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Benazir Bhutto

Le elezioni in Pakistan hanno lasciato il Paese in un equilibrio incerto. Per quanto molti analisti abbiano interpretato il risultato elettorale come un plebiscito contro Musharraf, tra le ombre che avvolgono il Paese vi è proprio il destino del Generale.
Per capire meglio che cosa sta capitando a Islamabad, Panorama.it ha incontrato Swaran Singh, professore di Relazioni Internazionali e Studi Strategici presso la Jawaharal Nehru University di Nuova Delhi, in India.
Professor Singh, fino a che punto è credibile che i due partiti di opposizione formino insieme un nuovo governo?
Il punto della questione non è tanto se un’alleanza tra il Partito Popolare Pachistano (PPP) e la Lega musulmana pachistana-N (Pml-N) sia credibile, ma la mancanza di un’alternativa. Se questi due partiti non si metteranno d’accordo, non sarà formato il governo e bisognerà procedere con nuove elezioni. Ecco perché oggi i due gruppi sono alla disperata ricerca di un compromesso.
Quali sono i principali motivi di attrito?
Senza dubbio il destino del Generale Musharraf. Per quanto le elezioni abbiano chiaramente evidenziato un forte malcontento nei suoi confronti, la questione delicata è: se ed eventualmente come estrometterlo dal regime. E mentre il PPP è alla ricerca di una strategia di uscita onorevole, il Pml-N è pronto ad avviare la procedura di impeachment.
Cosa potrebbe succedere in Pakistan se Musharraf fosse definitivamente estromesso dai giochi politici del Paese?
Partendo dal presupposto che la priorità di Musharraf consiste nello scongiurare la concretizzazione di tale scenario, il suo partito, la Lega musulmana pachistana (Plm-Q), ha proposto al PPP di formare insieme un nuovo governo. Ma di fronte al rifiuto del PPP, Musharraf sembra ora orientato a giocare la carta americana.
Cosa intende ?
Gli Stati Uniti, che continuano a mantenere legami con il Genarale -in questi giorni in visita a Washington-, potrebbero trovare il modo per convincere il nuovo governo a non assumere un atteggiamento ostile nei suoi confronti. Inoltre, non è credibile che la nuova coalizione decida di guidare il Paese trascurando gli interessi dei militari. Anche se non sappiamo se l’esercito di fatto appoggi o meno Musharraf, è certo che ufficialmente non sosterrà mai decisioni eccessivamente dure nei suoi confronti.
In tutto questo marasma, esiste qualche partito minore in grado di giocare un ruolo significativo?
I candidati indipendenti che si sono presentati alle elezioni sono 27, ma i partiti che rappresentano sono troppo piccoli per giocare un ruolo significativo nella formazione del governo. Tuttavia, i loro voti potrebbero diventare determinanti per raggiungere la maggioranza dei due terzi necessaria per approvare le riforme costituzionali di cui il Paese ha bisogno.
Che conseguenze hanno queste evoluzioni sulle relazioni tra Pakistan e, rispettivamente, Cina, India e Stati Uniti?
Le relazioni tra Pakistan, Cina e Stati Uniti poggiano su basi talmente solide da rendere difficile immaginare delle modifiche sostanziali delle stesse, soprattutto nel breve periodo.
Il caso indiano, invece, è un po’ diverso. Non appena in Pakistan saranno i politici e non più i militari a guidare il Paese, è possibile che i toni dei primi assumano sfumature populiste. In Pakistan, purtroppo, è molto facile ottenere l’approvazione delle masse dipingendo l’India come la causa principale della maggior parte dei problemi del Paese. Tuttavia, quella del populismo è solo un’ipotesi, cui non è detto verrà data sostanza.
In conclusione, quindi, qual’è il suo giudizio su queste elezioni?
Indipendentemente dal risultato finale, ritengo che le ultime elezioni abbiano dato prova del livello di maturità della democrazia in Pakistan. Fino a ieri sarebbe stato impensabile immaginare che la popolazione esprimesse il proprio dissenso contro il Generale Musharraf in maniera così chiara. Tuttavia, quello che mi auguro è che i leader politici siano in grado di gestire l’ondata di cambiamenti che sta attraversando il Paese evitando di appoggiare misure drastiche la cui unica conseguenza sarebbe l’aumento dell’instabilità. Ecco perché spero che l’opposizione raggiunga un accordo sul “destino” del Generale, tenendo anche in considerazione che, nonostante i suoi difetti, è l’unico leader che sa come guidare un Paese come il Pakistan. Benazir Bhutto sarebbe stata un’ottima alternativa, ma sia il marito che il figlio non sembrano avere la sua stessa stoffa. Almeno per ora.

