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Foto: Sebrenica 14 anni dopo

Il massacro di Srebrenica, 14 anni dopo

11/07/2009 - Alcune migliaia di sopravvissuti e di parenti delle vittime si sono riuniti presso il Memorial Center di Potocari, vicino a Srebrenica, per ricordare il quattordicesimo anniversario del più grave massacro avvenuto in Europa dopo la fine della seconda guerra mondiale. Durante la celebrazione, sono state seppellite 534 vittime i cui resti, di recente, sono stati recuparati dalla fosse comuni della Bosnia orientale e identificati come musulmani uccisi dalle truppe serbo-bosniache durante la guerra in Bosnia-Herzegovina (1992-1995). Presso il Memoriale di Potocari sono già seppelliti circa 8.000 musulmani di Bosnia.
Nella foto: una donna musulmana di Bosnia piange tra le bare delle vittime di Srebrenica, durante la cerimonia di commemorazione.
Credits: AP Photo/Amel Emric
Le altre foto

Prove tecniche di fondamentalismo a Sarajevo

Sarajevo dopo la guerra

A Sarajevo, nel cuore dell’Europa balcanica, c’è la moschea King Fahd. È una moschea enorme, che durante il Khutbah, la preghiera del venerdì, la più importante della settimana, arriva a contenere oltre a 4.000 persone. E che si chiama così in onore del re saudita Fahd Bin Abd al-Asis Al Saud. Cosa c’entri il monarca dell’Arabia Saudita con Sarajevo, è presto detto: ha semplicemente finanziato con milioni di petrodollari la costruzione della moschea. Dove ora, davanti a uomini e donne rigorosamente divisi, gli imam parlano dei «sionisti terroristi», di come «animali in forma umana abbiano trasformato Gaza in un campo di concentramento», dell’«inizio della fine» per lo Stato ebraico.

Sarajevo è alla porta d’Europa, e tradizionalmente islamici, cattolici e ortodossi vi hanno convissuto; dove Ottomani e impero asburgico si sono incontrati. Dove ora, però, i musulmani radicali stanno piano piano crescendo di numero. Sarà la propaganda (e il denaro) arrivata dai paesi arabi; saranno forse le ferite di una guerra etnica che non si sono mai sanate e che hanno visto i fedeli di Maometto morire più di tutti gli altri. Solo nella capitale della Bosnia, ci sono 60mila wahabiti e la moschea King Fahd è guardata da molti con sospetto. «Perché l’Occidente è semplicemente seccato che molti musulmani stiano tornando alla loro fede invece di strisciare fuori dalle moschee per andare in un bar, a bere alcolici o a mangiare maiale», chiosa Nezim Halilovic, l’imam del grande luogo di culto. Che, per la sua patria, ha anche combattuto, comandando durante la guerra civile la Quarta brigata musulmana e facendo arrivare dall’Africa del nord e dal Medio Oriente molti guerrieri-religiosi salafiti e i loro principi radicali.

Da dopo l’11 settembre, tuttavia, i cosidetti “estremisti islamici” sono stati guardati con sospetto e questo li ha spinti a tenere un basso profilo. Spesso, però, nei momenti in cui c’è meno gente, questi fedeli ortodossi si possono facilmente riconoscere dagli altri musulmani: per come si tengono in disparte, innanzitutto; per come non vogliono fare parte della Jamaat, la comunità, perché pregano in maniera diversa. Perché, alla fine dei rituali, non dicono “salam”, scambiando l’usuale segno di pace. Molti sostengono che wahabiti è uguale ad Al Qaeda. «Non ho niente a che fare con questo movimento – ha raccontato l’imam Halilovic – Ma di certo non intendo escludere dalla mia moschea i salafiti perché pregano secondo i loro riti». A gambe larghe e tutti uniti in una stretta fila, «così il demonio non può passare».

E secondo uno studio dell’intelligence tedesca sul forum del sito bosniaco Studio Din, tramite cui i salafiti di Sarajevo spiegano cosa sia “halal” e cosa “haram” (concesso o proibito), come la guerra santa sia la strada diretta per raggiungere Allah, e come, per esempio, anche fare la donna delle pulizie in una banca che presta denaro con interesse sia un peccato, nella capitale bosniaca si sta delineando sempre più netta una frazione fra i musulmani di vecchia generazione e i nuovi arrivati radicali. «È un virus potenzialmente mortale», ha avvisato per primo Resid Hafizovic, professore all’università islamica e anche la polizia ha recentemente ammesso «l’esistenza di una crescente minaccia terroristica». Lo scorso marzo le forze speciali antiterrorismo hanno arrestato 5 uomini, fra cui 4 salafiti: il loro leader, un ex combattente della brigata Al-Mujahedeen, aveva contatti in Austria e Germania, che gli servivano per procurarsi esplosivo per possibili attentati suicidi. Per ora non è successo nulla, ma nel settembre 2008, in occasione della prima parata omosessuale in Bosnia, un gruppo di musulmani si è lanciato sui manifestanti al grido di “Allah akbar” , costringendo la polizia a intervenire e a sospendere la manifestazione per paura di incidenti. Una paura che, a otto mesi dalla firma del Patto di stabilità che rappresenta il primo passo per l’ingresso nell’Unione Europea, resta viva.

