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La falsa foto di Amina e il vero volto dietro al blog, Tom MacMaster
“Scuse ai lettori”. Così è titolato l’ultimo post di Amina Abdallah Araf, la coraggiosa blogger siriana di A Gay Girl in Damasco, che è tornata a scrivere dopo il rapimento dei giorni scorsi. Anzi, ormai dovremmo dire l’ultimo post di Tom MacMaster, che di donna e di lesbica ha davvero poco. Come ha poco di siriano e anche di coraggioso. Continua
Claudia Astarita, 30 anni, lavora da quattro come ricercatrice
presso il Centro di Studi Asiatici della prestigiosa Hong Kong University. Sta per
sposarsi con un diplomatico italiano in Cina.

Hu Jintao (Credits: LaPresse)
Dove è finito il Presidente? É questa la domanda che da una settimana circola insistentemente sui blog e sui siti di informazione cinesi. Ma mentre la Cina continua a chiedersi che fine abbia fatto il blog di Hu Jintao, il resto del mondo resta sconcertato alla notizia che il Presidente cinese abbia o abbia avuto un blog. Continua
Che cosa c’è che non va nel discorso di Obama a Il Cairo?
Ecco quel che non ci è piaciuto (abbiamo preso a prestito le idee in qualcuno dei blog che seguiamo):
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Un presidente “piacione”?
“Il Presidente americano, a livello internazionale, si è davvero mosso finora fra luci ed ombre e non è chiaro al momento se l’America e il mondo abbiano a che fare con un leader realista e aperto, ma non ingenuo, oppure con una riedizione di Jimmy Carter che regala palate di retorica per farsi piacere da tutti, pur non risolvendo neanche un problema e mostrandosi assai debole ed arrendevole. [...] Per rilanciare una coesione duratura in particolare con i Paesi arabi moderati, non occorre necessariamente distanziarsi con eleganza da Israele, assumere una posizione terzista o peggio, imporre allo Stato ebraico delle scelte difficili senza peraltro riflettere più di tanto sulle conseguenze in termini di sicurezza. Israele è una moderna democrazia e non un regime di ciechi fanatici, quindi e Obama dovrebbe ricordarselo, ha già saputo fare degli importanti passi indietro per la pace.”
Roberto Penna, Conservatori-Liberali » Realisti, ma a testa alta
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Il mondo non è fatto a sua immagine
“Obama ha tentato al Cairo di creare con la forza della sua magia una svolta epocale, quella in cui non esiste il conflitto fra islam e Occidente. [...] Obama immagina il mondo a partire dalla sua autobiografia: non a caso non ha nemmeno citato la parola terrorismo. Il presidente americano si è presentato come la prova vivente della negazione del conflitto di civiltà, un giovane uomo cresciuto senza conflitto fra islam e cristianesimo, il padre e il nonno musulmani, la madre cristiana e bianca, gli Stati Uniti il porto d’arrivo, dove anche l’islam è una componente indispensabile. [...] Ma non è andata così.”
Fiamma Nirenstein » Il mondo musulmano non è quello che il presidente Usa dipinge
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Un lupo travestito d’agnello?
“È risultato fastidiosissimo ed inquietante l’accento iniziale, posto dallo stesso Presidente, sul suo nome completo (Barack Hussein Obama): cosa ha voluto dire? Che è “uno di loro”? Un fedele mussulmano coperto da una finta patina cristiana? Speriamo di no, anche se certi indizi (studi giovanili, foto in costume tradizionale islamico, inchino al Re dell’Arabia Saudita) non sono certo rassicuranti. [...]
Ormai è chiaro: Obama è un traditore dell’Occidente, un servo nascosto dell’Islam. Parole esagerate? Sì, lo concediamo, ma la rabbia è tanta dopo un discorso pieno di favolette ed idiozie, di errori strategici grossolani e potenzialmente letali per gli Stati Uniti - che continuiamo ad avere a cuore - e la sicurezza del mondo.”
