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(Credits: Ng Han Guan/AP Photo)

In Cina è arrivato il momento di discutere di privacy e riservatezza. In un Paese che storicamente non è mai stato molto attento al rispetto dei diritti dell’individuo, il progresso economico e il conseguente benessere hanno dato il via a un pubblico dibattito su temi nuovi, di interesse della borghesia emergente. È un dibattito che spesso si volge in rete, dove i cinesi trascorrono un tempo in molti casi superiore rispetto a quello speso da noi occidentali.
A innescare la polemica sulla tutela della riservatezza delle persone è stato un episodio curioso e, a suo modo, anche un po’ piccante, Continua

Barack Obama, Leon Panetta e David Petraeus (Credits: Ansa/Michael Reynolds)

Per Pechino la morte di Bin Laden rappresenta “una grande vittoria nella lotta internazionale al terrorismo“. Del resto, “il terrorismo è il vero nemico comune dell’intera comunità internazionale, di cui anche la Cina è rimasta vittima”, ha precisato il portavoce del Ministero degli Esteri della Repubblica popolare, sottolineando altresì che la lotta contro questo pericolosissimo movimento dovrà continuare fino a quando “non verrà del tutto eliminato il terreno su cui continua a proliferare”.
Il consenso della classe politica non trova però corrispondenza tra i blogger orientali, Continua

Il regime ha bloccato tutto, Internet, i cellulari. Eppure c’è chi resiste e continua a documentare la rivoluzione anti-Mubarak in tempo reale, soprattutto grazie a Twitter. Il trucco è semplice: i telefoni fissi funzionano ancora, si fa una telefonata a un amico in Giordania che ha il codice d’accesso e… Il gioco è fatto. Per chi voglia seguire la rivoluzione su twitter, consiglio vivamente di farlo attraverso il mitico Sandmonkey. Continua

Lula al suo notebook (Credits: Blog do Planalto by Flickr)
Da presidente del Brasile a incallito “blogueiro” e “twitteiro”. A delineare la propria prossima futura traiettoria è lo stesso Lula che, pronto ormai a lasciare il posto il 1 gennaio 2011 alla sua delfina Dilma Rousseff chiude il bilancio del suo mandato e fa buoni propositi per il futuro. Continua

