Archivio per il tag “Barack-Obama”
Obama il buono, il colto, l’uomo del dialogo, il presidente che ha il compito di fare dimenticare – agli americani e al mondo - il cattivo, muscolare e ignorante Bush jr. La speranza è che non deluda le attese, anche quelle del marketing, soprattutto quelle dell’America Latina, continente che ho scelto come mia casa e di cui, sia detto per inciso, agli Stati Uniti, da quando è finita la Guerra Fredda “non gliene potrebbe fregare de meno”.
Per Obama oggi, come per Bush jr ieri, prima di Venezuela, Brasile & co. viene l’Afghanistan (e di riflesso il Pakistan), il Medio Oriente (Israele, Palestina e l’Iran) e l’Asia. Forse persino l’Africa (in funzione soprattutto economica e anticinese) viene prima del Sud America negli interessi della nuova Casa Bianca che continuando la stessa politica di Bush qui ha delegato al Brasile il compito di stabilizzare la regione.
Messico e Cuba, però, sono “busillis” differenti.
Il primo è troppo vicino agli Stati Uniti per potere essere ignorato, soprattutto oggi che la guerra tra il presidente Calderòn e i narcos è arrivata al dunque e la violenza dei cartelli della droga ha avvolto con i suoi tentacoli il cuore degli States, entrando in oltre 120 città secondo l’ultimo rapporto del FBI. E non a caso l’intelligence Usa ha messo i cartelli messicani al secondo posto di pericolosità per la National Security, dopo Al Qaeda.
Per Cuba poi - lo avevano detto i consiglieri per l’America Latina di Obama in piena campagna elettorale – “qualcosa faremo” e in effetti parecchio è stato fatto. “Parlerò con tutti” aveva detto Obama prima di insediarsi alla Casa Bianca e non è escluso che prima o poi il presidente statunitense si incontri con Raul Castro. Le voci in tal senso sono aumentate negli ultimi giorni e qualche mese fa l’autorevole sito progressista Usa The Nation ha ospitato un’intervista al fratello di Fidel, attuale conducator della rivoluzione dei barbudos, fatta da Sean Penn cui il Castro bis si rivolgeva ad Obama in questi termini: “Incontriamoci al più presto in un territorio neutro”.
E Barack “il cubano”, in effetti, nelle ultime ore ha lanciato segnali assai distensivi verso il regime dei Castro. Dal primo agosto, ad esempio, Washington ha prorogato per sei mesi una parte consistente della Helms-Burton, la legge bipartisan che prende il nome dal deputato repubblicano Jesse Helms e da quello democratico Dan Burton, approvata dal Congresso statunitense nel 1996 per rafforzare l’embargo verso Cuba. La decisione di sospendere la parte della Helms-Burton che imponeva sanzioni contro quelle aziende Usa che investivano a Cuba e la “protezione delle proprietà di cittadini statunitensi espropriate” dopo la rivoluzione dei barbudos nel 1959 si è resa necessaria, sono le parole di Obama, “per proteggere gli interessi nazionali degli Stati Uniti e favorirà nella perla dei Caraibi una transizione verso la democrazia più rapida”.
Questa non è che la punta di un iceberg. L’annuncio della sospensione di parte significativa della Helms-Burton, infatti, è arrivato poche ore dopo la conclusione del primo summit cubano-statunitense sulle questioni migratorie, dopo lo stop negoziale imposto sul tema da Bush jr nel 2003. Un summit “fruttuoso” come è stato definito da entrambe le parti in questione, ennesimo segnale che tra Washington e L’Avana si potrebbe davvero essere ad una svolta nei rapporti, tanto più che entrambi sembrano essere interessati a muoversi in questa direzione. Nonostante l’embargo contro Cuba, infatti, gli Stati del sud che si affacciano sull’isola lo scavalcano tranquillamente come dimostrano i dati delle importazioni dell’Avana nel settore agroalimentare, il 30% delle quali arriva proprio dagli Usa. Grano dall’Iowa, bestiame dalla Florida, riso dal Texas, mele dallo stato di Washington. E la lista delle derrate alimentari statunitensi acquistate in contanti da Cuba è ancora molto lunga…
Inoltre, in questo periodo di crisi economica, crescono ogni giorno le pressioni da parte degli agricoltori statunitensi affinché il commercio da e verso Cuba venga liberalizzato. Dal canto suo negli ultimi sei mesi Raúl Castro ha detto più volte che vorrebbe “normalizzare i commerci con gli Stati Uniti”, addirittura offrendo anche “alle petroliere Usa di partecipare alle trivellazioni nelle acque territoriali cubane”.
