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Michele Zurleni, giornalista, ha una bandiera Usa sulla scrivania. Simbolo di chi vuole guardare avanti, come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori.

Barack Obama e Rahm Emanuel nello Studio Ovale della Casa Bianca (Credits: LaPresse)
Se sei un candidato “scomodo” dentro un partito e qualcuno (al vertice) ti offre un incarico di prestigio nel governo per abbandonare la competizione elettorale, farti da parte e lasciare la strada libera al tuo concorrente (avversario) interno per quella poltrona in Parlamento; se ti contattassero chiedendoti di abbandonare i tuoi sogni di Congressman per un sicuro ufficio dell’amministrazione; se ti dovesse capitare, lettore (semmai non ti sia già capitato), questa (ir)rituale pratica politica, come la chiameresti ? Continua

La famiglia Clinton (Credits: LaPresse)
DIARIO DAL WEB - Le campagne elettorali sono molto costose, e i candidati in genere si ritrovano, dopo le elezioni, pieni di debiti. È capitato anche a Hillary Clinton, ma per fortuna il Segretario di Stato americano può contare sul marito ex-Presidente, che ha deciso di mettersi all’asta per coprire i debiti della moglie. Continua

Il lupo perde il pelo ma non il vizietto: accompagnarsi con giovani ragazze arrapate, per così dire, dalla notorietà e dai soldi facili. Era accaduto una decina di anni fa con Monica Lewinsky nello Studio Ovale della Casa Bianca. Sarebbe accaduto qualche giorno fa a Buenos Aires. La protagonista questa volta, oltre all’ex presidente, è una vecchia conoscenza della Casa del Grande Fratello argentino, la prosperosa lap dancer colombiana Selena Spice (Andrea Rincon) che avrebbe allietato il suo illustre ospite, dietro il pagamento di 1000 dollari, con uno spettacolino hard and private sotto la doccia in uno strip club della capitale argentina.
Andrea Rincon: show nella “Casa”
Lo staff di Bill Clinton, che era in missione a Buenos Aires per raccogliere fondi per la sua Fondazione, sostiene che in realtà, quella sera, l’ex presidente se n’è stato tranquillamente in albergo a giocare a carte con un pugno di amici e collaboratori. Ma la ragazza, i cui spogliarelli hot su Youtube sono diventati un genere cult in Argentina, insiste e aggiunge che il buon Bill le avrebbe offerto anche del denaro per fare sesso, ricevendo in cambio un garbato diniego. Risultato: sui giornali americani, della notizia, se ne occupano in pochi. E la moglie Hillary non ha finora scritto indignate lettere ai giornali.
Il sex strip di Andrea Rincon

Bill Clinton a Denver
Barack Obama è il re dei democratici. Incoronato nella convention di Denver un giorno prima del previsto, il senatore dell’Illinois ha guadagnato in poco più di tre giorni il sostegno dei Clinton e l’unità dell’Asinello. Solo John McCain, che oggi annuncerà il nome del suo vice, potrà fermare la corsa del senatore dell’Illinois verso la Casa Bianca.
La notte di Denver sarà ricordata nella storia del partito democratico americano, che tra le lacrime di gioia dei fan di Obama e quelle, intrise di rabbia, dei riluttanti fan di Hillary Clinton, aveva un bisogno impellente di curare le ferite la passione politica indispensabile per conquistare la presidenza. Se n’è accorta la stessa Hillary, che dopo l’intervento incandescente di ieri, ha interrotto la votazione, pur simbolica, sul candidato che lei stessa aveva chiesto in precedenza. Quando è toccato a lei Hillary si è sostituita a Nancy Pelosi, presidente del Congresso e della Convention, e ha chiesto la rottura del protocollo: “Dichiariamo insieme, cun una voce sola, che Barack Obama è il nostro candidato e sarà il nostro presidente”.
