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Birmania, gli affari d’oro che i bonzi devono sconfiggere

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  • Tags: Aung San Suu Kyi, Birmania, bonzi, Myanmar, Nobel-per-la-Pace
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[i]25 settembre 2007[/i] - Secondo alcune valutazioni citate da testimoni, fra i circa 100.000 manifestanti circa 30.000 sono monaci buddisti.<br /> La manifestazione si svolge in modo pacifico. Alle 14:30 locali (le 10:00 italiane) la folla era radunata nel settore della pagoda Sule.<br /> [i](Credits: Ansa)[/i]
Di Giovanni Porzio

A scatenare le proteste era stato, in agosto, il rincaro del 500 per cento della benzina e del gas per cucinare: beni essenziali per un popolo sfinito dalla miseria, taglieggiato dall’inflazione e oppresso dalla dittatura militare. Le prime manifestazioni di dissenso sono state soffocate con la consueta brutalità. Ma da due settimane a guidare i cortei nelle principali città, con la benedizione del Dalai Lama, sono i monaci buddisti: l’unica forza di opposizione che il regime teme e che esita a reprimere (anche se martedì 25 settembre ha imposto il coprifuoco notturno).
Scalzi, avvolti nelle tuniche color zafferano, silenziosi, escono ogni giorno dalla pagoda Shwedagon di Yangon, il tempio più venerato del paese, e sfilano sotto gli occhi dei soldati davanti alla casa del premio Nobel Aung San Suu Kyi, leader della Lega nazionale per la democrazia (Lnd) e simbolo della resistenza ai generali, costretta per 12 degli ultimi 18 anni agli arresti domiciliari.
Nelle mani dei bonzi le ciotole delle offerte sono capovolte, a significare il rifiuto fisico e morale del regime. Un gesto che equivale a una scomunica.
Nel 1988 la «primavera birmana» era stata schiacciata nel sangue: 3 mila morti. Nel 1990 la giunta al potere aveva ignorato la vittoria elettorale della Lnd, riempito le prigioni di studenti e isolato il paese. George Bush, che ha annunciato nuove sanzioni, non starebbe a guardare. I membri dell’Asean, l’Associazione delle nazioni del Sud-Est asiatico, di cui Myanmar fa parte, spingono per una soluzione politica della crisi. Come la Cina, che a pochi mesi dalle Olimpiadi di Pechino non vuole problemi ai suoi confini.
L’ex Birmania occupa una posizione strategica e commerciale sempre più rilevante in Asia. L’India, che condivide con Myanmar una lunga frontiera, ha bisogno della collaborazione dell’esercito birmano per contenere le insurrezioni armate nel Nord-Est del subcontinente. La Corea del Nord, che ha da poco ristabilito le relazioni diplomatiche con Yangon, è interessata ai giacimenti di uranio birmani. Cina e India, soprattutto, si contendono gli idrocarburi birmani.
Il Myanmar possiede petrolio (50 milioni di barili stimati) e i maggiori depositi di gas del Sud-Est asiatico: 510 miliardi di metri cubi provati. In gennaio Russia e Cina hanno bloccato una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu che condannava le violazioni dei diritti umani nell’ex Birmania. Subito dopo, il 15 gennaio, la China national petroleum corporation ha ottenuto altre tre concessioni per lo sfruttamento del greggio e del gas naturale al largo della costa dello stato del Rakhin, nell’Ovest del paese. E Mosca ha negoziato un nuovo contratto per la fornitura di armi a Yangon.

In aprile Pechino ha stanziato oltre 1 miliardo di dollari per la costruzione di un gasdotto di 2.380 chilometri dal porto birmano di Sittwe, nel Golfo del Bengala, a Kunming, nello Yunnan: avrà una capacità di 170 miliardi di metri cubi di gas in 30 anni e costituirà una valida alternativa allo Stretto di Malacca per il trasporto dell’energia dall’Africa e dal Medio Oriente. New Delhi ha in progetto un altro gasdotto di 950 chilometri attraverso il Bangladesh.
Il ruolo strategico del Myanmar non si limita al settore degli idrocarburi. India e Cina intendono riaprire la vecchia Stilwell road, l’arteria di 1.736 chilometri costruita dagli alleati durante il Secondo conflitto mondiale per rifornire gli eserciti impegnati contro i giapponesi. Oggi occorrono due settimane per veicolare le merci dal porto di Kolkata alla Cina e al Sud-Est asiatico attraverso lo Stretto di Malacca. La strada, dall’Assam allo Yunnan attraverso il Myanmar, consentirebbe di concludere il trasporto in due giorni e con una riduzione dei costi del 30 per cento.
Pechino, Yangon e Bangkok hanno anche firmato un accordo per la costruzione di una serie di dighe sul Salween, l’ultimo grande fiume non imbrigliato della regione. L’obiettivo è produrre 16 mila megawatt di energia, in gran parte destinati alla Thailandia. I lavori per la prima diga da 600 megawatt a Hat Gyi, nello stato Karen, dovrebbero iniziare entro la fine di quest’anno.
La giunta ha già trasferito forzosamente migliaia di contadini. Decine di villaggi sono stati distrutti e le coltivazioni incendiate. Le campagne contro i civili e le minoranze etniche hanno costretto oltre 1 milione di birmani a rifugiarsi in Thailandia e si sono intensificate attorno alla nuova capitale Naypyidaw, a ridosso dello stato Karen, esacerbando il malcontento di una popolazione che sopravvive a stento.
Quando il generale Ne Win s’impadronì del potere, nel 1962, il delta dell’Irrawaddy era il primo esportatore di riso al mondo e la Birmania aveva i requisiti per avviare un prospero sviluppo: petrolio e gas, carbone e pietre preziose, foreste di legni pregiati, un alto livello di istruzione, un sistema commerciale competitivo.
La «via birmana al socialismo» ha devastato l’economia, precipitato il popolo nell’indigenza, sperperato le risorse in assurde spese militari (l’esercito, con 500 mila soldati, è il decimo al mondo), alimentato la corruzione e provocato una guerra civile che ha causato più di 150 mila morti. L’uomo forte della giunta, il settantaquattrenne generale Than Shwe, è un vecchio malato che non fa un passo senza consultare gli astrologi. Le forze armate, che gestiscono il traffico di eroina nel Triangolo d’oro, sono del tutto screditate. A minacciare la sopravvivenza del regime non sono soltanto la «Lady» imprigionata a Yangon e i bonzi. La società civile si è organizzata in una rete clandestina, Generazione 88, che si è già dimostrata capace di riempire le piazze e di sfidare i generali.

LEGGI ANCHE: Birmania, i video choc dell’omicidio del fotografo giapponese - Caccia ai giornalisti, ma online trapelano notizie e foto - L’intervista a Sergio Romano - Il VIDEO servizio sull’uccisione del fotografo giapponese - Se i blogger sfidano la censura - Lettere dalla mia Birmania: Aung San Suu Kyi racconta il suo paeseLettere dalla mia Birmania: Aung San Suu Kyi racconta il suo paese - Partecipa al FORUM - Guarda la GALLERY 1 e la GALLERY 2

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