Due domande per i miei lettori: ce la farà Obama il “dialogante” a ricucire con Cuba? Terranno i delicati equilibri del regime dei fratelli Castro – tra l’altro alle prese con una serie di purghe interne – in caso di un’apertura al new deal obamiano?


La senatrice Hillary Clinton ha annunciato a Washington la sospensione della propria corsa alla Casa Bianca, per appoggiare d’ora in poi la candidatura di Barack Obama a presidente degli Stati Uniti. La scelta di “sospendere” la campagna, piuttosto che annunciarne la fine, è un soluzione già adottata più volte in circostanze simili nella corsa alla Casa Bianca. Questa soluzione permette alla Clinton di continuare, tra l’altro, a raccogliere fondi per poter far fronte ai debiti della sua campagna, quantificati tra i 20 e i 30 milioni di dollari. Inoltre, l’ex First lady può continuare a vantare il controllo di una larga fetta di delegati, per ottenere in cambio un eventuale ruolo politico futuro.
Emozionata, tesa, ma tra gli applausi di un pubblico delirante, al museo di Washington Hillary Clinton ha dato l’addio ai cinque mesi della corsa per la nomination e dato l’appoggio al candidato virtuale democratico, Barack Obama. In giacca nera, il filo di perle bianche al collo, la senatrice di new York è apparsa molto tirata e durante il suo intervento ha riservato il primo, più largo sorriso al marito, che era seduto tra la folla. “Sono stata impegnata in politica e nella vita pubblica per 40 anni durante i quali i nostro Paese ha votato dieci volte. I democratici hanno vinto soltanto tre e un uomo che ha vinto è con noi oggi”, ha detto. Accanto a Bill Clinton, tra le migliaia di sostenitori, c’erano anche la figlia Chelsea e la madre Dorothy Rodham.
Poi il discorso è entrato nel vivo: una sconfitta dovuta al “pregiudizio” di cui hanno sofferto “milioni di donne nel mondo”. Così Hillary ha spiegato ai suoi sostenitori le ragioni che l’hanno portata a perdere la corsa alla nomination democratica. L’America “è pronta a una donna presidente? Sarà pronta a un afroamericano presidente”, ha chiesto retoricamente la Clinton, sottolineando di non essere riuscita a “sfondare il tetto di vetro” del pregiudizio antifemminile. Però, ha aggiunto, “la strada è aperta. Potete essere orgogliosi che da oggi in poi non sarà così difficile per una donna vincere le primarie. Non sarà difficile per una donna diventare presidente e questa e una cosa notevole. Non ci sono pregiudizi accettabili nel ventunesimo secolo nel nostro paese. Mentre siamo riuniti in questo edificio storico, la cinquantesima donna astronauta è nello spazio e un giorno potremo arrivare alla Casa Bianca”.
L’ex First lady si è sporattutto impegnata a lavorare duramente per portare Barack Obama alla Casa Bianca e fare con lui la storia.
“La vita è troppo breve, il tempo è troppo prezioso e la posta in gioco e’ troppo alta per stare a pensarci su”, ha detto la Clinton, “per questo lavorerò sodo per far sì che il senatore Obama sia il nostro prossimo presidente e spero che tutti vi unirete al nostro sforzo. Al mio staff, a chi è venuto qui e mi ha seguito in tutto il Paese dico che uniremo le nostre forze con quelle del senatore Obama. Stiamo scrivendo un capitolo di storia, resteremo uniti condividendo i valori del Paese che amiamo. Sono ottimista e fiduciosa per i tempi che verranno. E’ il nostro momento, è il momento di fare tutto quello che possiamo per avere un nuovo presidente democratico e per riprenderci il nostro Paese”.