I cinesi hanno paura. Temono un governo che inizia a comportarsi in maniera sempre più irrazionale. Sono preoccupati gli internauti, ma anche le persone comuni, in campagna e in città.
Due settimane fa, sei blogger del Fujian sono stati arrestati per diffamazione, alcuni per aver girato e altri per aver diffuso online video compromettenti. Si tratta delle dichiarazioni della mamma di una ragazza morta a seguito di uno stupro troppo violento compiuto da agenti di polizia della sua città.
Gli agenti segreti sguinzagliati da Pechino hanno incarcerato tutti, facendo venir meno, per la prima volta, la barriera che fino ad oggi ha tenuto separati, dal punto di vista delle detenzioni, chi firma da chi diffonde informazioni delicate.
Uno di questi ragazzi, Amoiist, noto anche come Peter Guo o Guo Bofeng, è stato fortunato perché è riuscito a lanciare due SOS da Twitter.
I suoi contatti li hanno letti, diffusi, e hanno proposto di inviare cartoline con scritto “Amoiist, la mamma ti aspetta a casa per cena” nel carcere in cui il blogger è stato rinchiuso. In pochi giorni ne sono arrivate più di duecento e, pur non avendone ricevuta nemmeno una, Amoiist mi ha raccontato di essere stato sorpreso quando, dopo essere stato violentemente battuto nelle prime notti di prigione, un paio di agenti sono entrati nella sua cella proponendogli di firmare una lettera di autocritica per poter procedere alla scarcerazione.
E’ evidente che le cartoline hanno fatto effetto: il governo ha avuto paura che l’iniziativa popolare potesse dare una visibilità internazionale non voluta all’arresto dei ragazzi e ne ha liberato uno, il più noto. Da quel giorno gli internauti cinesi si sono posti un obiettivo ancora più ambizioso: liberare gli altri cinque ragazzi inviando simili cartoline e, soprattutto, aiutare Xu Zhiyong, altra vittima della nuova ondata di irrazionalità partita da Pechino.
Xu Zhiyong è un avvocato particolarmente famoso in Cina per non aver mai criticato il governo e per aver sempre protetto i poveri attraverso Gongmeng, una ONG che Pechino non ha mai riconosciuto come tale, obbligando quindi il legale a registrarla come azienda privata. Ed è stato proprio questo espediente a giustificare l’arresto/rapimento di Xu Zhiyong.
A seguito di una ingente donazione ricevuta dall’estero, l’avvocato cinese è stato accusato di evasione fiscale perché, in quanto responsabile di un’azienda privata, avrebbe dovuto registrare l’importo come entrata e non come regalia. Per evitare di essere contraddetto, il regime cinese ha inviato la polizia segreta a casa di Xu Zhiyong il giorno dell’udienza, il 29 luglio, impedendogli quindi di esprimere la sua opinione davanti a un giudice.
I primi a mobilitarsi per la scomparsa di Xu Zhiyong sono stati i contadini i cui figli si sono ammalati per lo scandalo del latte alla melamina, tutti assistiti dal legale di Gongmeng. Anche per lui sono partite centinaia di cartoline, dalla Cina e dall’estero, nella speranza che, come è successo per Amoiist, spingano Pechino a rivedere le sue decisioni. Anche Xu Zhiyong sarà costretto a fare autocritica? E se sì, per quale motivo, l’aver ricevuto una donazione? Se viene colpito un avvocato da sempre pro-Pechino, cosa può succedere, oggi, ai veri dissidenti? Siamo tornati ai tempi della Rivoluzione Culturale? Dobbiamo aver paura anche di copiare un link sui nostri blog?
La povera gente chi la difenderà se pian piano finiranno tutti in prigione?
Dobbiamo fare qualcosa. Non possiamo rimanere a guardare. Non possiamo aspettare passivamente che arrivi il giorno in cui non ci permetteranno più di parlare. Se ci impediscono di esprimerci per vie legali, come pensano reagiremo? Dobbiamo far capire a Pechino che non siamo più disposti a piegarci al loro volere. Sono queste le domande e i commenti che si pongono i cinesi che ho incontrato per strada e di cui ho sbirciato i blog, ricavandone una sola impressione: in Cina, oggi, alla paura si reagisce con rabbia.
Michele Zurleni, giornalista, ha da diverso tempo una bandiera Usa sulla scrivania. La guarda e pensa alla forza che sprigiona: quella di guardare al futuro, anche in modo discutibile. Ma guardare avanti. Come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori.

