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Benazir Bhutto
- Tags: Asif-Ali-Zardari, Benazir Bhutto, corruzione, Corte-Suprema, immunità, Pakistan, processo, Svizzera, Terra dei Puri, world news, Yusuf-Raza-Gilani
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(Credits: AP Photo/Anjum Naveed)

Il premier pakistano, Yusuf Raza Gilani, è comparso in Tribunale per rispondere di “oltraggio alla Corte“. Il primo ministro di Islamabad si è rifiutato di riaprire un caso di corruzione ai danni del presidente Asif Alì Zardari. La giusitificazione di Gilani è che il capo dello Stato gode di una “immunità totale”.
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(Credits: Epa/Khaled Elfiqi)

Al Qaeda torna a minacciare gli Stati Uniti. In un messaggio apparso su diversi siti web fondamentalisti, lo yemenita Nasser al Wahishi, a capo della formazione terroristica con sede nella Penisola Arabica, promette di proseguire la “guerra santa” contro l’Occidente.
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Salman Taseer , governatore della provincia pakistana del Punjab, assassinato dai radicali islamici (AP Photo/File)

Dopo aver assassinato l’ex premier Benazir Bhutto nel 2007, questa volta i radicali islamici se la sono presa con il governatore del Punjab, la provincia più grande del Pakistan.
Ieri Salman Taseer, un politico e imprenditore vicino al presidente, è stato ucciso da una delle sue guardie del corpo che gli ha sparato addosso 26 colpi mentre saliva sulla sua auto nel mercato Kohsar di Islamabad.
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- farian
- Mercoledì 5 Gennaio 2011


(Credits: Getty Images)
di Valeria Fraschetti
Ha lo stesso naso vistoso della defunta zia Benazir, che lei però accusa di essere «moralmente responsabile» dell’assassinio di suo padre. Ha una laurea presa alla Columbia University, ma se diventasse premier chiederebbe agli Stati Uniti di riportare a casa i loro droni. Soprattutto, Fatima Bhutto è l’erede della dinastia politica più famosa e insanguinata del Pakistan ma non è sedotta dal potere. Preferisce colpirlo con la penna, specie se a incarnarlo è l’«untuoso» zio presidente, Asif Zardari, di cui lei non dimenticherà mai l’insensibilità con cui al telefono le disse: «Ah, non lo sai? Hanno ucciso tuo padre». Continua
Sostenitori di Ali Zardari
Il vedovo di Benazir Bhutto, Asif Ali Zardari, ce l’ha fatta. Per ottenere la maggioranza delle preferenze tra i rappresentanti delle due Camere e dei quattro Assemblee Provinciali sarebbero bastati 352 voti, ma Zardari si ne è assicurati 481 su 702. L’unica provincia in cui Zardari ha un po’ traballato è il Punjab, da sempre la roccaforte del rivale Nawaz Sharif. Il Partito Popolare Pachistano (PPP) ha definito le elezioni di oggi una netta vittoria per la democrazia, oltre che una conferma delle capacità di Zardari di guidare il principale partito politico pachistano, di cui molti avevano dubitato quando il vedovo della Bhutto prese in mano le redini del PPP subito dopo l’assassinio della moglie, a dicembre 2007.
