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Bosnia

Serbia: la cattura di Karadzic, il Boia dei Balcani

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  • Tags: Belgrado, Bosnia, europa, Karadzic, Radovan-Karadžić, Sarajevo, serbia, serebrenica
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Radovan Karadzic
Un serbo mostra un ritratto dell’ex presidente dei serbo-bosniaci. Molti lo considerano ancora un eroe

Dopo tredici anni, quando ormai ormai i più davano per certo che non sarebbe mai stato arrestato, si è conclusa la latitanza di Radovan Karadzic, ritenuto l’architetto, assieme a Milosevic, della pulizia etnica che ha fatto 260 mila morti durante la guerra di Bosnia tra il 1992 e il 1995. Su di lui pendevano dal 1996 un mandato di cattura spiccato all’Aja per genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità e una taglia di cinque milioni di dollari. Aveva assunto una falsa identità - quella di Dragan Dabic - e lavorava tranquillamente come medico in un ambulatorio privato alla periferia di Belgrado, scrivendo sovente articoli per delle riviste specializzate. Secondo il procuratore Vladimir Vukcevic, nell’ambulatorio nessuno sapeva chi fosse. Era semplicemente irriconoscibile. In carcere a Belgrado, si trova adesso in cella, non parla e rifiuta il cibo per protestare contro l’annunciata estradizione all’Aja.

La cattura del Boia di Sarajevo e Srebrenica, avvenuta venerdì probabilmente su un autobus e resa possibile a Belgrado da quegli stessi servizi di sicurezza serbi con cui aveva collaborato (e che si ritiene ne abbiano garantito in passato la latitanza) chiude probabilmente, dal punto di vista politico e simbolico, una frattura nel cuore dell’Europa durata oltre dieci anni e prelude alla possibile cattura di altri grandi latitanti come l’ex capo dei paramilitari serbo-bosniaci Ratzko Mladic, l’uomo con cui Karadzic, in qualità di presidente della Repubblica di Pale, condivise le responsabilità dei 43 mesi di assedio di Sarajevo e della fucilazione a freddo del luglio 1995 di ottomila musulmani di Srebrenica, uno dei più atroci eccidi avvenuti in Europa dopo la seconda guerra mondiale. E’ agli altri criminali di guerra latitanti che si è rivolto stamane il neopremier serbo Mirko Cvetkovic, chiedendo loro di consegnarsi volontariamente prima che siano le forze di sicurezza ad arrestarli. E’ come se attorno a loro, dopo l’elezione del nuovo governo filoeuropeista e la rimozione dell’ormai ex capo dei servizi segreti avvenuta una settimana fa, si fosse chiuso il cerchio. Belgrado sembra fare sul serio, vuole chiudere la partita.
A colloquio con la madre: video amatoriale (sottotitolato)


Prospettive. Tutto lascia pensare che l’ex psichiatra della squadra di calcio Stella Rossa, che ha definito “una farsa” il suo arresto, si trinceri dietro il silenzio eventualmente anche davanti al giudice del Tpi Milan Dilparic, come il suo ex sodale Milosevic. Certamente custodisce molti segreti. E certamente potrebbe gettare una nuova luce sulla gerarchia delle responsabilità negli eccidi della ex Jugoslavia dopo la morte di Slobo avvenuta qualche anno or sono durante la prigionia all’Aja. Il suo arresto è però importante perché mostra i segnali di discontinuità della nuova leadership di Belgrado rappresentata da Boris Tadic. E’ indubbio che, senza una nuova dirigenza europeista in Serbia e la rimozione dell’ex capo dei servizi, la latitanza di quello che l’ex segretario di Stato Hollbrooke definì l’Osama Bin Laden dei Balcani sarebbe durata ancora a lungo, protetto com’era da vasti settori dell’esercito e degli apparati di sicurezza, e ritenuto ancora un eroe da parti non trascurabili dell’opinione pubblica serba.

Arrestato il Boia dei Balcani

Non che i serbi delle nuove generazioni stanchi dei ricordi della guerra non abbiano vissuto con dolore, e in alcuni suoi settori con voglia di revanche, anche l’ultima umiliazione della secessione kosovara. Ma l’arresto di Karadzic è un passo verso la normalizzazione dei rapporti con l’Europa, nonostante il sostegno di cui godeva, assieme agli altri criminali ancora alla macchia, presso parti dell’opinione pubblica nazionalista, come dimostra anche la manifestazione dei radicali avvenuta subito dopo la notizia del suo arresto. L’arresto (eventuale) di Mladic, il braccio operativo del massacro di Srebrenica (mentre Karadzic ne era la mente), potrebbe chiudere il cerchio. E riconsegnare all’Europa l’idea di una memoria condivisa. Intanto a Sarajevo, capitale della federazione bosniaca, si festeggia. Centinaia di persone sono scese per strada suonando i clacson delle auto e mortaretti. Scene di giubilo con ragazzi che a torso nudo sotto la pioggia sventolavano le magliette come in una festa per una vittoria calcistica, in realtà per la fine della latitanza del Piccolo Hitler dei Balcani, che finalmente potrebbe pagare per quello che ha fatto, avvicinando la nuova Belgrado a Bruxelles e consentendo un processo di avvicinamento all’Europa cui erano in molti, non solo a Belgrado, a non credere più.
Il video-servizio Ansa

