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Bruxelles
“Le cifre fornite dal governo italiano sui costi del pacchetto climatico europeo sono completamente al di fuori di ogni proporzione”. All’indomani della due giorni di Bruxelles sul clima, il commissario Ue all’Ambiente Stavros Dimas si dice “sbalordito di fronte agli argomenti avanzati dall’Italia”: contrariamente a quanto sostenuto da Roma, l’eventuale approvazione del piano Ue contro l’effetto serra non costerebbe al sistema economico italiano 18 o 25 miliardi di euro come dichiarato in due diverse riprese da Berlusconi, ma “una cifra che oscilla tra i 9,5 e i 12,3 miliardi”. Ma c’è di più: secondo Stavros l’Italia avrebbe tutto da guadagnare da un’approvazione rapida del piano Ue contro l’inquinamento atmosferico e per le energie rinnovabili. “E’ uno dei Paesi - ha dichiarato - che ne uscirà meglio. Non capisco perché veda le cose così pessimisticamente, considerando che ha le competenze necessarie per l’innovazione e grandi possibilità in materia di energie rinnovabili”. E poi, ha aggiunto Stavros con tono professorale rispondendo alla domanda di una giornalista, “il costo supplementare non significa perdita netta, perché i soldi restano nelle casse dello Stato”.
Assieme alla Polonia, l’Italia è il Paese europeo che più di tutti a insistito per limare il peso finanziario di un pacchetto sul clima il cui costo il ministro Prestigiacomo ha definito “proibitivo”. Anche perché il costo complessivo, sostiene il ministro, non è modulato a seconda del numero di abitanti di ogni Stato membro. Su questo punto Roma è arrivata persino a minacciare il veto ottenendo in cambio un rinvio sul calendario che avrebbe voluto il presidente di turno Ue, Nicolas Sarkozy. Dopo l’esternazione odierna del commissario Ue, il ministro Prestigiacomo ha ribaltato le accuse piovute sull’esecutivo del nostro Paese: “Prima di sbalordirsi Dimas dovrebbe rileggere il documento diffuso dalla commissione Ue (non del Governo Italiano) ‘Model-based Analysis of the 2008 EU Policy Package on climate change and renewables‘ che è stato reso noto solo a fine settembre, nonostante l’Italia chiedesse da mesi una verifica dei costi del pacchetto clima-energia senza ottenere risposta”. La questione del contendere, secondo Bruxelles, è però un’altra: dalla cifra dei 18 miliardi citati da Roma e contenuti nel piano citato dalla Prestigiacomo, bisognerebbe sottrarre il guadagno che l’economia europea incasserà grazie alla rivoluzione verde. Un guadagno, secondo Roma, tutto da dimostrare. Per l’Italia, che sa che l’Ue può procedere all’approvazione del piano anche senza l’unanimità di tutti i 27, il problema è anche quello di ottenere il sì della Confindustria. Un ostacolo - strategico - perché il piano (che entro il 2020 punta a ottenere un taglio del 20% delle emissioni di Co2) possa avere successo.

Leggi il rapporto sulla BULGARIA(pdf) e sulla ROMANIA (pdf)
Una mazzata. Non ci sono altri termini per definire il colpo inferto dalla Commissione europea al governo bulgaro guidato dal socialista Sergei Stanishev. Nel suo rapporto di verifica presentato oggi a Bruxelles, l’esecutivo Ue ha deciso di bloccare 486 milioni di euro previsti per la Bulgaria a titolo di fondi europei. La Commissione Ue, in accordo con gli Stati membri, ha motivato la sua decisione con le insufficienze dimostrate da Sofia nella lotta contro la corruzione e nella sua gestione inefficiente dei fondi ricevuti da Bruxelles. Molto meglio è andata alla Romania, nei confronti della quale l’Ue si è dimostrata più clemente, limitandosi a ricordare al governo di Bucarest la necessità di continuare sulla strada intrapresa, accentuando gli sforzi già compiuti “nella lotta contro la corruzione in seno al parlamento e ai tribunali“. Insomma: a Bucarest viene riconosciuto lo sforzo di ammodernamento istituzionale e giuridico, ma si tratterebbe, secondo la Commissione, solo di un primo passo verso un equilibrio accettabile.
Entrando nei dettagli delle sanzioni inflitte alla Bulgaria, il portavoce comunitario, Mark Gray, ha annunciato una “sospensione a titolo formale” di 115 milioni di euro dai cosiddetti fondi di coesione per via degli scandali che si sono verificati nell’ente bulgaro per la costruzione delle strade. Altri 250 milioni di euro sono stati sospesi dai fondi di pre-adesione Phare in seguito al ritiro della certificazione di due agenzie di pagamento. Infine, l’esecutivo Ue ha deciso di ritirare 121 milioni di euro previsti in un fondo agricolo. Subito dopo l’annuncio di Gray, il portavoce capo della Commissione Ue, ha tentato di attenuare l’attacco frontale contro il governo bulgaro sottolineando la disponibilità dell’Unione europea a “cancellare questa decisione non appena la Bulgaria avrà preso le misure correttive necessarie”.
