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Attentati a Istanbul
“Si tratta di un atto inumano dell’organizzazione separatista e terroristica”. Così, annunciando l’arresto di dieci persone, il ministro dell’Interno Besir Talay ha oggi ufficialmente attribuito ai curdi del Pkk la strage del 27 luglio a Istanbul, nella quale hanno perso la vita 17 persone e altre 154 sono rimaste ferite. In una conferenza stampa il ministro ha precisato che, tra le persone finite in manette, ci sarebbero anche coloro che materialmente hanno eseguito il duplice attentato, oltre a chi ha offerto loro supporto logistico. “Sono felice di potervi dire” ha dichiarato davanti alle telecamere “che gran parte dei responsabili sono stati arrestati sulla base di prove così schiaccianti che non lasciano spazio ad alcun dubbio”. Sarà davvero così? Nelle ore immediatamente successive al duplice attentato, i media turchi avevano subito attribuito la responsabilità di quanto successo ai separatisti. Tuttavia, col passare dei giorni e a seguito della smentita da parte dell’organizzazione terroristica, i dubbi avevano cominciato a prendere piede. Non tanto a causa di quanto dichiarato da uno dei portavoce del Pkk, ma per il particolare clima che si respira in questi mesi nel Paese della mezzaluna.
Il premier turco Recep Tayyip Erdogan
Non va dimenticato che l’attentato è avvenuto a distanza di due settimane dalla sparatoria davanti al consolato americano di Istanbul, dove hanno perso la vita in sei: tre poliziotti e tre attentatori ritenuti vicini ad Al Qaida. Ma soprattutto, questo Paese è stato scosso da uno scandalo che per la prima volta nella storia della Repubblica ha portato all’arresto di generali, anche se ora in pensione. Si tratta dell’affare “Ergenekon“, conosciuto anche come la “Gladio turca”. Più di un’ottantina di persone (dipendenti statali, avvocati, giornalisti e, appunto generali) sono stati rinviati a giudizio con l’accusa di fa parte di un’organizzazione terroristica sospettata di essere la responsabile di alcuni omicidi eccellenti (come l’omicidio del giornalista armeno Hrant Dink) e di aver pianificato un colpo di Stato per sovvertire l’ordine democratico, in questi anni rappresentato dal partito islamico-moderato dell’Akp. Quest’ultimo, però, è a sua volta accusato di stare lentamente spostando la Turchia verso la religione del Corano. Le bombe di Istanbul sono esplose, infatti, a poche ore dalla riunione della Corte Costituzionale chiamata a decidere se dichiarare l’Akp illegale: l’accusa è di aver condotto attività antilaiche contrarie ai principi stabiliti ormai più di 80 anni fa dal padre della patria Mustafa Kemal Ataturk. Il primo ministro Erdogan e compagni se la sono cavata, con la decisione presa mercoledì scorso, con un dimezzamento delle sovvenzioni annuali. Quanto il clima di instabilità e le bombe abbiano contribuito a spingere i giudici verso una decisione più morbida (e più saggia) è impossibile saperlo. Ma certo la loro importanza l’hanno avuta.

Sale a 16 il bilancio dei morti nell’esplosione delle due bombe ieri sera a Istanbul, in Turchia, mentre sono 154 i feriti, alcuni dei quali gravi. Lo riferisce l’agenzia di stampa turca Anadolu dando conto inoltre di un messaggio di cordoglio del presidente Abdullah Gul. ”Condanno i responsabili di questi attacchi inumani che mostrano la brutalita’ del terrorismo che colpisce innocenti”, ha detto Gul, ”nessuno raggiungera’ i propri scopi facendo vittime innocenti con atti di violenza”, ha concluso.
Anche il premier Tayyip Erdogan ha diffuso un messaggio di condanna sottolineando che ”i responsabili degli attacchi saranno portati davanti alla giustizia al più presto”.”E’ certo che si e’ trattato di un attacco terroristico”, ha dichiarato il governatore della citta’, Muammer Guler.
L’attentato è avvenuto in due tempi: una prima piccola carica è scoppiata in una cabina telefonica, poi, dopo qualche minuto, un potente ordigno collocato in un contenitore di rifiuti ha fatto strage tra la folla che si era nel frattempo assiepata intorno al luogo della prima esplosione, in una affollata zona commerciale del quartiere periferico di Gungoren, sulla riva europea della capitale turca.
La rete televisiva Ntv ha cominciato quasi subito a trasmettere immagini del luogo dell’attentato, facendo vedere le ambulanze in cui venivano caricate le persone ferite in modo grave e che partivano a tutta velocita’ verso gli ospedali.
