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Battisti estradato a meno che Lula per motivi di salute …

Paolo Manzo, giornalista , vive a San Paolo, in Brasile, con la moglie. Per Baldini e Castoldi ha scritto Lula il presidente dei poveri.
Cesare Battisti, l'ex terrorista rosso, sarà estradato

Cesare Battisti sarà estradato ma l’ultima parola spetta a Lula

Battisti sarà estradato in Italia. La telenovela dell’ex terrorista rosso è finita.

Adesso solo Lula può evitare l’estradizione a Battisti. Continua

Caso Battisti: telenovela continua

Paolo Manzo, giornalista , vive a San Paolo, in Brasile, con la moglie. Per Baldini e Castoldi ha scritto Lula il presidente dei poveri.

Cesare Battisti

Per la seconda volta in due mesi è stato rinviato a data da destinarsi il voto del Supremo Tribunale Federale (STF) per l’estradizione dell’ex terrorista scrittore Cesare Battisti. Continua

Foto - Scontri tra narcos e polizia a Rio de Janeiro 17 morti

Scontri tra narcos e polizia a Rio de Janeiro: 17 morti

Scontri tra narcos e polizia a Rio de Janeiro: 17 morti

Hanno provocato almeno 17 morti gli scontri tra bande di narcotrafficanti e forze di sicurezza avvenuti tra sabato e domenica a Rio de Janeiro. Lo ha reso noto ieri sera la polizia della metropoli carioca. Guarda la fotogallery

Fondo Monetario: il Brasile nel club dei ricchi

Paolo Manzo, giornalista , vive a San Paolo, in Brasile, con la moglie. Per Baldini e Castoldi ha scritto Lula il presidente dei poveri.
Festeggiamenti per l'assegnazione delle Olimpiadi 2016

Festeggiamenti per l’assegnazione delle Olimpiadi 2016

La notizia arriva da quella roccaforte della finanza che è il Fondo Monetario Internazionale. Il Brasile ha annunciato di essersi formalmente impegnato ad acquistare obbligazioni per dieci miliardi di dollari proprio dell’FMI. Continua

Honduras: se Lula diventa chavista

Paolo Manzo, giornalista , vive a San Paolo, in Brasile, con la moglie. Per Baldini e Castoldi ha scritto Lula il presidente dei poveri.
Un militante filo-Zelaya nella capitale honduregna

Un militante filo-Zelaya nella capitale honduregna

Da San Paolo - Cresce la tensione in Honduras e cresce ancor di più in Brasile. Al punto che ieri sera un amico, di quelli che legge solo i giornali locali e non sopporta Lula, mi ha detto serissimo: “Ci mancava solo una guerra, guarda in che casino ci hanno messo Amorim (ministro degli Esteri brasiliano ndr) e il Presidente”. Continua

America Latina: Lula (ed Uribe) verso un terzo mandato?

Il presidente Lula e il quello venezuelano Uribe

Luiz Ignacio Lula da Silva potrebbe continuare ad essere il presidente del Brasile anche dopo il 31 dicembre 2010 quando finirà il suo secondo mandato. Certo, con la costituzione attuale l’ex sindacalista non può concorrere alle elezioni del prossimo anno. Inoltre lui ha ripetuto più volte, anche nelle ultime ore, di non pensare ad un terzo mandato consecutivo. Infine Lula e il suo Partito dei lavoratori (PT) appoggiano da mesi come candidata perfetta per la successione Dilma Rousseff, attuale ministro della Casa Civil, la carica politicamente più rilevante in Brasile dopo quella del presidente.

Ieri, tuttavia, due fatti nuovi hanno rimesso rilanciato con forza la candidatura di Lula. Da un lato la notizia che entro fine maggio il deputato Jackson Barreto del Pmdb, il partito più forte (dopo il PT) della coalizione di governo, presenterà in Parlamento una proposta di emendamento costituzionale affinché Lula possa partecipare alle elezioni dell’ottobre 2010. Se passerà l’emendamento alla Costituzione in Parlamento, a settembre di quest’anno si terrà un referendum popolare che dovrà ratificarlo.