Karadzic estradato nella notte. È gia nel carcere del Tpi

L'aereo con a bordo Karadzic

L’operazione estradizione per Radovan Karadzic è scattata nella notte, dopo la firma sull’atto del ministro della Giustizia Snezana Malovic. Il trasferimento all’Aja era rimasto sospeso per alcuni giorni, dopo l’arresto, a causa dell’annunciato ricorso presentato dalla difesa a scopo dilatorio. Ricorso che tuttavia non è poi arrivato alla Corte distrettuale di Belgrado, inducendo i giudici a sbloccare la pratica e a passarla al ministero della Giustizia per il via libera finale.

L’ex leader serbo-bosniaco è arrivato nel carcere di Scheveningen, a 25 chilometri dall’Aja, lo stesso centro di detenzione dove è stato incarcerato per anni l’ex presidente della ex Jugoslavia Slobodan Milovevic e gli altri imputati di crimini di guerra già giudicati dalla giustizia internazionale.
L’ex capo dei serbi in Bosnia, teorico della guerra etnica, è imputato di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. L’episodio più efferato di cui Radovan Karadzic dovrà rispondere è il massacro di Sebrenica, nell’est della Bosnia, dove nel luglio del 1995 furono passati alle armi circa 8.000 musulmani della piccola enclave.

L’arrivo dell’ex leader politico dei serbi di Bosnia al carcere del Tribunale Penale Internazionale dell’Aia, tra le ore 7.15 e le 7.45, chiude definitivamente il capitolo dell’impunità di Karadzic, latitante per 13 anni, grazie a una rete di protezione, con complicità in apparati statali, che gli ha permesso negli ultimi tempi di rifarsi una vita nel popoloso quartiere belgradese di Nuova Belgrado, sotto la falsa identità del “dottor Dragan David Dabic” - medico alternativo e guaritore - corredata da una lunga chioma e una barba bianca da guru.
Chiuso il capitolo della latitanza, un altro sta per aprirsi: quello del processo. Che si annuncia tutt’altro che facile, sia per il Tribunale penale sia per la Serbia, anche solo a giudicare dalle manifestazioni nazionaliste di ieri a Belgrado in difesa dell’ex leader, finite con il ricovero in ospedale di 46 persone, 25 agenti di polizia e 21 manifestanti.

Nel corso della prima udienza davanti al Tribunale penale internazionale gli sarà chiesto di dichiararsi colpevole o innocente: nel caso, del tutto improbabile, in cui si dichiarasse colpevole, i giudici si limiterebbero a stabilire la pena, che per i suoi crimini è quasi certamente l’ergastolo. Altrimenti, sempre che sia giudicato idoneo sotto il profilo medico, inizierà la fase preparatoria del processo, che potrebbe protrarsi per mesi, durante la quale la difesa sarà informata di tutti gli elementi di prova a carico dell’imputato.
L’ex leader serbobosniaco ha portato due giacche, una chiara e una scura, per le udienze, dove intende difendersi da solo, come fece l’ex presidente serbo Slobodan Milosevic. L’ex presidente serbo era stato trasferito all’Aia il 29 giugno 2001, il processo era cominciato il 12 febbraio 2002, e non è mai stato portato a termine: l’accusato è morto l’11 marzo 2006, prima della fine del procedimento.

La cattura dello psichiatra Karadzic - e la consegna imminente alla giustizia internazionale - lasciano ora nel mirino del Tpi e del nuovo governo filo-europeo serbo solo due altri “super ricercati”: l’ex comandante militare serbo-bosniaco (e già sodale di Karadzic) Ratko Mladic (qui la scheda dell’Interpol) e l’ex leader politico dei serbi di Croazia Goran Hadzic.

Il VIDEO servizio:

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Dottor Dadic e Mr Karadzic

Dottor Dadic e Mr Karatdzic

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Ciuffo ingrigito, occhialoni spessi come fondi di bottiglia, capelli imbiancati raccolti a chignon dietro la nuca, parlantina sciolta e, così raccontano quelli che lo hanno conosciuto, di grande efficacia. Così appariva il Dottor Dragan David Dadic, alias Mr Karatdzic, a chi lo ha conosciuto in questi tredici anni di latitanza. Non un sospetto, né dal suo padrone di casa né dai colleghi medici: la seconda vita del Macellaio dei Balcani (il cui avvocato ha dichiarato oggi che presenterà ricorso contro l’ordine di estradizione venerdì, l’ultimo giorno utile, per far slittare i tempi del processo all’Aja) era perfettamente mimetizzata nel tessuto urbano della capitale serba. Per sopravvivere e sfuggire alla cattura, Karadzic si recava ogni mattina in un ambulatorio privato in un quartierone popolare chiamato Nuova Belgrado, conferenziava insieme a colleghi sui più disparati argomenti scientifici, scriveva (gratuitamente) articoli su una rivista chiamata Vita sana e aveva persino un sito Internet (clicca qui) dove prometteva di curare impotenza e autismo attraverso un rapporto più equilibrato coi propri chakra. Il lucido pianificatore dello sterminio etnico, l’uomo considerato responsabile del massacro di ottomila musulmani a Srebrenica, si era calato perfettamente, con talento ineguagliabile, nei panni dell’esimio professionista di medicina olistica. Certamente, per riciclarsi, ha avuto appoggi e aiuti da uomini con cui aveva condiviso responsabilità. Ma, anche fisicamente, l’uomo che prometteva di guarire i suoi pazienti con l’energia, nascosto dietro al suo bel barbone bianco, era davvero irriconoscibile. Entro una settimana massimo dieci giorni, dovrebbe essere estradato e rinchiuso nello stesso carcere (Scheveningen) dove fu incarcerato Milosevic e dove sono rinchiusi tutti i criminali di guerra, croati, kosovari e musulmani di Bosnia compresi. Il suo avvocato ha dichiarato che si difenderà da solo, “e con l’aiuto di Dio, davanti al Tribunale penale. Ma lo farà a viso scoperto. Senza barba né baffi. E con i capelli corti, per rendersi riconoscibile. Gli lo hanno imposto oggi i suoi carcerieri.