Ma Barack Obama è nato veramente il 4 agosto 1961 al Kapi’olani Medical Center di Honolulu, Hawaii, stella (stato) numero 50 degli Stati Uniti?
A otto mesi dall’insediamento alla Casa Bianca, la domanda, nonostante tutte le assicurazioni date dall’interessato, continua a girare sulla rete, sui blog e sui siti ultraconservatori, alimentando la teoria (della cospirazione) secondo la quale l’elezione di Obama dovrebbe essere annullata perchè lui non sarebbe nato negli Usa, ma altrove. E solo chi nasce sul suolo americano - o da cittadini statunitensi - può essere eleggibile alla più alta carica.
Il fuoco di fila di interventi sulla rete è stato così incessante, così diffuso e capillare che della questione, oltre ad averne dibattuto milioni di persone, ne hanno parlato anche i grandi network televisivi.
Qualche settimana fa ci sono state polemiche quando uno dei più famosi anchor della Cnn Lou Dobbs durante la sua trasmissione è sembrata dare credito ai dubbi sul luogo di nascita di Obama. I rumours si sono duplicati in vista del primo compleanno di Barack Hussein come presidente degli Usa. Tanto che un trasecolato Robert Gibbs, il portavoce della Casa Bianca, l’altro giorno ha dovuto rispondere a domande sul tema durante il quotidiano briefing con i giornalisti.
“Cosa può dire per far tacere una volta per tutte i Birthers (coloro che non credono che Obama sia nato negli Stati Uniti)?” gli ha chiesto un
cronista. E Gibbs, di solito compassato, è sbottato: “Ma perchè dobbiamo parlare di cose senza senso come questa?”
In realtà del tema ne ha discusso anche il Congresso. Due giorni fa, il repubblicano Michele Bachmann ha bloccato una risoluzione alla Camera dei rappresentanti in cui si proclamavano le Hawaii come luogo di nascita di Barack Obama.
La mozione era stata presentata per festeggiare il cinquantesimo anniversario dell’adesione dell’arcipelago agli Stati Uniti, ma nel testo, tra i motivi di gloria di quello stato, si indicava anche “l’aver dato i natali al 44°presidente”. Bachmann si è opposto e la mozione è stata approvata solo verbalmente.
I democratici sperano di ratificarla entro breve. Tanta attenzione alla questione è comprensibile.
Il sogno dei gruppi conservatori è che intervenga la Corte Suprema, chieda a Barack Obama di produrre il suo certificato di nascita orginale e, nella impossibilità di farlo, venga destituito.
Per arrivare a questo obiettivo una ventina di semplici cittadini o associazioni vicine al Partito Repubblicano hanno intentato cause legali contro Obama presso i tribunali di contea o statali. Molti di queste denunce sono state archiviate. Altre no. Famoso è il caso del riservista che si era rifiutato di partire per l’Afghanistan perchè, secondo lui, l’ordine del comandante in capo (Obama) non era valido in quanto ineleggibile.
Il soldato ha fatto causa, ma l’ha persa. I rumours, la teoria della cospirazione nasce dal fatto che Obama ha prodotto solo una copia del certificato di nascita e non l’originale.
Su di un pezzo di carta si alimenta il sogno (ma anche l’incubo) di coloro che vedono in Obama un personaggio troppo lontano, troppo alieno, troppo diverso dalla loro visione dell’America, dei suoi valori e della sua missione, per pensare di esser nati - loro e Barack Hussein - sulla stessa terra, sotto la stessa bandiera.
Michele Zurleni, giornalista, ha da diverso tempo una bandiera Usa sulla scrivania. La guarda e pensa alla forza che sprigiona: quella di guardare al futuro, anche in modo discutibile. Ma guardare avanti. Come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori.
È la Regina dei blogger liberal. Il suo Huffington Post è stato definito da un’inchiesta della prestigiosa rivista The New Yorker come “il più ambizioso tentativo di rinventare il giornalismo americano”.
Non c’è politico a Washington che non clicchi sul suo sito almeno una volta al
giorno. Non c’è cronista di altra testata che non acceda alla pagina web per confrontare le notizie e studiarne il taglio. Le sue battaglie sono state consacrate alla causa democratica e all’ascesa di Barack Obama, il quale ha contraccambiato, accreditando per la prima volta un giornalista di un (questo) blog alla sala stampa della Casa Bianca.
Ora Arianna Huffington, con un’intervista ad un altro importante web magazine, Politico Com, sembra voler imporre un’apparente lieve, lievissima, modifica di rotta alla sua creatura: “Non possiamo essere considerati una testate partigiana, schierata con il presidente” ha detto la fondatrice del sito. Sembrerebbe una prudente presa di distanza da Obama; l’inizio di un raffreddamento dopo gli entusiasmi della campagna elettorale e della vittoria nello scorso novembre. In realtà, più che una manovra di riposizionamento (politico) reale, l’annuncio sembra voler indicare un’operazione editoriale, volta soprattutto a indebolire la forza dei blog concorrenti, in particolare quelli conservatori.
L’articolo di Politico Com (web magazine bipartisan che, però, non risparmia critiche a Obama) è piuttosto esplicito. L’Huffington Post non sta allentando, ma anzi, sta stringendo ancora di più i legami con l’attuale amministrazione.
Una prova sarebbe l’assunzione di Dan Froomkin, un blogger licenziato dal Washington Post, dopo essere diventato famoso grazie alle sue note di fuoco contro George W. Bush. Ma contemporaneamente, il sito liberal per eccellenza, sembra voler strizzare l’occhio anche ai lettori di fede o tendenza repubblicana. I quali in modo sempre più frequente, accedono al blog, o addirittura ne usufruiscono, proponendo interventi e pezzi da pubblicare. Come è successo a Tom Coburn, senatore dell’Oklahoma, il quale per fare conoscere le sue critiche alla riforma sanitaria di Barack Obama non ha scelto quotidiani affini come il Wall Street Journal, o blog comel’ultraconservatore RedState, ma ha inviato il suo articolo al sito progressista confidando nella sua autorevolezza e nella sua capacità di penetrazione.
“E’ la prova del fatto che siamo considerati sempre di più un giornale che non fornisce notizie in modo ideologico” ha detto Arianna Huffington. Secondo Politico com, invece, si tratterebbe dell’ennesimo atto di opportunismo da parte della fondatrice, abituata a piccole grandi giravolte politiche. Iniziata la sua carriera in ambienti conservatori, sposata con un deputato repubblicano e grande sostenitrice della rivoluzione di destra di Newt Gingrich, la Huffington è poi passata ai salotti progressisti, prima di dare vita quattro anni fa al suo giornale, alternativa di sinistra al “numero uno” dei blog politici: Drudge Report. Partito con limitate risorse, ora l’Huffington Post conta su di una sessantina di dipendenti a tempo pieno e nello scorso dicembre ha avuto un’iniezione nelle sue casse di 25 milioni di dollari e ora, anche con il mutuo appoggio dell’amministrazione Obama, si propone come una vera e propria potenza politico-mediatica. Con un obiettivo: attirare sempre di più l’attenzione del pubblico, anche degli altri siti, Drudge Report in testa. La Guerra (editoriale) tra blog progressisti e quelli conservatori va avanti da tempo. Questa è solo l’ennessima, durissima battaglia.

