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Bernard-Kouchner

(Credits: Epa/Yoan Valat)
Nicolas Sarkozy ha sciolto le riserve e ha varato il suo nuovo governo. Forte della vittoria nel braccio di ferro delle pensioni, il presidente francese ha modificato l’assetto dell’esecutivo, ora più “conservatore”. Resta primo ministro François Fillon, ma alla Difesa arriva il supertecnico gollista Alain Juppé.
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Campo profughi Djabal, nell’est del Ciad
Per gli esperti non vi è il minimo dubbio: l’offensiva dei ribelli ciadiani sulla capitale N’Djamena per rovesciare il regime di Idriss Déby non è soltanto la risposta spontanea di una popolazione ridotta allo stremo da diciotto anni di dittatura.
La fuga degli espatriati occidentali, l’esodo di decine di migliaia di civili e l’accerchiamento militare della capitale del Ciad sono il frutto della politica espansionista del Sudan che sta cercando con ogni mezzo di impedire l’arrivo della forza europea Eufor in Ciad e Repubblica centraficana.
Annunciati il 1° febbraio, i primi soldati irlandesi e austriaci dovranno quindi aspettare ancora prima di vedere un tramonto africano. “Una questione di giorni” sostiene Bruxelles, rinfrancata dal cessate il fuoco accettato oggi dai ribelli. Il rinvio, a dire il vero, era nell’aria. Nel settembre 2007, la risoluzione 1788 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite aveva autorizzato in novembre l’invio di 3.700 soldati europei (di cui 2.100 francesi) nell’est del Ciad per proteggere circa 450.000 civili in fuga dal Darfur e garantire anche la distribuzione degli aiuti umanitari ad altre migliaia di sfollati ciadiani e centrafricani.
Protagonista assoluta è la Francia di Nicolas Sarkozy e del suo ministro degli Esteri Bernard Kouchner. Per entrambi, la necessità di soccorrere le vittime di un conflitto che in Francia è stato ipermediatizzato non è affatto un capriccio: di mezzo c’è la necessità di ricostruire l’immagine un po’ appannata di Parigi nel continente africano. Una necessità che, associata alla sensibilità di Kouchner per i drammi umani, si scontra però con la dura realtà del terreno.
Da mesi il regime sudanese sta ingaggiando un braccio di ferro con la comunità internazionale per ritardare sine die l’arrivo dei soldati europei in Ciad. Per Khartoum, infatti, la presenza di truppe europee nel paese confinante sarebbe una iattura, quanto quella del possibile dispiegamento in Darfur della forza “ibrida” composta da 20.000 militari e 6.000 poliziotti Onu e dell’Unione africana. Il motivo è semplice: il Sudan non ha mai fatto mistero di nutrire ambizioni egemoniche su un’area nel cui sottosuolo potrebbero esserci ingenti risorse petrolifere. A fare le spese della volontà di potenza regionale di Khartoum, non è soltanto Bruxelles, costretta ancora una volta all’impotenza, ma anche Parigi che, per voce del suo ministro della Difesa, Hervé Morin, ha denunciato la presenza di milizie janjaweed (sostenute da Khartoum in Darfur e note per i loro crimini efferrati) tra i ribelli ciadiani.
A loro volta i ribelli accusano il governo francese di sostenere il presidente del Ciad e di vincolare lo sbarco dell’Eufor alla permanenza al potere del capo di Stato ciadiano. Un’accusa che ha fondamento: la Francia è già presente nella capitale con 1.300 militari in forza ad una missione (”Sparviero”) chiamata non soltanto a evacuare espatriati, ma anche a garantire “un appoggio logistico” all’esercito ufficiale del Ciad. Un’assistenza di parte che cozza contro la presunta neutralità dell’operazione “Eufor Ciad-Centrafica” a cui parteciperanno 2.100 soldati francesi.
Da Bruxelles a Parigi, l’imbarazzo è ormai palpabile. L’emittente radiofonica d’oltralpe France-Info parla addirittura di una chiara presa di distanza da parte dell’Ue nei confronti dell’Eliseo. La trappola ciadiana si sta rivelando fatale per l’Europa.