La conferenza del Dr Dadic (Bbc)

Karadzic: l’Europa si congratula con Belgrado

Srebrenica

Da Bruxelles

Tra sollievo e soddisfazione, la Comunità internazionale ha accolto con un boato di felicità l’arresto dell’ex leader serbo-bosniaco, Radovan Karadzic. Il più felice di tutti è stato probabilmente il procuratore del Tribunale penale internazionale per la ex-Jugoslavia (Tpiy), Serge Brammertz, il quale ha voluto “congratularsi con le autorità serbe”, protagoniste di “un successo significativo nella collaborazione con il Tpiy”. Nell’attesa impaziente del trasferimento di Karadzic all’Aja (Olanda), Brammertz ha salutato “un giorno molto importante per le vittime che attendevano questo arresto da oltre dieci anni” e “per la giustizia internazionale. [La fine della latitanza di Karadzic] dimostra chiaramente che nessuno può porsi al di fuori della giustizia e che presto o tardi i fuggitivi vengono catturati”.

Appena appreso notizia del clamoroso arresto, il Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, si è anch’esso “congratulato con le autorità serbe per aver messo fine all’impunità”. Con toni più aulici, un comunicato stampa della Casa Bianca ha definito l’azione della polizia serba “omaggio” alle vittime delle atrocità perpetrate durante la guerra in Bosnia-Erzegovina.

Boia dei Balcani

In Europa, i leader politici sono stati unanimi nell’esprimere soddisfazione per un arresto che, assieme a quello dell’ultimo grande fuggitivo, Ratko Mladic, era considerato da Bruxelles una condizione sine qua non per l’entrata della Serbia nell’Unione europea. Senza tanti giri di parola, il presidente francese, Nicolas Sarkozy, ha fatto sapere che “questo arresto dimostra chiaramente la volontà del nuovo governo di Belgrado di riavvicinare la Serbia all’Ue”. Sulla stessa scia, il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, ha parlato di “sviluppo molto positivo per la riconciliazione e la giustizia nei Balcani”, ma anche per “le aspirazioni europee della Serbia”. Poco fa, il Commissario responsabile per l’allargamento, Olli Rehn, ha dichiarato nel corso della sua conferenza stampa che “l’arresto di Karadzic è un segnale molto importante da parte del governo serbo nella sua volontà di cooperare con il Tribunale penale internazionale”. La svolta di Belgrado potrebbe secondo Rehn aprire nuove prospettive per l’adesione della Serbia nell’Ue. A Panorama.it, la portavoce del Commissario europeo per l’allargamento, Krisztina Nagy, ha ricordato “il rifiuto di Bruxelles di applicare l’accordo di associazione e di stabilizzazione (ASA) firmato con Belgrado il 29 aprile scorso” in seguito all’impasse provocata dalla mancata collaborazione del governo serbo con la giustizia internazionale. Dopo mesi di tensione, “l’arresto di Karadzic segna indubbiamente una cambio di rotta”. Oggi Olli Rehn proverà a convincere il Consiglio europeo sulla necessità di mettere in applicazione l’ASA. Purtroppo, tra i ministri degli Affari esteri dell’Ue, il trasferimento di Karadzic all’Aja potrebbe non bastare. Paesi-Bassi e Belgio, per nominare solo loro, hanno sempre vincolato l’entrata della Serbia nell’Ue con l’arresto di altri due illustri criminali: l’ex presidente della repubblica dei Serbi della Krajina, Goran Hadzic, e Ratko Mladic , ex responsabile dell’esercito dei Serbia della Bosnia, accusato assieme a Karadzic di genocidio, di crimini contro l’umanità e di crimini di guerra perpetrati in Bosnia-Erzegovina tra il 1992 e il 1995.

