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“Una grande vittoria”. Così Mahmoud Ahmadinejad ha definito il recente rapporto (qui in formato pdf) con cui i servizi segreti americani hanno fatto dietrofront sul dossier atomico: l’Iran ha sospeso il suo programma nucleare dal 2003 (il che ha procurato non pochi imbarazzi a George W. Bush). “È stato l’ultimo colpo a coloro che con falsi slogan e pretesti hanno creato per alcuni anni un’atmosfera di minacce, tensioni e preoccupazioni” ha spiegato Ahmadinejad in un messaggio televisivo trasmesso a reti unificate. Ma da un anno a questa parte il leader ultraconservatore iraniano non sembra volersi accontentare soltanto dei fin troppo allineati media televisivi nazionali. E ha iniziato a lanciarsi anche nella comunicazione online. Non solo attraverso le ingessate e agiografiche pagine istituzionali, ma anche attraverso un blog personale. Ovvero il massimo dell’apertura e del confronto aperto con i cittadini. Almeno in teoria. Tutti i contenuti sono tradotti in quattro lingue (inglese, francese, arabo, persiano) per favorire il dialogo con gli utenti di tutto il mondo.
Un rischio che espone il regime a critiche inattese o un’azzeccata mossa propagandista, per costruirsi una reputazione up-to-date tra le giovani generazioni ? Entrambi le cose, a osservare come lo staff ha gestito il blog in questo primo anno di vita. Dopo diversi mesi di abbandono, di recente Ahmadinejad ha preso a postare più di frequente. Ammettendo anche di leggere tutti i commenti, sia quelli più critici che quelli di incoraggiamento. E in parte il risultato è centrato: molti messaggi di ammirazione provengono proprio da utenti occidentali. Colby Brown dagli Stati Uniti scrive: “Dio benedica l’Iran. Bush e Israele non sono sicuri per l’Iran”. “Congratulazioni per il discorso alla Columbia University. Spero che l’Iran riesca ad ottenere il nucleare”, scrive un altro americano all’indomani della visita alla storica università di New York.
Olli Hämäläinen, di origine finlandese, ci va giù pesante: “Sono un tuo grande fan. Ammiro il tuo lavoro come politico. Io e i miei amici siamo d’accordo con le tue opinioni e pensieri, soprattutto a proposito di Israele”. La redazione sostiene di non censurare nemmeno i commenti più critici (”Come ci si sente ad essere il Presidente più odiato del mondo?” chiede un inglese) e di odio. Del tipo: “Muori lentamente”; “Sei un essere umano terribile e deprecabile”. Molti iraniani fanno esercizio di libera espressione: “Sono uno dei 50 milioni di iraniani che non ti hanno votato”; “Invece di tutti questi viaggi in provincia senza senso, la falsa propaganda di stato in Tv e le tante notizie irreali, non potresti calarti di più nel cuore della società?”. Certo, in un paese in cui l’accesso a Internet è imbrigliato e controllato, questa presunta apertura online sa un po’ di beffa e di propaganda. Al momento del lancio, Keivan Mehrgan, un blogger di Teheran, ha parlato di semplice operazione pubblicitaria: “Ahmadinejad non ha avuto mai a che fare con Internet. Tra l’altro ha sempre detto peste e corna di giornalisti e Internet prima di diventare presidente”.

Peter Gabriel scende di nuovo in campo per la difesa dei diritti umani. E lo fa rivolgendosi ai video-attivisti e cittadini che attraverso i loro filmati intendono denunciare dal basso situazioni di violazione o abusi. The Hub è il nome del network lanciato in questi giorni in rete e che è stato subito battezzato come lo “YouTube per i diritti umani“. “Carica, Guarda, Condividi, Agisci” lo slogan del progetto che, a regime, funzionerà come un potente megafono per tutti quei contenuti diffusi attraverso i siti di video-sharing o i video-blog indipendenti e che spesso finiscono per disperdersi senza avere la giusta visibilità. È il caso dei filmati ora proposti in home: una manifestazione per i diritti delle donne a Teheran, una protesta a Pechino contro il governo per la morte sospetta di un insegnante, gli scontri tra polizia e dimostranti in Birmania, filmato presente anche su Youtube:
E come YouTube, anche The Hub offre molteplici strumenti di community e condivisione per permettere agli utenti di far circolare meglio i video e così sensibilizzare il maggior numero di persone.
