, nonostante attacchi che fanno temere un’escalation di violenza contro gli sciiti, più che un ritorno dell’Esercito del Mahdi è probabile un intervento deciso della politica, anche se rimane l’incognita di come sarà colmato il vuoto di potere lasciato dal ritiro dei soldati americani. Tutto sembra essere nelle mani di al-Sadr e «solo lui deciderà se il cessate il fuoco (che ha garantito una tranquillità relativa all’Irak nell’ultimo anno) sarà confermato”, come ha spiegato Likha al-Yasheen, una parlamentare a lui vicina. Insomma, una buona fetta dei prossimi mesi di Baghdad passa per le mani di un uomo solo.

  • matteo.buffolo
  • Domenica 3 Maggio 2009

Sangue in moschea: un kamikaze fa strage di pellegrini sciiti

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  • Tags: Baghdad, Iran, iraq, sciiti
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È salito a 60 morti (tra cui 20 pellegrini iraniani) e 125 feriti il bilancio del duplice attentato suicida avvenuto stamane, venerdì 24 aprile, al mausoleo dell’imam al Khadum nel quartiere al Khadumiya di Baghdad, luogo sacro per gli sciiti. Si tratta dell’attentato più sanguinoso compiuto in Iraq dal marzo 2008. Si tratta anche del secondo nel giro di 24 ore che ha per obiettivo pellegrini provenienti dall’Iran. Solo ieri a Moqdadiya, una cittadina a circa 80 km a nord-est della capitale, un attentatore suicida si era fatto esplodere in un ristorante dove si stavano riposando i pellegrini diretti a Najaf e Kerbala. Il bilancio: oltre 50 morti e una settantina di feriti, la maggior parte dei quali iraniani. In soli due giorni, dunque, i morti per attentati suicidi sono 140 e dall’inizio del mese 250. Si inverte così la tendenza che nei mesi scorsi aveva fatto pensare a una riduzione del rischio-attentati.

L’esplosione delle violenze va ricondotta alla guerra inter-religiosa che sta dilaniando il Paese ormai dal 2003. I terroristi e i ribelli, secondo gli esperti consultati dal New York Times, si sarebbe riorganizzati per far esplodere le rivalità settarie nel Paese e indebolire il governo filosciita in vista del ritiro americano entro la fine del 2011. “Il governo sta affrontando la situazione come se avesse già vinto. Si sono rilassati” ha dichiarato Sheik Jalal al-Din Saghir, un parlamentare dello sciita Islamic Supreme Council of Iraq. Certamente, l’arresto avvenuto ieri di Abu Omar al-Baghdadi, il capo della resistenza sunnita filo Al Qaeda, è stato salutato come un successo, una dimostrazione della capacità del governo di decapitare le organizzazioni ribelli. Eppure - scrive sempre il Nyt - alcuni alti ufficiali americani cominciano a chiedersi se quell’uomo, di cui nessuno ha mai visto una foto, esista davvero.

  • redazione
  • Venerdì 24 Aprile 2009

Arrestato Abu Omar al Bagdadi, il capo di al Qaeda in Iraq

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  • Tags: Abu Omar al Baghdadi, Al Qaeda, Baghdad, iraq
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È stato catturato a Baghdad Abu Omar al Bagdadi, il capo di al Qaeda in Iraq, nel corso di una “vasta e precisa operazione portata a termine nell’area della capitale sulla base di informazioni di intelligence” che avevano permesso di localizzarlo. Secondo il generale Qasem Atta, portavoce del centro operativo dell’esercito iracheno a Baghdad, Al Bagdadi ha il titolo di “amir” (principe) dello Stato islamico in Iraq, organizzazione di cui fanno parte otto formazioni fondamentaliste e legata alla rete di Osama Bin Laden. Nel giugno del 2006 Abu Omar al Bagdadi aveva preso il posto del giordano Abu Musab al Zarqawi, ucciso in un raid aereo americano su un nascondiglio a nord-est della capitale. Che si sappia, nessuno ha visto il suo volto e non esistono sue fotografie. La giornata in Iraq è stata funestata anche da una strage di pellegrini iraniani in un ristorante a Baquba, nel nordest del Paese. Almeno 45 persone sarebbero morte e 55 ferite nell’attacco nella località di Muqdadiyah. Le vittime sono in maggioranza iraniani sciiti che erano in viaggio per Kerbala, a sud di Baghdad.

