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Paradossi energetici: l’imbroglio locale del petrolio globale

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  • Tags: benzina, costi, Eni, estrazione, greggio, Nymex, petrolio, pompa, speculazone
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benzina

Gli automobilisti sospettano il complotto. Ma come, ci mettiamo tutti in viaggio per le vacanze e la benzina rincara? Colpa dei petrolieri!
Il governo li asseconda e richiama le compagnie all’ordine minacciando indagini antitrust. I petrolieri un po’ protestano, un po’ abbozzano. È un film già visto, si ripete ogni volta che sul display dei distributori di benzina il conto è più salato. Certo, probabilmente i petrolieri ci marciano un po’ adeguando troppo rapidamente i prezzi all’insù. Ma l’aumento della verde e del gasolio, non solo in Italia, è la spia di una situazione paradossale in cui si trova il mercato mondiale del greggio.
Nei primi 6 mesi di quest’anno i consumi di petrolio sono diminuiti del 2 per cento a livello globale e del 9 per cento in Italia. Parallelamente i consumi di benzina e gasolio sono scesi del 5 per cento. Eppure, le quotazioni del greggio sono raddoppiate, passando nel giro di poco più di 6 mesi dai 35 dollari (a cui erano precipitate dopo il picco di 147 dollari toccato l’11 luglio 2008) agli attuali 70 dollari. Più che prendersela con i petrolieri gli automobilisti dovrebbero chiedersi: come è possibile che salga il prezzo di un bene la cui domanda sta calando?

E magari indirizzare le loro maledizioni alle grandi banche internazionali che sono tornate a guidare la danza della speculazione sulle materie prime. Il prezzo del petrolio viene fissato in due grandi mercati: al Nymex (New York Mercantile Exchange, che dal 2008 fa capo al Cme Group, a sua volta nato dalla maxifusione tra il Chicago Mercantile Exchange e il Chicago Board of Trade) e al londinese Ice Futures Europe, controllato dall’americana Intercontinental Exchange di Atlanta. In questi mercati si scambiano contratti future, ovvero scommesse sull’andamento futuro dei prezzi, con scadenze che partono dal prossimo mese di ottobre (i contratti più trattati) fino a dicembre 2017.
Il problema è che su questi due grandi mercati si scambia molto più petrolio di quello che esiste nella realtà. Oggi al Nymex ci sono transazioni per un valore di oltre 500 milioni di barili al giorno, all’Ice di altri 200 milioni al giorno. Peccato che la produzione giornaliera di greggio sia pari, in tutto il mondo, a circa 85 milioni di barili, cioè quasi un decimo di quello che viene trattato nelle borse dei future.

In sostanza, c’è uno scollamento tra il mondo che stabilisce il prezzo del petrolio e il mondo che il greggio lo produce, lo lavora e lo consuma. “Con il calo della domanda e le quotazioni in rialzo” sintetizza Davide Tabarelli, presidente della Nomisma Energia, “le raffinerie guadagnano sempre meno e i produttori non riescono più a vendere petrolio”. Succede così in una fase di rallentamento dell’economia: oltre un certo prezzo il mercato (che è fatto anche di oli, plastiche e innumerevoli derivati degli idrocarburi) non compra più. Galleggiamo su un mare di oro nero invenduto, ma caro. In questo momento, rivela la newsletter Energy Intelligence, ci sono 110 milioni di barili di greggio e 70 milioni di barili di gasolio fermi nelle petroliere davanti a grandi porti come quello di Rotterdam.

Certo, non è solo colpa della speculazione, come ricorda Massimo Nicolazzi, amministratore delegato del Centrex Europe & Energy Gas e autore del libro Il prezzo del petrolio. Tra le ragioni dei rincari ci sono le strozzature dell’industria della raffinazione. E c’è la crescita delle riserve e degli stock. “Negli Stati Uniti” conferma Enrico De Stefano della Galaxy Energy, una società di trading di Monte-Carlo “le riserve strategiche sono ai massimi da sempre, mentre quelle cinesi sono salite al record di 235 milioni di barili”. Tuttavia, la speculazione svolge un ruolo fondamentale.

E il timore degli esperti è che si stia riformando la grande bolla, esattamente come è successo prima del crollo del 2008.
“La Goldman Sachs e grandi banche internazionali come Ubs, Jp Morgan, Barclays hanno giocato un ruolo importante nella crescita del mercato fino al crac del 2008″ sostiene De Stefano. “Ricordo che proprio la Goldman Sachs emetteva un bollettino mensile sul petrolio che di fatto alimentava le aspettative di un rialzo dei prezzi. Ho l’impressione che quel meccanismo si sia rimesso in funzione”. Già: un vorticoso giro di carta con le banche che reggono il gioco. E un prezzo del barile che va su e giù come uno yo-yo, paralizzando gli investimenti in nuovi giacimenti di petrolio se è troppo basso, bloccando l’economia se è troppo alto. Questa situazione non piace a nessuno.

Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni, ha proposto una serie di misure per tentare di stabilizzare le quotazioni del greggio, aumentando la trasparenza del mercato. Oltre che le grandi compagnie e i produttori, l’eccessiva volatilità del greggio preoccupa molto le autorità pubbliche. E questa volta vogliono vederci chiaro. “Il 28 luglio 2009″ racconta Tabarelli “sono iniziate negli Usa le audizioni della Commodity futures trading commission per studiare l’introduzione di limiti alle posizioni degli speculatori. Tali limiti esistono dagli anni Venti per le materie prime agricole e non vi è ragione perché non possano essere applicati anche al petrolio, dove attualmente ve ne sono di molto blandi per i contratti in scadenza”.
A riprova che il tema del prezzo del greggio è molto caldo, un’altra partita si è aperta a Londra tra l’organo di vigilanza Financial service authority e la potente lobby finanziaria. Per ora queste audizioni hanno prodotto un risultato: l’americana Federal trade commission ha varato giovedì 6 agosto una serie di nuove regole per prevenire la manipolazione del mercato, con multe fino a 1 milione di dollari al giorno per chi diffonde notizie false o nasconde informazioni che potrebbero influire sui prezzi. Basterà? Gli esperti sono scettici.