Dall’altro lato, martedì, la candidata designata Dilma è stata ricoverata d’urgenza all’ospedale Sirio Libanês di San Paolo a causa di dolori lancinanti alle gambe. A fine aprile la stessa Rousseff aveva annunciato che i medici le avevano asportato un tumore all’ascella e che si sarebbe sottoposta a una chemioterapia di quattro mesi per curare un linfoma contro cui sta lottando. Il ricovero di ieri ha fatto aumentare le voci sullo stato di salute di Dilma e più di un analista si è chiesto se non sia il caso di interrompere la sua attività politica, compresa la faticosissima corsa alla presidenza, sino alla fine del trattamento chemioterapico. Barreto esclude però in un’intervista al portale Terra che la sua richiesta per un terzo mandato di Lula sia da ricollegare allo stato di salute di Dilma, lui l’ha giustificata come una “richiesta della sua base elettorale”. Di certo c’è, comunque, che il nome di Lula torna in pista per le elezioni del prossimo anno anche se lui lo esclude ancora una volta proprio mentre ieri in Colombia il Senato approvava un referendum che, se approvato, consentirà anche ad Alvaro Uribe di ricandidarsi per la terza volta di fila alla presidenza. La speranza di tutti comunque, in Brasile e all’estero, è che Dilma superi velocemente le difficoltà del momento e sia lei ad affrontare chi tra José Serra e Aecio Neves sarà il candidato dell’opposizione nell’ottobre del prossimo anno.

Genro attacca l’Italia su Battisti: orgoglioso di ciò che ho fatto

Cesare Battisti

“D’accordo con il ministro, il giornalista italiano radicato in Brasile Achille Lollo parteciperà a un’altra riunione della Commissione per i Diritti Umani della Camera brasiliana in data da definirsi”. Con queste parole il ministro della Giustizia verde-oro Tarso Genro ha annunciato ieri in Parlamento che non ci sarebbe stato l’ex militante di Potere operaio condannato nel nostro paese con sentenza passata in giudicato per il rogo di Primavalle dove morirono i due fratellini Mattei. Anche senza Lollo, tuttavia, le parole pronunciate ieri da Genro per riaffermare la correttezza della sua decisione nel concedere lo status di rifugiato politico a Battisti sono destinate a far discutere. Il ministro ha detto infatti che, innanzitutto, il governo italiano vuole trasformare l’ex terrorista dei Pac in un “capro espiatorio del periodo degli anni di piombo”. Le stesse parole usate dal nuovo avvocato di Battisti, Luis Roberto Barroso, in un’intervista concessa al quotidiano La Stampa qualche giorno fa. Una sincronia perfetta. Stessa strategia, poi, anche sulla tipologia di reati commessi dall’ex terrorista scrittore. “Nel mio ministero”, ha detto Genro, “abbiamo riconosciuto che Battisti è stato un criminale politico e, quindi, si inserisce perfettamente nel diritto di rifugio. Molti di noi sono stati criminali politici […] e la maggior parte di noi è orgogliosa di ciò che ha fatto in quel periodo”. Quindi né terrorista né criminale comune, proprio come aveva sostenuto Barroso. Genro ha poi puntato direttamente sulla sovranità nazionale. “Veniamo trattati dall’Italia come un paese di seconda categoria che non ha il diritto di applicare le sue leggi sovranamente. Come se le leggi approvate in questo Parlamento fossero irresponsabili”, ha aggiunto. Infine la stoccata finale, entrando nel merito di un processo la cui richiesta di estradizione è passata al vaglio di 8 sentenze (tre in Italia, tre in Francia, una alla Corte europea e una al Conare, il Comitato brasiliano per i rifugiati) “non ci sono prove dei fatti imputati a Battisti, il quale tra l’altro era pure contrario ai delitti di cui è accusato”. Una pressione forte sul Supremo Tribunale Federale, la Corte Costituzionale brasiliana, esplicitata chiaramente da Genro, “mi turberebbe davvero molto se il Supremo dovesse cambiare la sua giurisprudenza per soddisfare le domande di un paese che non rispetta le decisioni del Brasile”.
“Genro ha un obiettivo chiaro: tentare in ogni modo di far passare per una decisione di diritto una cretinaggine senza nessuna valenza giuridica”, spiega a Panorama.it il presidente dell’Istituto Giovanni Falcone Walter Maierovitch, magistrato che collaborò con lo scomparso giudice italiano nella cattura di Tommaso Buscetta. “La nuova strategia” continua Maierovitch, “è quella di puntare tutto su una malintesa sovranità del Brasile, per raccogliere consensi tra la popolazione. In realtà, se Cesare non sarà estradato”, conclude Maierovitch, “ad essere lesa sarebbe la sovranità del vostro paese in virtù del trattato bilaterale tra Italia e Brasile. Oltre a ledere la nostra Costituzione, che vieta espressamente che l’esecutivo possa decidere su questioni di diritto sostituendosi al Supremo tribunale Federale, così come proibisce che si possa concedere il rifugio per crimini particolarmente efferati o per terrorismo”.