The Hub è la prosecuzione in chiave web 2.0 di un percorso intrapreso nel 1992 dall’ex-cantante dei Genesis con Witness, l’organizzazione che da anni denuncia le violazioni dei diritti umani in tutto il mondo attraverso filmati prodotti dal basso.

Yoani Sanchez ha 32 anni e dallo scorso agosto scrive regolarmente su GeneracionY, un blog sulla vita quotidiana a La Habana, per niente docile nei confronti del regime dei fratelli Castro. Parla dei severi controlli della polizia, dell’informazione manipolata in Tv, dei discorsi “al limite della sopportazione” di Fidel. Per lei le cose non sono così facili come nel resto del mondo occidentale: per aggiornare il blog è costretta a infiltrarsi negli alberghi, fingersi una turista e buttare giù velocemente l’ultimo post, evitando così di pagare cifre esorbitanti (le tariffe riservate agli stranieri sono proibitive: 6 dollari l’ora, l’equivalente di due settimane di lavoro), come racconta anche l’International Herald Tribune.
Yoani, come altri milioni di cittadini cubani, non dispone del permesso governativo per accedere a Internet. Su 11 milioni di abitanti, solo 200.000 sono autorizzate ad utilizzare liberamente il world wide web. Si tratta del numero più basso di tutta l’America Latina, come denunciato Reporters Sans Frontières in questo dossier presentato un anno fa circa. Il governo si difende scaricando la colpa sull’embargo statunitense: fatto sta che al momento solo stranieri, impiegati, docenti universitari e giornalisti (tutte persone facilmente controllabili) dispongono dell’autorizzazione. Il resto della popolazione può accedere solo alla mail attraverso le postazioni situate in tutti uffici postali (ulteriori informazioni in questo speciale della Bbc).
Nonostante questa vigilanza preventiva, il sistema di censura cubano è però molto meno scientifico e capillare rispetto a quella di altri regimi. “Ci stiamo avvantaggiando di un settore ancora non regolamentato”, scrive Yoani su GeneracionY, il cui dominio, come quello di altri blog dissidenti, è ospitato su server stranieri. Ma tanto basta a smuovere le acque nello scenario conformista dell’informazione cubana, dove un giornalista rischia fino a 20 anni di carcere se colto a scrivere articoli “contro-rivoluzionari” per fonti straniere. L’autore anonimo di “Mi isla al mediodia” ha spiegato all’International Herald Tribune che il blog gli sta permettendo di affrontare questioni su cui nessuno osa scrivere: “L’intolleranza al dissenso è sempre la regola a Cuba, anche se la società sta iniziando ad adottare la diversità di opinioni”.
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L’Eritrea sostituisce la Corea del Nord all’ultimo posto della classifica mondiale della libertà di stampa diffusa da Reporters sans frontieres mentre l’Islanda sostituisce la Finlandia in testa. L’Italia assieme agli altri membri del G8 (Russia esclusa) migliora il suo posto e si colloca in 35/ma posizione sui 169 paesi che la sesta edizione della classifica redatta dall’organizzazione per la tutela dell’informazione e dei giornalisti ha preso in considerazione.
Internet occupa invece un posto sempre più importante nei tentativi di colpire la libertà di espressione e molti paesi sono retrocessi proprio per questi interventi censori. Almeno 64 persone - spesso blogger, che vengono minacciati tanto quanto i giornalisti, scrive Rsf - sono in prigione in vari paesi per essersi espressi liberamente sulla rete. La Cina, con 50 persone imprigionate, mantiene la testa di questa triste graduatoria, che comprende anche Malesia , Thailandia, Vietnam ed Egitto.
Più in generale, Eritrea, Corea del Nord, Turkmenistan, Iran , Cuba, Birmania e Cina rappresentano l’area più nera per la libertà di stampa e più difficile per chi lavora nel settore. Al di fuori dell’Europa - che ha 14 paesi in testa alla classifica - non c’è alcuna regione al mondo risparmiata dalla censura o da fatti di violenza contro i giornalisti. Tra i peggiori vi sono sette paesi asiatici, cinque africani, quattro del medio-oriente, tre appartenenti all’ex Unione sovietica e uno nel continente americano, Cuba.