Libano, il campo profughi di Burj al-Barajneh, a sud di Beirut
Il futuro del Libano è nelle mani di Dio. O meglio: di un suo rappresentante sulla Terra. Il nome del prossimo Presidente della Repubblica, che sarà eletto entro questa settimana, si trova infatti con ogni probabilità nella lista di sei candidati scelti dal più alto esponente del clero cristiano maronita, il patriarca Nasrallah Sfeir. A lui si erano rivolti nei giorni scorsi i mediatori francesi arrivati in Libano chiedendogli di suggerire un elenco “bipartisan” per favorire un accordo tra maggioranza e opposizione. Questa situazione paradossale si spiega solo nell’intricato contesto del Paese dei cedri, dove l’equilibrio tra poteri si basa sull’appartenenza religioso-settaria più che sull’identità politica: per legge, il presidente deve essere maronita, il capo del governo sunnita e il presidente del parlamento sciita. Poco importa che ora i cristiani siano divisi tra maggioranza e opposizione e che su questa frattura si giochi il futuro della Nazione. Nella lista di Sfeir, il cui contenuto è confidenziale, dovrebbero esserci sei nomi, tra cui Butros Harb e Nassib Laohud (esponenti della maggioranza di governo appoggiata da Stati Uniti, Europa e Arabia Saudita) e Michel Aoun (alleato con gli Hezbollah filoiraniani e filosiriani). Ma è più facile che a mettere d’accordo tutti sia qualcuno degli altri candidati, di cui non si conoscono ufficialmente i nomi: oltre al parlamentare e avvocato Robert Ghanem, secondo alcune indiscrezioni ci sarebbero anche l’ex governatore della banca centrale Michel Khoury e l’ex primo ministro Michel Edde, mentre altre fonti citano Joseph Tarabay, a capo della Lega Maronita e dell’Unione delle Banche Arabe e Damianos Kattar, ex ministro delle finanze.
Ora la parola passa al presidente del parlamento Nabih Berri (capo dell’opposizione) e al leader della maggioranza Saad Hariri, che tenteranno di trovare un’intesa sul nome da sottoporre al voto dei deputati, mercoledì 21 novembre, tre giorni prima che scada il mandato dell’attuale presidente Emile Lahoud, filosiriano. Se non arriveranno a un compromesso, porteranno in aula due nomi: il più votato sarà presidente. La coalizione di governo ha i numeri per far eleggere un suo candidato a colpi di maggioranza, anche se non alla prima votazione, ma tutti dicono di voler cercare un’intesa. A favorire un accordo “bipartisan” ci hanno provato in tanti: a Beirut nei giorni scorsi sono passati tra gli altri il segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon, secondo cui il Libano è “sull’orlo dell’abisso”, il ministro degli esteri francese Bernard Kouchner (che stamani ha ammonito coloro che vogliono boicottare le elezioni presidenziali avvertendoli che “si assumerebbero la responsabilità della destabilizzazione del Libano e delle sue conseguenze regionali”) e quello italiano Massimo D’Alema, che si è detto ottimista sulla possibilità di una soluzione, ma ha descritto come un ostacolo il fatto che Michel Aoun non rinunci alla propria candidatura.
Se non si dovesse trovare un’intesa, si aprirà un inedito e pericoloso vuoto istituzionale, dalle conseguenze imprevedibili: in caso di mancata elezione del suo successore, il presidente Lahoud ha già fatto sapere che rimarrà in carica, dicendosi pronto a morire pur di non “mettersi in ginocchio”. Di tutt’altro parere il capo del governo Fouad Siniora, intenzionato ad attribuirsi ad interim i poteri presidenziali. Dal canto loro gli Hezbollah ipotizzano addirittura un governo alternativo a Siniora. Nell’incertezza, molti vedono riaffacciarsi lo spettro della guerra civile. Un altro campanello d’allarme arriva dai campi profughi: mentre Nahr Al Bared rimane chiuso e off-limits per gli abitanti, in altre località si registrano scontri fra diverse fazioni palestinesi. E nel sud l’esercito italiano sa di essere ancora sotto la minaccia di Al Qaeda.