Barack Obama stravince in North Carolina (58 delegati a 42), mentre l’Indiana va ad Hillary Clinton per un pugno di voti (37 delegati a 33). Salvo passi indietro dell’ex First Lady, il risultato è che il testa a testa continua e, a questo punto, bisognerà attendere il 3 giugno prossimo, data della fine delle primarie democratiche, per capire chi tra Obama e Hillary sfiderà a novembre il candidato del GOP, John McCain.
Obama doveva conquistare sia l’Indiana che il North Carolina per tagliare il traguardo della nomination del Partito Democratico e Hillary doveva vincere in entrambi gli Stati per riaprire una corsa che per lei, tanto più dopo il voto di oggi, continua a essere drammaticamente in salita. Così non è stato e, come previsto dai sondaggi della vigilia e dagli analisti, la Carolina del Nord è andata ad Obama (cui ora mancherebbero 189 delegati per raggiungere quota 2025 e che ha un vantaggio di 155 delegati sulla rivale ndr) mentre l’Indiana ad Hillary. La guerra di nervi tra i due rivali continuerà dunque a sfinire esperti e giornalisti di mezzo mondo mentre se la ride il repubblicano McCain, già sicuro di essere in lizza per le elezioni del prossimo 4 novembre. Aspetta, come un cinese sulla sponda del fiume, di vedere quale “cadavere democratico” gli passerà al fianco trascinato a valle dalla corrente. Soprattutto perché in base agli exit poll che hanno allietato la notte appena conclusasi solo il 45% degli elettori democratici del North Carolina che hanno votato per la Clinton alle primarie si sono detti disposti a puntare su Obama a novembre.
Corsa a oltranza. Difficile comunque credere, come alcuni esperti hanno paventato, che la Clinton si ritiri dalla corsa adesso che mancano “appena” una manciata di stati alla fine delle primarie. Altrettanto improbabile che possa proporsi un ticket democratico con entrambi i candidati in lizza, con Obama alla presidenza e la Clinton sua vice. Alcuni democratici, timorosi che questa lunghissima lotta divida il partito comunque lo vorrebbero.
David Axelrod, consigliere strategico di Obama si è detto felice perché il Partito Democratico è riuscito a “portare al voto migliaia di nuovi giovani, che si sono registrati per la prima volta”. Il senso del messaggio? Più partecipazione uguale a più felicità anche se, strategicamente ragionando, il punto vero è che mentre i due candidati democratici continuano a combattersi l’un l’altro, il repubblicano McCain ha già iniziato mesi fa a fare campagna per le presidenziali. La domanda che, dunque, molti si fanno è: possiamo permetterci di partire con un paio di mesi di ritardo in una maratona presidenziale?
Dopo il risultato di stanotte, comunque, se un favorito c’è tra i Democratici questi è Obama che in testa era e in testa rimane per quanto concerne il numero dei delegati. Per tagliare il traguardo della candidatura, uno dei due deve arrivare a quota 2025. A Obama ne mancano circa 200, alla Clinton 350 e, dunque, Hillary per riuscire nell’impresa dovrebbe raccogliere almeno il 70% dei delegati e superdelegati ancora in palio. Un’impresa oggettivamente titanica.