Altre immagini mandate in onda dalla Ntv hanno mostrato scene di panico, persone insanguinate e disorientate che correvano in tutte le direzioni in mezzo a frammenti di vetro e calcinacci.
”Diecine di persone sono state dilaniate. Teste, braccia e gambe sono volate per aria”, ha raccontato un testimone ancora sotto shock.
L’ipotesi che ad esplodere fosse stata una bombola di gas, inizialmente circolata, è stata quasi subito smentita dalla polizia, che ha parlato di due bombe, e successivamente dal governatore della città, Muammer Guler, che non ha avuto esitazioni nel definire terroristica la matrice dell’attacco.
Nei primi commenti a caldo, la Ntv ha riferito che la polizia privilegia la pista del terrorismo curdo ed è incline ad attribuire la responsabilità dell’attentato ai ribelli del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk).
Diversi attentati avvenuti in passato ad Istanbul sono stati attribuiti al Pkk, che dal 1984 si batte per l’indipendenza del territorio del sud-est dell’Anatolia, abitato in prevalenza da curdi. Il conflitto curdo in Turchia ha causato più di 37 mila morti, ma anche altri gruppi, di estrema sinistra o di ispirazione islamica, hanno compiuto attentati. In questi giorni inoltre il paese sta attraversando un periodo estremamente delicato: oggi la Corte Costituzionale si riunirà per deliberare su una richiesta di messa al bando del partito al governo, l’islamico moderato Akp, e di interdizione dall’attività politica per cinque anni per attività anti-laiche di 71 dei suoi membri, fra i quali il premier Recep Tayyp Erdogan, e il presidente della Repubblica, Abdullah Gul.
L’Akp viene accusato nel ricorso di voler islamizzare in modo strisciante il paese. Vengono elencati i progetti di proibizione della vendita di alcolici, di separazione fra uomini e donne in parchi, piscine e mezzi di trasporto, di imposizione del velo alle bambine. Erdogan è accusato anche di aver cercato di eliminare il divieto di portare il velo nell’università e di rendere reato l’adulterio.
Se la Corte dovesse accogliere la richiesta, avanzata nel marzo scorso dal procuratore presso la Corte di Cassazione, la Turchia si troverebbe senza governo e senza il principale partito. Il paese dovrebbe tornare alle urne a novembre, affrontando un periodo di confusione e forti tensioni politiche, che danneggerebbero l’economia in forte crescita e le prospettive di adesione all’Unione europea. Non si sa quando la Corte si pronuncera’, ma si pensa entro domenica prossima.
Il ricorso contro l’Akp si intreccia poi con un’altra vicenda giudiziaria turca, il processo contro la presunta organizzazione terroristica laico-nazionalista Ergenekon, che comincera’ a Istanbul il prossimo 20 ottobre. Gli ambienti laici considerano questo processo una rappresaglia della polizia filo-governativa per il ricorso anti-Akp.
Il VIDEO servizio:

Niente panico, siamo inglesi. La Gran Bretagna è sotto tiro, ha subito tre attacchi terroristici (a Londra e Glasgow) in poche ore e si moltiplicano gli allarmi in tutto il Paese. Ma i cittadini britannici sembrano essere ormai abituati a queste emergenze e reagiscono con proverbiale distacco. Condito da un’ironia tipicamente british.
Almeno, è quello che si osserva dalle reazioni in Rete, tra i frequentatori di blog. Jonathan sottolinea come a far fallire i tentati attacchi di venerdì scorso a Londra non siano stati i controlli della polizia nè le telecamere sparse per la città “ma delle persone qualsiasi che giravano facendosi gli affari propri e tenendo gli occhi aperti”. Mentre Larry analizza dettagliatamente il potenziale esplosivo di una delle due auto. Che secondo lui non era da prendere tanto sul serio.
Un paradossale sondaggio chiede da cosa le bombe di Londra abbiano distolto l’attenzione dell’opinione pubblica: il fallimento della riforma sull’immigrazione; le polemiche sul titolo di cavaliere a Salman Rushdie; il nuovo film di Micheal Moore, Sicko, prossima “pietra miliare” mediatica in Iraq; la scarcerazione di Paris Hilton oppure il secondo anniversario degli attentati del luglio 2005. C’è anche chi, come lo scrittore Craig Murray, nel suo blog si chiede a chi giovino gli attacchi terroristici e la guerra al terrorismo. Innescando una catena di dubbi sulla matrice islamica delle bombe e di teorie su complotti e restroscena.
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