LEGGI ANCHE: L’Europa e la Serbia: e ora? - Il ricordo dei sopravvissuti: Sarajevo e Srebrenica - Guarda la GALLERY

  • redazione
  • Martedì 22 Luglio 2008

Srebrenica: parte il processo ai caschi blu olandesi

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  • Tags: Bosnia, Ex-Jugoslavia, Srebrenica, tribunale-dellaja
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11 luglio 2007

Dietro questa storia ci sono un uomo, una donna, una famiglia e 8000 fantasmi; le vittime del massacro di Srebrenica. Ricordate? Era il caldo luglio del 1995. C’era la guerra in Bosnia. L’uomo è Hasan Nuhanovic.
Ora ha 40 anni. Allora era un interprete dei caschi blu olandesi. È stato uno dei pochi sopravvissuti a quella che è stata definita “la peggiore atrocità” commessa in Europa dopo la Secondo Guerra Mondiale.

La donna è Liesbeth Zegveld, avvocato di Amsterdam, specializzata nella difesa dei diritti umani. Mehida, Damir e Alma Mustafic sono invece la famiglia di Rizo, meccanico impiegato presso la base militare delle Nazioni Unite della cittadina bosniaca. Lui non ce la fece: venne ucciso dai soldati del generale serbo-bosniaco Ratko Mladic. Il 16 giugno, la vedova e le figlie di Mustafic sedevano accanto ad Hasan, e dietro al loro avvocato, nella aula del Tribunale dell’Aja. Dove è iniziata una delle più importanti cause riguardanti il massacro. E non è l’unica che parte in questi giorni. Il 18 giugno un’altra corte olandese discuterà della denuncia presentata da un’associazione che si chiama “Le madri di Srebrenica”, una sorta di prima class action del genocidio.

Potrebbero essere due sentenze pilota, in grado di creare un precedente, dare ossigeno a migliaia e migliaia di altri ricorsi. Ma, soprattutto potrebbe essere la prima volta che una corte di giustizia indica chi furono i conniventi, i complici, i corresponsabili di quella strage. Dopo numerosi tentativi, Liesbeth Zegveld è riuscita a portare sul banco degli imputati il governo olandese e le Nazioni Unite. Coloro che avevano il compito di difendere gli abitanti dell’enclave bosniaca. E che, invece, lasciarono il campo libero ai fucili e ai coltelli serbi. I suoi assistiti erano lì. Videro tutto e, dopo averlo fatto in interviste, conferenze, denunce, hanno finalmente potuto raccontarlo anche ai magistrati dei soldati che avrebbero dovuto difenderli e che, invece, li tradirono, aprendo le porte ai loro carnefici.

Hasan Nuhanovic ha descritto il momento in cui i caschi blu olandesi ordinarono a lui e alla sua famiglia di lasciare la base militare in cui erano rifugiati. “Sapevo io, sapevano tutti, che equivaleva a una condanna a morte. Mia madre piangeva, io anche. Solo mio fratello, 22 anni, era troppo orgoglioso per farlo”. Sotto gli occhi dei soldati Onu, i serbi uccisero quasi tutti i maschi della comunità. Vecchi, adulti, giovani, bambini, tanti bambini. Ci sono filmati che immortalano l’entrata in città del generale Mladic. Un paio di strette di mano ai caschi blu; i bosniaci incolonnati e caricati sugli autobus che li avrebbero portati alle fossi comuni; le carezze sui visi terrorizzati dei più piccoli, che, dopo quelle riprese, avrebbero avuto ancora solo qualche minuto di vita in più.

Nel 2002, un’inchiesta indipendente dell’Istituto olandese per la documentazione di guerra indicò le responsabilità del governo dell’Aja per aver mandato in Bosnia truppe male addestrate ed equipaggiate, creando così i presupposti per la loro “resa” incondizionata” di fronte alle truppe serbe. Una missione impossibile, condizionata – in quella sanguinosa estate - anche dalla scarsa volontà delle Nazioni Unite di intervenire a difesa dei bosniaci.

11 luglio 2007

L’autodifesa burocratica del governo olandese. Ieri, per difendersi dalle accuse di Hasan, Mehida, Damir e Alma, il rappresentante dell’esecutivo olandese Bert Jan Houtzagers si è trincerato dietro una giustificazione burocratica: ha detto che i parenti uccisi non erano sulla lista degli impiegati delle Nazioni Unite e quindi non avevano il diritto a una protezione speciale. Rizo Mustafic lavorò per 18 mesi presso la base dell’ Onu, ma nessuno gli fece mai un contratto. Quindi, quando arrivarono i serbi, gli venne detto di lasciare l’accampamento olandese. Il rapporto del 2002, classificò questo come un caso di “cattiva comunicazione”. “Noi vogliamo giustizia. Non potete dirci che nostro padre è morto a causa di un problema di comunicazione “ - ha detto ai giornalisti Alma Mustafic. L’avvocato Zegveld cercherà di dimostrare che venne violato statuto contro i crimini di guerra adottato dall’Aja nel dopoguerra, secondo il quale è un delitto “abbandonare qualcuno al nemico”. Bene – ha scandito la docente universitaria - è proprio quello che fecero i nostri soldati laggiù”. L’uomo, la famiglia (e gli 8000 fantasmi che li accompagnano) hanno già annunciato che non mancheranno alla prossima udienza, fissata per il 10 settembre prossimo.