In Spagna cercasi immigrati disperatamente

Perù

Una sorta di colonizzazione al contrario. Come a dire che la storia prima o poi ha sempre il suo rovescio della medaglia. Lo sa bene la Spagna in balia in questi ultimi anni di una profonda crisi, oltre che economica, anche demografica. Interi paesini, infatti, nel centro come sulle coste si stanno spopolando con il rischio di trasformarsi   in veri e propri paesi fantasmi. Sono 2648 i piccoli comuni interessati dal problema. E chi può, adesso, si ingegna per correre ai ripari. Così una quindicina di loro, con più coraggio forse e con un occhio più internazionale hanno varato un autentico piano di ripopolamento. Ma dove attingere allora se non in quell’America Latina di cui gli spagnoli furono colonizzatori senza scrupoli? La Spagna dunque sta chiamando a raccolta intere famiglie originarie dell’Ecuador, del Perù e perfino di un paese come il Brasile dove si parla portoghese e dove gli spagnoli non si fecero vedere.
I benefit che i comuni in cambio concedono sono del resto allettanti e vengono comunicati da regolari annunci sui giornali: case gratis, lavoro assicurato e in alcuni casi addirittura il biglietto aereo pagato a spese della pubblica amministrazione. I nuovi emigrati a richiesta sono diventati così un modello per l’intera comunità. A Lorcha,  per esempio, minuscolo comune di montagna di 735 abitanti nella Spagna orientale, otto bambini di cui due brasiliani e sette ecuadoriani tengono in vita l’unica scuola elementare del posto. Ad Avodar, sulla costa mediterranea invece quattro famiglie brasiliane hanno ricevuto oltre a casa e lavoro anche un assegno da 1000 euro come incentivo al trasloco da una parte all’altra del mondo. Insomma, l’idea sta riscuotendo successo e i paesini non muoiono. La prova del fatto che in fondo il mondo è più piccolo di quanto si creda.

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Brasile: il presidente Lula diventa un film

Brasile

Le grandi multinazionali, dalla Nestlè all’Embraer fino  alla Wolkswagen, finanziano Luiz Inácio Lula da Silva. Stavolta, però, non il presidente brasiliano ma il film a lui dedicato, “Lula, il figlio del Brasile”, diretto da Fabio Barreto, già candidato al premio Oscar per il miglior film straniero nel 1995, con “Il Quartetto”. La notizia appena uscita in Brasile ha però suscitato un ampio dibattito sul perché multinazionali di questo tipo siano interessate a finanziare e in modo ingente - ciascuna con non meno di 700 mila euro - un film biografico sul presidente brasiliano, dall’infanzia misera nel Nord-est all’inizio della sua carriera, nella periferia di San Paolo durante la dittatura.

Un film la cui uscita mondiale è prevista nel gennaio del 2010, proprio l’anno delle elezioni presidenziali in Brasile. Alcuni esperti sostengono che sia un modo trasversale di finanziare la campagna del Partido dos Trabalhadores, il Pt fondato dallo stesso Lula nel 1980. Sta di fatto che il film, eccezione in Brasile, non ha preso nessuna sovvenzione statale. Ad interpretare Lula un attore sconosciuto dal grande pubblico, Rui Ricardo Diaz, che per adeguarsi alla parte (e al suo sviluppo cronologico)  è dovuto andare in una Spa e dimagrire sette chilogrammi per rappresentare un Lula cresciuto e più “in forma”. In Brasile si parla anche di farne una serie televisiva. Interessante che il film racconterà i retroscena del “presidente dei poveri”. Dal padre alcolizzato, al fratello ammalato di Chagas - una parassitosi che uccide - fino al dramma della sua prima moglie, morta insieme al figlio mentre lo partoriva in un fatiscente ospedale pubblico.

 Il film Quartetto di Fabio Barreto

Caso Battisti, parla l’ex Nar Bragaglia: “Io non chiederò nessun rifugio a Genro”