Arrestato il Boia dei Balcani
Il presidente del concilio della cooperazione serba mostra una recente immagine di Karadzic

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Serbia: la cattura di Karadzic, il Boia dei Balcani

Radovan Karadzic
Un serbo mostra un ritratto dell’ex presidente dei serbo-bosniaci. Molti lo considerano ancora un eroe

Dopo tredici anni, quando ormai ormai i più davano per certo che non sarebbe mai stato arrestato, si è conclusa la latitanza di Radovan Karadzic, ritenuto l’architetto, assieme a Milosevic, della pulizia etnica che ha fatto 260 mila morti durante la guerra di Bosnia tra il 1992 e il 1995. Su di lui pendevano dal 1996 un mandato di cattura spiccato all’Aja per genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità e una taglia di cinque milioni di dollari. Aveva assunto una falsa identità - quella di Dragan Dabic - e lavorava tranquillamente come medico in un ambulatorio privato alla periferia di Belgrado, scrivendo sovente articoli per delle riviste specializzate. Secondo il procuratore Vladimir Vukcevic, nell’ambulatorio nessuno sapeva chi fosse. Era semplicemente irriconoscibile. In carcere a Belgrado, si trova adesso in cella, non parla e rifiuta il cibo per protestare contro l’annunciata estradizione all’Aja.

La cattura del Boia di Sarajevo e Srebrenica, avvenuta venerdì probabilmente su un autobus e resa possibile a Belgrado da quegli stessi servizi di sicurezza serbi con cui aveva collaborato (e che si ritiene ne abbiano garantito in passato la latitanza) chiude probabilmente, dal punto di vista politico e simbolico, una frattura nel cuore dell’Europa durata oltre dieci anni e prelude alla possibile cattura di altri grandi latitanti come l’ex capo dei paramilitari serbo-bosniaci Ratzko Mladic, l’uomo con cui Karadzic, in qualità di presidente della Repubblica di Pale, condivise le responsabilità dei 43 mesi di assedio di Sarajevo e della fucilazione a freddo del luglio 1995 di ottomila musulmani di Srebrenica, uno dei più atroci eccidi avvenuti in Europa dopo la seconda guerra mondiale. E’ agli altri criminali di guerra latitanti che si è rivolto stamane il neopremier serbo Mirko Cvetkovic, chiedendo loro di consegnarsi volontariamente prima che siano le forze di sicurezza ad arrestarli. E’ come se attorno a loro, dopo l’elezione del nuovo governo filoeuropeista e la rimozione dell’ormai ex capo dei servizi segreti avvenuta una settimana fa, si fosse chiuso il cerchio. Belgrado sembra fare sul serio, vuole chiudere la partita.
A colloquio con la madre: video amatoriale (sottotitolato)


Prospettive. Tutto lascia pensare che l’ex psichiatra della squadra di calcio Stella Rossa, che ha definito “una farsa” il suo arresto, si trinceri dietro il silenzio eventualmente anche davanti al giudice del Tpi Milan Dilparic, come il suo ex sodale Milosevic. Certamente custodisce molti segreti. E certamente potrebbe gettare una nuova luce sulla gerarchia delle responsabilità negli eccidi della ex Jugoslavia dopo la morte di Slobo avvenuta qualche anno or sono durante la prigionia all’Aja. Il suo arresto è però importante perché mostra i segnali di discontinuità della nuova leadership di Belgrado rappresentata da Boris Tadic. E’ indubbio che, senza una nuova dirigenza europeista in Serbia e la rimozione dell’ex capo dei servizi, la latitanza di quello che l’ex segretario di Stato Hollbrooke definì l’Osama Bin Laden dei Balcani sarebbe durata ancora a lungo, protetto com’era da vasti settori dell’esercito e degli apparati di sicurezza, e ritenuto ancora un eroe da parti non trascurabili dell’opinione pubblica serba.

Arrestato il Boia dei Balcani

Non che i serbi delle nuove generazioni stanchi dei ricordi della guerra non abbiano vissuto con dolore, e in alcuni suoi settori con voglia di revanche, anche l’ultima umiliazione della secessione kosovara. Ma l’arresto di Karadzic è un passo verso la normalizzazione dei rapporti con l’Europa, nonostante il sostegno di cui godeva, assieme agli altri criminali ancora alla macchia, presso parti dell’opinione pubblica nazionalista, come dimostra anche la manifestazione dei radicali avvenuta subito dopo la notizia del suo arresto. L’arresto (eventuale) di Mladic, il braccio operativo del massacro di Srebrenica (mentre Karadzic ne era la mente), potrebbe chiudere il cerchio. E riconsegnare all’Europa l’idea di una memoria condivisa. Intanto a Sarajevo, capitale della federazione bosniaca, si festeggia. Centinaia di persone sono scese per strada suonando i clacson delle auto e mortaretti. Scene di giubilo con ragazzi che a torso nudo sotto la pioggia sventolavano le magliette come in una festa per una vittoria calcistica, in realtà per la fine della latitanza del Piccolo Hitler dei Balcani, che finalmente potrebbe pagare per quello che ha fatto, avvicinando la nuova Belgrado a Bruxelles e consentendo un processo di avvicinamento all’Europa cui erano in molti, non solo a Belgrado, a non credere più.
Il video-servizio Ansa

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Srebrenica: parte il processo ai caschi blu olandesi

11 luglio 2007

Dietro questa storia ci sono un uomo, una donna, una famiglia e 8000 fantasmi; le vittime del massacro di Srebrenica. Ricordate? Era il caldo luglio del 1995. C’era la guerra in Bosnia. L’uomo è Hasan Nuhanovic.
Ora ha 40 anni. Allora era un interprete dei caschi blu olandesi. È stato uno dei pochi sopravvissuti a quella che è stata definita “la peggiore atrocità” commessa in Europa dopo la Secondo Guerra Mondiale.