  • michele.zurleni
  • Martedì 17 Giugno 2008

Isolamento e sovranità sul Kosovo, nazionalisti in ascesa in Serbia

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  • Tags: Albania, Boris-Tadic, Bosnia, Gazprom, Kosovo, Russia, serbia, Tomislav-Nikolic, Ungheria, Unione-Europea
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[i](Credits: Ansa)[/i]
Una Serbia più isolata con l’incognita del Kosovo. Potrebbe essere questo il futuro dello stato balcanico dopo il primo turno per le elezioni presidenziali: il nazionalista del Partito radicale Tomislav Nikolic ha raggiunto il 39%, superando di quattro punti il suo avversario Boris Tadic, riformista del Partito democratico e attuale presidente della Serbia. Altissima l’affluenza: è andato a votare il 60% degli aventi diritto. Una consultazione che rappresenta un braccio di ferro fra due idee alternative del futuro, e influenzerà i rapporti con la Russia, l’avvicinamento all’Unione europea e le tensioni latenti con l’Albania.

Al ballottaggio del prossimo 3 febbraio il favorito è il leader ultraconservatore Nikolic: ha chiuso la sua campagna elettorale a Kosovksa Mitrovica, in Kosovo, una regione che si è impegnato a conservare sotto la sovranità serba a qualsiasi costo, senza spingersi però fino alla guerra. Tra due giorni il premier kosovaro Hashim Taçhi, ex capo del movimento di liberazione Uck, sarà a Bruxelles proprio per discutere il percorso di indipendenza da Belgrado. Con Nikolic al potere il peso dell’influenza russa sarebbe destinata a durare, rallentando il dialogo con l’Unione europea: al consiglio di sicurezza dell’Onu i rappresentanti della Russia si sono opposti esplicitamente all’avvicinamento della Serbia nell’Ue. E da pochi giorni il capo del governo serbo Vojislav Kostunica ha stretto un’intesa per cedere la quota di maggioranza dell’azienda monopolista di petrolio e gas, la Nis, alla multinazionale Gazprom in cambio della garanzia di rifornimenti energetici. Trattative parallele a quelle che hanno portato a chiudere l’accordo per il passaggio del nuovo gasdotto South Stream, progettato dall’Eni e dalla Gazprom: circa novecento chilometri di condutture che dal mar Nero arriveranno sul Mediterraneo passando dalla Bulgaria e dalla Serbia.

Resta una questione aperta il percorso di Belgrado verso l’Unione europea: l’elezione del riformista Tadic potrebbe accelerare l’integrazione con l’occidente e la riduzione dell’isolamento internazionale, processi che sarebbero invece rallentati dalla vittoria di Nicolic. Come il suo avversario, però, Tadic è contrario all’indipendenza del Kosovo. Entrambi i candidati sono sfavorevoli, comunque, alle trattative con il Tribunale penale internazionale dell’Aja sull’estradizione dei due organizzatori del massacro nella città bosniaca di Srebrenica, Ratko Mladic e Radovan Karadzic.

Al ballottaggio del tre febbraio resta l’incognita del premier Kostunica, leader del Partito democratico della Serbia, schierato al primo turno con il nazionalista Ilic: non ha ancora dichiarato a chi destinerà il suo sostegno tra due settimane. Invece Ištvan Pastor, ungherese della Vojvodina e candidato alle presidenziali, ha già promesso i suoi voti al presidente uscente. Anzi, se l’affluenza non s’abbasserà, “Tadic ha buone chance di ripetere” come sottolinea il politologo Bora Kuzmanovic “la rimonta del 2004″, quando sconfisse Nicolic alle elezioni. Altri osservano tuttavia che il leader nazionalista può contare stavolta su un accresciuto margine di partenza, oltre che sui prevedibili rinforzi dei veterosocialisti di Mrkonic. Mentre per il Tadic non sarà facile attirare insieme, al ballottaggio, i consensi riversatisi da un lato su un filo-occidentale convinto come Jovanovic e dall’altro su un seminazionalista come Ilic.