È stata ovazione, più che acclamazione. Lacrime, abbracci, urla, tripudio per il primo candidato democratico afroamericano nella storia degli Stati Uniti, simbolo della globalizzazione, nato a Honolulu, da padre africano del Kenya e madre americana del Kansas, cresciuto tra l’Indonesia e le Hawaii. A dargli l’endorsement finale, anche se tardivo, è stato, a nomination conclusa, Bill Clinton: “Barack Obama è l’uomo giusto per questo lavoro”. È pronto per guidare l’America e restaurare la leadership americana. Barack Obama è pronto per fare il presidente degli Stati Uniti d’America”.
Come Obama, anche il vice presidente prescelto, Joe Biden, è stato nominato candidato ufficiale dei democratici per acclamazione. E se per Obama la richiesta di fermare la conta dei voti è partita direttamente da Hillary Clinton, per Biden è stata avanzata in modo piuttosto informale dalla Pelosi. “Se volete la nomina per acclamazione dite ‘hi’”, ha incalzato la Pelosi”. Nessun contrario, ovviamente. Presa la parola, da Biden è arrivato l’affondo per McCain, da veterano della politica a veterano dell’esercito: “La scelta in questa elezione è chiara. I tempi che stiamo vivendo richiedono qualcosa di più di un buon soldato, richiedono un saggio leader”. Biden è stato presentato da suo figlio Beau, che presto partirà soldato per l’Iraq.
Lui, re Obama, sale a sorpresa sul palco, mentre Biden conclude il suo discorso. “Hello democratici” ha esclamato “sono qua perché ho una piccola cosa da dire. Voglio che tutti sappiano che sono orgoglioso di avere Joe Biden e tutta la sua famiglia al mio fianco per riprenderci l’America”. Poi, ammiccando al pubblico come una star: “La convention fino a questo punto mi sembra che sia andata bene, Michelle Obama è stata molto brava, che ne dite?” E se “Hillary ha fatto traballare i muri ieri sera -ha proseguito- Clinton ci ha ricordato cosa succede quando alla guida c’è un presidente che mette la gente al primo posto”. Per i saluti, prima della consueta benedizione, è accorsa sul palco tutta la famiglia di Biden, rappresentata da quattro generazioni, dalla madre ai nipotini. Sulle note di We are family di Sister Sledge i riflettori si sono spenti in vista del gran finale di oggi allo stadio Invesco, da 80.000 posti. Nel giorno del 45 anniversario del
I have a dream di Martin Luther King.
Guarda il video dell’inviato Marco De Martino
Marco De Martino: Bill Clinton incorona Barack Obama, video
27 agosto 2008: Marco De Martino, corrispondente di Panorama da New York, inviato alla convention democratica di Denver, commenta il discorso di Bill Clinton a favore di Obama
“Oggi alla Convention democratica di Denver è il giorno di Joe e di Bill. A loro per ironia della sorte tocca ricostruire l’immagine di Obama incrinata dagli attacchi repubblicani. Nel caso di Clinton l’ironia sta nel fatto che nessun dirigente democratico ha odiato di più Obama negli ultimi mesi. E ancora oggi non è chiaro se Bill sarà presente alla festa di incoronazione di domani. Quanto a Biden, lui è quello che qualche tempo fa lo ha definito l’unico afroamericano articolato, intelligente, elegante. Il paradosso sta tutto qui”. Il commento di Marco De Martino, inviato di Panorama, nella terza cruciale giornata, della Convention democratica di Denver.
Ascolta l’editoriale di Marco De Martino
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Santa o diavolessa, sincera o calcolatrice, di destra o di sinistra: dipende a chi si chiede. Nella politica americana era dagli anni di Franklin Delano Roosevelt o di John F. Kennedy che mancava una figura polarizzante come Hillary Clinton.
Sessanta anni, la senatrice di New York in corsa per la nomination democratica nel 2008, ha passato la vita con gli occhi sulla Casa Bianca: un obiettivo da riconquistare in partnership con il marito Bill, l’altra metà di una alleanza politica fondata sul matrimonio che è resistita ad attacchi di ogni genere e alla bufera del Sexgate con Monica Lewinski. Un Bill che oggi aleggia come presenza ingombrante sulla corsa della moglie.