La donna è Liesbeth Zegveld, avvocato di Amsterdam, specializzata nella difesa dei diritti umani. Mehida, Damir e Alma Mustafic sono invece la famiglia di Rizo, meccanico impiegato presso la base militare delle Nazioni Unite della cittadina bosniaca. Lui non ce la fece: venne ucciso dai soldati del generale serbo-bosniaco Ratko Mladic. Il 16 giugno, la vedova e le figlie di Mustafic sedevano accanto ad Hasan, e dietro al loro avvocato, nella aula del Tribunale dell’Aja. Dove è iniziata una delle più importanti cause riguardanti il massacro. E non è l’unica che parte in questi giorni. Il 18 giugno un’altra corte olandese discuterà della denuncia presentata da un’associazione che si chiama “Le madri di Srebrenica”, una sorta di prima class action del genocidio.

Potrebbero essere due sentenze pilota, in grado di creare un precedente, dare ossigeno a migliaia e migliaia di altri ricorsi. Ma, soprattutto potrebbe essere la prima volta che una corte di giustizia indica chi furono i conniventi, i complici, i corresponsabili di quella strage. Dopo numerosi tentativi, Liesbeth Zegveld è riuscita a portare sul banco degli imputati il governo olandese e le Nazioni Unite. Coloro che avevano il compito di difendere gli abitanti dell’enclave bosniaca. E che, invece, lasciarono il campo libero ai fucili e ai coltelli serbi. I suoi assistiti erano lì. Videro tutto e, dopo averlo fatto in interviste, conferenze, denunce, hanno finalmente potuto raccontarlo anche ai magistrati dei soldati che avrebbero dovuto difenderli e che, invece, li tradirono, aprendo le porte ai loro carnefici.

Hasan Nuhanovic ha descritto il momento in cui i caschi blu olandesi ordinarono a lui e alla sua famiglia di lasciare la base militare in cui erano rifugiati. “Sapevo io, sapevano tutti, che equivaleva a una condanna a morte. Mia madre piangeva, io anche. Solo mio fratello, 22 anni, era troppo orgoglioso per farlo”. Sotto gli occhi dei soldati Onu, i serbi uccisero quasi tutti i maschi della comunità. Vecchi, adulti, giovani, bambini, tanti bambini. Ci sono filmati che immortalano l’entrata in città del generale Mladic. Un paio di strette di mano ai caschi blu; i bosniaci incolonnati e caricati sugli autobus che li avrebbero portati alle fossi comuni; le carezze sui visi terrorizzati dei più piccoli, che, dopo quelle riprese, avrebbero avuto ancora solo qualche minuto di vita in più.

Nel 2002, un’inchiesta indipendente dell’Istituto olandese per la documentazione di guerra indicò le responsabilità del governo dell’Aja per aver mandato in Bosnia truppe male addestrate ed equipaggiate, creando così i presupposti per la loro “resa” incondizionata” di fronte alle truppe serbe. Una missione impossibile, condizionata – in quella sanguinosa estate - anche dalla scarsa volontà delle Nazioni Unite di intervenire a difesa dei bosniaci.

11 luglio 2007

L’autodifesa burocratica del governo olandese. Ieri, per difendersi dalle accuse di Hasan, Mehida, Damir e Alma, il rappresentante dell’esecutivo olandese Bert Jan Houtzagers si è trincerato dietro una giustificazione burocratica: ha detto che i parenti uccisi non erano sulla lista degli impiegati delle Nazioni Unite e quindi non avevano il diritto a una protezione speciale. Rizo Mustafic lavorò per 18 mesi presso la base dell’ Onu, ma nessuno gli fece mai un contratto. Quindi, quando arrivarono i serbi, gli venne detto di lasciare l’accampamento olandese. Il rapporto del 2002, classificò questo come un caso di “cattiva comunicazione”. “Noi vogliamo giustizia. Non potete dirci che nostro padre è morto a causa di un problema di comunicazione “ - ha detto ai giornalisti Alma Mustafic. L’avvocato Zegveld cercherà di dimostrare che venne violato statuto contro i crimini di guerra adottato dall’Aja nel dopoguerra, secondo il quale è un delitto “abbandonare qualcuno al nemico”. Bene – ha scandito la docente universitaria - è proprio quello che fecero i nostri soldati laggiù”. L’uomo, la famiglia (e gli 8000 fantasmi che li accompagnano) hanno già annunciato che non mancheranno alla prossima udienza, fissata per il 10 settembre prossimo.

Isolamento e sovranità sul Kosovo, nazionalisti in ascesa in Serbia

[i](Credits: Ansa)[/i]
Una Serbia più isolata con l’incognita del Kosovo. Potrebbe essere questo il futuro dello stato balcanico dopo il primo turno per le elezioni presidenziali: il nazionalista del Partito radicale Tomislav Nikolic ha raggiunto il 39%, superando di quattro punti il suo avversario Boris Tadic, riformista del Partito democratico e attuale presidente della Serbia. Altissima l’affluenza: è andato a votare il 60% degli aventi diritto. Una consultazione che rappresenta un braccio di ferro fra due idee alternative del futuro, e influenzerà i rapporti con la Russia, l’avvicinamento all’Unione europea e le tensioni latenti con l’Albania.