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La pagina che ha aperto tre mesi fa la Commissione Europea su You Tube ha ottenuto un successo insperato: un milione di accessi singoli alla home page del portale, sette milioni di video visualizzati e la palma d’oro per il filmato più scaricato di tutto il sito a Film lovers will love this, omaggio ai cinefili che ha sollevato non poche polemiche. Il progetto si chiama EUtube e, ha spiegato ieri Margot Wallström, vicepresidente della Commissione e responsabile per le relazioni istituzional, “conferma l’importanza di comunicare in modo interessante e di mantenersi al passo con i mezzi di comunicazione che alla gente piace utilizzare”. Ma nell’epoca del web 2.0 c’è un altro motivo di orgoglio per la Commissione: “Gli utenti di YouTube ci fanno sapere quello che pensano dei clip e dell’Unione Europea ed è positivo vedere così tanti commenti provenienti da persone che normalmente non riusciremmo a raggiungere.”
Dal giorno della sua nascita alla fine dello scorso mese di giugno EUtube ha pubblicato 69 videoclip in lingua inglese, francese e tedesca. Filmati dalle tematiche più varie: si va dalla promozione dell’utilizzo dei nuovi media ai primi passi compiuti dall’Unione nel dopoguerra, fino ai documentari sulle problematiche relative al cambiamento del clima. Grande apprezzamento hanno mostrato i video realizzati per combattere l’Aids e la piaga degli incendi: quest’ultimo, in pochi giorni, è stato visto da oltre 180mila utenti. Galvanizzato dal successo di EUtube, Wallström ha aperto un suo blog, diventato presto cliccatissimo, nel quale dialoga con i navigatori e spiega loro i provvedimenti adottati a a livello europeo.
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Guarda i video:
European films - what a joy!
La situazione in Congo
Cinquant’anni di Europa
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Retate durante la notte. Desaparecidos. Siti web oscurati. Monaci arrestati e trasportati nei campi di lavoro. Sfilate “oceaniche” organizzate dal regime nelle principali città del Paese per dimostrare che i militari hanno ancora il Paese in pugno. E stamani, dalle colonne dell’ufficiale New Light of Myanmar, un nuovo affondo contro la comunità internazionale (rea di aver condannato la repressione in Birmania), ma anche una promessa che fa temere un altro bagno di sangue: “A Myanmar non esistono prigionieri politici. Per questo non cambieremo rotta, elimineremo tutti gli ostacoli che si frappongono sulla nostra strada”.
Questa è una storia. L’altra parte della storia la raccontano, sui blog dell’opposizione in esilio, decine di cittadini, rigorosamente anonimi, pronti a squarciare il velo sulle verità della dittatura: da una settimana, in Birmania, dicono, è tornata la paura. Una paura sorda che ha spinto migliaia di attivisti a rintanarsi di nuovo in casa nella speranza che i militari non li prelevino nottetempo. Dice - su Burmese bloggers - una casalinga di Rangoon il 29 settembre: “Ho visto gente picchiata selvaggiamente. Gente che non stava nemmeno prendendo parte alle proteste. C’era un ragazzino, tutto solo, che stava guardando sfilare il corteo. Non urlava né batteva le mani. Un colonnello gli si è avvicinato e ha cominciato a bastonarlo sulla schiena. È crollato a terra. Lo hanno caricato in uno di quei camion che portano via i manifestanti. Il colonnello ha detto: “Avete dieci minuti per sgomberare”. (…) Una mia amica ha perso suo figlio durante le proteste. Pensava fosse sulla via di casa, invece non l’ha più trovato”. Intanto, sull’ufficiale New Light of Myanmar appare - sempre secondo il sito Burmese bloggers - l’altra verità, quella del regime: una foto dei manifestanti filo-birmani a Londra dell’8 settembre si trasforma, nella didascalia, in una manifestazione contro la guerra in Iraq.