Anduril » Ma sì, dialoghiamo con chi definisce Israele un cancro e costruisce la bomba atomica
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Chi governerà la Palestina?
“E’ inutile e ipocrita che Obama parli di “due popoli e due Stati”, è pericoloso e sbilanciante che Obama condanni solo gli insediamenti – effettivamente illegali - di Israele e che poi non spenda una parola, una parola sola, neanche alla lontana sulla guerra civile fratricida che da tre anni (in realtà da sempre cova sotto la cenere) insanguina le fazioni palestinesi. Chi governerà lo Stato palestinese a cui Obama lavora: Hamas? Abu Mazen? E chi li obbligherà a smettere di massacrarsi tra di loro, visto che l’ultimo tentativo di pacificazione, durato sei mesi, è appena fallito al Cairo e già decine sono i morti (e gli impiccati dopo orrendi “processi” a Gaza) dall’una e dall’altra parte?”
Carlo Panella » Obama-Islam-Show al Cairo: tutta fuffa, e peggio, come previsto. L’Iran e Hamas lo mandano a quel paese
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L’Islam “tollerante” che non c’è…
“Ma chi c’è dall’altra parte? Perché è stato detto discorso “all’Islam”? Qualcuno si chiede se dalla parte opposta c’è qualcuno che può fare lo stesso e parlare in nome dell’Islam? Ha parlato di verità e rispetto reciproco, di porre fine al “sospetto” ma solo a chi ha in antipatia l’occidente in quanto tale, può pensare che quel che è successo A SEGUITO dell’11 settembre, sia una guerra di “religione”. [...] Quindi a quale interlocutore si rivolge? Alla gente comune, ai regimi o ai teocrati? Ancora, sulla tolleranza, Obama dice che “ha visto con i suoi occhi la tolleranza dell’Islam in Indonesia, da giovane”, e come mai NON è il modello “tollerante” ad avere i predominio nei paesi islamici?”
Gabbiano urlante » Ma a chi parla Obama?

LEGGI ANCHE: Influenza suina, tutte le domande e le risposte - Le risorse in rete e il silenzio del Messico - La MAPPA con le segnalazioni dell’Oms - GALLERY
Più veloce del contagio stesso. Internet ai tempi della pandemia si sta trasformando in un tam tam senza precedenti. E così la notizia che in Messico fabbriche e governo saranno chiusi fino al 5 maggio e che l’Oms ha dichiarato al quinto posto in una scala che va da uno a sei il livello di rischio dell’influenza suina scatena un refresh dei monitor senza precedenti. La rete del resto è diventata l’unica piazza in cui sia possibile incontrarsi e scambiarsi impressioni, pareri, sfoghi personali mentre da Città del Messico al resto del paese si è costretti a rimanre tappati in casa per timore di un contagio. Ci si collega ad Internet in Messico in questi giorni per saperne di più e meglio di quanto non racconti la televisione. Con una grande differenza. Nei forum c’è spazio per la denuncia e la paura, mentre nei blog e nei siti di social network la si esorcizza.
In quello del quotidiano El Mundo un medico che non si firma racconta la sua esperienza: “Sono specializzato in malattie respiratorie e in terapia intensiva”, dice, “i trattamenti antivirali non stanno avendo il successo sperato e la gente continua a morire, anche giovani di meno di 30 o 20 anni. Il personale è molto spaventato. Ci dicono di non parlare con la stampa e che verremo sanzionati se lo facciamo”. Nel forum di un altro quotidiano El Universal, invece c’è chi come Carlos si lamenta perchè nel suo comune a causa dell’epidemia non è più stata consegnata la posta senza alcun preavviso. Sui blog, invece, a trionfare è l’humour negro, così caro ai messicani. Così, c’è chi si diverte ad inserire fotomontaggi con Superman a Città del Messico e chi offre una piccola antologia, presa da Twitter, delle migliori pagine. “La maniera più sicura per non essere contagiati dall’influenza? E’ rimanere in casa tutto il giorno incollati al pc” scrivono i blogger messicani. Ma come ogni pandemia che si rispetti scendono adesso in campo anche blog e forum del resto del mondo tutti preoccupati del fatto che i virus come Internet non rispettino i confini. E sono in tanti. Secondo Nielsen online il 6% dei messaggi pubblicati nelle ultime ore in rete in Messico riguardano esclusivamente la febbre suina.