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  • luca.delloiacovo
  • Lunedì 21 Gennaio 2008

Bosnia sull’orlo della secessione

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  • Tags: Balcani, Bosnia, Kosovo, Repubblica-Srpska, Sarajevo
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Il capo della comunità wahhabita di Bocinja, Semin Rizvic, con la moglie e i figli - foto di Francesco Cito
di Franca Roiatti da Sarajevo

Il fantasma scuote delicatamente la neve che macchia di bianco il burqa color pece, poi varca la soglia dell’enorme moschea dedicata allo scomparso re saudita Fahd per la preghiera del venerdì. Difficile dire se si tratti di un giovane spettro o di uno vecchio. Un velo di stoffa nera copre il volto, cancellando lo sguardo e nascondendo il sorriso. A Sarajevo prima della guerra donne fantasma non c’erano, e neppure uomini troppo barbuti. I wahhabiti, come sinteticamente vengono etichettati da queste parti i radicalisti islamici, sono arrivati in Bosnia durante il lungo conflitto che ha lacerato il paese tra il 1992 e il 1995.
Erano mujaheddin che a centinaia hanno combattuto a fianco dei musulmani, o membri di organizzazioni umanitarie che hanno cominciato a fare proseliti. Ora, in un momento di forte nervosismo a causa della questione Kosovo, fanno soprattutto paura. La stampa della Republika Srpska (la Repubblica Serba di Bosnia) da mesi punta l’attenzione sul «pericolo wahhabita», elencando moschee dove viene diffuso il verbo fondamentalista e ipotizzando l’esistenza di campi di addestramento di Al Qaeda nel paese.
«Gli esperti di terrorismo serbi sostengono l’esistenza in Bosnia di 400 mila musulmani radicali» commenta Ahmet Alibasic, docente all’Università di studi islamici di Sarajevo. «Qui ci sono a malapena 400 mila persone che praticano l’Islam con una certa periodicità. Ma questo è il tipo di propaganda psicologica che portò al genocidio dei musulmani negli anni Novanta. Al tempo si parlava di fondamentalisti, ora di wahhabiti. La sostanza non cambia. Perché i giornali serbi non scrivono dei rifugiati bosniaci che tornano a casa e vengono insultati o presi a fucilate dai radicali serbi? O del fatto che i due criminali di guerra Radko Mladic e Radovan Karazdic sono ancora liberi?» conclude Alibasic, riassumendo efficacemente la tensione etnica che a 12 anni dall’accordo di pace di Dayton serpeggia ancora nel paese, paralizzando le istituzioni.
Le recenti dichiarazioni del premier di Belgrado Vojslav Kostunica («Proteggere il Kosovo e la Republika Srpska sono i nostri obiettivi politici più importanti») hanno riacceso tentazioni separatiste a Banja Luka, capitale dei serbi di Bosnia, contribuendo a surriscaldare il clima.
Ai primi di novembre il presidente del consiglio dei ministri della Bosnia Erzegovina, Nikola Spiric (serbo), si è dimesso per protesta contro l’alto commissario internazionale Miroslav Lajcak, che ha deciso di mettere fine a veti incrociati, cambiando il regolamento dell’esecutivo di Sarajevo. Subito dopo alcuni sondaggi hanno indicato che il 77 per cento degli abitanti della Republika Srpska è a favore di un divorzio dalla federazione croato-bosniaca, se il Kosovo diventa uno stato.
Prospettiva che ha innescato «voci sull’esistenza di gruppi pronti a prendere le armi» secondo il numero due di Lajcak, l’americano Raffi Gregorian. Il comandante dell’Eufor, Hans-Jochen Witthauer, si era già affrettato a precisare che le «truppe sono pronte a intervenire nel caso scoppi un nuovo conflitto». Un quadro poco rassicurante che ha spinto Bruxelles a intensificare l’azione diplomatica, per porre fine alla crisi e avvicinare la Bosnia all’Ue.
«La gente qui ha paura per il proprio futuro più che per una nuova guerra. Mancano investimenti, la disoccupazione è al 40 per cento» smorza il generale dei carabinieri Vincenzo Coppola, che guida la missione di polizia dell’Unione Europea a Sarajevo (Eupm). A preoccupare Coppola è piuttosto il crimine organizzato, specializzato in traffico di droga, armi ed esseri umani, oltre al riciclaggio del denaro, perché «le forze dell’ordine sono frammentate, con pochi mezzi, troppo dipendenti dal potere politico».
Il paese ha 15 diversi corpi di polizia che operano per lo più su base locale, rispondono ai governi cantonali, hanno risorse limitate e procedure differenti. Con conseguenze nefaste. Forze che per mesi lavorano allo stesso caso senza saperlo, o si scontrano sulle competenze, agenti malpagati più inclini a cedere alla corruzione. A cui si somma, troppo spesso, una sospetta inerzia della magistratura. I serbi che a lungo si sono opposti alla riforma della polizia, considerata fondamentale da Bruxelles, sembrano aver finalmente dato il loro assenso, ma la strada da fare è ancora molta.
