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L’ultradestra stravince in Finlandia e si attesta al terzo posto, con uno scarto minimo dai conservatori e dai socialdemocratici. Il successo di True Finns (Veri Finlandesi) spaventa l’Europa, che ora vede a rischio le prossime decisioni sui bail-out degli Stati in crisi.
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Un muro di 206 chilometri lungo tutto il confine con la Turchia, per
proteggere la Grecia dall’invasione dei migranti. E’ l’idea di Atene che, oltre alla crisi economica, si trova a dover fronteggiare masse di disperati che sognano di vivere nel paradiso europeo.
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(AP Photo/Yves Logghe)
È di almeno venti morti il bilancio di uno scontro tra due treni di pendolari alle porte di Bruxelles. Lo ha reso noto la tv di stato VRT che cita fonti ufficiali.
Secondo l’emittente i due convogli si sono scontrati frontalmente vicino ad Halle, una quindicina di chilometri a sud-ovest di Bruxelles, alle 8,30. I servizi ferroviari da e per la capitale, incluso il collegamento ad alta velocità tra Bruxelles e Parigi, sono stati interrotti. Continua
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Kabul, Afganistan
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Lancio di uova, di castagne, ma anche di farina e bottigliette di vetro, mentre litri di latte vengono versati in strada e numerosi copertoni finiscono in fumo: è esplosa così la collera dei produttori di latte europei giunti per l’ennesima volta a Bruxelles con i loro trattori nella speranza di ottenere dai ministri dell’agricoltura dell’Ue, riuniti nella capitale europea, delle risposte concrete contro la grave crisi che ha messo in ginocchio il settore.
Alla fine, è arrivato anche il tribolato accordo sulla lotta alle emissioni inquinanti. Il vertice dei 27 paesi dell’Unione che si conclude oggi a Bruxelles è stato definito “cruciale” dal presidente della Commissione Barroso. I documenti prodotti dopo cene, bilaterali, negoziati e confronti tra i capi di governo coprono una serie di questioni chiave come le misure contro la crisi economica, il rilancio del Trattato di Lisbona e la lotta ai cambiamenti climatici. Il presidente di turno dell’Ue Nicolas Sarkozy voleva chiudere il proprio semestre da protagonista al vertice dell’Unione (in questa veste ha promosso e partecipato ai negoziati durante la crisi russo-georgiana e al G20 sull’economia a Washington).
Nel compromesso Ue sul pacchetto clima, l’Italia è riuscita a ottenere tutto. Lo stesso Berlusconi ha spiegato che “le misure vanno in essere dopo il 2013, ma dopo il 2010 ci sarà una rivisitazione di queste misure sulla base dei risultati della conferenza di Copenhagen”. In questo modo l’Europa si è posta “all’avanguardia sull’ambiente ma senza essere quella che paga per tutti”. Per il premier italiano si è, quindi, trattato di un risultato pieno soddisfacente: “Abbiamo tenuto una posizione tattica, senza paura di dire che avremmo usato il diritto di veto, con delle posizioni di buonsenso”.
Al di là dei toni soddisfatti, ecco come sono stati affrontati i nodi più spinosi:
Trattato di Lisbona: Il documento, fortemente voluto da Sarkozy per rilanciare il progetto di Costituzione Europea, sembrava definitivamente sepolto dopo la vittoria del “No” nel referendum irlandese di giugno. Per rilanciarlo, i leader dei Ventisette hanno approvato la “roadmap” sul Trattato, che prevede alcune concessioni a Dublino in cambio dell’impegno dell’Irlanda a tenere un nuovo referendum per la ratifica. L’intesa accoglie le richieste avanzate dal premier irlandese Brian Cowen per convocare il nuovo referendum fine ottobre 2009, in modo da permettere l’entrata in vigore della riforma delle istituzioni comunitarie entro l’inizio del 2010. La Ue però ha concesso all’Irlanda il non-taglio dei membri della Commissione, che restano 27, uno per paese, invece che 18. E il testo sarà annacquato: non ci saranno interferenze su questioni sensibili per Dublino come la neutralità, il diritto di famiglia (con le limitazioni all’aborto) e il sistema di imposte dirette.