LEGGI ANCHE: Hong Kong, un albergo in quarantena per l’influenza messicana
Impiccagione, taglio della mano destra e del piede sinistro, oppure esilio: sono le pene previste in una proposta di legge arrivata al Parlamento iraniano per punire quei blogger colpevoli di promuovere corruzione, apostasia e prostituzione attraverso internet. Pena di morte, quindi, per coloro che diventano mohareb, nemici di Dio. A una prima lettura i parlamentari di Teheran hanno approvato il testo a larga maggioranza: 180 voti favorevoli, 29 contrari, 10 astenuti. Nonostante l’ostilità delle autorità, cento blogger hanno firmato una petizione per chiedere di eliminare la censura della Rete.
Quanto contano in Iran le opinioni espresse sui blog? Secondo l’università di Harvard è lo spazio pubblico più aperto per le discussioni, tenendo conto del controllo sui mass media (stampa, televisione, radio) nella Repubblica islamica (la ricerca in pdf). Alcuni giovani iraniani che scrivono online sono critici verso il regime. Ma sul web discutono anche di altri argomenti: diritti umani, religione, cultura e poesia, un tema che appassiona soprattutto il pubblico femminile. Scrivono gli autori dello studio: “L’essenza della democrazia non è la regola della maggioranza, ma come la maggioranza è formata”. Sono spiragli di libertà che sembrano preoccupare le autorità in una nazione in cui l’età media della popolazione è di 26 anni (in Italia è di 42). E siti popolari come Facebook e Flickr sono già stati bloccati. La scure di Teheran si è già abbattuta sui giornalisti. Reporter senza frontiere, inoltre, denuncia che l’anno scorso due cronisti trentenni, Hassanpour e Botimar, sono stati condannati a morte per “attività sovversive contro la sicurezza nazionale”: la pena capitale è stata riconfermata per Hassanpour, Botimar è in attesa della nuova sentenza.
Bolivia
Una vista dall’alto della capitale La Paz (by Bencumming - Flickr)
Lo scorso primo maggio il presidente boliviano Evo Morales ha annunciato la nazionalizzazione della Empresa Nacional de Telecomunicaciones (Entel), gigante delle telecomunicazioni boliviano controllato da Telecom Italia. “Entel torna in mano al popolo” ha tuonato, aggiungendo di aver chiesto al ministro dei Lavori Pubblici di “assumere il controllo assoluto delle istallazioni dell’azienda”. Della nazionalizzazione di Entel si è parlato molto in Italia, su giornali e in rete, ma anche la blogosfera boliviana non è da meno ed è interessante vedere come sia trattato lo stesso tema dall’altra parte dell’Oceano.
Voci dai blogger. Il blog di riferimento per capire come sia percepita la questione Entel-Telecom Italia nel paese andino è Telecomunicaciones de Bolivia, dove c’è addirittura una sezione dedicata al tema. L’ultima notizia che risulta inserita è la smentita dell’ambasciata italiana a La Paz delle parole del presidente Morales che, domenica 18 maggio, aveva dichiarato alla stampa locale che il governo di Roma addirittura appoggerebbe la nazionalizzazione.
Quanto ai bloggers in molti sull’argomento si sono espressi negli ultimi giorni, boliviani e non. Da un lato ci sono gli entusiasti che incitano alla lotta di classe e al recupero per la Bolivia delle risorse strategiche nazionali, tra le quali figurano anche le telecomunicazioni. Tra questi risultano anche l’ex first lady francese Danielle Mitterand, ripresa dal blog francese Alterinfo.net, e Justin Delacourt dell’Università del New Mexico, che sul suo lettissimo blog sbeffeggia lo scrittore Fukuyama, sostenitore della “fine della storia”, e fa capire come le scelte di Morales siano corrette.