Da domani Zardari dovrà fare i conti con due gravi problemi che affliggono il Paese: una sempre più evidente crisi economica e l’ulteriore radicalizzazione dei movimenti fondamentalisti, che anche oggi hanno insanguinato la giornata con un attentato suicida nei pressi della città di Peshawar in cui sono rimaste uccise almeno sedici persone. Tuttavia, sembra che il suo asso nella manica sia un’agenda politica stesa proprio da Benazir Bhutto prima di rientrare in Pakistan a fine 2007. Secondo alcune indiscrezioni, tale programma prevederebbe anzitutto un accordo con i militari, che restano l’istituzione più forte nel Paese: Zardari dovrebbe riuscire a tutelare le esigenze del Capo di Stato Maggiore, prendere in considerazione le preoccupazioni strategiche dell’esercito e assicurare che la fetta di finanziamenti pubblici delle forze armate non venga toccata. Ancora, in cambio della promessa di incrementare i fondi destinati alla lotta al fondamentalismo, il PPP si potrebbe assicurare non solo la simpatia degli Stati Uniti, ma anche aiuti concreti di carattere militare che gli farebbero guadagnare punti con i vertici dell’esercito e che tornerebbero utili nel faccia a faccia con il vicino gigante indiano. Sulla questione dei poteri del Presidente, Zardari ha dichiarato oggi che “una loro limitazione sarebbe controproducente per il futuro sia del partito che del Paese”. I pachistani, invece, sperano che nel cercare la simpatia degli Stati Uniti e quella dei generali Zardari non si dimentichi della stabilità economica.
Il generale Pervez Musharraf, al governo in Pachistan dal colpo di stato del 1999, è apparso stamane davanti agli schermi della televisione per annunciare quello che erano ormai in molti ad attendersi. E di cui di fatto quasi nessuno, tra i più importanti analisti del paese, si è stupito: “Dopo essermi consultato con gli avvocati e con i miei alleati politici, ho deciso di rassegnare le dimissioni. Contro di me” ha però avvertito “hanno mosso accuse false che io nego totalmente”.
Le accuse che hanno costretto alle dimissioni il presidente pachistano sono quelle di aver violato la Costituzione imbrogliando il risultato elettorale delle presidenziali dell’ottobre 2007, dichiarando alla fine dello scorso anno la legge marziale e infine rimuovendo, alla guida della Corte Suprema, il giudice Iftikhar Chaudhry e tutte quelle voci a lui ostili.
L’annuncio delle dimissioni (in inglese)
Uscita vittoriosa nelle legislative del 18 febbraio, la coalizione di governo tra il Partito popolare pachistano di Asif Ali Zardari, vedovo di Benazir Bhutto, e la Lega musulmana del Pakistan dell’ex primo ministro Nawaz Sharif (caduto in seguito al golpe del 1999) aveva subito trovato un accordo per incriminarlo e reintegrare i giudici rimossi. Ma l’ultimatum del governo a Musharraf è arrivato solo due giorni fa, il 16 agosto: 24 ore di tempo per le dimissioni, prima dell’avvio formale in parlamento della procedura di impeachment.
Quello di oggi è però solo l’ultimo episodio di una guerra politica e giudiziaria che ha portato il paese sull’orlo di una guerra civile, con i gruppi fondamentalisti all’attacco, un esercito oscillante tra la mano dura e l’accordo coi miliziani fondamentalisti e un presidente ormai impopolare dal quale avevano preso le distanze anche gli americani. I quali dal 2001 in poi avevano considerato il presidente un alleato chiave, per quanto ingombrante, nella guerra contro Al Qaeda e i talebani che si combatte al confine tra Pakistan e Afghanistan.
Il generale ha accusato gli oppositori (”Vogliono danneggiare me, ma faranno del male al Paese”) e difeso i risultati economici ottenuti nei suoi nove anni di governo giustificando il suo operato fin dal 1999.
Le sue dimissioni, più volte rimandate, erano però ritenute inevitabili dopo la sconfitta elettorale di febbraio e la formazione di una maggioranza parlamentare che lo considerava indirettamente responsabile anche dell’attentato contro la Bhutto della fine del 2007.
Ora resta da vedere quale sarà il suo futuro personale, oltre che quello del suo paese. Il segretario di Stato Condoleezza Rice, in un intervento a Fox News, ha definito domenica Musharraf “un buon alleato”, ma non si è sbilanciata sull’ipotesi che siano gli Stati Uniti a concedergli asilo politico: “Non è un tema di cui stiamo discutendo. Il futuro del presidente pachistano sarà il suo paese a deciderlo”. Un chiaro tentativo di smarcamento giunto, non a caso, a poche ore dalle dimissioni. Il presidente pachistano era ormai diventato, da molti mesi, un peso anche per Washington: con lui in sella la guerra contro le milizie filo Al Qaeda del Waziristan era tutt’altro che vinta e il paese rischiava di scivolare verso il caos.