La sonora bocciatura dell’Ue fa seguito a una serie di rapporti semestrali prodotti dalla Commissione nell’ambito di un Meccanismo di cooperazione e di verifica (MCV) messo in piedi dopo l’adesione ufficiale della Bulgaria (e della Romania) nell’Unione europea il 1 gennaio 2007. A più riprese, l’esecutivo Ue aveva ammonito Sofia di possibili sanzioni. Ma il governo bulgaro ha fatto finta di nulla, rendendosi così complice di un sistema politico e giudiziario tra i più corrotti d’Europa. Secondo l’Ufficio europeo di lotta contro la frode, due uomini d’affari avrebbero sottratto 32 milioni di euro stanziati da Bruxelles per finanziare progetti agricoli e di sviluppo, con lo scopo di rimborsare la campagna elettorale del presidente bulgaro Georgi Parvanov (rieletto nel 2006). Altro personaggio ormai nel mirimo dell’opinione pubblica nazionale è il premier Sergei Stanishev. Contro di lui, l’opposizione bulgara è pronta a presentare oggi la sua sesta mozione di sfiducia. Le motivazioni sono ovviamente il fallimento della squadra di governo rispetto al rispetto delle regole europee nell’assorbimento dei fondi Ue. Per Stanishev si annunciano tempi duri. Pochi giorni fa, il premier bulgaro era convinto di poter contare sulla clemenza di Bruxelles. Il 4 luglio scorso, aveva addirittura ottenuto l’appoggio del presidente Nicolas Sarkozy che, in cambio della vendita di due navi francesi militari a Sofia, aveva promesso a Stanishev “di fare tutto il possibile affinché la Commissione europea non sia troppo perentoria” nei confronti della Bulgaria. Si sa com’è andata a finire…
Di Anna Maria Angelone
Quello che per la politica italiana è il bar Ciampini a Roma, nei pressi di Montecitorio, a Bruxelles si chiama place du Luxembourg. È soprattutto qui che i lobbisti si danno appuntamento con eurocrati e deputati, affollando i locali della stupenda piazza a ridosso delle istituzioni Ue. Una schiera sulla quale sta per abbattersi la scure della trasparenza. L’operazione parte il 23 giugno, quando diventa operativo online il registro pubblico delle lobby, voluto dal commissario agli Affari amministrativi, audit e lotta antifrode, Siim Kallas. Un passato comunista e da ex premier in Estonia, il commissario ha iniziato la battaglia contro il «far west» delle lobby a Bruxelles all’indomani dello scandalo di Jack Abramoff, il lobbista di Washington coinvolto in uno dei più grossi casi di corruzione della storia americana. Il quadro che affiora nella capitale della Ue appare ben diverso, ma non privo di zone grigie. Un esempio? Stando all’indagine preliminare svolta 3 anni fa, alcune ong ricevevano finanziamenti dalla Commissione ma si descrivevano come «gruppo di lobby» presso la stessa. Non sempre è possibile risalire a chi c’è dietro le quinte di un’associazione. Sono anche emersi grossi conflitti di interessi tra chi fa consulenza ad alcune aziende e poi, in una seconda veste, redige rapporti d’indirizzo tecnico per le istituzioni Ue sugli stessi temi. Da qui l’esigenza di passare ai rimedi. Cosa cambia? Chiunque faccia lobbying sarà invitato a iscriversi al registro e a dare precise indicazioni su chi richiede la sua attività, su chi paga e da dove provengono le informazioni con le quali esercita l’azione di lobby sul processo decisionale e legislativo dell’Ue. Un passaggio decisivo perché, come ha ricordato l’eurodeputato verde Claude Turmes, «dipendiamo molto dai consigli dei lobbisti e questa è una debolezza». Gli iscritti dovranno fornire anche indicazioni sui soldi gestiti e attenersi a un codice di condotta. Chi opera scorrettamente potrà essere smascherato. In caso di violazioni gravi è prevista la sospensione o la radiazione dal registro. Inizialmente tutto avverrà su base volontaria. Basterà contro gli abusi? Il commissario Kallas conta sull’adesione dei lobbisti di mestiere, interessati per primi a un riconoscimento che ne certifichi la serietà. Convinto che la «moral suasion» farà il resto. E, comunque, ha già annunciato una verifica entro l’anno: se il sistema non funziona si passerà a misure vincolanti. Del resto l’esecutivo Ue si era già cimentato in questo tentativo anni fa. Invano, tanto che dal 1992 l’attività di lobby alla Commissione europea si disciplina con