Dall’altro lato ci sono i bloggers che considerano, invece, le politiche di Morales rovinose per l’economia e ispirate al cosiddetto “socialismo del XXI secolo” del presidente venezuelano Hugo Chávez, come il blog Bolivia Libre il cui autore scrive sia in spagnolo che in inglese e si definisce un “combattente della democrazia”.Divisione geografica. Sulla questione la blogosfera boliviana si divide anche geograficamente. I blogger originari di Santa Cruz, la provincia più ricca del paese che nelle settimane scorse ha approvato a stragrande maggioranza un referendum sull’autonomia definito da Morales “incostituzionale e illegittimo”, sono generalmente contro la nazionalizzazione annunciata dal presidente. Quelli di La Paz ed El Alto, invece, vogliono chiaramente che gli “yankee”, o nel caso di Telecom Italia, i “gringos”, vadano a casa.
Su Fayerwayer.com il fatto che Morales abbia anche annunciato che la Bolivia investirà 30 milioni di dollari nella nuova Entel “statalizzata” ha invece scatenato un dibattito che ha diviso a metà i blogger boliviani. Da un lato c’è chi è a favore perché “così i prezzi per gli utenti diminuiranno”, dall’altro lato, invece, i contrari ben rappresentati da “The Maxx” che spiega bene il motivo dello scontento. “Per Morales lo stato amministra meglio dei privati e perciò vuole nazionalizzare tutto. A me sembra che non capisca ancora che lo stato, soprattutto quello boliviano, ha sempre dimostrato di essere un pessimo amministratore, soprattutto nelle imprese come Entel ad alto contenuto tecnologico”. Sullo sfondo, comunque, anche c’è chi come Joup nel suo blog si lamenta molto di come funziona Entel, descrivendo con precisione tutte le magagne della società boliviana.

Un sostenitore di Raila Odinga a Nairobi
Una mappa interattiva per raccontare in tempo reale l’evolversi dei disordini post-elettorali in Kenya. Con la denuncia circostanziata di tutti gli incidenti e le violenze che, nell’assordante silenzio mediatico che ha avvolto la contestata vittoria elettorale di Kibaki, rischierebbero altrimenti di finire nel dimenticatoio. E a cui può contribuire chiunque, inviando una mail o un sms. Il tutto verificato anche grazie all’aiuto delle ONG impegnate in questi giorni sul territorio keniano.
Un’idea nata dal basso, a partire da un appello lanciato lo scorso tre gennaio dal blog Kenyan Pundit, e subito raccolto dal sito Ushahidi, termine che in swahili vuol dire “testimoni”. “È necessario tenere traccia di tutto ciò che sta accadendo, se non altro in un’ottica di lungo termine”, spiega l’ideatore.
Basta scorrere l’elenco delle ultime voci inserite per rendersi conto che gli incidenti e i disordini sono ancora all’ordine del giorno: abitazioni date al fuoco, villaggi distrutti, violenze indiscriminate sui civili ad opera dei supporter di Kibaki o di Odinga, la polizia che spara e uccide durante le manifestazioni degli oppositori.
Certo, contemporaneamente ci sono anche i primi, difficili, tentativi di pace, che il sito Ushahidi ha cominciato a a segnalare ai lettori già da qualche giorno.
Informazione indipendente e dal basso è anche quella dei quattro mobile reporters di Africa News, uno dei più noti portali dedicati al continente africano: dall’inizio della crisi stanno riprendendo i principali avvenimenti con un cellulare, pubblicando poi testi, video e immagini online in tempo (quasi) reale. Una forma di citizen journalism che si è dimostrata assai utile, soprattutto nei giorni successivi alle elezioni, quando c’è stato un vero e proprio media blackout sulle crisi in Kenya.