«La Bosnia è al centro delle rotte balcaniche lungo le quali viaggiano droga, immigrati clandestini, contrabbando» spiega Alfredo Vacca, capo del dipartimento anticrimine organizzato dell’Eupm. «A gestire i traffici sono per lo più piccoli gruppi locali, ma anche un paio di clan mafiosi legati all’Albania e al Sangiaccato (l’enclave musulmana di Serbia, ndr). Lungo i 1.600 chilometri di confine ci sono 89 valichi legali e circa 350 illegali, in aree remote dove la popolazione è sfruttata dai criminali perché ha bisogno di soldi».
Si stima che ogni anno arrivino in Europa circa 50 tonnellate di eroina, per buona parte prodotta in Afghanistan, e portata in Austria, Germania o Italia attraverso i Balcani. In Bosnia l’anno scorso ne sono stati sequestrati solo 72 grammi.
I confini colabrodo e la facilità nell’ottenere armi ed esplosivo in un paese che è stato l’arsenale della Iugoslavia allarmano gli esperti internazionali di terrorismo, già preoccupati dall’esistenza di comunità radicali in Bosnia.
Su pressioni degli Stati Uniti, una commissione sta riesaminando le cittadinanze attribuite senza troppi controlli ai combattenti stranieri durante la guerra. Il passaporto bosniaco è stato tolto a 613 persone, molte delle quali già fuori dal paese, alcune ricercate per terrorismo. Circa 300 sono ancora in Bosnia, molti finiranno per essere espulsi. Come Abu Hamza, ex mujaheddin siriano, ritenuto una minaccia per la sicurezza nazionale. «Se hanno delle prove, le portino» tuona. E promette: «Se loro infrangono la legge buttandomi fuori, la infrangerò anch’io».
«Finora il terrorismo non ha attecchito, grazie all’atteggiamento della gente» puntualizza Brian Donley, consulente dell’Eupm per la Sipa, l’Fbi bosniaco. Ma, avverte, «mancano detective addestrati, servizi segreti e polizia non si fidano gli uni degli altri e non c’è una banca dati sui criminali».
Nel 2005 a Sarajevo è stata smantellata una cellula che si preparava a un attacco suicida. «Avevano 20 chili di esplosivo» racconta Zlatko Miletic, direttore della polizia federale. «E una capacità tecnologica superiore alla nostra, se si considera che io mando un’email all’anno» ammette amaro. «I gruppi radicali in Bosnia cercano di attrarre giovani disagiati, agiscono nei centri culturali e sociali collegati a luoghi di preghiera e questo rende molto difficile ottenere dal tribunale un’autorizzazione per indagare».
Sembra l’identikit del complesso sportivo-ricreativo annesso alla moschea Re Fahd di Sarajevo, finanziato dall’ambasciata saudita, che offre corsi gratuiti di computer e inglese. Da molti è ritenuto uno dei cuori wahhabiti della Bosnia, insieme al villaggio simbolo di Bocjnia, dove i mujaheddin stranieri occuparono le case lasciate libere dai serbi dopo la guerra. Ora algerini, siriani ed egiziani se ne sono andati. E 400 serbi sono tornati ad abitare accanto a 14 famiglie di wahhabiti bosniaci, in una tesa convivenza tra allevamenti di maiali e sharia.
Qui, afferma la polizia, scontri non ci sono stati, ma in altri posti della Bosnia nei mesi scorsi le due anime dell’Islam si sono confrontate. A Kalesija, presso Tuzla, un piccolo gruppo di wahhabiti ha occupato la sala di preghiera dei musulmani locali ed espulso l’imam, provocando la reazione dei fedeli. A febbraio la moschea dello Zar di Sarajevo è stata chiusa a chiave per la prima volta in 500 anni di storia, per evitare che si ripetesse lo stesso copione di Kalesija. A Gornja Maoca (Tuzla) si è insediato un manipolo di discepoli del takfir, la dottrina che considera apostata e quindi punibile con la morte chiunque viva secondo le leggi dell’uomo e non di Dio.
Ideologicamente dipendono da un imam estremista di Vienna, Muhamed Porca, che mantiene legami con i Balcani attraverso una ong che offre aiuti economici e predica la rinuncia all’alcol e alle discoteche.
La comunità islamica di Bosnia, accusata di aver reagito tiepidamente alla minaccia dei fondamentalisti, «è preparata e forte» secondo Juan Carlos Antúnez, analista dell’Eufor. «I recenti scontri con i wahhabiti dimostrano che la gente comune è pronta a reagire contro le derive radicali».
Rimane il rischio che i fondamentalisti continuino a operare in silenzio, sfruttando le debolezze dello stato, grazie a soldi che arrivano dal Medio Oriente e dalla diaspora bosniaca.
«Questo paese ha fatto enormi progressi nella sicurezza» ribatte Alida Vracic, dell’ong Populi di Sarajevo. «È tempo che la comunità internazionale smetta di pensare alla polizia e investa per migliorare la situazione sociale ed economica».

