
Mancano poche ore alla dichiarazione di indipendenza del Kosovo. Mentre nei Balcani la situazione si fa sempre più tesa, il “Gruppo di contatto” costituito da Italia, Francia, Germania e Gran Bretagna sarebbe pronto a riconoscere il nuovo stato balcanico e i ventisette Stati costitutivi dell’Ue hanno deciso di dare luce verde al dispiegamento della missione civile Eulex nell’ex piccola provincia serba. Krisztina Nagy, portavoce del Commissario europeo all’allargamento Olli Rehn, si dice convinta - in una dichiarazione rilasciata a Panorama.it - che “l’Ue sta facendo tutto il possibile per garantire stabilità alla regione”. Di più: che la missione civile dei soldati europei a Pristina e i difficili negoziati con Belgrado per la futura adesione della Serbia all’Europa sono l’occasione per ribadire che “lo statuto del Kosovo e il destino europeo della Repubblica serba sono due dossier completamente diversi fra loro”.
Un messaggio in chiaro contrasto con la volontà degli ultranazionalisti serbi di sfruttare il caso Kosovo per ostacolare l’adesione della Serbia all’Ue. Non appena Pristina renderà ufficiale il suo distacco dal territorio serbo, il futuro dei Balcani si giocherà su due fronti ben distinti: da un lato la rapidità con la quale i paesi dell’Unione riconosceranno l’indipendenza del Kosovo (riducendo così i margini di manovra degli ultraconservatori serbi); dall’altro la firma dell’accordo di cooperazione proposto il 28 gennaio scorso dai ministri degli Esteri dei Ventissette che consentirebbe alla Serbia di avviare il cammino verso un’adesione definitiva all’Ue.
Per Alain Delaitroz, vice direttore di International Crisis Group (think tank influente di Bruxelles), “la stragrande maggioranza dei paesi membri riconosceranno il Kosovo. La partita con Belgrado rimane invece più aperta” prosegue Delaitroz, non foss’altro per la difficoltà di superare gli ostacoli imposti da Olanda e Belgio, che reclamano la piena collaborazione dei vertici di Belgrado con il Tribunale internazionale dell’Aja (Tpi) per i crimini di guerra commessi durante la guerra dei Balcani.
“L’ipotesi più plausibile è che gli ultranazionalisti usciranno sconfitti dal braccio di ferro con Bruxelles. Una Serbia chiusa su se stessa non serve infatti a nessuno. Nemmeno a Putin, il loro più forte alleato. Siglando il 25 gennaio un accordo energetico con la Serbia, il presidente russo non ha inteso avviare la costruzione di un gasdotto per fornire metano ai soli paesi balcanici, bensì a tutta l’Europa. L’adesione di Belgrado all’Ue gli sarebbe di grande aiuto”.
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La ‘Troika’ (Unione Europea, Stati Uniti e Russia) ha riconosciuto il fallimento dei negoziati tra la Serbia e gli albanesi del Kosovo sul futuro status della regione. L’ultima sessione dei colloqui bilaterali Pristina-Belgrado si è conclusa stamani a Baden, in Austria, con un nulla di fatto che potrebbe riaprire un capitolo inquietante per tutta l’area balcanica, di nuovo preda di venti indipendentisti. “Malauguratamente - è stata la laconica comunicazione del mediatore comunitario, Wolfgang Ischinger - le parti non sono state in grado di raggiungere un accordo”. Che cosa succederà ora? I leader del Kosovo albanese hanno sempre dichiarato che, con o senza accordo, l’indipendenza non è una rivendicazione negoziabile. Belgrado ha sempre ripetuto che non è disposta a cedere neanche un centimetro di territorio ma solo a concedere un’ampia autonomia a quella che considera una sua provincia, anche per evitare una nuova pulizia etnica nei confronti dei serbi che vivono nell’enclave di Mitrovica.