Ciò che comunque colpisce di più della maratona tv è la pazienza del popolo statunitense che da sei mesi assiste senza batter ciglio alle analisi del voto proposte dai bravissimi anchorman di CNN in inglese, BBC e CNN en español. Nel North Carolina il 67% dei votanti bianchi democratici con un’età superiore ai 21 anni che non hanno conseguito un diploma al college ha votato per Hillary. E cioé: i bianchi meno scolarizzati delle zone rurali continuano a preferire una donna bianca a un uomo nero. Più interessanti gli exit poll sul voto diviso per origine razziale. In North Carolina, ad esempio, Obama ha raccolto uno strabiliante 91% del voto dei neri, contro appena il 6% della Clinton. Più trasversale il voto dei bianchi che hanno votato nel 59% dei casi Hillary e nel 36% il candidato di colore.
[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/upload/marzo08/primarie-5marzo/normal_clinton5mar-03.jpg)
Che cosa ha detto Obama. Ma come hanno commentato il risultato i due protagonisti? Il primo a prendere la parola è stato Obama. Con un sorriso smagliante lo ha fatto da Raleigh, nel North Carolina, davanti a una folla urlante a spoglio ancora in corso. “Grazie, grazie, grazie”, rivolgendosi a una folla che impazzita urlava “presidente, presidente”. “Grazie a tutti, grazie North Carolina”, ha ripetuto una decina di volte. “Voglio iniziare congratulandomi con Hillary per quella che sembra una sua vittoria in Indiana. Grazie alla gente dell’Indiana. Ma soprattutto grazie alla gente del North Carolina, uno stato dove lotteremo duramente se sarò io il candidato alla Casa Bianca”, ha detto Obama che poi si è soffermato sulle divisioni, solo presunte secondo lui, tra i suoi supporter e quelli di Hillary. “Siamo a 200 delegati dall’assicurarci la candidatura alla Casa Bianca. Ma più importante è che abbiamo dimostrato che può essere superata la politica di divisione. Questo è il significato di questo voto. Per questo vogliamo cambiare questo paese. Quella attuale è una delle lotte più serrate nella storia delle primarie Usa. Questa sera c’è chi ha suggerito che i Democratici sono divisi e che gli elettori di Hillary non appoggeranno me e viceversa nel voto presidenziale. Non lo credo. Questa elezione è per scegliere chi cambierà questo paese e quando queste primarie saranno finite faremo bene a ricordare che siamo il partito di Jefferson, il partito degli ideali. Per questo dobbiamo camminare uniti verso una nazione migliore. Dopo due mandati di Bush non possiamo concedere un terzo mandato ai repubblicani. Perciò, nonostante tutte le voci, noi democratici saremo uniti a Novembre”. Poi una serie di riferimenti alla situazione economica, al sistema sanitario che oggi non è accessibile a tutti e che con lui lo sarà, a chi ha perso il lavoro, a chi ha perso i figli in Iraq e ai parenti dei marines che non possono sopportare altri 4 anni lontano dai propri figli. “Non è la guerra che ci fa più sicuri, abbiamo bisogno di più rispetto. Per questo mi candido”, ha detto Obama che ha poi lanciato un invito alle compagnie petrolifere perché investano in energia pulita.
Il discorso di Hillary. Al fianco il marito Bill e la figlia Chelsie. Con due ore di ritardo rispetto al suo avversario, indossando un completo blu mare, Hillary comincia il suo discorso all’attacco. “Nove mesi fa Obama aveva detto che l’Indiana sarebbe stata decisiva e che l’avrebbe vinta. Bene, grazie gente dell’Indiana, oggi è la vostra vittoria!”. “Presidente, presidente” urla il popolo di Hillary al quale la senatrice lancia un appello, “andate su hillaryclinton.com e aiutatemi a continuare questo lungo viaggio”, un chiaro riferimento alle difficoltà di fundraising che la Clinton ha avuto negli ultimi mesi. Poi un discorso sugli “invisibili” d’America, i disoccupati, quelli che hanno perso un figlio in Iraq, chi è senza assistenza sociale. Hillary, assicura, di conoscerli bene e di “volere lottare per loro”. “Io sono la presidente in grado di far funzionare le cose, con competenze economiche e per questo mi impegnerò affinché le compagnie petrolifere riducano le tasse. È ora che tutti abbiano un’assistenza sanitaria. L’America ha bisogno di un sogno americano e del Partito Democratico. Perciò è importante andare avanti e riportare gli Stati Uniti a un futuro migliore per voi e i vostri figli”. Poi un tenue appello all’unità del partito. “Io lavorerò per la nomina di un candidato democratico perché noi dobbiamo vincere a novembre. Non possiamo permetterci che i repubblicani restino al potere e questa è una battaglia non solo dei democratici ma di tutti gli americani che vogliono un paese differente”. Infine un richiamo al regime dittatoriale di Myanmar affinché lasci “entrare gli aiuti umanitari dal resto del mondo” e un appello perché il Comitato elettorale del Partito Democratico “conti anche i voti della Florida e del Michigan”, che invece secondo quanto stabilito inizialmente non eleggono delegati per la Convention di Denver. Una chiusura non casuale perché proprio il cambiamento delle regole è forse l’ultima speranza di vittoria per Hillary contro Obama.