Clima: L’accordo sulle misure contro il cambiamento climatico è stato il più faticoso: Italia e Polonia hanno minacciato il veto più volte, la Germania ha fatto pesare le richieste del suo settore manufatturiero. Ma alla fine un documento è stato approvato:il pacchetto prevede che entro il 2020 l’Ue riduca del 20% delle emissioni di gas serra, aumenti del 20% dell’efficienza energetica e porti al 20% il ricorso alle fonti alternative nel mix energetico. Nessun cedimento dunque sugli obiettivi finali decisi nel 2007. Ma le concessioni sulle modalità di raggiungimento di quegli obiettivi sono molte: “l’Italia” ha detto il ministro Frattini, “ha ottenuto una clausola di revisione generale al marzo 2010 per l’intero pacchetto clima-energia dell’Ue estesa alla valutazione sull’impatto di competitività”. Previste anche “quote di emissioni gratuite al 100%” per le imprese manifatturiere italiane più esposte alla concorrenza internazionale. Si passerà, per le industrie giudicate non a rischio di delocalizzazione, dal 20% nel 2013 al 70% nel 2020, ma nel 2025 si arriverà al 100% dei diritti di emissione a pagamento. La Polonia e gli ex paesi del blocco comunista hanno ottenuto sostanziosi aiuti economici e agevolazioni per riconvertire il loro sistema energetico al momento prevalentemente a carbone. L’accordo lascia scontenti molti tra gli ambientalisti, ma è stato definito “Storico” e “d’avanguardia” da Sarkozy. “Non c’è nessun altro continente al mondo che si sia dotato di regole cosi’ vincolanti come quelle da noi adottate oggi all’unanimità” ha detto il presidente francese. “Adesso tocca agli altri fare la propria parte” ha aggiunto. Un richiamo a Usa e Cina, in vista della prossima conferenza sul clima di Copenaghen. “L’Europa non pagherà il conto da sola” ha dichiarato Berlusconi.
Crisi: Via libera al piano anti-recessione messo a punto dalla Commissione lo scorso 26 novembre. Il progetto, secondo la decisione presa ieri, dovrà poter contare su un ammontare complessivo di risorse, tra quelle impegnate dai singoli Paesi e quelle provenienti dal bilancio comunitario, pari a circa l’1,5% del Pil Ue. Duecento miliardi di euro (il 15% dalla Commissione). Il piano prevede, tra l’altro, interventi sociali per far fronte alla perdita di posti di lavoro e misure a sostegno delle piccole e medie imprese. Per far fronte alla flessione della domanda si apre a incentivi a settori come l’auto e le costruzioni. In questo caso, è stata Angela Merkel a sgombrare le possibili tensioni, annunciando la collaborazione al fondo comune della principale economia europea, la tedesca, dopo che nei giorni scorsi i dirigenti tedeschi avevano pesantemente criticato il piano.
Il VIDEO servizio:

Silvio Berlusconi, Angela Merkel e Nicolas Sarkozy
Nicolas Sarkozy non rinuncerà al suo “grand final”. Da quando è presidente di turno dell’Unione Europea non si è certo risparmiato: ai già numerosi vertici che prevede il ruolo, ha aggiunto, con il suo attivismo, i viaggi in Russia e Georgia all’epoca della guerra in Ossezia del Sud, il “G4″ europeo nelle prime fasi della crisi economica e il “G20″ dello scorso novembre. Adesso che il suo turno è agli sgoccioli (cederà il posto al presidente della Repubblica Ceca Vaclav Klaus, dopo aver chiesto di poter prolungare il proprio periodo di rappresentanza dei 27), il presidente francese è uno dei personaggi chiave dei vertici in corso a Bruxelles, su Trattato di Lisbona, crisi e clima. Per Sarkozy il pacchetto clima e energia può essere un volano per rilanciare l’economia. Ma la sua visione si scontra con le resistenze esplicite di Italia e Polonia. Silvio Berlusconi lo ha ripetuto più volte: “Con l’economia in questo stato non possiamo metterci a parlare di emissioni”, arrivando a minacciare il diritto di veto se non si otterranno le modifiche richieste agli accordi sulle riduzioni dei gas serra: il governo italiano chiede parametri più ampi che consentono di escludere, del tutto o in parte, certe industrie dal pagamento dei titoli.
Sarkozy ha risposto con una proposta modificata per venire incontro alle esigenze italiane, mentre si è riunito in un incontro bilaterale con Donald Tusk, il presidente polacco, preoccupato dagli effetti delle quote sulle centrali elettriche della Polonia, principalmente a carbone. Nell’ultimo testo di compromesso presentato dalla presidenza francese viene proposto uno sconto per i settori industriali esposti alla concorrenza internazionale o penalizzati da un forte consumo energetico, come chiesto dall’Italia. La bozza francese prevede di non arrivare al 100% dei diritti di emissione a pagamento nel 2020, ma di fermarsi al 70%. I comparti produttivi considerati “a rischio”, entrerebbero in modo graduale nel sistema delle aste dei diritti a inquinare con una quota a pagamento limitata, che salirebbe progressivamente fino al 70% nel 2020, quando il sistema della Borsa di emissioni di anidride carbonica dovrebbe essere a regime. Nella bozza è respinta invece la richiesta italiana per il settore termoelettrico, nel quale i diritti di emissione saranno subito a pagamento dal 2013.