Eri Garuti, Amina News

A volte bastano poche parole, anche banali, per appianare divergenze politiche plasmate per anni da segreti di Stato, offensive giuridiche eclatanti e controversie storiche mai del tutto chiarite. Francia contro Rwanda. Parigi contro Kigali. Un caso diplomatico da manuale, il cui ultimo capitolo vede protagonista Bernard Kouchner. Ieri, il ministro degli Esteri francese ha dato nuovamente sfogo alla sua capacità di sorprendere la stampa d’Oltralpe (e internazionale) dichiarando che Parigi ha commesso “errori politici” in Rwanda.
Una dichiarazione importante quella di Kouchner, in quanto mai un ministro si era “azzardato” a riconoscere le colpe della Francia nel genocidio rwandese. Il casus belli vede Parigi accusata dall’attuale regime di Kigali di aver sostenuto a suon di soldi e di armi le forze estremiste dell’etnia hutu che nel 1994 sterminarono un milione di persone appartenenti all’etnia tutsi e agli hutu moderati. Non solo. Sotto accusa è anche l’operazione umanitaria “Turquoise” portata avanti dai soldati francesi durante lo sterminio. Parigi si rifiuta di definire “ambigua” una missione che, su mandato delle Nazioni Unite, aveva l’obiettivo di aprire un corridoio umanitario nell’ovest del paese per consentire il ripiegamento nel vicino Congo di centinaia di migliaia di civili hutu in fuga dall’avanzata dalla ribellione tutsi del Fronte patriottico rwandese (Fpr). Nonostante le accuse di aver sfruttato l’operazione Turquoise per evacuare dal Rwanda gli estremisti hutu responsabili del genocidio, ieri Kouchner ha ribadito il bene fondato della missione umanitaria e l’estraneità dei soldati francesi “a qualsiasi omicidio”.
È ancora presto per dire se il regime di Kigali sarà disposto a ristabilire ufficialmente i rapporti diplomatici interrotti dal novembre 2006 dopo i mandati di cattura internazionale spiccati dal giudice antiterrorista francese Jean Bruguière contro nove personalità appartenenti all’entourage dell’attuale presidente del Rwanda, nonché leader del Fpr, Paul Kagame. Accusati di aver organizzato l’attentato che il 6 aprile 1994 colpì l’aereo dell’ex presidente del Rwanda, Juvénal Habyarimana, dando così via al genocidio iniziato il 7 aprile, i politici e militari messi sotto accusa godono della clamorosa controffensiva diplomatica e massmediatica operata da Kigali ai danni della Francia per scongiurare qualsiasi ipotesi di arresto. Dopo mesi di tira e molla, lo sbarco di Nicolas Sarkozy all’Eliseo sembra aver segnato un cambio di rotta della diplomazia francese sul caso Rwanda.
Le dichiarazioni di Kouchner, vecchia conoscenza dell’attuale regime rwandese, sono soltanto l’ultimo passo di una marcia di riavvicinamento che vede Kigali ormai disponibile al dialogo. Contattato da Panorama.it (leggi l’intervista), il ministro degli Esteri Charles Murigande ha definito le parole del suo omologo francese “importanti”, precisando tuttavia che “la strada verso la normalizzazione dei rapporti diplomatici è ancora lunga”. Addirittura improponibile se prendiamo in considerazione la posizione di Survie-France.
Nota agli esperti e al pubblico d’Oltralpe per la sua vasta inchiesta sull’operazione Turquoise, l’associazione indipendente francese fa sapere per voce della sua vice-presidente, Sharon Courtoux, che “difficilmente Kigali può accettare tali dichiarazioni. Le nostre inchieste” spiega a Panorama.it la Courtoux, “hanno dimostrato che Parigi è implicata fino al collo nel genocidio del Rwanda. È bene ricordare che prima dello sterminio, i soldati francesi formarono milizie estremiste hutu, mentre con l’operazione Turquoise, Parigi organizzò direttamente la fuga dei carnefici. Tutto questo però, Kouchner non intende riconoscerlo”.
De facto, il ministro degli Esteri ha riaffermato che il pentimento di Parigi “non è mai stato in discussione”. Intenzionato a “recarsi nei tempi appropriati a Kigali” per chiudere una vicenda resa complicata dalle traversie giudiziarie, Kouchner ha invece insistito sulla necessità “di iniziare a parlare” e di “non considerare coloro che sono stati uccisi (tutsi, ndr) tra i responsabili del massacro”. Un modo per far capire al presidente rwandese Kagame che gli ex ribelli tutsi del Fpr (attualmente al potere) non sono più considerati nemici dalla Francia.