n
n
n
Chi vorreste vedere come prossimo presidente degli Stati Uniti?


Se la campagna elettorale statunitense vi sembra noiosa e termini quali caucus, supertuesday, delegati e Gop vi danno il mal di mare, il consiglio è uno solo: allacciatevi alla rete e rigeneratevi su Internet, dove tra le altre cose potrete sollazzarvi con i video dei supporter di John McCain e di Barak Obama.
A cominciare da “It’s Raining McCain”, letteralmente “Sta piovendo McCain”, divertente parodia della celebre “It’s raining men”, “piovono uomini”, canzone delle “Weather Girls” che nel 1982 entrò nella hit parade di mezzo mondo. Le “ragazze” di McCain (le virgolette sono giustificate dall’età di una delle tre che a tenerci bassi avrà almeno una sessantina d’anni) sono uno spasso e, pur non essendo il massimo dal punto di vista vocale, la loro performance è stata ascoltata da oltre 180mila persone in meno di una settimana. Naturalmente c’è chi ha avanzato dei dubbi sul reale appoggio delle tre “ragazze” al candidato del partito repubblicano, sostenendo che in realtà il video sia una presa in giro del candidato repubblicano. Loro non hanno svelato l’arcano ma una cosa è certa: grazie alle elezioni Usa sono diventate una celebrità.
La performance delle McCain Girls e…
… le originali Weather Girls
Naturalmente anche Barak Obama ha i suoi fan musicali segreti. La più gettonata è sicuramente Amber Lee Ettinger, alias “Obama Girl”, il cui video nei nove mesi in cui è stato online ha già attirato oltre 7 milioni di “navigatori”.
Il video di Obama Girl
Certo, altra voce e, soprattutto, altro fisico rispetto alle “McCain Girls” ma, anche qui, sul reale appoggio al candidato democratico da parte della protagonista sono stati avanzati dubbi. Vuole solo farsi pubblicità l’accusa che è piovuta su Amber Lee da più parti. Soprattutto quando la Ettinger ha “bucato” le primarie del New Jersey adducendo un raffreddore. Visto come va (s)vestita le si potrebbe anche credere ma - accusano gli scettici - se uno ci crede sul serio prende un’aspirina e va a votare lo stesso.
LEGGI ANCHE: Lo speciale Usa - Guarda i VIDEO, le MAPPE e le GALLERY


Prima un servizio della televisione statunitense Fox che immortalava una bandiera cubana con l’effigie del Che Guevara in un ufficio della campagna elettorale di Barak Obama.
Il servizio di Fox Tv
Poi una pioggia di critiche da parte dell’elettorato latino, con i cubani-americani letteralmente infuriati per l’esposizione pubblica in un ufficio di supporters pro-Obama di un simbolo che rappresenta un personaggio da loro considerato più un carnefice che un eroe. Alla fine per placare le ire di una parte dell’elettorato, che potrebbe essere decisivo per la conquista della Casa Bianca, è dovuto scendere in campo il responsabile della comunicazione del candidato democratico diramando un comunicato ufficiale in cui si chiarisce che “Obama considera inappropriata l’esposizione della bandiera”, che l’ufficio in cui era esposta la bandiera del Che “non fa parte di quelli ufficiali ma è stato fondato da dei volontari” e che la politica nei confronti di Cuba espressa più volte dal senatore dell’Illinois si basa su un unico principio: “Libertà per il popolo cubano”.