Leggi la LETTERA con le risposte di Bragaglia

La scorsa settimana il ministro brasiliano Tarso Genro aveva dichiarato di fronte alle Commissioni Esteri, Difesa e Diritti Umani del Senato che il “caso Battisti” non avrebbe motivazioni ideologiche e che se Pierluigi Bragaglia, ex terrorista neofascista dei NAR catturato lo scorso luglio in Brasile e di cui il governo Berlusconi ha chiesto l’estradizione, richiedesse tramite i suoi avvocati lo status di rifugiato politico, lui glielo concederebbe subito.
Panorama.it ha intervistato per iscritto e in esclusiva l’ex terrorista di destra in carcere a San Paolo, grazie alla collaborazione del suo avvocato Antonio Roberto Ribeiro e alla figlia Penelope. Qui pubblichiamo la trascrizione della lettera manoscritta di Pierluigi Bragaglia, modificata nell’ordine delle domande per attualizzarla agli ultimi sviluppi e corretta di alcuni errori di italiano, comprensibili dopo quasi 30 anni lontano dal paese d’origine da parte del Bragaglia. Nella gallery a lato, comunque, potete visionare l’originale.
Bragaglia, ma lei ha intenzione di richiedere lo status di rifugiato politico come Battisti?
No, non ho intenzione di chiedere nessun asilo politico.
Perchè? Quali sono a suo avviso le differenze tra il suo caso e quello dell’ex terrorista scrittore?
Si tratta di due casi molto diversi. Nel caso di Battisti il fattore più importante sono le condanne di omicidio che pesano come macigni sulla sua situazione giuridica, ma anche la richiesta dell’asilo politico e la scelta non molto casuale del Brasile. Nel mio caso sono stato condannato ad un totale di 12 anni e 11 mesi per rapina a mano armata e associazione sovversiva, ridotti di 2 anni per l’indulto, e mai imputato o condannato per “qualsiasi fatto di sangue”. Inoltre non ho mai chiesto l’asilo politico a nessun paese e vivo onestamente in Brasile da 25 anni, che sono più dei miei 22 anni trascorsi in Italia. Per questo ritengo che ci siano enormi differenze tra i due casi, anche perché in Brasile la mia pena è già prescritta mentre in Italia lo sarà dal 2011.
Eppure due giorni fa il ministro Genro ha paragonato il “caso Battisti” al suo caso come già aveva fatto qualche settimana fa il settimanale brasiliano Istoé in un articolo. Cos’ha provato quando ha letto l’articolo?
Molta rabbia e un senso di ingiustizia. Principalmente per le bugie e le calunnie orchestrate da qualcuno cui farebbe comodo paragonarmi proprio al signor Battisti.
Facendo chiaramente riferimento a lei, Cesare Battisti nella sua ultima lettera ha scritto: “Qui in Brasile c’è il caso di un  italiano appartenente ad un’organizzazione nazi-fascista e coinvolto nell’attentato di Bologna. Stranamente l’Italia non fa cenno a questo caso, né protesta né ricatta il popolo brasiliano per lui. Perché?”. Lei sa qualcosa della strage di Bologna?
Primo: sino ad oggi ancora non si sa realmente chi sia stato l’attentatore della strage di Bologna e, forse, non lo si saprà mai. Di certo c’è solo che ci sono dei “buchi neri” nella politica di quegli anni ma, e questo è il secondo punto, sappiamo soprattutto che Battisti, con queste calunnie nei miei confronti, si sta arrampicando sugli specchi per cercare di salvarsi a tutti i costi, volendomi pregiudicare pur sapendo che è falso che io sia coinvolto nella strage di Bologna. Lui vorrebbe mettermi sul suo stesso piano.
Cosa risponde alle accuse di Battisti?
Questo signore sappia che in nessun momento della mia vita processuale, dall’inizio sino ad oggi, mai nessuno ha lontanamente ipotizzato qualsiasi mio coinvolgimento in quell’attentato che, sia detto per inciso, reputo assurdamente vile e codardo. Nessuno, né da parte della magistratura, né dei pentiti. È provato che sono totalmente estraneo a quella tragedia.
Come mai ha scelto il Brasile per la sua latitanza e come mai ha un passaporto venezuelano? Battisti sostiene di essere stato aiutato dai servizi segreti francesi, a lei qualcuno ha dato una mano?
Nel mese di maggio del 1982 su richiesta della mia famiglia sono partito dall’Italia per il Venezuela con il mio vero passaporto. Là ho lavorato per più o meno due anni in una pizzeria. Non ero ancora ricercato. Quando ho saputo che per l’Italia ero un latitante ho comprato in Venezuela un passaporto falso e sono scappato in Brasile, senza l’aiuto di nessuno.
Cosa ha portato il giovane Pierluigi Bragaglia alla lotta armata? Che vita faceva prima di entrare nei NAR?