In generale un po’ tutti gli strumenti del web 2.0 si stanno rivelando utili per dare informazioni che il mainstream ufficiale non riesce a dare, ma consentono anche ai cittadini di organizzarsi anche a distanza. A questo proposito un post del blogger Ndesanjo Macha su GlobalVoices segnala le molteplici iniziative in corso per consentire agli attivisti di costruire una rete pronta (eventualmente) all’azione: sistemi di alert via blog o su Twitter, gruppi su Facebook, risorse condivise su spazi wiki, set fotografici su Flickr.
Emblematico, comunque, l’interrogativo che pone Ndesanjo: “Cosa significa tutto ciò nel contesto di digital divide del Kenya? Non tutti i cittadini hanno accesso a questi servizi. Impegniamoci per risolvere questo problema anche per chi non fa parte dell’élite tecnologica”.

“Una grande vittoria”. Così Mahmoud Ahmadinejad ha definito il recente rapporto (qui in formato pdf) con cui i servizi segreti americani hanno fatto dietrofront sul dossier atomico: l’Iran ha sospeso il suo programma nucleare dal 2003 (il che ha procurato non pochi imbarazzi a George W. Bush). “È stato l’ultimo colpo a coloro che con falsi slogan e pretesti hanno creato per alcuni anni un’atmosfera di minacce, tensioni e preoccupazioni” ha spiegato Ahmadinejad in un messaggio televisivo trasmesso a reti unificate. Ma da un anno a questa parte il leader ultraconservatore iraniano non sembra volersi accontentare soltanto dei fin troppo allineati media televisivi nazionali. E ha iniziato a lanciarsi anche nella comunicazione online. Non solo attraverso le ingessate e agiografiche pagine istituzionali, ma anche attraverso un blog personale. Ovvero il massimo dell’apertura e del confronto aperto con i cittadini. Almeno in teoria. Tutti i contenuti sono tradotti in quattro lingue (inglese, francese, arabo, persiano) per favorire il dialogo con gli utenti di tutto il mondo.
Un rischio che espone il regime a critiche inattese o un’azzeccata mossa propagandista, per costruirsi una reputazione up-to-date tra le giovani generazioni ? Entrambi le cose, a osservare come lo staff ha gestito il blog in questo primo anno di vita. Dopo diversi mesi di abbandono, di recente Ahmadinejad ha preso a postare più di frequente. Ammettendo anche di leggere tutti i commenti, sia quelli più critici che quelli di incoraggiamento. E in parte il risultato è centrato: molti messaggi di ammirazione provengono proprio da utenti occidentali. Colby Brown dagli Stati Uniti scrive: “Dio benedica l’Iran. Bush e Israele non sono sicuri per l’Iran”. “Congratulazioni per il discorso alla Columbia University. Spero che l’Iran riesca ad ottenere il nucleare”, scrive un altro americano all’indomani della visita alla storica università di New York.
Olli Hämäläinen, di origine finlandese, ci va giù pesante: “Sono un tuo grande fan. Ammiro il tuo lavoro come politico. Io e i miei amici siamo d’accordo con le tue opinioni e pensieri, soprattutto a proposito di Israele”. La redazione sostiene di non censurare nemmeno i commenti più critici (”Come ci si sente ad essere il Presidente più odiato del mondo?” chiede un inglese) e di odio. Del tipo: “Muori lentamente”; “Sei un essere umano terribile e deprecabile”. Molti iraniani fanno esercizio di libera espressione: “Sono uno dei 50 milioni di iraniani che non ti hanno votato”; “Invece di tutti questi viaggi in provincia senza senso, la falsa propaganda di stato in Tv e le tante notizie irreali, non potresti calarti di più nel cuore della società?”. Certo, in un paese in cui l’accesso a Internet è imbrigliato e controllato, questa presunta apertura online sa un po’ di beffa e di propaganda. Al momento del lancio, Keivan Mehrgan, un blogger di Teheran, ha parlato di semplice operazione pubblicitaria: “Ahmadinejad non ha avuto mai a che fare con Internet. Tra l’altro ha sempre detto peste e corna di giornalisti e Internet prima di diventare presidente”.
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