  • redazione
  • Giovedì 23 Aprile 2009

Memorie della zona rossa a Baghdad

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  • Tags: Baghdad, iraq
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Ray Odierno alla guida delle truppe Usa in Iraq

Fino a due anni fa non c’era possibilità che un occidentale restasse vivo oltre i 12 minuti fuori della zona verde a Baghdad, area bunkerizzata dagli americani. In quella metropoli immensa e dannata si accanivano la maledizione delle esplosioni e il dolore della morte, mentre i forestieri venivano cacciati come esche vive per i rapimenti, commercio redditizio per uomini incarogniti dalla guerra. Negli ultimi anni 125 reporter sono stati ammazzati. Per questo la «Baghdad aperta» è stata disertata dalla comunità dei giornalisti. Con un’eccezione: Anne Nivat.
La scrittrice e giornalista francese, già autrice di intensi libri sulla guerra cecena (La Cecenia sono le mie ossa) e di inchieste verità su Kabul, ha abitato tre mesi presso una famiglia della capitale a fine 2006. Di quel tempo racconta mirabilmente nell’ultimo libro: Baghdad zona rossa (editore Ponte alle Grazie). Giorni lunghi, dove il cielo è popolato dai rumori molto più della terra. Il rombo degli elicotteri che volteggiano sui suoi capelli, quello degli aerei che zittiscono le automobili, poi colpi di mortaio, razzi, raffiche di kalashnikov. Una vita scandita dall’orologio della guerra, ma anche dalla bellezza perturbante di una città moribonda raccontata con passione mista a nostalgia.
«Non so se Baghdad mi manca»: Anne parla della capitale irachena come di una signora amica e lontana. «Lei, come Grozny e come Kabul, suscitano commozioni così grandi che bastano a se stesse. Dopo mesi dentro una megalopoli così meravigliosa e malefica, quando torni non riesci a dividere con nessuno il tuo sentimento. Così, per non sentirti sola, scrivi».
Il libro è una corsa al rallentatore di questa reporter speciale che pare avere addomesticato la paura. «Certo, era pericoloso entrare nelle strade di Sadr City, il regno di Muqtada al-Sadr e degli sciiti. Lì una donna occidentale è come uno sparo negli occhi. Ma lo dovevo a lei. Una volta la furiosa Baghdad si muoveva libera nel caos, oggi è incarcerata dentro muri di sicurezza. Dunque frugarla dappertutto, scivolare, come sugli sci, da un ponte all’altro era vincere la sua prigionia».
Quando dice sciare questa giovane donna esile dai capelli carbone rende omaggio alla sua passione per lo sport. Scia, monta a cavallo e a Parigi, dove vive, raccontano che le piacesse guidare una Porsche. Alcuni amici iracheni sospettano che la temeraria, alle 5 di mattina, facesse jogging perfino a Baghdad. Con una lunga abaya e il velo, inevitabilmente.