Swaran Singh, professore di Relazioni Internazionali e Studi Strategici presso la Jawaharal Nehru University di Nuova Delhi, in India
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Il presidente pachistano Pervez Musharraf, in un’intervista al Wall Street Journal, ha escluso le sue dimissioni, malgrado l’eclatante vittoria dell’opposizione nelle elezioni legislative di lunedì: un trionfo che secondo gli analisti non semplifica la crisi politica nell’unico Paese musulmano dotato di atomica.
A chiederne le dimissioni si è aggiunto ieri anche Nawaz Sharif, ex primo ministro destituito nel colpo di Stato militare che nel 1999 ha portato al potere Musharraf. Il partito di Sharif, la Lega musulmana pachistana-N (Pml-N) è uscito seconda forza d’opposizione nelle elezioni, subito dopo il Partito popolare pachistano (Ppp) della leader assassinata Benazir Bhutto. Ora i due starebbero pensando a un governo di coalizione con il Pml-N.
Le elezioni, con un’affluenza del 45% superiore alle ultime del 2002, si sono trasformate in un vero referendum contro Musharraf. Il partito creato sei anni fa per sostenere l’allora generale, la Lega musulmana pachistana-Q (Pml-Q), è stato travolto da una sconfitta che ha colto di sopresa la presidenza.
Dagli ultimi risultati, non ancora definitivi, i due partiti d’opposizione avranno in parlamento la maggioranza dei seggi, se raggiungessero i due terzi potrebbero chiedere l’impeachement del presidente, di cui non riconoscono la legittimità perché eletto quando era ancora capo delle forze armate. Musharraf ha smesso la divisa a novembre, su pressioni americane, ma solo dopo essersi assicurato il secondo mandato presidenziale ed avere purgato con leggi speciali due terzi della Corte suprema a lui ostile.
La posizione del presidente non è mai stata tanto precaria, dicono gli osservatori a Islamabad, e ci sono timori per la stabilità del Pakistan. Musharraf, 64 anni, è stato un alleato degli Stati Uniti nella guerra al terrorismo internazionale e ha ricevuto in cambio 10 miliardi di dollari dal 2001, che hanno aiutato lo sviluppo dell’economia senza in alcun modo ridurre la povertà nel Paese di 160 milioni di persone, di cui il 31 per cento vive in indigenza.
Il presidente americano George Bush, in visita oggi nel Ghana, ha sottolineato che sono state elezioni libere e pertanto rappresentano una vittoria del popolo. “È stata una vittoria del popolo poiché è stato valutato che si è trattato di una consultazione libera: il popolo ha potuto parlare”, ha detto Bush nel corso di una conferenza stampa. Gli Usa amavano molto la Bhutto, ma non hanno nessuna simpatia per Nawaz Sharif.
Fino a questo momento i risultati parziali danno 87 seggi al Ppp, 66 al Pml-N, 39 al Pml-Q, 19 all’alleato del partito di Musharraf Mqm (che di fatto e’ solo nel Sindh), dieci all’Anp (nazionalista laico pashtun, nella Provincia di Frontiera del Nord Ovest), tre al Mma (alleanza di partiti islamici radicali, che ha subito una sconfitta) e 34 ad indipendenti e altri. (ANSA)

Il partito che sostiene il presidente si avvia verso un pesante fallimento nelle elezioni legislative che si sono svolte ieri, fra assenteismo e paure di attentati. “Via tutti gli uomini del re”, “La vendetta della democrazia”, “Alleati di Musharraf subiscono l’indignazione dei votanti”, titolano i giornali del mattino, dopo che nella notte i sostenitori dell’opposizione avevano già celebrato la vittoria.
Dodici ore dopo la chiusura delle urne, la Lega musulmana-N dell’ex primo ministro Nawaz Sharif guidava con il 29 per cento, seguita dal Partito popolare pachistano (Ppp) della leader assassinata Benazir Bhutto con il 27 per cento, contro il 9 per cento della Lega musulmana pachistana-Q (partito costituito sei anni fa da Musharraf) e il 7 per cento del partito nazionale pashtu Anp. Mentre è andato male il partito dei radicali islamici, Muttahida Majlis-e-Amal.
Sharif, rientrato da otto anni di esilio dopo accuse di corruzione, ha capitalizzato sulla rivalità aperta con Musharraf e il sostegno ai giudici, mentre il Ppp si è rafforzato sull’onda dell’emozione dell’omicidio della Bhutto, malgrado sia ormai un partito senza leader.