Il VIDEO servizio di Al Jazeera (in inglese):
Il VIDEO servizio:
Si sono stretti la mano e hanno deciso di riprendere i rapporti, interrotti dopo il sanguinoso attentato all’ambasciata indiana di Kabul, che un mese fa, provocò la morte di 50 persone. Nell’incontro avvenuto ai margini di un vertice internazionale, tra il Presidente dell’Afghanistan Hamid Karzai e il Primo Ministro del Pakistan Yusaf Raza Gilani, ci sono stati, certo, i sorrisi di circostanza, ma dietro di essi, sono rimasti i sospetti e le ombre. Soprattutto resiste uno spettro, che fa paura ad entrambi: quello dell’Isi, Inter-Services Intelligence, il potentissimo servizio segreto di Islamabad, accusato da un rapporto del governo degli Stati Uniti, ma anche dalle autorità afghane e indiane, di avere avuto un ruolo nell’attacco alla rappresentanza diplomatica di Nuova Dheli.
Le accuse sono state respinte al mittente, ma nessuno può smentire ciò che tutti sanno: da anni, l’Inter-Services Intelligence è uno degli attori più importanti in Afghanistan, attraverso i rapporti con i fondamentalisti islamici. Lo “Stato nello Stato”, come viene definito, è un apparato militare composto da 10.000 persone che si muove seguendo, a volte, logiche autonome, a volte, invece, attenendosi agli ordini del vertice del potere pakistano. Una struttura talmente forte – nessuno lo nasconde - da essere in grado di condizionare lo stesso corso della politica pakistana. Tanto che il premier Gilani, qualche settimana fa, per ridimensionarne il potere, ha deciso di trasferire l’Isi alle dipendenze del Ministero degli Interni, nel tentativo di metterlo sotto il diretto controllo di una autorità civile. Una prova dello scontro in atto tra l’esecutivo guidato dagli eredi di Benazir Bhutto, la leader del Partito Popolare Pakistano, assassinata lo scorso dicembre, durante la campagna per le elezioni presidenziali, e il servizio segreto. Secondo alcuni analisti, l’attentato di Kabul sarebbe stato organizzato per far tornare alta la tensione tra India e Pakistan in modo da distrarre l’attenzione del governo di Islamabad dalla lotta ai terroristi islamici.
Fondato nel 1948 da un ufficiale britannico, l’Isi ha avuto come prima missione quella di “contenere la minaccia” indiana. Dopo il disastro del 1965 quando, durante la guerra Indo-pakistana in Kashmir, il servizio di sicurezza diede una pessima prova della sue capacità, “l’agenzia” venne ristrutturata e potenziata. Così tanto da diventare, nel corso degli anni, una formidabile arma che Islamabad ha usato per aumentare il proprio peso nell’area. L’Inter-Services Intelligence è stato uno degli strumenti per “cacciare” i sovietici dall’Afghanistan, addestrando e armando – insieme alla Cia – migliaia e migliaia di mujahedin. Un rapporto continuato anche negli anni 90, proseguito poi con la “creazione” dei talebani e l’appoggio al loro regime.
Soltanto dopo l’11 settembre, queste relazioni sono state interrotte e all’interno dell’Isi c’è stato un repulisti. Gli elementi più vicini ai fondamentalisti sono stati allontanati dal vertice del servizio di sicurezza. Dietro questa facciata ufficiale, l’aiuto clandestino ai guerriglieri di Allah è però proseguito. Fino ad oggi. L’Isi ha anche alimentato i gruppi armati secessionisti pakistani in Kashmir. Una guerra per procura, durata per anni, che è stata “congelata” dopo che gli Usa hanno imposto al Generale Musharaff di tagliare i ponti con le formazioni terroristiche islamiche della zona. Dopo il 2001, l’Isi è stato entrato nel mirino degli Americani, che hanno messo in atto un’opera di contenimento. In questi anni, il suo ruolo negli affari interni pakistani è stato meno evidente che in passato. Ora, però che il presidente Mushraff si è indebolito e il nuovo governo civile del PPI non riesce a rafforzarsi, l’Isi, o almeno le fazioni più vicine ai fondamentalisti islamici, potrebbe tornare a giocare un ruolo di king-maker a Islamabad.