Lo scrittore Olivier Rolin dice che Anne Nivat è diversa da tutti e che non si sente una grande giornalista. «Di certo non sono uno di quei reporter di guerra che diventano leggende in tv. Sono soltanto un intermediario tra il lettore e le pagine». Per questo nel libro Anne dà del tu: «È un dialogo con me stessa, ma chi legge pensa che mi rivolga a lui».
Nivat per conquistarsi il lettore non usa racconti calamita su stragi, bombe e morti ammazzati. Racconta l’altra città: quella delle vite oltre la morte. Quella del gallerista Qasim, dell’antiquario di Karrada, del prete domenicano Yousif Mirqis che parla «delle centinaia di sette religiose arrivate nelle valigie degli stranieri». E poi di Ali, uno dei suoi padroni di casa, della sua silenziosa madre Karima, della vedova Rouqaya, di Rana, dei palestinesi superstiti, dei terroristi sunniti e di quelli sciiti. «A Baghdad si aspettava come al cinema il colpo di scena, la bomba e poi la sirena delle autoambulanze. Tra questi segmenti di attesa si annidava la vita della gente e io navigavo dentro quella fame di esistere».
Nivat dice che sono i dettagli a rendere più forte un libro e qualunque scritto. «Sono ossessionata dalla realtà, rapita dai piccoli segni. Una sedia di plastica, uno sguardo, il ritornello di una canzone fotografano una storia più dello scoop agognato». Mentre parliamo, la voce di un piccoletto brontola che vuole il suo dvd dei cartoni. È Louis, figlio di 2 anni a cui Anne dedica il suo libro.
Rimorsi? «Non potrei fare diversamente il mio mestiere. Restare in un posto una settimana e poi scappare non serve a capire e a far capire. Louis ha respirato il mio mestiere dai primi giorni in cui mi stava dentro. Vuole un racconto?». Sì… «Ero a Damasco e dopo mesi di appostamento avevo intercettato il leader di un gruppo terrorista impossibile da incontrare. Ma ero in un momento delicato e il medico mi ha impedito di spostarmi. Così ho pregato l’invisibile di raggiungermi in Siria. “Tu sei una pazza” mi ha detto un amico. “Non verrà mai!”. Invece non solo è venuto, ma quando ha saputo che un bebè cresceva nella mia pancia mi ha trattato come una regina. Dunque Louis sa e comprende».
Il mondo parla degli errori americani, e lei? «Cadono sempre nel loro eterno sbaglio: non capiscono che, nonostante i loro interventi, Kabul è rimasta agli afghani come Baghdad è sempre stata nel cuore solo degli iracheni. Lasciamo i morti e le grandi questioni politiche. Andiamo come al solito ai dettagli. Ero dietro a una colonna di blindati e il cartello sui loro carri diceva “Non passate né a destra né a sinistra”. Ma in inglese, capisce? Come si può pretendere che una intera popolazione araba si debba asservire alla tua lingua? E poi il palazzo di Saddam Hussein invaso dagli americani dal primo all’ultimo giorno di guerra: un dittatore sostituito da un altro dittatore. Oggi gli americani cominciano a capire. E Baghdad rinasce nei sogni, nel coraggio e nella pazienza del suo popolo».