Al ballottaggio del prossimo 3 febbraio il favorito è il leader ultraconservatore Nikolic: ha chiuso la sua campagna elettorale a Kosovksa Mitrovica, in Kosovo, una regione che si è impegnato a conservare sotto la sovranità serba a qualsiasi costo, senza spingersi però fino alla guerra. Tra due giorni il premier kosovaro Hashim Taçhi, ex capo del movimento di liberazione Uck, sarà a Bruxelles proprio per discutere il percorso di indipendenza da Belgrado. Con Nikolic al potere il peso dell’influenza russa sarebbe destinata a durare, rallentando il dialogo con l’Unione europea: al consiglio di sicurezza dell’Onu i rappresentanti della Russia si sono opposti esplicitamente all’avvicinamento della Serbia nell’Ue. E da pochi giorni il capo del governo serbo Vojislav Kostunica ha stretto un’intesa per cedere la quota di maggioranza dell’azienda monopolista di petrolio e gas, la Nis, alla multinazionale Gazprom in cambio della garanzia di rifornimenti energetici. Trattative parallele a quelle che hanno portato a chiudere l’accordo per il passaggio del nuovo gasdotto South Stream, progettato dall’Eni e dalla Gazprom: circa novecento chilometri di condutture che dal mar Nero arriveranno sul Mediterraneo passando dalla Bulgaria e dalla Serbia.

Resta una questione aperta il percorso di Belgrado verso l’Unione europea: l’elezione del riformista Tadic potrebbe accelerare l’integrazione con l’occidente e la riduzione dell’isolamento internazionale, processi che sarebbero invece rallentati dalla vittoria di Nicolic. Come il suo avversario, però, Tadic è contrario all’indipendenza del Kosovo. Entrambi i candidati sono sfavorevoli, comunque, alle trattative con il Tribunale penale internazionale dell’Aja sull’estradizione dei due organizzatori del massacro nella città bosniaca di Srebrenica, Ratko Mladic e Radovan Karadzic.

Al ballottaggio del tre febbraio resta l’incognita del premier Kostunica, leader del Partito democratico della Serbia, schierato al primo turno con il nazionalista Ilic: non ha ancora dichiarato a chi destinerà il suo sostegno tra due settimane. Invece Ištvan Pastor, ungherese della Vojvodina e candidato alle presidenziali, ha già promesso i suoi voti al presidente uscente. Anzi, se l’affluenza non s’abbasserà, “Tadic ha buone chance di ripetere” come sottolinea il politologo Bora Kuzmanovic “la rimonta del 2004″, quando sconfisse Nicolic alle elezioni. Altri osservano tuttavia che il leader nazionalista può contare stavolta su un accresciuto margine di partenza, oltre che sui prevedibili rinforzi dei veterosocialisti di Mrkonic. Mentre per il Tadic non sarà facile attirare insieme, al ballottaggio, i consensi riversatisi da un lato su un filo-occidentale convinto come Jovanovic e dall’altro su un seminazionalista come Ilic.

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Bosnia sull’orlo della secessione

Il capo della comunità wahhabita di Bocinja, Semin Rizvic, con la moglie e i figli - foto di Francesco Cito
di Franca Roiatti da Sarajevo