Per ridurre la speculazione si potrebbe obbligare gli operatori a “coprire almeno il 50 per cento del valore del contratto e a ricevere il petrolio fisico alla sua conclusione” suggerisce De Stefano della Galaxy. Certo è che il mercato, affinché resti liquido, non può che essere pure speculativo.
A meno che non si faccia come con le cipolle. Nel 1957 una bolla dei prezzi investì il mercato danneggiando gli agricoltori. L’allora senatore Gerald Ford fece approvare dal Congresso una nuova norma: è vietato fare contratti future sulle cipolle. A distanza di 50 anni si può scommettere su tutto, tranne che su questo saporito bulbo.

estrazonegreggio

LA RIPRESA DELL’ORO NERO
-9% il calo subito nei primi 6 mesi di quest’anno dai consumi di petrolio. Quelli di benzina sono scesi del 5 per cento.
70 dollari è il prezzo a cui è arrivato il petrolio, con un raddoppio rispetto ai valori di fine 2008.
65 dollari al barile è il prezzo a cui dovrebbe attestarsi a fine anno il prezzo del greggio secondo Davide Tabarelli della Nomisma Energia.
800 milioni di barili al giorno è l’ammontare dei contratti future che vengono scambiati al Nymex di New York e all’Ice di Londra.
85 milioni di barili al giorno la produzione petrolifera mondiale.
4 milioni di barili è il taglio di produzione giornaliera deciso dall’Opec per sostenere le quotazioni del greggio.

  • guido.fontanelli
  • Martedì 18 Agosto 2009

Oltre l’era del petrolio: il risiko delle rinnovabili

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  • Tags: amazzonica, benzina, Brasile, California, etanolo, India, Indonesia, pannelli-fotovoltaici, silicio, solare
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Statua di Cristo Redentore

San Paolo, Statua di Cristo Redentore

Acqua, sole, terra, vento: fonti di energia rinnovabile che diventano preziose con la progressiva diminuzione delle riserve di gas e petrolio. Ma la sfida per lo sviluppo di tecnologie pulite e per l’accaparramento di risorse utili al business verde apre nuovi scenari nell’immediato futuro. L’India ha appena comprato terreni in Brasile per 600 milioni di dollari che saranno coltivati a canna da zucchero per la produzione di bioetanolo, un carburante in grado di sostituire la benzina completamente o parzialmente. Finora la nazione che ospita la foresta Amazzonica è l’unica a produrlo a costi di mercato competitivi. Eppure la fame di etanolo sta accelerando il cambiamento di destinazione dei suoli coltivati verso le richieste internazionali, limitando i terreni destinati a colture alimetari. E, contemporaneamente, aumenta la pressione per la deforestazione. Sono tendenze che rischia di contrastare gli sforzi del governo brasiliano per tutelare la natura: il presidente Lula ha promesso che entro l’anno prossimo sarà ridotto del 20% il taglio indisriminato degli alberi. E in meno dieci anni si dovrebbe arrivare a una diminuzione del 72%. In Brasile, comunque, già circolano vetture con motore flex fuel (etanolo e benzina): una tecnologia che potrebbe diventare estremamaente competitiva se le riserve di greggio dovessero calare o diventare troppo costose. Ma, allo stesso tempo, la domanda per canna da zucchero e mai ha fatto lievitare i prezzi dei generi alimentari fino al 140 per cento, secondo la Banca mondiale.

Il sole, invece, continua a splendere in California, dove i fondi di “venture” capital investono sulle tecnologie verdi. E, in particolare, sui pannelli fotovoltaici. Quelli che sfruttano il sicilio garatiscono un rendimento del 15 per cento, ma sono ancora costosi. Proprio dal silicio prende il nome la Silicon Valley: è utilizzato nella maggior parte dei componenti di microelettronica, dai chip alle schede integrate. Multinazionali dell’hitech e piccole aziende hanno trovato sostegno nel governatore Arnold Schwarzenegger (le leggi californiane sono tra le più attente all’ambiente negli Stati Uniti, in materia di emissioni e di incentivi) e nelle potenti lobby ecologiste (come il Sierra club). Ora la tecnologia più promettente per i pannelli fotovoltaici sembra quella del “film sottile”, ma necessita di minerali e metalli rari di cui è ricco il sottosuolo di alcune nazioni dell’Africa centrale e orientale, teatro di guerre sanguinose negli ultimi anni.

Lo sfruttamente delle risorse idriche, invece, sta sollevando dubbi sulla gestione dello sviluppo in Indonesia: il Citarum è uno dei fiumi più inquinati al mondo, architrave di un ecosistema che garantisce la sopravvivenza di 28 milioni di persone. Ma alimenta anche una diga che da sola soddisfa il 20 per cento del fabbisogno nazionale. Per le comunità locali che vivono lungo le rive del fiume è una zona a rischio: se gli sbarramenti hanno cambiato i ritmi naturali per i raccolti, l’inquinamento rende difficile la pesca. E, ancora una volta, le fonti rinnovabili diventano un’opportunità concreta per tutti se legate a una gestione attenta delle politiche ambientali.

  • luca.delloiacovo
  • Venerdì 26 Dicembre 2008

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