  • redazione
  • Lunedì 10 Dicembre 2007

Kosovo, è fallito il negoziato Onu. I Balcani sull’orlo di una nuova guerra

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  • Tags: Balcani, Belgrado, Bosnia, Kosovo, Pristina, serbia, Troika
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La commemorazione dell'uccisione di 22 kosovari albanesi da parte dei serbi avvenuta nel 1999 a Meje, nella regione del Kosovo occidentale [i](Credits: Ansa)[/i]
La ‘Troika’ (Unione Europea, Stati Uniti e Russia) ha riconosciuto il fallimento dei negoziati tra la Serbia e gli albanesi del Kosovo sul futuro status della regione. L’ultima sessione dei colloqui bilaterali Pristina-Belgrado si è conclusa stamani a Baden, in Austria, con un nulla di fatto che potrebbe riaprire un capitolo inquietante per tutta l’area balcanica, di nuovo preda di venti indipendentisti. “Malauguratamente - è stata la laconica comunicazione del mediatore comunitario, Wolfgang Ischinger - le parti non sono state in grado di raggiungere un accordo”. Che cosa succederà ora? I leader del Kosovo albanese hanno sempre dichiarato che, con o senza accordo, l’indipendenza non è una rivendicazione negoziabile. Belgrado ha sempre ripetuto che non è disposta a cedere neanche un centimetro di territorio ma solo a concedere un’ampia autonomia a quella che considera una sua provincia, anche per evitare una nuova pulizia etnica nei confronti dei serbi che vivono nell’enclave di Mitrovica.

Mettendo in guardia Pristina contro una eventuale dichiarazione unilaterale di indipendenza e minacciando ritorsioni, la Serbia sa di avere dalla propria parte la Russia, potenza con diritto di veto al Consiglio di sicurezza, mentre il Kosovo conta sull’appoggio di Stati Uniti e Unione europea, già disposte a dare luce verde alla nascita di un nuovo Stato nel cuore dei Balcani. Ma l’esito di questo braccio di ferro, che rischia di diventare militare, potrebbe scatenare pesanti ripercussioni anche sull’unità territoriale della Bosnia, dove i serbi della Repubblica Srpska potrebbero essere spinti a una dichiarazione unilaterale di indipendenza, sapendo di poter contare sull’appoggio militare e finanziario di Belgrado. Il countdown per una nuova guerra potrebbe essere già iniziato. E anche a Pristina (dove il nuovo premier è l’ex leader dell’Uck Hadim Thaci) non è più il tempo delle colombe come Ibrahim Rugova.

  • redazione
  • Mercoledì 28 Novembre 2007

Kosovo indipendente: la paura dei serbi tra voglia di pace e jugonostalgia

OkNotizie

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  • Tags: Bosnia, ex-juhoslavia, Kosovo, Mitrovica, Nicola-Kavasic
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Centinaia di albanesi alla commemorazione dell'assassionio dei loro 22 parenti killed uccisi dai paramilitari serbi otto anni fa a  Meje, Kosovo
Mitrovica, l’enclave mineraria serba divisa da un fiume (Ibar) che separa due mondi: a nord, circa 3500 albanesi kosovari rimasti lì dopo la guerra, a sud i serbi che non si vogliono staccare dalla Madrepatria. In mezzo un ponte teatro di violenti scontri interetnici, presidiato dalle forze internazionali, utilizzato a intermittenza, quasi a simboleggiare un dialogo impossibile tra le due comunità.

Nella parte serba (triplicata negli ultimi otto anni a causa dell’arrivo di migliaia di profughi ) c’è un giudice, Nicola Kavasic, 43 anni, che si augura che la comunità internazionale sia per una volta arbitro, e non parte in causa, che non si comporti come nel dopoguerra, quando la pulizia etnica avvenne sì, ma al contrario, sotto gli occhi dei soldati della missione. “La verità è che la comunità internazionale non ci ha protetto, ha sempre auspicato l’indipendenza e abbiamo perso la fiducia negli americani e negli europei. Ma noi siamo pronti a organizzare la resistenza”. Una resistenza che sarà pacifica perché, dice, “non abbiamo armi e anche ora non abbiamo perso la speranza che siano le forze internazionali a proteggerci”.
Quello che sostiene questo questo giudice di 43 anni è in linea con l’opinione dei centomila serbi rimasti in Kosovo dopo la guerra (75mila nell’enclave del nord), bersaglio della pulizia etnica ma, secondo alcuni, anche di una lettura vittimistica della Storia che li ha indotti a leggersi come agnelli sacrificali di una partita internazionale giocata sulla loro pelle. Nei Balcani, soprattutto nella comunità serba, la passione per le cospirazioni e la mitologia delle origini slave e ortodosse del Kosovo sono moneta corrente, luogo comune pronto a trasformarsi forse in altre tragedie. Nicola Kavasic non è un ultranazionalista ma ha troppi ricordi dolorosi negli ultimi anni (che riguardano anche la sua famiglia) per non avere paura di quello che potrebbe succedere se Pristina decidesse di staccarsi e volesse fare un solo boccone anche di tutta la parte nord, così ricca di risorse minerarie ma così terrorizzata dall’indipendenza. Kavasic sa che nella capitale del Kosovo albanese circolano ancora decine di migliaia di armi, quasi quattrocentomila in tutto il Kosovo secondo le stime più accreditate, in mano agli ex guerriglieri dell’Uck, la formazione indipendentista, i cui leader si sono quasi tutti riciclati nel contrabbando di sigarette e eroina proveniente dalla Turchia. “Se c’è un piano su cui serbi e albanesi del Kosovo collaborano è quello della criminalità, ma è l’unico: quando ci sono di mezzo affari sporchi vanno d’accordissimo”, sintetizza sconsolato a Panorama.it Dragan Petrovic, corrispondente dell’Ansa a Belgrado e vecchio oppositore del regime ultranazionalista di Milosevic.