LEGGI ANCHE: Intervista al ministro rwandese: non basta

In un paese come il Rwanda dove i militari controllano il potere, il ministro degli Esteri, Charles Murigande, è considerato il braccio politico del generale Paul Kagame. Una pedina insostituibile della macchina diplomatica rwandese, capace di sfruttare i sensi di colpa della Comunità internazionale per consentire al suo paese di sfidare una potenza occidentale di primissimo ordine come la Francia. L’incapacità dimostrata da Onu e Stati Uniti a bloccare il genocidio del 1994 ha fatto sì che oggi Kigali possa contare sull’apporto di alleati preziosissimi come Washington: un’arma fondamentale usata ogni qualvolta la legittimità del regime di Kagame viene minacciata.
Con la Francia, che secondo Murigande ha assistito inerte (o complice) al massacro dell’etnia tutsi e degli hutu moderati, il Rwanda è giunto a una clamorosa rottura diplomatica, aggravata da ripetute offensive politiche che hanno costretto Parigi a fare due passi indietro e riavviare il dialogo con un regime dominatore in Africa centrale, un’area strategica per la diplomazia d’Oltralpe nel continente africano.
Signor Murigande, come reagisce alle dichiarazioni del ministro degli Esteri francese?
La Francia ci ha messo un po’ a riconoscere errori politici che, per la verità, erano sotto gli occhi di tutti. Ad ogni modo, le parole espresse dal signor Kouchner sono importanti. Dal 1994, non era mai accaduto che un ministro francese si esprimesse in questi termini.
Basta per riallacciare i rapporti diplomatici?
No, le dichiarazioni di Kouchner non rispondono ancora alle nostre attese. Anzi, la strada verso la normalizzazione dei rapporti diplomatici tra la Francia e il Rwanda è ancora lunga.
Significa che Kigali si aspetta che Parigi riconosca di aver partecipato al genocidio?
Non glielo posso dire. Di sicuro, ci sono libri di storia che dimostrano chiaramente il ruolo dei soldati francesi nel genocidio. Penso ai programmi di formazione delle milizie estremiste hutu, alle armi che i miliziani hanno ricevuto dalla Francia e al modo con cui Parigi ha consentito la fuga dei responsabili del genocidio in Congo, al loro riarmo per attaccare nuovamente il nostro paese dalle frontiere congolesi. Io non so che definizione i francesi attribuiscono alla parola partecipazione, per quanto mi riguarda non saprei definire in altro modo il coinvolgimento della Francia in Rwanda nel 1994.
Ma Kouchner insiste nel dire che la Francia non è responsabile del genocidio…
Nessuno ha mai detto che la Francia è responsabile del genocidio. Almeno non il Rwanda. Anzi, i primi responsabili sono i rwandesi. Detto questo, non si può ignorare il sostegno militare e finanziario di Parigi a coloro che hanno perpetrato lo sterminio. Quando Kouchner parla di “errori politici”, dovrebbe forse meditare sul fatto che questi errori sono stati conseguenza di una chiara scelta politica di Parigi sul Rwanda.
E ora che cosa si aspetta?
La posizione del signor Kouchner segna una prima, piccola svolta. Resta da capire come la pensano i suoi colleghi. Non credo che il ministro degli Esteri francese sia l’unico a decidere su questa vicenda. Al di là delle questioni interne della Francia, il prossimo passo consiste a sederci attorno a un tavolo e accordarci su dichiarazioni che convengano a entrambe le parti. Ripeto, non sarà facile, il caso è molto complesso.