Hillary Diane Rodham Clinton nasce in una famiglia metodista e repubblicana il 26 ottobre 1947 a Park Ridge, sobborgo middle class di Chicago. A metà anni ‘60 i compagni della Maine High School, la più grande scuola solo bianca d’America frequentata con risultati mediocri anche dall’attore Harrison Ford, la eleggono la liceale con più possibilità di far strada. Da ragazza voleva fare l’astronauta, oggi Hillary ha serie chance di diventare la prima donna presidente degli Stati Uniti grazie a un incontro nel 1969 nella biblioteca della Law School di Yale: lei gli aveva fatto gli occhi dolci e Bill Clinton le rivolse la parola.
A posteriori, nelle agiografie di santi e presidenti, sono momenti di questo tipo che contano. Per un Bill Clinton diciassettenne la decisione di entrare in politica sbocciò nel 1963 con la stretta di mano di JFK nel Giardino delle Rose della Casa Bianca. Hillary a 14 anni, ascoltando Martin Luther King, uscì dal copione di ragazza bianca repubblicana e decise di aiutare il mondo. Nella biografia ufficiale della senatrice democratica l’episodio è centrale: dovrebbe permetterle di agganciare il voto dei neri che altrimenti potrebbe andare, come già accaduto in South Carolina, al rivale mezzo africano Barack Obama.
Il padre di Hillary, Hugh Rodham, era un piccolo imprenditore tessile, misantropo e avaro. La madre Dorothy, figlia di un vigile del fuoco di 17 anni e di una quindicenne, aveva avuto un’infanzia difficile, abbandonata dai genitori. Sempre prima della classe, girl scout, la futura First Lady si fece strada in fretta (mai barricadiera: “Sono conservatrice nel cuore, progressista di testa”, scrisse a un amico ai tempi del college, con una frase che ancora oggi la descrive). Dopo la laurea a Wellesley e alla Law School di Yale, lavora prima nel settore non profit, al servizio dei diritti dei bambini, poi allo studio legale Rose di Little Rock.
Nel 1980 Hillary diventa mamma, ma continua a lavorare. È lei che mantiene la famiglia mentre Bill, sposato nel 1975, insegue la politica. Per due volte entra nella lista dei cento avvocati piú potenti d’America: nel 1992, in piena corsa alla Casa Bianca, viene investita dal primo scandalo sessuale e difende il marito che le ha messo le corna con la soubrette Gennifer Flowers. Quando sostiene di non essere come la rivale Barbara Bush e le casalinghe che “infornano solo dolci e invitano ai te” si fa odiare da molte donne. First Lady a sua volta, viene subito incaricata dal marito di una missione impossibile, la riforma della sanità. È il primo fiasco della coppia ‘Billary’ e dello slogan da supermercato: ne compri uno, ne prendi due. Uno slogan che si sta ripetendo nel 2008, ma a ruoli scambiati. (Alessandra Baldini, Ansa)
LA SCHEDA
Professione: senatrice, ex First Lady
Data di nascita: 26 ottobre 1947, Chicago (Illinois)
Famiglia: sposata con Bill Clinton nel 1975, una figlia, Chelsea (1980)
Religione: metodista
Casa: Chappaqua, New York
IL PROGRAMMA
IRAN - Hillary è contro una “corsa alla guerra” e favorevole a sanzioni economiche e diplomazia per dissuadere Teheran dai piani atomici ma ha votato a favore di una risoluzione del Senato per la definizione dei Guardiani delle Rivoluzionaria iraniana come entità terroristica: una formula che apre la porta al presidente Bush per l’uso della forza.
IRAQ - Hillary vuole porre fine alla guerra e ritirerà le truppe ma non si pone scadenze e dice che alcuni soldati resteranno in Iraq per proteggere l’ambasciata e combattere al Qaida.
PREVIDENZA - Va riformata nel lungo periodo, ma non a spese della middle class o degli anziani. Se eletta creerà una commissione bipartisan per una riforma meditata all’insegna della “responsabilità fiscale”.