Hamid Gul è uno dei personaggi più potenti e oscuri del Pakistan. Ex capo dell’Isi, il servizio segreto pakistano, questo generale ritiratosi dall’esercito dopo uno scontro con i vertici della forze armate, nel corso degli anni ha assunto un importante ruolo politico, diventando un punto di riferimento per i gruppi dei fondamentalisti islamici. Uomo capace di condizionare il corso della vita politica pakistana, Gul ne è stato uno dei protagonisti degli ultimi mesi.
Arrestato nello scorso novembre dal generale Musharaff dopo la proclamazione dello stato d’emergenza, rilasciato dopo poco tempo anche grazie alle pressioni dei sauditi, Hamid Gul venne accusato da Benazir Bhutto di essere uno dei mandanti della strage di Karachi, nello scorso ottobre, quando una bomba fece una strage tra la folla, al passaggio del corteo della leader pachistana, appena rientrata in Pakistan dopo otto anni di esilio. Gul ha sempre respinto le accuse. Fu proprio la Bhutto, quando era Primo Ministro, nel 1989, ad allontanarlo dai vertici dell’Isi, dove era stato nominato, due anni prima, dall’allora presidente Muhammad Zia ul- Haq.
Raggiunto da Panorama.it a Islamabad, Gul risponde ad alcune domande sulle accuse di coinvolgimento dell’Isi nell’attentato contro l’ambasciata indiana a Kabul, avvenuto lo scorso 7 luglio. E ne approfitta per mandare qualche messaggio. “Non è possibile che l’Inter-Services Intelligence abbia avuto un ruolo in quella strage. Il nostro servizio segreto non si muove in modo autonomo, ma agli ordini del governo. Il nostro esecutivo non ha alcun interesse a destabilizzare l’Afghanistan”.
Però funzionari dello stesso governo di Islamabad, in alcune dichiarazioni, hanno fatto intendere di non escludere una “pista Isi” e le autorità pakistane hanno aperto anche un’inchiesta ? “Uno può dire quello che vuole, ma questo non significa che sia la realtà. Un sacco di persone, in Europa, non credevano al fatto che l’11 settembre fosse stato opera di Al Qaeda, ma pensavano che fosse stato compiuto dagli stessi americani. La realtà era ben diversa. Poi basta con queste accuse lanciate dagli Stati Uniti. Non si può più credere ai rapporti e alle veline della Cia. Si ricordi cosa hanno detto e fatto con l’Iraq. Tutte bugie”. Ma ci sono ancora collegamenti tra l’Isi e i Talebani ? “No. L’ Isi sta combattendo contro i Talebani. Il servizio segreto, in Afghanistan, ora è inquadrato in una struttura composta dalle intelligence di tutte le forze armate, esercito e aeronautica, voluta dal Presidente Mushraff. Quindi, se ci sono rapporti tra i nostri soldati e i talebani, la colpa è sua, di Mushraff”. Senta, ma l’Isi è stato descritto come una sorta di “Stato nello Stato”. Cosa ne dice ? “Mah…è quello che dicono di tutti i servizi segreti. La Cia non è stata chiamata il “governo ombra” degli Stati Uniti ? No, guardi, l’Isi risponde agli ordini dei vertici del governo pakistano”. E come si colloca l’Inter-Services Intelligence nella lotta di potere a Islabamad ? E’ più vicino al Presidente Mushraff o al Primo Ministro Yusaf Raza Gilani? “Il servizio risponde agli ordini del Primo Ministro, come è sempre stato”. Ma, di questo, sono in molti a dubitare.
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