“Quando è finita la guerra c’erano 50 mila peacekeepers Nato e circa 5 mila poliziotti Onu che avrebbero dovuto aiutarci”, continua Nicola Kavasic. “Ma questo non ha impedito agli albanesi di espellere duecentomila serbi dai villaggi né di bruciare oltre 150 chiese ortodosse”. Eppure anche a Pristina, la città too ugly to be true dove ogni giorno, secondo l’esperto Fernando Gentilini, “i decibel del rap albanese sfidano le preghiere notturne dei minareti”, ci sono anche migliaia di albanesi kosovari di mezza età affetti da jugonostalgia, una “malattia” di cui non si parla perché oggi nel Kosovo albanese la parola d’ordine è quella imposta dagli ex guerriglieri cresciuti nel mito di Ramush Haradinaj, l’ex premier (2004-2005) sotto processo all’Aja per crimini di guerra: indipendenza a ogni costo e senza compromessi. I malati di jugonostalgia non si dimenticano che, tra il 1974 e il 1981, l’autonomia concessa da Tito all’ex provincia serba coincise con gli anni più felici della loro vita: gli anni dell’apertura dell’Università a Pristina, dell’aumento degli albanesi nell’amministrazione pubblica, dello sdoganamento della lingua e della cultura albanese nelle scuole. Gli anni della crescita economica e della convivenza: “Oggi invece a Pristina c’è una violenza spaventosa e la middle class è sparita. I soldati della missione hanno le loro responsabilità: il Kosovo è oggi il buco nero dell’Europa anche a causa della loro inerzia e in molti casi anche del loro coinvolgimento nei traffici con gli ex guerriglieri”, accusa Azra Nuhefendic, giornalista bosniaca ed ex volto noto della radiotelevisione di Belgrado. Il countdown per la nuova era, qualunque sarà, è appena iniziato.

LEGGI ANCHE: Se l’Onu perde la faccia - Countdown per l’indipendenza - Guarda la GALLERY

  • paolo.papi
  • Venerdì 12 Ottobre 2007

Terrorismo: tutti i rischi per i nostri contingenti

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  • Tags: Balcani, Bosnia, iraq, Libano, missioni, soldati, terrorismo-islamico, Unifil
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Il rischio di attacchi ai contingenti militari italiani all’estero si è rafforzato negli ultimi tempi secondo quanto riportato nell’ultima relazione semestrale sulla politica informativa e della sicurezza realizzato dai servizi segreti. Con quasi 8.000 soldati schierati oltremare l’Italia è presente soprattutto nelle aree operative più esposte alla minaccia del terrorismo islamico, dall’Iraq all’Afghanistan, dal Sinai egiziano alla Palestina, fino alla Bosnia. Ecco una mappa sui rischi che corrono i nostri uomini impegnati nelle missioni all’estero.

Afghanistan. Nel Paese i 2.300 militari della forza della NATO schierati tra Kabul ed Herat sono nel mirino dei talebani come del resto anche gli altri contingenti alleati. Qui, secondo il rapporto degli 007, “sono ricorrenti le segnalazioni di piani ostili tanto a Kabul quanto nella provincia occidentale di Herat dove si è registrato un sensibile incremento dei profili di rischio in ragione dell’afflusso di elementi jihadisti e talebani dalla provincia meridionale di Helmand”. In aumento anche l’attività dei guerriglieri nella provincia di Farah., presidiata da truppe italiane e americane e confinante con l’Helmand, roccaforte talebana dove i britannici combattono da oltre un anno e dove vi sono le più estese coltivazioni di oppio dell’Afghanistan. Nelle province di Farah ed Herat, sotto il comando italiano, nel primo semestre 2007 si sono verificati 16 attentati terroristici. Gallery.

Il presidente del Consiglio, Romano Prodi, con il ministro degli Esteri israeliano, Tzipi Livni (D), guardano fuori dall'elicottero durante il volo prima dell'arrivo a Sderot.
Libano. Anche al confine tra Libano e Israele, dove sono schierati 2.500 militari italiani, la minaccia terroristica è giunta a un livello preoccupante, come conferma l’attentato contro i caschi blu spagnoli realizzato dai gruppi libanesi legati ad al-Qaeda che hanno come obiettivo proprio le forze di UNIFIL. Secondo fonti libanesi e israeliani questi gruppi operano con il discreto sostegno militare della Siria e nell’indifferenza di Hezbollah che pur controllando di fatto il territorio nel Libano del Sud non ne ha mai ostacolato i movimenti. Gallery.