Uomini importanti, potenti, molto vicini al presidente, come il capo del partito Lega musulmana pachistana Chaudhry Shujaat Hussain e il ministro delle ferrovie e consigliere Sheikh Rashid Ahmed, non sono stati rieletti. “Se l’andamento è confermato, è un referendum contro il presidente”, afferma il giudice Wajihuddin Ahmed, a capo del movimento dei togati, che molta parte ha avuto nel crollo della popolarità di Musharraf. “È decisamente un voto contro Musharraf”, ha detto l’analista politico Kamran Shafi ha detto alla televisione privata Dawn.
“Questa è la voce della nazione”, aveva detto ieri Musharraf alla televisione di Stato. “Dobbiamo tutti accettare i risultati, me incluso”. Ottanta milioni di aventi diritto, la metà della popolazione, sono stati chiamati alle urne, l’affluenza è stata del 40 per cento, dopo una campagna elettorale silenziosa e sanguinosa, cominciata con l’assassinio della Bhutto a dicembre e conclusasi con un bilancio di 450 morti dall’inizio dell’anno. Ma la giornata si e’ svolta senza incidenti gravi.
I risultati definitivi di queste none elezioni nella storia dell’unico Paese musulmano dotato di arsenale nucleare arriveranno fra oggi e domani. La consultazione, per 272 dei 342 seggi del parlamento nazionale e per le assemblee provinciali, dovrebbe segnare la conclusione della transizione a un governo civile, dopo che Musharraf, su pressioni dell’alleato Stati Uniti, ha smesso la divisa da generale prima del giuramento per il nuovo mandato a novembre. La sua rielezione è contestata come incostituzionale dall’opposizione che se si dovesse alleare e ottenere due terzi del parlamento potrebbe chiedere l’impeachement di Musharraf.
Centinaia di osservatori stranieri e migliaia di pachistani hanno monitorato lo svolgimento delle elezioni, ma non sono stati autorizzati a condurre exit polls. Il gruppo dell’Unione europea dovrebbe esprimere un giudizio preliminare mercoledì.
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Con uno schieramento di mezzo milione di poliziotti e militari, ottantuno milioni di pachistani hanno iniziato a votare oggi per elezioni legislative offuscate dalla violenza ma considerate cruciali per il futuro dell’unico Paese musulmano dotato di armamenti nucleari.
Poco prima delle apertura dei seggi, cinque persone, tra le quali un candidato dell’opposizione, sono rimaste uccise in un attentato a Lahore: secondo fonti della polizia, due uomini armati hanno aperto il fuoco sull’auto di Asif Ashraf, che era in visita al suo collegio elettorale e poi si sono dati alla fuga. La vittima era nelle liste dell’ex primo ministro pachistano, Nawaz Sharif. Insieme al candidato sono rimasti uccisi, tra gli altri, il suo segretario e una guardia del corpo. Le elezioni nel collegio elettorale sono state sospese.
Le elezioni, per 272 seggi dell’assemblea nazionale e per le assemblee provinciali, dovrebbero segnare la conclusione della transizione a un governo civile, dopo che il presidente Pervez Musharraf ha smesso la divisa da generale prima del giuramento per il nuovo mandato a novembre. La sua rielezione è contestata come incostituzionale dall’opposizione che, se si allea e dovesse ottenere due terzi del parlamento, potrebbe chiedere l’impeachement di Musharraf.
I sondaggi indicano un crollo nella popolarità del presidente, al potere dal 1998 con un colpo di Stato militare, e una grande rimonta del Partito popolare, sull’onda dell’emozione dell’assassinio della leader Benazir Bhutto a dicembre.
Guadagnerebbe anche terreno la Lega musulmana-N dell’altro ex premier Nawaz Sharif. I più importanti partiti islamici boicottano la consultazione.
Il voto si svolge dopo una campagna elettorale scarsa di parole e segnata da violenze, che è iniziata con l’assassinio della Bhutto, il 27 dicembre a Rawalpindi, e si è conclusa con un bilancio di 450 morti dall’inizio dell’anno. Le elezioni erano state fissate per l’8 gennaio, ma sono state rinviate dopo l’attentato alla Bhutto.
Gli Stati Uniti hanno fatto pressioni sull’alleato Musharraf perché chiuda il periodo di governo militare - i generali hanno comandato in Pakistan per la metà dei suoi 61 anni di storia.
Ma la popolazione sembra disinteressata e disillusa dalla politica. Analisti concordano che l’affluenza, il 42 per cento nell’ultima consultazione del 2002, sarà scarsa. Pochi i votanti a inizio di mattinata.