Il fantasma scuote delicatamente la neve che macchia di bianco il burqa color pece, poi varca la soglia dell’enorme moschea dedicata allo scomparso re saudita Fahd per la preghiera del venerdì. Difficile dire se si tratti di un giovane spettro o di uno vecchio. Un velo di stoffa nera copre il volto, cancellando lo sguardo e nascondendo il sorriso. A Sarajevo prima della guerra donne fantasma non c’erano, e neppure uomini troppo barbuti. I wahhabiti, come sinteticamente vengono etichettati da queste parti i radicalisti islamici, sono arrivati in Bosnia durante il lungo conflitto che ha lacerato il paese tra il 1992 e il 1995.
Erano mujaheddin che a centinaia hanno combattuto a fianco dei musulmani, o membri di organizzazioni umanitarie che hanno cominciato a fare proseliti. Ora, in un momento di forte nervosismo a causa della questione Kosovo, fanno soprattutto paura. La stampa della Republika Srpska (la Repubblica Serba di Bosnia) da mesi punta l’attenzione sul «pericolo wahhabita», elencando moschee dove viene diffuso il verbo fondamentalista e ipotizzando l’esistenza di campi di addestramento di Al Qaeda nel paese.
«Gli esperti di terrorismo serbi sostengono l’esistenza in Bosnia di 400 mila musulmani radicali» commenta Ahmet Alibasic, docente all’Università di studi islamici di Sarajevo. «Qui ci sono a malapena 400 mila persone che praticano l’Islam con una certa periodicità. Ma questo è il tipo di propaganda psicologica che portò al genocidio dei musulmani negli anni Novanta. Al tempo si parlava di fondamentalisti, ora di wahhabiti. La sostanza non cambia. Perché i giornali serbi non scrivono dei rifugiati bosniaci che tornano a casa e vengono insultati o presi a fucilate dai radicali serbi? O del fatto che i due criminali di guerra Radko Mladic e Radovan Karazdic sono ancora liberi?» conclude Alibasic, riassumendo efficacemente la tensione etnica che a 12 anni dall’accordo di pace di Dayton serpeggia ancora nel paese, paralizzando le istituzioni.
Le recenti dichiarazioni del premier di Belgrado Vojslav Kostunica («Proteggere il Kosovo e la Republika Srpska sono i nostri obiettivi politici più importanti») hanno riacceso tentazioni separatiste a Banja Luka, capitale dei serbi di Bosnia, contribuendo a surriscaldare il clima.
Ai primi di novembre il presidente del consiglio dei ministri della Bosnia Erzegovina, Nikola Spiric (serbo), si è dimesso per protesta contro l’alto commissario internazionale Miroslav Lajcak, che ha deciso di mettere fine a veti incrociati, cambiando il regolamento dell’esecutivo di Sarajevo. Subito dopo alcuni sondaggi hanno indicato che il 77 per cento degli abitanti della Republika Srpska è a favore di un divorzio dalla federazione croato-bosniaca, se il Kosovo diventa uno stato.
Prospettiva che ha innescato «voci sull’esistenza di gruppi pronti a prendere le armi» secondo il numero due di Lajcak, l’americano Raffi Gregorian. Il comandante dell’Eufor, Hans-Jochen Witthauer, si era già affrettato a precisare che le «truppe sono pronte a intervenire nel caso scoppi un nuovo conflitto». Un quadro poco rassicurante che ha spinto Bruxelles a intensificare l’azione diplomatica, per porre fine alla crisi e avvicinare la Bosnia all’Ue.
«La gente qui ha paura per il proprio futuro più che per una nuova guerra. Mancano investimenti, la disoccupazione è al 40 per cento» smorza il generale dei carabinieri Vincenzo Coppola, che guida la missione di polizia dell’Unione Europea a Sarajevo (Eupm). A preoccupare Coppola è piuttosto il crimine organizzato, specializzato in traffico di droga, armi ed esseri umani, oltre al riciclaggio del denaro, perché «le forze dell’ordine sono frammentate, con pochi mezzi, troppo dipendenti dal potere politico».
Il paese ha 15 diversi corpi di polizia che operano per lo più su base locale, rispondono ai governi cantonali, hanno risorse limitate e procedure differenti. Con conseguenze nefaste. Forze che per mesi lavorano allo stesso caso senza saperlo, o si scontrano sulle competenze, agenti malpagati più inclini a cedere alla corruzione. A cui si somma, troppo spesso, una sospetta inerzia della magistratura. I serbi che a lungo si sono opposti alla riforma della polizia, considerata fondamentale da Bruxelles, sembrano aver finalmente dato il loro assenso, ma la strada da fare è ancora molta.
«La Bosnia è al centro delle rotte balcaniche lungo le quali viaggiano droga, immigrati clandestini, contrabbando» spiega Alfredo Vacca, capo del dipartimento anticrimine organizzato dell’Eupm. «A gestire i traffici sono per lo più piccoli gruppi locali, ma anche un paio di clan mafiosi legati all’Albania e al Sangiaccato (l’enclave musulmana di Serbia, ndr). Lungo i 1.600 chilometri di confine ci sono 89 valichi legali e circa 350 illegali, in aree remote dove la popolazione è sfruttata dai criminali perché ha bisogno di soldi».
Si stima che ogni anno arrivino in Europa circa 50 tonnellate di eroina, per buona parte prodotta in Afghanistan, e portata in Austria, Germania o Italia attraverso i Balcani. In Bosnia l’anno scorso ne sono stati sequestrati solo 72 grammi.
I confini colabrodo e la facilità nell’ottenere armi ed esplosivo in un paese che è stato l’arsenale della Iugoslavia allarmano gli esperti internazionali di terrorismo, già preoccupati dall’esistenza di comunità radicali in Bosnia.
Su pressioni degli Stati Uniti, una commissione sta riesaminando le cittadinanze attribuite senza troppi controlli ai combattenti stranieri durante la guerra. Il passaporto bosniaco è stato tolto a 613 persone, molte delle quali già fuori dal paese, alcune ricercate per terrorismo. Circa 300 sono ancora in Bosnia, molti finiranno per essere espulsi. Come Abu Hamza, ex mujaheddin siriano, ritenuto una minaccia per la sicurezza nazionale. «Se hanno delle prove, le portino» tuona. E promette: «Se loro infrangono la legge buttandomi fuori, la infrangerò anch’io».
«Finora il terrorismo non ha attecchito, grazie all’atteggiamento della gente» puntualizza Brian Donley, consulente dell’Eupm per la Sipa, l’Fbi bosniaco. Ma, avverte, «mancano detective addestrati, servizi segreti e polizia non si fidano gli uni degli altri e non c’è una banca dati sui criminali».
Nel 2005 a Sarajevo è stata smantellata una cellula che si preparava a un attacco suicida. «Avevano 20 chili di esplosivo» racconta Zlatko Miletic, direttore della polizia federale. «E una capacità tecnologica superiore alla nostra, se si considera che io mando un’email all’anno» ammette amaro. «I gruppi radicali in Bosnia cercano di attrarre giovani disagiati, agiscono nei centri culturali e sociali collegati a luoghi di preghiera e questo rende molto difficile ottenere dal tribunale un’autorizzazione per indagare».
Sembra l’identikit del complesso sportivo-ricreativo annesso alla moschea Re Fahd di Sarajevo, finanziato dall’ambasciata saudita, che offre corsi gratuiti di computer e inglese. Da molti è ritenuto uno dei cuori wahhabiti della Bosnia, insieme al villaggio simbolo di Bocjnia, dove i mujaheddin stranieri occuparono le case lasciate libere dai serbi dopo la guerra. Ora algerini, siriani ed egiziani se ne sono andati. E 400 serbi sono tornati ad abitare accanto a 14 famiglie di wahhabiti bosniaci, in una tesa convivenza tra allevamenti di maiali e sharia.
Qui, afferma la polizia, scontri non ci sono stati, ma in altri posti della Bosnia nei mesi scorsi le due anime dell’Islam si sono confrontate. A Kalesija, presso Tuzla, un piccolo gruppo di wahhabiti ha occupato la sala di preghiera dei musulmani locali ed espulso l’imam, provocando la reazione dei fedeli. A febbraio la moschea dello Zar di Sarajevo è stata chiusa a chiave per la prima volta in 500 anni di storia, per evitare che si ripetesse lo stesso copione di Kalesija. A Gornja Maoca (Tuzla) si è insediato un manipolo di discepoli del takfir, la dottrina che considera apostata e quindi punibile con la morte chiunque viva secondo le leggi dell’uomo e non di Dio.
Ideologicamente dipendono da un imam estremista di Vienna, Muhamed Porca, che mantiene legami con i Balcani attraverso una ong che offre aiuti economici e predica la rinuncia all’alcol e alle discoteche.
La comunità islamica di Bosnia, accusata di aver reagito tiepidamente alla minaccia dei fondamentalisti, «è preparata e forte» secondo Juan Carlos Antúnez, analista dell’Eufor. «I recenti scontri con i wahhabiti dimostrano che la gente comune è pronta a reagire contro le derive radicali».
Rimane il rischio che i fondamentalisti continuino a operare in silenzio, sfruttando le debolezze dello stato, grazie a soldi che arrivano dal Medio Oriente e dalla diaspora bosniaca.
«Questo paese ha fatto enormi progressi nella sicurezza» ribatte Alida Vracic, dell’ong Populi di Sarajevo. «È tempo che la comunità internazionale smetta di pensare alla polizia e investa per migliorare la situazione sociale ed economica».