Intanto, il Boston Globe si chiede che cosa avrebbe fatto JFK al posto suo, mentre, a giudicare dalla risposta data alla giornalista della Fox, la responsabile dell’ufficio “incriminato” non sembra affatto pentita di aver messo in difficoltà Obama sull’annosa “questione cubana”.
Le reazioni della volontaria “guevarista”


Guarda la GALLERY
Barack Obama ha vinto con il 55 per cento delle preferenze le primarie democratiche della South Carolina, schiacciando i suoi due rivali, Hillary Clinton, seconda con il 27 per cento, mentre John Edwards, arrivato terzo con il 18 per cento soltanto nel suo Stato natale, è virtualmente fuori gara. A decretare il trionfo del senatore nero dell’Illinois sono stati soprattutto l’elettorato afroamericano e da quello giovane. La senatrice Clinton si è subito complimentata col suo avversario con una telefonata.
Come spiegava ieri il Wall Street Journal, Obama doveva assolutamente vincere con ampio margine per essere sicuro che il suo primo posto sia percepito davvero a livello nazionale. L’incognita è se il vantaggio del senatore nero sull’ex first lady sia sufficiente visto che Hillary rimane in testa in California, New York e New Jersey, dove si voterà il 5 febbraio, come in una ventina di altri Stati.
Mentre Barack si sposterà immediatamente in altri Stati del Sud come Alabama e Georgia, Hillary ha deciso di puntare sulla Florida. L’ex first lady ha tenuto a ricordare l’importanza dello Stato (che tutti i democratici si erano impegnati ad ignorare, visto che ha anticipato lo scrutinio), e pare che stia organizzando un super-comizio il 28 gennaio a Miami.
LEGGI ANCHE: Gli altri articoli sulle primarie
GLI SPECIALI: New York Times, Cnn, Washington Post, Youtube, Myspace
n
n
n
n
n
n
n
n
n
Chi vorreste vedere come prossimo presidente degli Stati Uniti?

La campagna per le elezioni presidenziali americane si gioca sempre più su Internet. Dai siti di social networking come Myspace, a YouTube, dove impazzano i video che vedono Hillary, Obama e gli altri candidati alla presidenza come protagonisti. Nel bene ma anche nel male, perché gli aspiranti presidenti sono anche vittime di sfottò assai pesanti, come quello ormai famoso in cui Hillary è dipinta come il Grande Fratello di Orwell.
Del resto il web 2.0 è un mondo in cui l’informazione la fanno tutti. Diventa difficile pilotarla.Il gradimento sul web è diventato un fattore così importante da essere usato come termometro dell’andamento della campagna elettorale. A fornire materiale di riflessione ci pensa una ricerca appena pubblicata da Nielsen/NetRatings (file pdf, ndr), importante società di ricerca sui nuovi media, secondo la quale i video sui candidati repubblicani presenti su YouTube, che nel mese di marzo avevano occupato solo il 10,4% del tempo speso dagli utenti sui video dei candidati, contro l’88,9% rastrellato dai democratici, hanno conosciuto un’impennata di ascolti nel mese di aprile, riassestando le proporzioni a 30,9% contro 69% dei democratici. I repubblicani avrebbero in pratica visto una rimonta di oltre il 20% in un mese. Responsabile di gran parte del calo dei video sui democratici sarebbe Hillary Clinton, che ha perso nel il 54% degli “ascolti”.