  • redazione
  • Lunedì 6 Aprile 2009

Baghdad: strage ad Abu Ghraib contro la pace

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  • Tags: Baghdad, iraq, terrorismo
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Strage a Baghdad

È di 33 morti, tra cui numerosi civili e due giornalisti, e di una cinquantina di feriti il bilancio definitivo dell’attentato suicida che stamani ha scosso la cittadina di Abu Ghraib, a nord-ovest di Baghdad, già tristemente nota per l’omonima prigione chiusa in seguito all’inchiesta per le torture inflitte da soldati americani a detenuti iracheni. Fonti della sicurezza locali citate dalle agenzie irachene affermano che i due giornalisti uccisi, Haydar Suhayl e Suhayb Adnan, erano enotrambi della tv satellitare Al Baghdadiya, per la quale lavorava anche Muntazar al-Zaidi, l’autore nel dicembre scorso del lancio di scarpe contro l’allora presidente americano George W. Bush.

Secondo la ricostruzione fornita dalla polizia, un’autobomba è esplosa intorno a mezzogiorno nei pressi del mercato popolare di Abu Ghraib, al passaggio di un folto gruppo di persone, composto da agenti delle forze di sicurezza, da dignitari tribali della regione e giornalisti locali, diretti a un incontro per la riconciliazione nazionale organizzato nella vicina sede del governatorato.
Nell’attentato sono rimasti feriti gravemente anche altri quattro tra giornalisti e cameramen della tv satellitare al-Iraqiya. Secondo uno degli operatori tv feriti, citato dal comunicato dell’osservatorio iracheno per le liberta’ giornalistiche, subito dopo l’esplosione alcuni uomini armati non meglio identificati hanno aperto il fuoco contro la folla dagli edifici circostanti il luogo dell’attentato.

In un altro episodio, due persone sono state uccise e altri sei, tra cui un poliziotto, sono rimaste ferite nella provincia settentrionale di Mossul nell’esplosione di un’autobomba fatta detonare al passaggio di una pattuglia della polizia. L’attentato è avveuto a Hamdaniya, località a maggioranza cristiana a sud di Mossul.

  • redazione
  • Martedì 10 Marzo 2009

Iraq e Afghanistan: vesti l’uniforme e diventerai americano

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  • Tags: Baghdad, cittadinanza, iraq
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giuramento_soldati

Con i 251 che hanno ricevuto la cittadinanza ieri nel corso di una cerimonia all’Al-Faw Palace di Baghdad, uno dei palazzi di Saddam Hussein trasformato in base militare americana a Baghdad, salgono a oltre 5.000 i cittadini stranieri divenuti americani prestando servizio nelle forze armate.
Una pratica avviata nel 2002 con una legge che ha fissato nuove regole per ottenere la cittadinanza Usa incluso il servizio nelle forze armate utile a reperire un numero sufficiente di arruolamenti necessari a far fronte alle esigenze belliche dei fronti afgano e iracheno.

“Se una persona è disposta a rischiare la propria vita per il nostro Paese, allora dovrebbe partecipare a pieno titolo alla vita di questo Paese”, dichiarò nel 2006 il presidente George W. Bush naturalizzando tre soldati ispanici, ricoverati all’ospedale militare Walter Reed per le ferite riportate in Iraq. Non tutti sono stati così fortunati e oltre un centinaio di stranieri sono caduti in azione prima di ottenere la cittadinanza americana, attribuita comunque postuma per favorire i famigliari. Il Comando USA a Baghdad ha reso noto che nella cerimonia di ieri, la tredicesima di questo tipo tenutasi in Iraq dal 2004, sono stati naturalizzati soldati provenienti da 65 diversi Paesi ma per lo più da Micronesia, Vietnam, Colombia, Filippine e Ruanda di età compresa tra i 19 e i 45 anni. I soldati, molti in servizio da anni, hanno giurato fedeltà sulla Costituzione degli Stati Uniti mentre quando si erano arruolati il giuramento era limitato a esprimere la fedeltà alla forza armata. Si tratta comunque di immigrati che avevano acquisito il diritto di residenza a tempo indeterminato negli USA (la cosiddetta “green card”) anche se il Pentagono punta ora ad arruolare anche immigrati con visti temporanei per studio, turismo ma solo se negli Stati Uniti da almeno due anni o altro offrendo un’accelerazione dell’iter per ottenere la cittadinanza americana. Si tratta per lo più di stranieri con un livello d’istruzione elevato, che conoscono le lingue straniere e hanno esperienze utili in alcune specialità militari quali il settore medico, l’intelligence e i compiti di traduttori e interpreti nei teatri operativi. Secondo le fonti citate dal New York Times il piano partirà quest’anno su base sperimentale presso l’US Army con mille reclute da arruolare tra medici e conoscitori di lingue straniere quali arabo, urdu, cinese, pasto, russo e altre. Se i risultati saranno soddisfacenti il Pentagono è pronto ad allargarlo a tutte le forze armate prevedendo il reclutamento in media di 14.000 volontari all’anno.

  • gianandrea gaiani
  • Venerdì 6 Marzo 2009
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