Kosovo, è fallito il negoziato Onu. I Balcani sull’orlo di una nuova guerra

La commemorazione dell'uccisione di 22 kosovari albanesi da parte dei serbi avvenuta nel 1999 a Meje, nella regione del Kosovo occidentale [i](Credits: Ansa)[/i]
La ‘Troika’ (Unione Europea, Stati Uniti e Russia) ha riconosciuto il fallimento dei negoziati tra la Serbia e gli albanesi del Kosovo sul futuro status della regione. L’ultima sessione dei colloqui bilaterali Pristina-Belgrado si è conclusa stamani a Baden, in Austria, con un nulla di fatto che potrebbe riaprire un capitolo inquietante per tutta l’area balcanica, di nuovo preda di venti indipendentisti. “Malauguratamente - è stata la laconica comunicazione del mediatore comunitario, Wolfgang Ischinger - le parti non sono state in grado di raggiungere un accordo”. Che cosa succederà ora? I leader del Kosovo albanese hanno sempre dichiarato che, con o senza accordo, l’indipendenza non è una rivendicazione negoziabile. Belgrado ha sempre ripetuto che non è disposta a cedere neanche un centimetro di territorio ma solo a concedere un’ampia autonomia a quella che considera una sua provincia, anche per evitare una nuova pulizia etnica nei confronti dei serbi che vivono nell’enclave di Mitrovica.

Mettendo in guardia Pristina contro una eventuale dichiarazione unilaterale di indipendenza e minacciando ritorsioni, la Serbia sa di avere dalla propria parte la Russia, potenza con diritto di veto al Consiglio di sicurezza, mentre il Kosovo conta sull’appoggio di Stati Uniti e Unione europea, già disposte a dare luce verde alla nascita di un nuovo Stato nel cuore dei Balcani. Ma l’esito di questo braccio di ferro, che rischia di diventare militare, potrebbe scatenare pesanti ripercussioni anche sull’unità territoriale della Bosnia, dove i serbi della Repubblica Srpska potrebbero essere spinti a una dichiarazione unilaterale di indipendenza, sapendo di poter contare sull’appoggio militare e finanziario di Belgrado. Il countdown per una nuova guerra potrebbe essere già iniziato. E anche a Pristina (dove il nuovo premier è l’ex leader dell’Uck Hadim Thaci) non è più il tempo delle colombe come Ibrahim Rugova.

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