Il governo ha risposto proponendo un altro emendamento alla proposta francese: si chiede una maggiore tutela per l’industria manifatturiera, arrivando a comprendere anche i settori esclusi come tondini per cemento armato, ceramiche, vetro e carta, un utilizzo maggiore dei meccanismi di flessibilità consentiti dai crediti derivanti dai progetti di sviluppo pulito realizzati in altri Paesi, un miglioramento della distribuzione dei fondi per i progetti di stoccaggio del carbone, una clausola di revisione generale del pacchetto, alla luce dei risultati della conferenza mondiale sul clima di Copenaghen, a fine dicembre. Inoltre, secondo l’Italia, bisogna guardare anche a come decidono di comportarsi i grandi attori mondiali come Usa e Cina, che attualmente non hanno ratificato il protocollo di Kyoto. La stessa posizione sostenuta dal ministro dell’ambiente Stefania Prestigiacomo a Poznan, dove è in corso il summit dell’Onu sul clima.
I negoziati a Bruxelles proseguiranno nella notte e domani. Le posizioni sono destinate ad ammoribidirsi. In serata il premier Berlusconi ha commentato: “Penso che raggiungeremo un compromesso, stiamo ottenendo tutto ciò che abbiamo chiesto”, ma poi ha aggiunto ”Non posso opporre nessun veto sulla questione del clima perché non posso fare la figura del cattivo nei confronti di una sinistra che utilizzerebbe questa mia posizione per fare lotta politica”. Dal canto suo, Sarkozy ha ammonito: “L’accordo è l’unica strada possibile”. E il presidente francese non vuole certo chiudere il suo trionfale semestre con un “nulla di fatto”.
“Le cifre fornite dal governo italiano sui costi del pacchetto climatico europeo sono completamente al di fuori di ogni proporzione”. All’indomani della due giorni di Bruxelles sul clima, il commissario Ue all’Ambiente Stavros Dimas si dice “sbalordito di fronte agli argomenti avanzati dall’Italia”: contrariamente a quanto sostenuto da Roma, l’eventuale approvazione del piano Ue contro l’effetto serra non costerebbe al sistema economico italiano 18 o 25 miliardi di euro come dichiarato in due diverse riprese da Berlusconi, ma “una cifra che oscilla tra i 9,5 e i 12,3 miliardi”. Ma c’è di più: secondo Stavros l’Italia avrebbe tutto da guadagnare da un’approvazione rapida del piano Ue contro l’inquinamento atmosferico e per le energie rinnovabili. “E’ uno dei Paesi - ha dichiarato - che ne uscirà meglio. Non capisco perché veda le cose così pessimisticamente, considerando che ha le competenze necessarie per l’innovazione e grandi possibilità in materia di energie rinnovabili”. E poi, ha aggiunto Stavros con tono professorale rispondendo alla domanda di una giornalista, “il costo supplementare non significa perdita netta, perché i soldi restano nelle casse dello Stato”.
Assieme alla Polonia, l’Italia è il Paese europeo che più di tutti a insistito per limare il peso finanziario di un pacchetto sul clima il cui costo il ministro Prestigiacomo ha definito “proibitivo”. Anche perché il costo complessivo, sostiene il ministro, non è modulato a seconda del numero di abitanti di ogni Stato membro. Su questo punto Roma è arrivata persino a minacciare il veto ottenendo in cambio un rinvio sul calendario che avrebbe voluto il presidente di turno Ue, Nicolas Sarkozy. Dopo l’esternazione odierna del commissario Ue, il ministro Prestigiacomo ha ribaltato le accuse piovute sull’esecutivo del nostro Paese: “Prima di sbalordirsi Dimas dovrebbe rileggere il documento diffuso dalla commissione Ue (non del Governo Italiano) ‘Model-based Analysis of the 2008 EU Policy Package on climate change and renewables‘ che è stato reso noto solo a fine settembre, nonostante l’Italia chiedesse da mesi una verifica dei costi del pacchetto clima-energia senza ottenere risposta”. La questione del contendere, secondo Bruxelles, è però un’altra: dalla cifra dei 18 miliardi citati da Roma e contenuti nel piano citato dalla Prestigiacomo, bisognerebbe sottrarre il guadagno che l’economia europea incasserà grazie alla rivoluzione verde. Un guadagno, secondo Roma, tutto da dimostrare. Per l’Italia, che sa che l’Ue può procedere all’approvazione del piano anche senza l’unanimità di tutti i 27, il problema è anche quello di ottenere il sì della Confindustria. Un ostacolo - strategico - perché il piano (che entro il 2020 punta a ottenere un taglio del 20% delle emissioni di Co2) possa avere successo.
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