Arianna Huffington, la regina dei blogger liberal

Guarda la GALLERY del Ritiro Usa
“L’ora della sovranità nazionale? L’abbiamo già sentita, questa”. A pochi giorni dal ritiro delle truppe americane dalle città dell’Iraq, è lo scetticismo a dominare i pensieri degli abitanti di Baghdad. Almeno a giudicare da ciò che scrivono quelli che hanno un blog in inglese. Si tratta sicuramente di un’esigua minoranza, in un paese povero e devastato da sei anni di guerra, ma il loro punto di vista è significativo proprio perché distinto dal resoconto ufficiale che parla di feste in piazza e orgoglio nazionale ritrovato.
Solo propaganda o festa nazionale?
“L’ex governatore americano Bremer parlò di sovranità irachena già nel 2004, poi ancora con le elezioni nel gennaio 2005, ancora con il voto per la nuova Costituzione… quindi perdonateci se non saltiamo sul carro delle lodi” scrive su globalvoices Salam Adil, che però linka un post entusiastico da Mosul 4 all del 30 giugno: “Mi sono svegliato e c’era aria di festa. E’ il primo giorno in cui a Mosul non vedremo nessun soldato per strada. La gente lo stava celebrando in strada con dolci e succo di frutta”.
Molto meno positive le impressioni di Hammorabi: “L’occupazione continua, le truppe si sono solo spostate fuori dalla vista, non tanto lontano: hanno ancora il controllo delle città e possono diminuire le perdite, quella di Al-Maliki (il premier iracheno che ha proclamato la festa nazionale, ndr) è propaganda: la corruzione è peggio che sotto il precedente dittatore”.
Anche Layla Anwar non è entusiasta: “Non si può parlare di ritiro, è propaganda: la versione ufficiale che vogliono farci credere è che si tratti di una vittoria: sono stronzate: solo oggi c’è stata una campagna di arresti arbitrari in due quartieri di Baghdad, Adhamyia e Shula’a”.
Speranza e voglia di normalità
Su “Iraqi blog updates” vengono monitorati i blog del paese e per il 30 giugno scorso si apre con una mappa delle province irachene inviata da Washington per auspicare la fine del conflitto. I commenti registrati sono in questo caso più contrastanti, c’è anche chi esprime il proprio dolore per la morte di soldati americani, come scrive l’autore di “Talisman gate” Nibras Kazimi. Un messaggio di speranza arriva da Last of Iraqis: “E’ una pietra angolare, un incrocio fondamentale e una chance per il governo iracheno che deve provare la propria lealtà al popolo e dargli sicurezza. Incrociamo le dita”.
Ma forse il messaggio più importante arriva dai tanti che dell’avvenimento non hanno parlato nemmeno: c’è chi pubblica le foto della sua nuova moto, chi si lamenta della svendita del petrolio, chi augura buone vacanze e parla dei propri progetti. Una normalità che prova a rispuntare nella sabbia.
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