I primi risultati si avranno intorno alla mezzanotte locale di oggi e l’andamento nella provincia del Punjab, dove è eletta la metà del parlamento, si saprà martedì mattina. Centinaia di osservatori stranieri e migliaia di pachistani controlleranno lo svolgimento delle elezioni, ma non sono autorizzati a condurre exit polls. Il gruppo dell’Unione europea dovrebbe esprimere un giudizio preliminare entro le 72 ore successive le elezioni.
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Questa mattina quello che potrebbe essere il più grave attentato in Afghanistan dopo la caduta dei talebani: almeno 80 persone sono morte e altre 40 sono rimaste ferite a Kandahar, nel sud del Paese. Ma il bilancio potrebbe salire ancora. L’attacco ha colpito la folla che assisteva a un combattimento di cani.
L’esplosione è stata sicuramente causata da un attentato. Lo ha detto un portavoce del ministero dell’Interno, Zemarai Bashary. La stessa fonte ha confermato che sono morte decine di persone e molte altre sono rimaste ferite. Il portavoce ha aggiunto che si è trattato di un attentato e dopo le prime verifiche sembra che sia stato opera di un kamikaze.
E in Pakistan, alla vigilia delle elezioni di domani, non si fermano le violenze. Con almeno 40 morti e 110 feriti in un attentato contro sostenitori del partito di Benazir Bhutto, si è chiusa ieri in un bagno di sangue una campagna elettorale violenta e priva di entusiasmi per elezioni generali che dovrebbero segnare la transizione del Pakistan a un governo civile.
L’ultimo atto di brutalità, che porta a 80 i morti in una settimana e oltre 140 dall’inizio dell’anno, è avvenuto nel primo pomeriggio a Parachinar, nella regione nord occidentale di Khummar. Al di là della linea Durand, il confine mai riconosciuto dall’Afghanistan, si vede la catena di Tora Bora, dove si dice si rifugiò il leader di al Qaida Osama bin Laden, incalzato dalle bombe americane nel 2001. Tutta la regione del Nord Ovest sta diventando di fatto proibita, in un crescendo di attentati e di scontri tra le truppe governative e i militanti neo taleban. Ieri un kamikaze si è lanciato con la sua autobomba contro un raduno fuori dalla residenza del candidato locale del Partito popolare pachistano (Ppp) della Bhutto, la leader assassinata lo scorso dicembre. E nella valle himalayana dello Swat, a soli 120 chilometri a Nord di Islamabad, un attentatore suicida si è fatto esplodere contro un posto di blocco a Mingora, facendo tre morti e 20 feriti, mentre nella città oscurata da un black out si scatenava una battaglia.
Morti e feriti quotidiani in un Paese che sembra non sapere più come uscire dal vortice di violenze. L’anno scorso, il peggiore nella storia del Pakistan, 800 persone hanno perso la vita in attentati. E la violenza ha dominato, con i sospetti e le accuse di molto probabili brogli, una campagna atipica, che avrebbe dovuto introdurre elezioni considerate cruciali per il Paese, l’unico musulmano dotato di armi nucleari, dominato dai militari per la metà dei suoi 61 anni di vita. Ma nessuno sembra crederci fra i 160 milioni di cittadini, 81 milioni dei quali sono chiamati alle urne domani.
Diversi sondaggi indicano che nessuno dei partiti in lizza riuscirà a raccogliere voti sufficienti per formare da solo il governo, per cui ci si potrebbe avviare a un governo di coalizione, tra il partito di Musharraf (Pml-Q) con uno dei due dell’opposizione (Ppp o Pml-N dell’ex primo ministro Nawaz Sharif) o fra questi ultimi due. Il vedovo della Bhutto, Asif Ali Zardari che dirige il partito, ha incontrato ieri Sharif. Se i due ottenessero i due terzi del parlamento, potrebbero decidere la destituzione di Pervez Musharraf, accusato di essere stato rieletto contro la costituzione.
Per Gallup Pakistan il 51 per cento dei pachistani non crede che le elezioni saranno libere e giuste, come ha promesso il presidente. Ottantuno mila militari sono stati schierati per proteggere i 64 mila seggi che saranno aperti dalle 8 del mattino. Alcune centinaia di osservatori dovranno controllare l’andamento del voto.
È di almeno 37 morti e di oltre 90 feriti il bilancio dell’attacco di un kamikaze che si è fatto saltare in aria nel mezzo della folla a una manifestazione del Partito popolare pachistano, quello della leader dell’opposizione Benazir Bhutto assassinata lo scorso dicembre. Teatro della strage è stata la cittadina di Parachinar, nel distretto tribale di Kurram, nel nordovest del Paese.