Un ragazzo, anche lui anonimo, racconta invece di come la Giunta negli ultimi tempi sia riuscita a distruggere la fiducia tra le persone. Una cappa del silenzio è calata su tutto il Paese: “Non c’è più legame tra noi. Nel nostro quartiere i gruppi addetti alle sicurezza arrestano chiunque soltanto accenni a queste proteste. Persino nei locali dove andiamo a prendere il té dobbiamo imparare a tacere. Le spie sono ovunque. Possiamo rivolgere la parola soltanto alle persone che conosciamo. I bar si sono svuotati: non ci sono soldi e oltrettutto che senso ha ubriacarsi quando non puoi rivolgere la parola a nessuno?”. Gente comune. Che ha smesso di ascoltare la radio attraverso cui, fino a qualche settimana fa, si facevano un’idea di quello che accadeva in Birmania, al di là delle verità ufficiali. Ora ascoltare la radio, attraverso le onde provenienti dai gruppi di opposizione in Thailandia, è diventato troppo pericoloso. E chiunque sia sorpreso con un cellulare o una telecamera o una macchina fotografica se la vede confiscare. Racconta amareggiata un’insegnante, testimone di un’operazione di pulizia contro i monaci: “Sono quasi 50 anni che cerchiamo di proteggere la nostra cultura e cerchiamo di tollerare i militari al potere. Ma questa volta hanno passato il segno. Hanno mancato di rispetto a quello abbiamo di più caro e sacro. Conosco decine di monaci. Uno di questi è vecchissimo, ha 78 anni. In tutta la sua vita non gli era mai capitato di doversi nascondere. Il giorno dopo che iniziarono le sparatorie ho fatto visita al suo monastero: quello che ho visto sul suo volto non era paura, era amarezza, sconfinata. Il problema è che ora i giovani monaci con cui ho parlato vogliono lasciare tutto. Non hanno più la forza di andare avanti. Mi hanno detto: “Meglio imparare a tacere”. Gli ho chiesto perché, ho detto loro che sarebbe stata una sconfitta per il buddismo. “Che senso ha la meditazione?”, mi hanno detto. “Il potere della meditazione non impedirà loro di continuare a massacrarci”.
![[i]24 settembre 2007 -[/i] Due cortei, che raccolgono decine di migliaia di persone ciascuno, stanno sfilando attraverso Yangon, Myanmar. Secondo i testimoni, le strade sono gremite di gente che applaude ed incoraggia i monaci buddisti e alcuni manifestanti brandiscono cartelli in cui chiedono riconciliazione nazionale e la liberazione di prigionieri politici. Si tratta della più importante manifestazione contro il regime militare al potere degli ultimi vent'anni, giunta oggi al settimo giorno consecutivo.<br /> [i](Credits: Ansa)[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/upload/foto-settembre/myanmar/normal_myanmar00.jpg)
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L’appello è disperato: “Qualcuno può fare qualcosa per la nostra nazione, ora all’interno di Yangon sembra una zona di guerra. Ho sentito degli spari al telefono, oltre cinquanta colpi, proprio ora, ma le persone non stanno abbandonando la protesta e sempre più gente scende in strada”. È il racconto in diretta di Ko-htike, un blogger birmano che da Londra sta pubblicando su internet immagini e testimonianze degli scontri nella sua nazione, inviate con i cellulari da chi sta partecipando alla rivolta contro la giunta militare a Yangon, ex capitale della nazione.
Mentre il numero delle vittime continua a salire e si denunciano rastrellamenti casa per casa, a poche ore dalla morte del cronista giapponese Kenji Nagai, ai giornalisti stranieri viene data la caccia come pericolosi criminali. I gruppi editoriali privati birmani hanno deciso di sospendere le pubblicazioni a causa dell’aggravarsi della situzione a Yangon, la principale città del paese, dove è diventato impossibile assicurare la distribuzione dei giornali. Il provvedimento riguarda in particolare i quattro settimanali del gruppo Eleven media, i due settimanali del gruppo Yangon Media e i settimanali Kamudra, Voice e Market.
Ma fortunatamente Ko htike non è solo a dare voce al paese sotto assedio: altre persone stanno diffondendo sul web immagini dalle strade affollate di monaci, giovani universitari, civili esasperati. In questi giorni siti come Flickr e Technorati hanno raccolto centinaia di fotografie che documentano la repressione violenta del regime birmano. E tra i blogger italiani crescono di ora in ora le adesioni alla campagna mondiale per la manifestazione di oggi: i partecipanti indosseranno una maglietta rossa in segno di solidarietà ai monaci.
Secondo l’associazione Open net soltanto lo 0,1% della popolazione birmana può accedere a internet. In queste ore la giunta al potere nell’ex Birmania sembra aver fatto tagliare l’accesso a Internet, nell’intento d’impedire la trasmissione on line di fotografie, video e persino semplici notizie su quanto sta accadendo nel Paese asiatico, unica fonte d’informazione all’esterno. Abbassate le saracinesche di tutti i bar della città dotati di terminali, nessuna risposta al telefono dagli uffici del maggiore provider nazionale.
