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Beirut

(Credits: Redhobo)
In Libano, terra di conflitti etnici e religiosi, è nata l’idea di creare una nazione che dovrebbe risolvere tutti i problemi del mondo: il Nowheristan. Per ora si tratta di una comunità virtuale di cinquantamila ragazzi, ma il progetto è ambizioso: mandare in pensione gli Stati nazionali.
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Le ricerche di sopravvissuti (Foto Ansa/EPA/Wael Hamzeh)
Nella notte un Boeing etiope con 90 persone a bordo si è inabissato nel Mar Mediterraneo, di fronte alle coste del Libano. L’aereo, che apparteneva alle Linee Aeree Etiopi ed era decollato da Beirut, diretto ad Addis Abeba, è sparito dai radar cinque minuti dopo il decollo, intorno all’1:30 di notte, mentre sulla zona imperversava un violento temporale. Continua
Anna Momigliano è una scrittrice e giornalista milanese di 29 anni. Va spesso in Israele a trovare amici e parenti. Per Marsilio ha scritto
Karma Kosher.

Il premier Hariri con lo sceicco Nasrallah, leader di Hezbollah
C’è un nuovo governo a Beirut. Lo ha annunciato il giovane premier Saad Hariri, figlio di quel Rafiq Hariri che fu assassinato quattro anni fa: si fa un governo di unità nazionale. Il che suona un po’ ironico, in un Paese come il Libano, che è tutto fuorché “unito.” Ma, evidentemente, è l’unica strada per andare avanti. Il giovane Hariri lo sa, e per questo ha accettato nel suo esecutivo anche coloro che ritiene responsabili dell’assassinio di suo padre. Continua

Stati Uniti, Francia e Arabia Saudita da una parte. Siria e Iran dall’altra. A leggere con disincanto le elezioni generali in Libano, il vaso di coccio mediorientale tra i vasi di ferro delle grandi potenze, possiamo dire che ha vinto il blocco filo-occidentale guidato da Saad Hariri, il figlio di Rafik, e hanno perso le due Nazioni canaglia (copyright: George Bush) che sostengono gli sciiti di Hezbollah e i suoi alleati cristiani coagulati attorno al caudillo maronita Michel Aoun, l’ex capo di Stato maggiore dell’Esercito. I guai però iniziano ora. E questo perché la coalizione filo-occidentale del 14 marzo (71 seggi contro i 57 dei rivali) avrebbe in serbo una sorpresa: togliere a Hezbollah quel diritto di veto che ha consentito al movimento sciita di Nasrallah di decidere il bello e il brutto tempo nel governo di unità nazionale.
Strano Paese, il Libano. Con un presidente della Repubblica cristiano, un primo ministro sunnita, un presidente del parlamento sciita, si regge dal 1943 su un equilibrio etnico istituzionale molto delicato. Tutti, anche gli acerrimi rivali, devono condividere responsabilità di governo. Altrimenti, come insegnano gli anni 80, riesplode la guerra settaria. E il Libano, come potrebbe accadere ora che la coalizione di Hezbollah è uscita sconfitta, sprofonderebbe nuovamente nella guerra civile. Meglio sarebbe stato - secondo alcuni analisti libanesi - che dalle urne, nella sfida elettorale di ieri, non uscisse nessun chiaro vincitore. Perché Hezbollah, Stato nello Stato che controlla manu militari tutto il sud, ha armi e soldi a sufficienza per incendiare il Paese. E il rischio ora, con questo risultato che mette in scacco il fronte anti-occidentale, è più forte di prima.
Un video di propaganda di Hezbollah
- Tags: Amman, Beirut, Berlino, caracas, Damasco, Gaza, Israele, Londra, Milano, new-york, Roma
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Londra, Madrid, Ankara, New York, Caracas, Damasco, Beirut, Amman, Sidney e non solo. Occidente e Oriente. Non c’è stata grande città, araba o occidentale, dove non siano state organizzate manifestazioni di protesta contro l’intervento militare israeliano a Gaza: proteste, bandiere bruciate, preghiere e iniziative per aiuti umanitari sono state il leitmotiv delle rivendicazioni pro-Palestine. A Torino e Milano bandiere e simboli d’Israele sono stati bruciati suscitando indignate reazioni in parte del mondo politico. Ma è nelle capitali arabe che le proteste hanno assunto una venatura più marcatamente anti-israeliana. Ecco una selezione di video da Youtube delle principali manifestazioni di questi giorni.
Milano
A Damasco, che è stata una delle prime capitali del medio Oriente a scendere in piazza, le bandiere di Israele invece sono state calpestate, lungo le strette vie dei suq.
A Parigi si sono registrati alcuni scontri davanti ai cartelli che invitavano a “pulire il mondo dagli sporchi sionisti”, così come momenti di tensione si sono registrati a Londra per le scritte “Olocausto Gaza”. Molti manifestanti invece hanno lanciato le scarpe, imitando il gesto del giornalista iracheno contro Bush.
Dai 10 mila in piazza a Istanbul ai 5 mila di Damasco, passando per il coro unanime di “Free Palestine”, anche gli arabi hanno accolto l’invito a manifestare per Gaza lanciato dal predicatore Youssef al Qaradawi, nato in Egitto ma residente in Qatar. La manifestazione più ampia si è svolta ad Amman.
Beirut
Istanbul
Sydney
Berlino
New York
Amsterdam
Madrid
Caracas