Il dato si fa ancora più interessante se si tiene conto dei singoli visitatori (e non del numero di visite): hanno visto almeno una volta un video riferito ai democratici oltre un milione e mezzo di visitatori nel mese di marzo, che sono diventati 377.000 ad aprile. Per i repubblicani il percorso è stato inverso: 108.000 visitatori a marzo e 311.000 ad aprile: i due partiti sembrerebbero perciò vicini a un pareggio. Ma l’essenziale è esserci, perché se ne guadagna in visibilità.
La campagna però è ancora lunga e i candidati di entrambi gli schieramenti hanno tempo per produrre video che si facciano cliccare e che facciano discutere. Come il più recente messaggio messo su YouTube da Barak Obama, in cui il candidato democratico invitava i giovani a impegnarsi per cambiare l’America. Le risposte (26 in 4 giorni al momento in cui scrivo) non hanno tardato ad arrivare. E molte altre arriveranno dato che la Cnn ha pensato bene di coinvolgere il bacino d’utenza di YouTube in vista di due appuntamenti elettorali molto importanti: il confronto tra gli aspiranti alla nomination democratica il 23 luglio e la passerella dei repubblicani il 17 settembre prossimi. In queste due occasioni le domande ai candidati saranno selezionate tra i videomessaggi presenti su YouTube. Nel frattempo fa ascolti da prima serata tv il video di una fan democratica che cantando dichiara di avere una cotta per Obama.

Sorriso smagliante, retorica kennediana, fisico asciutto: il senatore dell’Illinois Barack Obama, 46 anni, è l’uomo nuovo della politica statunitense. La stampa Usa lo ha definito il meno nero di tutti gli afroamericani. Forse perché più che a Martin Luther King, Malcolm X, Mohammed Alì, icone della stagione dei diritti civili e dell’orgoglio identitario “nigger”, il 46enne Barak Obama assomiglia a uno yuppie abbronzato e liberal, capace di toccare le corde profonde dell’elettorato, senza distinzioni di razza e di classe. Pacifista della prima ora, tra i pochi parlamentari ad essersi opposto, da subito, alla guerra in Iraq, è su di lui che punta la sinistra americana per riconquistare la Casa Bianca nel 2008 (Hillary Clinton permettendo).
Nato dal matrimonio tra un impiegato kenyota musulmano e una studentessa del Kansas, il senatore dell’Illinois (due legislature alle spalle) ha però un punto debole che i suoi avversari non mancheranno di rimarcare qualora dovesse vincere le primarie democratiche: il fatto di aver studiato, dai sei ai dodici anni, in una madrassa islamica di Giacarta. Per lui c’è già pronto, tra i bloggers di destra, un nomignolo: Obama Bin Laden.
Joe Klein, decano dei commentatori politici d’America, ha seguito il tour del senatore in un giro di presentazione del suo nuovo libro: The Audacity of Hope. Ed è giunto alla conclusione che Obama è l’erede dei grandi politici progressisti che negli anni 60 hanno cambiato il volto dell’America, sprovincializzandola: “Mentre viaggiavamo attraverso l’Illinois - scrive Klein - e poi oltre il Mississippi in Iowa, Obama sembrava l’equivalente politico di un arcobaleno: un evento improvviso e straordinario che suscita soggezione ed estasi”.
Quando ha deciso di sciogliere la riserva e candidarsi alle primarie democratiche, il 10 febbraio 2007, lo ha fatto con un discorso sobrio e asciutto alla tv. Ha evocato Abramo Lincoln e invitato i suoi concittadini a rimanere uniti all’insegna delle “speranze e dei sogni comuni”. Pura retorica immaginifica e bob-kennediana, rivista e corretta per il 2008. Panorama.it vi ripropone il discorso tv della sua candidatura. Guardandolo, e ascoltandone le parole, scandite con la precisione di un metronomo, si intuisce il motivo per cui il Time gli ha dedicato la cover del primo numero del 2007. E anche il motivo per cui le sue immagini sono apparse, moltiplicandone le vendite, sulle copertine di riviste di moda come Vogue e Marieclaire. E anche su People dove, va detto, è stato immortalato nientemeno che in costume da bagno.