Mettendo in guardia Pristina contro una eventuale dichiarazione unilaterale di indipendenza e minacciando ritorsioni, la Serbia sa di avere dalla propria parte la Russia, potenza con diritto di veto al Consiglio di sicurezza, mentre il Kosovo conta sull’appoggio di Stati Uniti e Unione europea, già disposte a dare luce verde alla nascita di un nuovo Stato nel cuore dei Balcani. Ma l’esito di questo braccio di ferro, che rischia di diventare militare, potrebbe scatenare pesanti ripercussioni anche sull’unità territoriale della Bosnia, dove i serbi della Repubblica Srpska potrebbero essere spinti a una dichiarazione unilaterale di indipendenza, sapendo di poter contare sull’appoggio militare e finanziario di Belgrado. Il countdown per una nuova guerra potrebbe essere già iniziato. E anche a Pristina (dove il nuovo premier è l’ex leader dell’Uck Hadim Thaci) non è più il tempo delle colombe come Ibrahim Rugova.
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Serbi contro kosovari. E kosovari contro serbi. Con rabbia che sfocia a volte in odio etnico e in beatificazione di leader militari condannati all’Aja per crimini di guerra. I commenti al video sui miliziani radicali dell’Aksh, la fazione più estremista del Kosovo in armi, sono solo un esempio di quello che ribolle nella pancia della rete. Dove albergano gli umori più profondi dei kosovari, dei serbi, dei bosniaci e dei croati (anche quelli emigrati all’estero), divisi - a otto anni dalla fine delle guerre balcaniche - da un muro che rende impossibile una memoria condivisa. Ciascuno a coltivare il culto dei propri morti, a testimoniare il fallimento della comunità internazionale. “Morte a tutti i serbi e ai loro bambini”, schiuma qyqypothuea007, sedicente militante di un fantomatico gruppo online chiamato Albania Unita. “Fate ciò che volete - ribatte ai kosovari radicali il giovane serbo-montenegrino Arko81, sempre a margine del video sull’Aksh - Non sono un criminale, ma sono disposto a diventare un criminale di guerra perché mio figlio possa vivere in un Kosmet libero”. Kosmet è il nome ufficiale che i serbi danno al Kosovo, l’ex provincia di Belgrado che si avvia, con le buone (ovvero con il placet dell’Onu) o con le cattive (con una dichiarazione unilaterale), verso l’indipendenza.
Il video sull’Aksh
Umori profondi e video di beatificazione della Tigre Arkan, il criminale di guerra serbo che diventa, per molti ex miliziani serbi e per i loro figli, un eroe da venerare sull’altare della patria. Video come questo, postato da Sunburn21, dove Zeljko Raznjatovic - questo il vero nome della Tigre, ucciso nel 2000 davanti all’hotel hotel Intercontinental di Belgrado - diventa il comandante con la C maiuscola, il più coraggioso nel difendere l’idea della “Grande Serbia” ortodossa durante la pulizia etnica in Bosnia e in Croazia. E mentre il Kosovo si avvia all’indipendenza spunta sulla tv di Pristina un’intervista a Zelko Vasilovic, il discutibile capo di una fazione paramilitare operativa in Serbia e nel nord del Kosovo (Gardes car Lazarit), che si dice pronto a scatenare l’inferno in Kosovo, a capo dei suoi trentamila uomini, se Pristina proclamerà la secessione.
Ma anche i kosovari venerano i loro eroi in armi. I tempi dei Rugova, l’ex colomba dei Balcani considerato l’antagonista del leader Uck Hadjim Thaci, sono finiti. È l’Aksh il nuovo punto di riferimento dei giovani kosovari. Non è in dubbio la questione dell’indipendenza. Tutti in Kosovo, e anche in Albania, sono indipendentisti, ma le voci - anche su Internet - di chi non vuole nuovi salti nel buio, e auspica una via d’uscita allo stallo negoziata e concordata con la comunità internazionale - si fanno sempre più flebili. E molti si preparano a vendicare i loro morti. Sul sito dell’Aksh il 95% è favorevole a boicottare le elezioni locali kosovare del 17 novembre, considerate da molti navigatori kosovari una pantomima messa in piedi dalla comunità internazionale per ritardare l’indipendenza. C’è anche un video su Youtube con una lista nera di “venticinque criminali serbi” ancora alla macchia e da condannare a morte, responsabili - secondo il curatore - di crimini di guerra in Kosovo. La caccia è aperta, la vendetta dietro l’angolo.