Per il Libano, il 13 agosto sarà una (ordinaria) giornata da ricordare. Perché c’è stato un passo avanti verso la stabilità delle difficili relazioni diplomatiche tra Beirut e Damasco. E perché c’è stata una strage, ieri a Tripoli, organizzata da chi quella “stabilità” e quella distensione voleva far saltare. Il viaggio di due giorni in Siria del neo presidente libanese Michel Suleiman ha portato alla ripresa in grande stile delle relazioni con Damasco, sospese tre anni fa dopo l’assassinio dell’ex primo ministro libanese Rafik Hariri di cui fu accusato il regime siriano. Come mai era avvenuto nei ultimi 60 anni dopo l’Indipendenza, vengono aperte ora le rispettive ambasciate a Beirut e Damasco: un segno della nuova atmosfera politica che regna nel paese dei cedri.
Gli anni in cui Damasco considerava il Libano un suo protettorato sembrano essere lontani. La distensione delle relazioni con la Siria resta una delle priorità del nuovo governo di unità nazionale libanese (anche con Hezbollah). “Dopo mesi di tensioni e violenze, l’esecutivo di Fuad Siniora è un motivo di speranza per il Libano”, spiiega Bilal Y. Saab, esperto di Medio Oriente del Brookings Institution di Washington, uno storico e prestigioso think tank di Washington. “Certo, ci sono molto cose ancora da sistemare, ma adesso c’è la speranza di un governo libero e indipendente da Damasco. Certo, c’è la questione dell’alleanza con i guerriglieri di Hezbollah, ma la via del dialogo sembra funzionare bene. Ci sono i problemi economici provocati dalle distruzioni della guerra di due anni fa con Israele. Ma anche qui i segnali sembrano essere positivi. Insomma, per la prima volta dopo decenni abbiamo un esecutivo sovrano e aperto al dialogo”.
Il governo filo-occidentale di Siniora ha avuto come merito anche quello di trovare un’intesa a Doha tra le litigiose fazioni libanesi, dopo molti mesi di stallo, per indicare il nome del presidente della repubblica: l’ex generale dell’esercito Michel Suleiman. Proprio il capo dello Stato di Beirut, secondo Bilal Y.Saab, è il destinatario del messaggio lanciato con la strage di Tripoli, la città del nord del Libano dove ieri un potente ordigno esploso al passaggio di un autobus ha fatto 17 morti e centinaia di feriti. “Dietro il massacro c’è la mano di Fatah al-Islam, il gruppo integralista vicino ad Al Qaeda”, dichiara senza esitazioni l’esperto del Brookings Institution. “Hanno voluto mandare un segnale al loro grande nemico, il presidente libanese Michel Suleiman. L’uomo che quando era a capo dell’esercito condusse un anno e mezzo fa la sanguinosa battaglia contro i miliziani islamisti del campo profughi palestinese di Nahr al-Bared che fece centinaia di morti tra cui 170 soldati “, spiega.
Da allora, secondo Saab, il gruppo armato, ha giurato vendetta all’esercito e l’attentato di Tripoli potrebbe essere il primo di una lunga serie. “Il gruppo terrorista Fatah al-Islam è molto forte nel nord del paese ed è composto da miliziani che arrivano dall’Iraq, attraverso la Siria. Non ci sono prove di un collegamento con Damasco ma, in passato, è certo che i servizi segreti siriani abbiano avuto più di un contatto con la formazione terroristica. Il loro obiettivo “ideologico” è quello di instaurare un califfato nella parte settentrionale del Libano, la più povera”. Un altro elemento di instabilità e violenza nel già martoriato paese dei cedri. Che tenta ora di uscire, ancora una volta, dal tunnel della crisi.