TASSE - Vuole abolire gli sgravi fiscali decisi da Bush per i super-ricchi (250.000 dollari e oltre) per pagare per una mutua universale. Ma non è pronta a imporre una super-tassa sui ricchi. E’ anche pronta a tagliare la ‘alternative minimum tax’, imposta nata per penalizzare i ceti abbienti, ma che a causa dell’inflazione si è abbattuta sulla middle class.
COMMERCIO - Propone una revisione del Nafta, l’accordo per il liberio scambio in Nord-America varato nel 1993 quando il marito era presidente: favorisce i ricchi e danneggia i lavoratori.
IMMIGRAZIONE - È favorevole alla legge di Bush bocciata dal Congresso con una sorta di amnistia parziale per i ‘clandestini residenti’. Dopo il tonfo del dibattito a Filadelfia, in cui è apparsa zigzagare senza posizioni chiare, Hillary ha sposato la proposta del governatore di New York Elliot Spitzer per dare un tipo limitato di patente di guida - che equivale a un documento di identità - agli illegali.
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Chi vorreste vedere come prossimo presidente degli Stati Uniti?

Clinton schiaccia una pennichella in chiesa durante una celebrazione di Martin Luther King. E il video del sonno dell’ex presidente, sotto il titolo beffardo di ‘Bill ha fatto un sogno’, suscita ironie e fa il giro della rete. Il filmato lo ha catturato con la testa ciondoloni durante un sermone in una chiesa di Harlem, proprio mentre sua moglie, in un’altra cappella del quartiere nero di New York, riceveva l’endorsment di un influente leader religioso di colore, Calvin Butts.
Bill has a dream

Barack Obama
Vince Hillary, spinta dalle donne. Vince John McCain, ringiovanito dall’entusiasmo popolare per il suo “parlar chiaro”. Perdono Barack Obama, Mitt Romney, i media e i sondaggisti. E l’America, dopo due tappe che dovevano essere decisive - Iowa e New Hampshire - si ritrova al punto di partenza, con una gara dominata dall’incertezza e con tre democratici e quattro repubblicani ancora tutti in corsa per il premio finale: la Casa Bianca.
Le elezioni più importanti e seguite al mondo stanno rispettando i pronostici solo su un punto: in assenza di chiari favoriti e, per la prima volta dal 1928, senza un presidente o un vice in carica tra i candidati, nella campagna presidenziale americana del 2008 può accadere di tutto. E così, dopo la vittoria in Iowa dei volti nuovi Obama e Mike Huckabee (meno di 100 anni in due), in New Hampshire è stata la volta delle resurrezioni politiche. McCain, 71 anni, dato per finito solo lo scorso autunno, sulle prime pagine dei giornali americani è ora diventato ‘il Lazzaro della politica’. E la sessantenne signora Clinton può fregiarsi del titolo di ‘Comeback Kid’, la ragazza che torna in scena, un tempo prerogativa del marito Bill per i suoi mirabolanti recuperi elettorali.
L’economia si è rivelato il tema che sta più a cuore in questo momento agli americani, e gli elettori hanno reagito scegliendo mani esperte, invece di volti nuovi.
Una nuova Hillary ha lasciato il New Hampshire ringraziando gli elettori non solo per averle dato la vittoria per 39-36% su Obama, ma anche per averle fatto trovare una voce diversa, più umana e appassionata. “In questi ultimi giorni - ha confessato - ho sentito che potevo finalmente comunicare con la gente, che potevamo essere legati da un sentimento personale e profondo”.
Il dibattito in Tv domenica scorsa, quando Obama e John Edwards si erano alleati per attaccarla, secondo Hillary è stato il punto di svolta. Ha capito cosa fare, è andata a parlare con la gente, con il cuore in mano, ha versato anche le prime lacrime e ha compiuto un miracolo politico. In due giorni ha ribaltato sondaggi che la davano perdente di 10 punti (e anche più, per i suoi stessi strateghi), ha conquistato il voto femminile (47-34%) e ha dato una dura lezione al giovane senatore nero.