Il video sulla beatificazione di Arkan

Più dell’autonomia, meno dell’indipendenza. Comincia ad assumere contorni un po’ più precisi quella che fino a ieri sembrava solo uno slogan populista usato dalla leadership serba (spalleggiata da Mosca) per ritardare sine die l’appuntamento del Kosovo con l’indipendenza (sorvegliata) a cui pensano europei e americani. È stato il ministro degli Esteri di Belgrado, il liberale Vuk Jeremic, a chiarire, in un’intervista alla Bbc, fin dove Belgrado può spingersi nella delicata partita che si è aperta all’interno del cosiddetto Gruppo di contatto euro-russo-americano che dovrà definire il destino della ex provincia serba. Più dell’autonomia, meno dell’indipendenza significherebbe, per Jeremic, che Belgrado è disposta a riconoscere al Kosovo l’accesso autonomo al Fondo monetario internazionale, il diritto a nominare i rappresentanti delle sedi diplomatiche all’estero (purché non le definiscano ambasciate), una amplia autonomia amministrativa. Niente federazione binazionale (ipotesi cui pensano - secondo alcuni voci di stampa - i rappresentanti europei in seno al gruppo di Contatto) e sopratutto nessuna secessione. Su questo Belgrado non transige e non cambia posizione. Ma quello di oggi è un passo avanti.
Spiazzati dal netto intervento di Mosca contro il pacchetto Onu (leggilo sul sito Unosek) del finalndese Atashaari, i rappresentanti di Europa e Stati Uniti si augurano di poter ulteriormente ammorbidire la leadership serba, divisa tra un’anima nazionalista guidata dal premier Kostunica e una più europeista rappresentata dallo stesso Jeremic, con un pressing diplomatico che la aiuti a uscire dall’isolamento. La carta che giocheranno è quella di un prossimo ingresso di Belgrado in Europa in cambio di un sì all’indipendenza sorvegliata? Alla Farnesina, su questo punto, le bocche sono cucite, ma è chiaro che, se il futuro della Serbia è in Europa, i passi che dovrà fare Belgrado sono due: disponibilità a trattare sullo status del Kosovo e collaborazione giudiziaria per garantire la cattura dei criminali di guerra Mladic e Karadzic. Questo è uno dei nodi della trattativa.
Ora, all’indomani dello spiraglio aperto da Jeremic, Pristina deve rispondere alla contro-offesinsiva diplomatica serba. I nuovi Raìs kosovari, negli anni scorsi, hanno imprudentemente promesso l’indipendenza ai loro concittadini di etnia albanese, creando una serie di aspettative che sarebbe pericoloso disattendere. Perché in Kosovo, dove quattro bande mafiose avrebbero il controllo dell’intera economia nazionale, sono ancora nascoste 400 mila armi, printe all’uso. Sostengono infatti i ben informati che gli ex combattenti dell’Uck non si farebbero pregare per riprenderle in mano, qualora ottenessero - da questa infinita trattativa - qualcosa di meno dell’indipendenza. Il countdown per un’altra crisi è insomma già iniziato. La soluzione - dicono alla Farnesina - dovrà arrivare entro i primi mesi del 2008. Altrimenti, a perdere la faccia, racconta la fonte di Panorama.it al Ministero degli Esteri, sarebbe anche il segretario generale dell’Onu. Trasformando una trattativa che dura da ormai più di due anni in una farsa. Che potrebbe anche trasformarsi in tragedia.

di Azra Nuhefendic
Ex reporter bosniaco-musulmana della tv di Stato di Belgrado. Arriva a Sarajevo, la sua città natale, il 5 aprile 1992, alla vigilia dell’assedio. Quando torna a Belgrado, un mese dopo, i colleghi e i vicini di casa serbi non la salutano quasi più. Passa una settimana e viene licenziata.
La guerra è come il cancro: pare che capiti sempre agli altri, mai a noi stessi.
Io non volevo credere che la guerra arrivasse a Sarajevo. Ma il 5 Aprile 1992 non potevo più negare quello che per altri versi era evidente: la guerra era alle porte della città dove ero cresciuta.
Mi pareva assurdo guardarla da una distanza di 500 chilometri. Lavoravo a Belgrado, facevo la giornalista per la Tv statale. Ho preso due settimane d’aspettativa, nell’illusione che la guerra potesse durare meno di un mese.
Tutti i collegamenti con la Bosnia erano già interrotti. Partii al seguito di una Tv svedese. Mi offrii per far loro da guida, e loro in cambio mi avrebbero dato un passaggio.