LA SCHEDA
Professione: avvocato, Senatore dell’Illinois eletto nel 2004. Dal 1997 al 2004 membro del Senato dell’Illinois
Data di nascita: 4 agosto 1961, Honolulu (Hawaii)
Famiglia: figlio di un immigrato del Kenia, sposato dal 1992 con Michelle Robinson, due figlie: Malia (1999) e Natasha (2001)
Religione: chiesa di Cristo
Casa: Chicago (Illinois).
IL PROGRAMMA
IRAQ: Si è opposto alla guerra in Iraq fin dal primo momento con motivazioni che si sono Poi rivelate profetiche. Fin dal 2002 aveva detto che Saddam Hussein non costituiva una minaccia imminente per gli Stati Uniti e che una invasione del Paese avrebbe portato ad una occupazione di lunghezza indeterminata, con costi Indeterminati e conseguenze imprevedibili. Entrato in Senato nel 2005 non ha dovuto votare la risoluzione che autorizzava l’invasione dell’Iraq (come ha fatto Invece Hillary Clinton) acquistando così un importante punto di attacco nei Confronti della sua maggiore rivale alla candidatura democratica.
IRAN: Cercherebbe una “aggressiva diplomazia personale” con Teheran, offrendo incentivi economici agli iraniani e possibilmente anche la promessa di “non cercare cambi di regime” se l’Iran cesserà di aiutare gli insorti in Iraq e comincerà a cooperare nella lotta al terrorismo e sulla questione nucleare.
AMBIENTE: Si è impegnato a diventare un leader della lotta contro i mutamenti del clima Se andrà alla Casa Bianca sottoloineando “la responsabilità che abbiamo con i nostri figli di lasciare questo pianeta in condizioni migliori di come l’abbiamo trovato”. E’ per una politica sull’energia che consenta all’America di aumentare la sua indipendenza energetica, con enfasi sulla produzione “non inquinante” di energia.
LOTTA ALLA POVERTÀ: “Vi sono 37 milioni di americani poveri. Gran parte di questa gente ha un lavoro ma non riesce lo stesso a far quadrare il bilancio. E tra i poveri ci sono troppe donne non sposate con figli a carico”. Obama ha trascorso diversi anni a Chicago ad organizzare assistenza agli abitanti dei quartieri poveri, puntando sulle iniziative per far ritrovare alle comunità, spesso dilaniate dalla violenza, una voce ed una speranza.
IMMIGRAZIONE: Figlio di uno studente del Kenya, cresciuto con un patrigno Indonesiano, Barack Obama ha vissuto sulla pelle i problemi di chi non è cittadino americano. Il senatore dell’Illinois è convinto che il problema della immigrazione “sia stato sfruttato dai politici per dividere la nazione piuttosto che per trovare una vera soluzione. E’ un atteggiamento che ha permesso al problema della immigrazione di continuare ad aggravarsi, con confini sempre più insicuri ed una economia sempre più dipendente dai milioni di lavoratori illegali”.
UNITÀ NAZIONALE: La lotta alla politica della divisione e la ricerca dei valori che uniscono i cittadini sono da sempre il suo ‘mantra’ politico. Una delle sue frasi più citate viene dal suo famoso discorso alla convention democratica del 2004: “Vi sono patrioti contrari alla guerra in Iraq e vi sono patrioti che la sostengono. Siamo un solo popolo, pronti a ribadire la nostra fedeltà alla bandiera, pronti a difendere gli Stati Uniti d’America. Non esiste un’America nera, un’America ispanica, un’America asiatica, un’America bianca: esistono solo gli Stati Uniti d’America”.
LEGGI ANCHE: Gli altri articoli - Guarda la GALLERY-
Il suo sito Internet - Youtube - Myspace
GLI SPECIALI: New York Times, Cnn, del Washington Post, Youtube
n
n
n
n
n
n
n
Chi vorreste vedere come prossimo presidente degli Stati Uniti?
Gli ultimi commenti