Cosa ci fa il comandante supremo delle forze americane in Iraq a Beirut? La domanda se la sono posta in molti quando ieri un aereo militare a stelle e strisce proveniente da Baghdad ha sbarcato a Beirut una delegazione di alti ufficiali guidata da David Petraeus. Washington sosteneva il precedente governo libanese guidato da Fuad Siniora con un programma di supporto all’esercito del Paese dei Cedri del valore di 270 milioni di dollari nel 2007 contro 55 milioni dell’anno precedente. Armi, munizioni, veicoli protetti utilizzati dai soldati libanesi negli scontri con le milizie di Al-Qaeda a Tripoli e in altre località.
Dopo la nascita del governo di unità nazionale gli Usa continuano a sostenere la componente moderata che gode della maggioranza in parlamento con l’obiettivo evidente di impedire a Hezbollah, la milizia sciita che controlla il sud del Libano, di prendere il potere a Beirut. Motivazioni che non giustificano la visita di Petraeus, giunto senza preavviso nella capitale libanese per ragioni di sicurezza forse perchè che gli uomini di Hassan Nasrallah controllano l’aeroporto internazionale. Il generale americano ha incontrato il presidente Michel Suleiman, il premier Siniora e il capo dell’esercito, il generale Shawki Al-Masri discutendo a quanto sembra dei programmi di aiuto militare alle forze libanesi.
L’unico legame tra il teatro operativo iracheno e il Libano è costituito dal ruolo di Hezbollah nel supporto e nell’addestramento delle milizie sciite filo-iraniane che combattono gli americani e l’esercito regolare iracheno. Un ruolo confermato dall’intelligence Usa e dalle confessioni di alcuni prigionieri catturati in Iraq. La visita di Petraeus sembra in realtà costituire la prima missione nel nuovo incarico che il generale che ha sconfitto Al Qaeda in Iraq ricoprirà d settembre. Petraeus infatti lascerà il quartier generale di Baghdad al suo attuale vice, il generale Raymond Odierno, per assumere la guida del Central Command, l’organismo militare americano che gestisce tutta l’area compresa tra il Medio Oriente e l’Asia Centrale. Inclusi l’Iraq e l’Afghanistan ma anche il Libano che già durante la guerra dell’estate 2006 tra Hezbollah e Israele vide una forte mobilitazione di forze militari statunitensi sulle navi al largo di Beirut. Le pressioni di Hezbollah sul governo e la pesante ingerenza di Damasco e Teheran hanno indotto molti analisti del Pentagono a ritenere possibile che proprio il Libano possa costituire il prossimo campo di battaglia nel confronto con l’Iran e Al Qaeda. In questo caso a guidare le forze americane ci sarebbe David Petraeus.
Il premier Fouad Siniora con il generale Suleiman
L’accordo firmato a Doha, capitale de Qatar, tra le diverse fazioni politiche libanesi allontana lo spettro di una nuova guerra civile nel “Paese dei cedri” ma al tempo costituisce un’importante vittoria per Hezbollah e i partiti filo-siriani posti che hanno condotto un’opposizione violenta al governo filo-occidentale di Fuad Siniora. L’accordo di Doha, firmato dopo cinque giorni di intense trattative, è nato dalle pressioni della Lega araba dopo una settimana di scontri che a Beirut e dintorni ha provocato 65 morti.
Il nuovo presidente. Il primo punto prevede l’elezione del Presidente della Repubblica, posto vacante dal 24 novembre scorso quando è scaduto il mandato del filo-siriano, Emile Lahoud. Per ben 20 volte il Parlamento si è riunito senza riuscire ad eleggere il nuovo capo dello Stato a causa delle divergenze tra la maggioranza anti-siriana e l’opposizione appoggiata dall’Iran e dalla Siria. L’incarico verrà assegnato domenica dal Parlamento al generale Michel Suleiman,
il comandante in capo delle forze armate che ha saputo mantenere i militari al di fuori delle aspre lotte etniche e politiche del Paese. L’intesa impegna le parti a costituire un governo di unità nazionale sul quale però alle forze di opposizione filo siriane è attribuito il potere di veto.
Gli sviluppi della situazione politica non influiranno direttamentete sulla missione Unifil anche se con il nuovo governo libanese cambieranno gli interlocutori del generale Claudio Graziano che guida i caschi blu. Benché l’intera comunità internazionale abbia salutato con apprezzamenti l’accodo di Doha, giudicato indispensabile a placare le violenze, è evidente che in Libano emergono rafforzati movimenti politici e le milizie vicine Damasco e Teheran.
Le barricate dei miliziani di Hezbollah fermano l’esercito governativo
La vittoria di Hezbollah. Hezbollah è riuscita a impedire che il governo Siniora smantellasse la sua rete di comando e controllo clandestina e rimuovesse gli ufficiali fedeli al movimento sciita che controllano l’aeroporto internazionale d Beirut. Con una breve campagna militare gli uomini di Nasrallah hanno sconfitto le milizie sunnite filo-governative e minacciando di scatenare la guerra civile hanno ottenuto diplomaticamente di influenzare direttamente il nuovo governo di Beirut. L’accordo di Doha impegna tutte le fazioni a rinunciare all’uso delle armi ma su questo punto è prudente evitare troppo ottimismo anche perché si tratta di una formula certo riduttiva rispetto a ben tre risoluzioni dell’Oni che dal 2004 ad oggi imporrebbero il disarmo di tutte le milizie etniche e di partito. Hezbollah inclusa.
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