L’epoca degli anni Settanta e Ottanta noi italiani la conosciamo molto bene, forse per altri paesi e altri popoli è stato solo un periodo di follia mentale generalizzata in cui un intero paese si è immerso. Per me quel periodo si fonde con la mia stessa adolescenza e la mia gioventù e, mi creda, è arrivato davvero molto, troppo presto. Forse per la mia educazione, per l’ambito familiare di destra moderata, essendo il più piccolo di tre fratelli già in politica e frequentando amicizie di un quartiere considerato di “destra”, ho cominciato la mia militanza politica a 12-13 anni, con i manifesti, le scritte, i volantinaggi, i comizi e i cortei. Come tutti sanno noi di destra all’epoca eravamo la minoranza mentre la stragrande maggioranza dei giovani erano di sinistra e, così, gli scontro sono diventati inevitabili e quotidiani. Prima verbali, poi qualche scaramuccia, dopo una vera caccia all’uomo. Le posso dire che per le immaginabili proporzioni di forze in campo, per noi non era una vta facile. Ma in quell’epoca ciò che contava era il coraggio di manifestare le proprie idee, l’ideologia, l’essere diverso dalla massa, il sapersi difendersi. Il tutto condito con la spericolatezza e principalmente l’irresponsabilità tipica della gioventù. Con la tensione che aumentava e la situazione sempre più calda il mio incontro con i NAR è stato molto naturale. Molti amici dei volantinaggi, dei cortei e della militanza già cominciavano a voler fare il “salto di qualità”. Io, un giovane con 17 anni, non potevo perdere questa “opportunità” di far parte di “qualcosa di più grande” e, così, ho cominciato con l’aiutare alcuni amici più grandi di me che già sapevo facevano rapine per autofinanziarsi. Anch’io ho partecipato ad alcune azioni armate ma non ho mai presenziato a “fatti di sangue”.
Se potesse tornare indietro, oggi, cosa non rifarebbe?
Sicuramente non farei parte di nessun gruppo che usi la lotta armata . Come dimostrano i fatti il mondo non si cambia con le armi, tanto meno provocando dolore agli altri oltre che a se stessi.
C’è una donna, una madre che come tante altre madri ha perso un figlio etichettato come un “rosso” mentre lei, Bragaglia, a quei tempi era etichettato come un “nero”. Quel figlio si chiamava Valerio Verbano e fu ucciso da tre giovani armati e coperti da un passamontagna entrati in casa sua, dopo avere immobilizzato i genitori. La madre, quasi novantenne, continua a chiedere giustizia dal momento che l’omicidio del figlio resta ancora oggi impunito. I NAR sono stati tirati in ballo da alcuni suoi ex “compagni d’armi”. Lei sentì parlare del caso tra gli integranti dei NAR dell’epoca?
Mi dispiace immensamente per questa signora, oggi anch’io sono un padre ma non conoscevo Valerio Verbano e all’epoca non ne ho mai saputo nulla, né del fatto né di chi sia stato ad ucciderlo.
Bragaglia, lei è stato condannato ad oltre dieci anni per sovversione e rapina a mano armata, l’Interpol l’accusa di avere presenziato all’azione che a Roma culminò nell’uccisione di due Carabinieri, cosa che lei ha sempre negato. Comunque, al di là delle strette responsabilità personali che sono quelle che contano per la giustizia terrena ci sono anche le responsabilità collettive cui, per chi crede, si risponderà magari davanti a Dio. Oggi, con il senno di poi, lei come giudica quegli anni?
Innanzitutto non è assolutamente vero che io sia stato accusato di essere nel luogo o di aver partecipato all’omicidio dei due carabinieri. È un’invenzione della rivista brasiliana “Istoé”. In nessun processo, né nelle fasi istruttorie, né in giudizio e nemmeno nelle mie condanne si è menzionato questo fatto. Nego con veemenza la mia partecipazione diretta o indiretta in azioni nelle quali siano morte persone. La mia condanna oggi è di 10 anni e undici mesi per rapina a mano armata e associazione sovversiva. Pertanto quest’accusa è un’infamia. Oggi la mia coscienza è tranquilla e ringrazio Dio di aver avuto la fortuna di non essere mai stato presente ad azioni culminate con la morte di qualcuno.
A sua figlia Penelope, portatrice di questa missiva, come ha spiegato il Bragaglia di oggi e quello di ieri?
Ai miei figli non è stato necessario spiegare nulla. Mi conoscono per come sono oggi, mi sono voluto scusare con loro per tutto ciò che stanno vivendo. Sanno quanto amore provo per loro e, conoscendomi, sanno che non posso essere orgoglioso del mio passato.

(Ha collaborato Paolo Manzo)



Il 9 novembre 1989 cadeva il Muro di Berlino: Mondadori riporta in edicola una sua testata storica, Epoca: da mercoledì 4 novembre 2009.

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