di Alberto Toscano - da Parigi
“A mia moglie voglio dire che è bella!”, afferma un commosso Nicolas Sarkozy nel suo breve discorso agli invitati del 14 luglio all’Eliseo. È un Sarkozy raggiante, con al fianco i suoi ministri prediletti, tra cui il nuovo titolare degli Esteri Bernard Kouchner, ex uomo simbolo della sinistra francese. Un Sarkozy che non perde occasioni per mostrarsi “nuovo”, rispetto alla presidenza che lo ha preceduto: quella di un Jacques Chirac apparso vecchio, stanco e abbarbicato al potere. Sarkozy vuole sembrare umano e sincero nel sentimento per la sua famiglia e soprattutto per la moglie Cecilia, che per un certo periodo lo aveva abbandonato. Acqua passata. Sarkozy vuole soprattutto apparire dinamico e adora andare davanti alle telecamere mentre fa jogging col suo primo ministro François Fillon, costretto a riunioni al vertice a un passo da bersagliere.
Tutta queste prima fase della presidenza Sarkozy, cominciata ufficialmente il 16 maggio, è stata volta a stupire la Francia, lanciando messaggi di cambiamento rispetto a un passato in cui il quadro politico era apparso imbalsamato come l’ex inquilino dell’Eliseo. Il nuovo presidente non ha perso una sola occasione per materializzarsi sui teleschermi, andando alla commemorazione di un gendarme morto in servizio o alla tappa del Tour de France al colle del Galiber, incontrando i leader del mondo intero o quelli delle organizzazioni studentesche, convocando a colazione di volta in volta gli intellettuali o gli esponenti sindacali. Il primo messaggio lanciato da Sarkozy è l’immagine: quella di un “iperpresidente” (come dice la stampa francese) capace di non stare mai fermo pur di affrontare i problemi del Paese, dell’Europa e persino del mondo. Il messaggio dell’immagine è passato a meraviglia: due francesi su tre approvano e apprezzano i primi tre mesi di potere sarkozysta. Anche all’estero l’immagine di un Sarkozy forte e dinamico sta facendo molti proseliti.
Lo straordinario potere di Sarkozy è costruito su un abile calcolo politico: controllando completamente il proprio partito (l’Union pour un Mouvement populaire, Ump, che ha la maggioranza assoluta in Parlamento), il presidente si è permesso di sacrificarne alcuni interessi immediati pur di dividere tra loro gli avversari. La strategia del “divide et impera” di Sarkozy parte proprio dalla sua capacità di tenere a bada gli appetiti di molti esponenti dell’Ump, che sono rimasti a bocca asciutta nella spartizione dei posti di potere. Così Sarkozy ha potuto offrire poltrone e strapuntini a esponenti della sinistra, che sono entrati nel suo governo (i ministri ex socialisti, subito espulsi da loro partito, sono addirittura sei, tra cui appunto Kouchner) o che hanno accettato di svolgere per lui “missioni di riflessione”. Significativo il fatto che il posto di consigliere culturale dell’Eliseo sia andato a Georges-Marc Benamou, 50 anni, che fu direttore del settimanale di sinistra Globe e che fu molto vicino a François Mitterrand nell’ultimo periodo della sua presidenza. Il capolavoro di Sarkozy è stata la candidatura del suo rivale più insidioso alla carica di presidente del Fondo monetario internazionale, che il prossimo autunno andrà al socialista Dominique Strauss-Kahn, leader della corrente pragmatica della sinistra francese.
Sarkozy è un uomo di destra, capace di sedurre sia buona parte dell’elettorato estremista di Jean-Marie Le Pen sia una frazione della sinistra progressista. Un vero capolavoro politico, costruito da un lato sull’assoluta fermezza di fronte al problema dell’immigrazione clandestina e dall’altro sull’appello a lottare tutti insieme contro la disoccupazione, creando le condizioni per lo sviluppo dell’economia nazionale. Questo Sarkozy ha fatto appello al bisogno di “certezza del diritto” da parte dei suoi connazionali, impauriti dalla dimensione assunta dal problema dell’insicurezza, e ha saputo parlare al tempo stesso un linguaggio sociale, inquadrando le sue proposte economiche liberiste in un quadro di garanzie per le fasce più povere della popolazione e anche di inflessibile difesa degli interessi economici nazionali. Liberista sì, ma soprattutto nazionalista. Sarkozy è riuscito a conciliare ciò che sembrava inconciliabile. Lo ha fatto anche grazie al suo iper-dinamismo. Alla sua immagine piena di risorse. Mai un jogging televisivo è stato politicamente tanto importante.
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