Dall’altra parte della barricata, McCain ha ripetuto la magia del 2000, quando in New Hampshire mise ko l’allora governatore del Texas George W.Bush con una campagna basata sullo slogan del “parlar chiaro”. Anche stavolta, ha detto al proprio popolo in festa dopo la vittoria sulle note di ‘Rocky’, “sono venuto qui per dirvi la verita’, vi ho detto come stanno le cose nel nostro paese, e mi avete ascoltato”. Mitt Romney, l’ex governatore mormone del Massachusetts che aveva puntato tutto su due vittorie in Iowa e New Hampshire, è stato battuto 37-32% e ha dovuto accontentarsi - nelle sue parole - “della seconda medaglia d’argento”. Per il manager che salvo’ le Olimpiadi invernali di Salt Lake City dalla catastrofe economica, non e’ abbastanza: Romney sa bene che piu’ degli altri aveva bisogno di cominciare la serie delle primarie con un medagliere d’oro.
Paradossalmente, adesso per Hillary e McCain si pone la necessità di ispirarsi nelle tappe future alla strategia che Karl Rove disegnò nel 2000 per un nemico di entrambi, George W.
Bush. Rove riportò in corsa Bush, dopo la sconfitta con McCain, spingendolo ad appropriarsi delle parole dell’avversario (all’epoca lo slogan era ‘riforme’, oggi e’ ‘cambiamento’) e ad attaccarlo senza pieta’. E’ quello che la Clinton fara’ d’ora in poi con Obama e che McCain deve fare dentro l’affollato recinto di aspiranti presidenti repubblicani: Romney e Huckabee hanno entrambi buone chance negli stati dei prossimi voti, mentre prima o poi potrebbe arrivare il momento anche dell’ex sindaco di New York Rudy Giuliani, solo quarto in New Hampshire alle spalle dell’ex governatore dell’Arkansas, con un misero 9%.
Gli avversari dei due vincitori non staranno ovviamente a guardare e Obama ha dato un assaggio del clima nuovo che si respira. Dopo essere stato per mesi il candidato del ‘volare alto’, ha voluto ricordare di essersi formato a Chicago, “dove siamo abituati alla politica dura e spregiudicata”. Come dire: se Hillary e Bill vogliono giocare pesante, noi della citta’ di Al Capone non saremo da meno.
Adesso la corsa alla nomination diventa anche una corsa ai soldi. Con gli stati popolosi in arrivo, la politica delle strette di mano del New Hampshire non funziona più, occorrono milioni di dollari di investimenti in spot televisivi. È per questo che i candidati, lasciate le nevi del New England, sono ripartiti subito a caccia di finanziamenti elettorali, per investire pesantemente nelle Tv del Nevada (dove i democratici votano il 19 gennaio) e della South Carolina, ma soprattutto per prepararsi alla sfida del Supermartedì 5 febbraio, quando votano una ventina di stati. ( marco.bardazzi at ansa.it)
LA CORSA: I DELEGATI ASSEGNATI
Le prime consultazioni elettorali in Iowa e New Hampshire hanno permesso di designare i primi delegati alle convention da cui usciranno i candidati ufficiali dei partiti democratico e repubblicano alle presidenziali Usa.
La strada dopo Iowa e New Hampshire e’ appena all’inizio: per i democratici il numero magico da raggiungere è 2.025 su 4.049; per i repubblicani 1.191 su 2.380. I delegati sono di due tipi: quelli “impegnati” che si ottengono nelle elezioni stato per stato e i super-delegati, designati alle convention statali che possono sostenere un candidato di loro scelta.
A questo punto tra i democratici Barack Obama ha ottenuto 25 delegati, Hillary Clinton 24, John Edwards 18. In campo repubblicano Mitt Romney ha 24 delegati, Mike Huckabee 18, John McCain 10, Fred Thompson 6, Ron Paul due e Duncan Hunter uno.
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