L’obiettivo dell’attentato suicida, che arriva a due giorni dalle elezioni generali, era l’ufficio di un candidato del Partito popolare pachistano. Ma sembra che Riaz Hussain Sha sia rimasto illeso. Le prime testimonianze parlano di un uomo che si sarebbe lanciato con l’auto sulla folla assiepata fuori dall’ufficio del candidato del PPP. I sostenitori stavano rientrando dopo una manifestazione.
In Pakistan si svolgono lunedì le elezioni legislative e provinciali e gli ultimi giorni della campagna sono stati insanguinati da una serie di attentati. Una quarantina i morti.

L’approssimarsi delle elezioni parlamentari in Iran (previste per la metà di marzo) rende il regime ancora più attento a quello che la gente può e deve vedere, può e deve sapere. E in situazioni come queste, anche una piccola rivista femminile è in grado di dare fastidio o fare scandalo. È il caso di “Zanan” (Donne), un mensile di Teheran diretto dalla combattiva Shashla Sherka che si è reso colpevole di aver acceso un faro sui crimini contro le donne, o, visto dalla prospettiva dei conservatori iraniani, “di aver compromesso la salute mentale delle lettrici con informazioni moralmente discutibili”.
“Il magazine Zanan”, ha reso noto l’agenzia Fars riportando quanto dichiarato da una fonte ufficiale, “ha minato la fiducia del pubblico nella legge e nell’ordine stabilito, portando così le persone a credere che la Repubblica Islamica sia un posto pericoloso per le donne”.
La direttrice non ha nascosto l’amarezza: “Nessuno del ministero mi ha notificato la decisione della commissione di controllo sulla stampa”. Ma il provvedimento non l’ha comunque colta di sorpresa: da tempo Zanan era inviso ai conservatori che lo ritengono un pericoloso veicolo di idee femministe, per aver affrontato tematiche scottanti come la prostituzione e i “delitti d’onore” e aver ospitato interventi di dissidenti come il premio Nobel per la Pace Shirin Ebadi. Da ex giudice e ora avvocato che lavora in difesa dei diritti delle donne, la Ebadi ha spiegato alle lettrici iraniane come ottenere il divorzio e la custodia dei figli in barba alle palesi discriminazioni esistenti nel diritto di famiglia iraniano. A causa del provvedimento governativo, le quarantamila copie di Zanan con la copertina dedicata all’ex premier pachistana Benazir Bhutto che il primo febbraio dovevano essere in vendita sono rimaste invece accatastate nella sede del giornale. Per la direttrice questo è però un episodio di censura, neanche il più importante, tra quelli che ha dovuto affrontare in tanti anni di carriera. A partire da quanto, anni fa, è stata citata in giudizio per la storia di una ragazzina picchiata dalla polizia in una spiaggia del Mar Caspio perché mal velata.
Oltre a battersi per i diritti delle donne, la direttrice di Zanan ha un formidabile senso degli affari: dal 1991 (anno di fondazione della rivista) è riuscita a mandare avanti l’attività vendendo pagine di pubblicità alle industrie di cosmetici. L’indipendenza economica le ha permesso di denunciare alcuni incredibili azioni del regime. Ma questa libertà, ora, è un lusso che rischia di pagare a caro prezzo.

“Ho subito così tanti attentati e francamente non ho più paura. Credo nel destino”, afferma il presidente pachistano Pervez Musharraf in un’intervista a Panorama in edicola dal 1° febbraio. Il presidente pachistano si dice convinto che l’esercito non gli volterà mai le spalle: “Ho guidato le forze armate per 9 anni. Mi hanno sempre seguito. Gli obiettivi dei militari sono anche i miei. Ecco perché l’esercito rimarrà sempre leale nei miei confronti e il Pakistan non si disintegrerà mai”.
L’ex generale è durissimo con Iftikhar Muhammad Chaudhry, il presidente della corte suprema rimosso dall’incarico a novembre, dopo un lungo braccio di ferro. “Per mesi il primo ministro ha raccolto le prove della corruzione di questo alto magistrato. Io ho deciso per il suo allontanamento. Ho agito contro la legge? No. Poi tutto è stato politicizzato”. Musharraf esprime anche dubbi sull’aiuto promesso dagli americani per domare le tribù ribelli nelle aree dove si annida Al Qaeda. “Davvero pensate che le forze armate degli Stati Uniti abbiano la bacchetta magica? Le condizioni ambientali sono peggiori di quelle dell’Afghanistan”.
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