Balcani. Anche nei Balcani, dove sono schierati 2.400 militari italiani tra Bosnia e Kosovo, è in aumento l’ostilità nei confronti delle forze della UE e della NATO da parte di organizzazioni fondamentaliste islamiche e dei gruppi nazionalisti serbi, specie in relazione alla prossima definizione dello status del Kosovo.

Iraq. Benché non operi più da otto mesi un contingente italiano la minaccia dei terroristi di al-Qaeda e dei gruppi estremisti sciiti rappresenta una minaccia per 120 istruttori militari di Esercito e Carabinieri che a Baghdad addestrano le forze di sicurezza irachene e per una mezza dozzina di tecnici della Cooperazione allo Sviluppo della Farnesina rimasti a Nassiryah alla guida del Provincial Reconstruction Team impegnato in programmi di ricostruzione e formazione del personale civile iracheno.

Egitto e Palestina. Operano in aree ad elevato rischio terroristico anche gli 80 marinai di stanza a Sharm el Sheikh, nel Sinai egiziano, nell’ambito della Multinational Force and Observers e i 34 carabinieri dislocati nei territori palestinesi di Gaza e Hebron, dove negli ultimi due anni sono cresciute le organizzazioni legate in qualche modo alla galassia fondamentalista di Al Qaeda.

  • gianandrea gaiani
  • Venerdì 3 Agosto 2007

Kosovo: Belgrado apre uno spiraglio. Riparte la trattativa?

OkNotizie

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  • Tags: Belgrado, Bosnia, Ex-Jugoslavia, gruppo-di-contatto, Kosovo, Pristina, serbia, Vuk-Jeremic
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Più dell’autonomia, meno dell’indipendenza. Comincia ad assumere contorni un po’ più precisi quella che fino a ieri sembrava solo uno slogan populista usato dalla leadership serba (spalleggiata da Mosca) per ritardare sine die l’appuntamento del Kosovo con l’indipendenza (sorvegliata) a cui pensano europei e americani. È stato il ministro degli Esteri di Belgrado, il liberale Vuk Jeremic, a chiarire, in un’intervista alla Bbc, fin dove Belgrado può spingersi nella delicata partita che si è aperta all’interno del cosiddetto Gruppo di contatto euro-russo-americano che dovrà definire il destino della ex provincia serba. Più dell’autonomia, meno dell’indipendenza significherebbe, per Jeremic, che Belgrado è disposta a riconoscere al Kosovo l’accesso autonomo al Fondo monetario internazionale, il diritto a nominare i rappresentanti delle sedi diplomatiche all’estero (purché non le definiscano ambasciate), una amplia autonomia amministrativa. Niente federazione binazionale (ipotesi cui pensano - secondo alcuni voci di stampa - i rappresentanti europei in seno al gruppo di Contatto) e sopratutto nessuna secessione. Su questo Belgrado non transige e non cambia posizione. Ma quello di oggi è un passo avanti.
Spiazzati dal netto intervento di Mosca contro il pacchetto Onu (leggilo sul sito Unosek) del finalndese Atashaari, i rappresentanti di Europa e Stati Uniti si augurano di poter ulteriormente ammorbidire la leadership serba, divisa tra un’anima nazionalista guidata dal premier Kostunica e una più europeista rappresentata dallo stesso Jeremic, con un pressing diplomatico che la aiuti a uscire dall’isolamento. La carta che giocheranno è quella di un prossimo ingresso di Belgrado in Europa in cambio di un sì all’indipendenza sorvegliata? Alla Farnesina, su questo punto, le bocche sono cucite, ma è chiaro che, se il futuro della Serbia è in Europa, i passi che dovrà fare Belgrado sono due: disponibilità a trattare sullo status del Kosovo e collaborazione giudiziaria per garantire la cattura dei criminali di guerra Mladic e Karadzic. Questo è uno dei nodi della trattativa.

Ora, all’indomani dello spiraglio aperto da Jeremic, Pristina deve rispondere alla contro-offesinsiva diplomatica serba. I nuovi Raìs kosovari, negli anni scorsi, hanno imprudentemente promesso l’indipendenza ai loro concittadini di etnia albanese, creando una serie di aspettative che sarebbe pericoloso disattendere. Perché in Kosovo, dove quattro bande mafiose avrebbero il controllo dell’intera economia nazionale, sono ancora nascoste 400 mila armi, printe all’uso. Sostengono infatti i ben informati che gli ex combattenti dell’Uck non si farebbero pregare per riprenderle in mano, qualora ottenessero - da questa infinita trattativa - qualcosa di meno dell’indipendenza. Il countdown per un’altra crisi è insomma già iniziato. La soluzione - dicono alla Farnesina - dovrà arrivare entro i primi mesi del 2008. Altrimenti, a perdere la faccia, racconta la fonte di Panorama.it al Ministero degli Esteri, sarebbe anche il segretario generale dell’Onu. Trasformando una trattativa che dura da ormai più di due anni in una farsa. Che potrebbe anche trasformarsi in tragedia.

  • paolo.papi
  • Giovedì 2 Agosto 2007
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