I controlli sono rigidi, ma l’associazione di giornalisti Reporter senza frontiere è riuscita a diffondere un manuale per aggirare i filtri sul web che isolano la Birmania dal resto del mondo.
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Jean ha 26 anni, è cinese ma vive ad Hong Kong e da sempre lotta per far sentire la propria voce in tutto il continente. Certo, con le dovute precauzioni, visto che i vincoli della censura in Cina sono ancora oggi molto forti. Jean è una delle poche ragazze che ha il coraggio di pubblicare sul suo blog post e commenti su argomenti considerati scottanti dal governo. Censura e autocensura seguono regole talmente rigide da disincentivare i più a esprimere opinioni sulla protesta di Piazza Tiananmen, sul Falun Gong (la disciplina spirituale vietata dal governo), sul cristianesimo, sull’indipendenza di Taiwan o sullo stesso partito.
Tuttavia, chi vuole a tutti i costi far sentire la propria voce trova anche gli stratagemmi per superare alcune barriere. Così, per aggirare la censura, i testi che contengono informazioni considerate “sensibili” vengono inseriti in formato jpg, come fotografie, in modo da evitare i possibili filtri sulle parole, oppure si ricorre all’uso di perifrasi. Per esempio, per parlare del 4 giugno, anniversario della protesta di Piazza Tiananmen repressa nel sangue, era stato escogitato in prima battuta il termine “6 quarto”, ma non è durato a lungo. Oggi si parla di “evento politico che si è verificato nella congiunzione tra primavera e estate del 1989″ o addirittura si ricorre alla dicitura “7×9+1“.

Sul suo blog, in un post sul 4 giugno, Jean scrive: “Sina.com – portale di notizie della Cina continentale - il 4 giugno al posto della data ha inserito una pubblicità sulla Volkswagen, che è rimasta sul sito fino al 18. Il 19 si è tornati alla normalità. Perchè lo fanno? Autocensura? Per evitare di fare qualcosa che il Governo non approverebbe? Probabilmente Sina.com ha avuto paura che ricordando il 4 giugno, anche semplicemente con la data, i poliziotti del web avrebbero creato problemi. Ma indipendentemente dalla ragione, è sbagliato. Ecco perché non ho più stima di Sina.com. L’evidenza parla da sola: basta guardare le immagini che ho ritagliato. Non voglio più usare il blog di Sina.com: non mi permetterebbero di pubblicare mai niente. Sono curiosa di una cosa però: sapere quanto avrà pagato la Volkswagen per avere quello spazio”.
Nei commenti alle fotografie di Jean scattate nella “notte delle candele” di Hong Kong, unica città in Cina in cui si può parlare di Tiananmen, c’è chi si chiede “che cosa stiano facendo queste persone e che cosa debbano commemorare”, a conferma dell’assenza di diffusione di informazioni “sensibili” tra i cinesi. Ma tra i commentatori c’è anche chi replica: “sono molto contento di vedere che un’amica del continente mostra di voler esplorare la nostra storia. Cerco sempre di discutere di quello che è successo tra la primavera e l’estare di 17 anni fa, ma purtroppo la maggior parte dei miei coetanei non conosce i fatti o addirittura si rifiuta di ascoltare o di leggere qualunque materiale su questo argomento. Molti sono convinti che gli studenti di Pechino abbiano meritato la sorte che è toccata loro, in nome della stabilità del nostro paese. Ero un po’ deluso, ma dopo aver letto il tuo blog mi sento meglio, avendo trovato un secondo cinese che vuole raccontare la storia. Il primo è un mio compagno di classe. Mi sento confortato. E spero che con le tue conoscenze personali mi aiuterai ad evitare che questo evento venga dimenticato”.
Sono invece di tutt’altro tenore i post dell’attrice Xu Jinglei, la blogger più letta del mondo secondo il quotidiano Beijing News (100 milioni di lettori in meno di due anni), che racconta principalmente di sé, del suo lavoro, degli amici, delle sue avventure quotidiane, senza mai addentrarsi in problematiche più scottanti. D’altronde - direbbe forse Jean - il suo blog è appoggiato a Sina.com.
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