Al confine tra Bosnia e Serbia, c’erano già i soldati dell’armata iugoslava, i poliziotti anche loro armati fino ai denti, e infine i paramilitari serbi. Sembravano appena usciti dai film della seconda guerra mondiale: barbe e capelli lunghi con cartucciere che gli pesavano come macigni intorno al collo. I cannoni avevano le bocche puntate verso la sponda bosniaca del fiume. Il famoso criminale di guerra Zeljko Raznatovic Arkan dava ordini a tutti. Fu lì, sul ponte di Drina, che capii che cosa stava succedendo.Le strade verso Sarajevo erano vuote. Ogni tanto apparivano e scomparivano, come le silhouette, i vari gruppi armati. Non sparavano, appena ci vedevano si ritiravano.
A Olovo, piccola città nel centro di Bosnia, incontriamo due autobus pieni di minatori: tornavano da Sarajevo dove, quel giorno, mezzo milione dei bosniaci aveva appena manifestato contro la guerra.
Faceva buio quando siamo entrati a Sarajevo. Sulla città regnava un silenzio minaccioso. Le strade che conoscevo come le mie tasche, mi sembravano sinistre, irreali. La foschia e la nebbia, le luci gialle lampeggianti dei semafori, tutto mi faceva paura. Ogni cento metri ci fermavano i civili armati, alle barricate. In fretta e correndo ci chiedevano chi fossimo, dove andassimo.
Volevo andare dritto a casa, dai miei genitori, ma non mi hanno lasciato. “Troppo pericoloso”, ci dicevano spingendoci verso il centro.
Le porte dell’albergo “Belgrado” (oggi “Bosna”) erano chiuse a chiave. Non ci lasciavano entrare. Tutto pieno, ci diceva attraverso la porta chiusa il consierge. Provammo a insistere finché la porta non si aprì. Cercò di scusarsi: “Le bande armate girano per la città”. Sulla Tv di Belgrado vediamo Arkan: “Dicono che stai per attaccare Zvornik? - gli chiede giornalista. E Arkan: “Sono qui, a Belgrado, davanti al mio negozio, dove stiamo parlando”. Alle prime ore del 6 aprile, arriva la notizia che Arkan, i suoi paramilitari e l’armata iugoslava hanno attaccato Zvornik. Si parla di decine di morti, centinaia feriti, scomparsi, detenuti.Vado dai miei genitori e li trovo tranquilli.
- E la guerra? - chiedo.
- Ma lascia perdere i “papci” - dice papa.
“Papci” è un termine peggiorativo che a Sarajevo si usa per definire i vigliacchi, montanari che non riuscivano ad integrarsi con i sarajevesi.
“Perché sei venuta? Non ce n’è bisogno: qui tutto è a posto” mi dice mamma.
E’ una bella giornata, soleggiata. Il 6 Aprile è festa, il giorno della liberazione di Sarajevo dai nazisti. Vado a trovare le sorelle e gli amici. Beviamo il caffè nei bar coi tavolini di fuori. Nell’aria pendono le paure non pronunciate. Bisogna scappare, dico, e spiego cosa ho visto arrivando a Sarajevo. “Ma lascia perdere, anche se succedesse qualcosa, non sarà niente grave. Ai “papci” bisogna dare un lezione” mi dicono.
Nel primo pomeriggio però le vie si svuotano. Rari passanti camminano in fretta.
Con la notte cade la paura. Si guarda la Tv cercando notizie che ci tranquillizzino. Il presidente bosniaco Izetbegovic dice che non ci sarà la guerra. “State tranquilli. Per la guerra ci vogliono due parti. Noi bosniaci non faremo la guerra”.
Dal primo sonno ci svegliano le cannonate: il primo attacco al Sarajevo e in corso. Serbi paramilitari, scedendo dalla collina Vrace, tentano di tagliare la città in due. Si combatte sotto la mia casa, a Grbavica. I genitori ed io, trascinandoci, ci troviamo in un angolo, dietro un piccolo muro che ci sembrava più sicuro. Abbracciati tremiamo insieme ai mura della casa. Sembra che combattano nella stanza accanto. Suonano i telefoni, e sempre strisciando, rispondo. Ma hanno appeso. Dopo un ‘altra telefonata, risponde mia sorella: “Siete vivi?”.
Cosi è cominciata la mia guerra.
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