l’autoregolamentazione. Molto dipenderà dalla reazione dei lobbisti. Alcuni sono perplessi. «Siamo favorevoli all’iniziativa per la trasparenza delle lobby» fa sapere Valeria Fagone per Interel Cabinet Stewart European Affairs, società di consulenza che aderisce alla Seap, associazione che riunisce 260 rappresentanti di interessi a Bruxelles. «Attendiamo però che siano precisati alcuni punti chiave del provvedimento e le modalità per l’iscrizione al registro perché ci sono ambiguità». Plaude Maurizio Reale, responsabile a Bruxelles della sede Coldiretti, punta della lobby di tutela del made in Italy: «L’esigenza di trasparenza è sentita. Spesso non si capisce chi rappresenta cosa e a quale titolo si trova in una riunione. Portiamo avanti una linea chiara e un’azione forte sui temi agricoli: sicurezza alimentare, origine dei prodotti, ogm e riforma della Politica agricola comune. Per noi, che siamo tramite fra gli interessi della categoria e quelli dei cittadini, la serietà è tutto ». Più tiepido Gianlorenzo Martini, direttore della Regione Veneto a Bruxelles: «Il nostro lavoro è facilitare gli interessi territoriali nella Ue, soprattutto su programmi e finanziamenti. Non credo che il registro sarà una rivoluzione perché il mercato funziona già bene: un lobbista poco serio qui non ha vita lunga». I numeri delle lobby sono sempre più imponenti. Negli anni 70 Bruxelles ospitava poco più di 400 organizzazioni. Oggi la Commissione europea calcola che siano attivi circa 15 mila lobbisti e 2.600 gruppi di interesse hanno una sede permanente nella capitale europea, con un giro d’affari fra i 60 e i 90 milioni di euro all’anno. A questi si aggiungono circa 5 mila lobbisti iscritti al Parlamento europeo (che, dal 1996, ha un suo registro), 170 uffici diplomatici di tutti i paesi del mondo, 200 rappresentanze regionali e una cinquantina di centri studi. Una cifra comunque inferiore rispetto agli Stati Uniti: nel 2005, i lobbisti registrati a Washington erano 34.750. Ma il rapporto a Bruxelles è quasi di 1 a 1, se si calcola che gli eurodeputati sono 732 e i funzionari della Commissione circa 22 mila. Mentre nella capitale Usa l’amministrazione ne conta almeno 270 mila. È anche cresciuta l’influenza delle lobby. Su 10 lobbisti sette seguono interessi economici, due società civile e ong, uno regioni ed enti locali. Ma la loro azione si estende verso nuovi settori: cambiamento climatico, fondi sovrani, welfare, immigrazione. E si allarga a nuovi paesi. Alla lobby tradizionalmente forte delle multinazionali americane si unisce ora quella dei cinesi. Come agiscono? Ufficialmente i lobbisti danno supporto tecnico all’attività delle istituzioni. Nonostante la differenza con gli Stati Uniti, dove le lobby hanno come obiettivo primario quello di portare a casa commesse per i loro clienti, la Ue ha 27 paesi da mettere d’accordo. Perciò l’azione dei lobbisti è più tecnica e volta a orientare le linee normative. Ma gli interessi non sono certo da meno: sette leggi nazionali su 10 sono legate alla Ue e ogni anno vengono negoziati almeno 100 miliardi di euro fra programmi e finanziamenti
Da Bruxelles
Un paio di settimane fa erano stati i pescatori di mezza Europa a ribellarsi a Bruxelles contro l’impennata del costo dei carburanti. Ieri, alla vigilia di un cruciale summit europeo organizzato per discutere il “problema petrolio”, è toccato agli agricoltori, ai tassisti e ai camionisti belgi dire la loro su un’emergenza divenuta ormai globale. Nelle ultime settimane la capitale belga è diventata la città di riferimento per casseurs e manifestanti che proprio non ci stanno a vedere diminuire drasticamente il proprio potere d’acquisto. “Bruxelles sta diventando l’epicentro della crisi”, ha scritto il principale quotidiano belga in lingua francese, il Le Soir. Eh già, come dare torto ai manifestanti? E’ meglio far sentire la propria voce a Bruxelles piuttosto che a Gembloux o a Vertemate con Minoprio. Trattori, camion e taxi in piazza Per gran parte della giornata, la città che ospita le principali istituzioni europee è stata quindi semi-paralizzata dai cortei organizzati dai sindacati locali. Secondo la polizia, alla manifestazione hanno partecipato oltre 500 trattori, 170 autoarticolati e 150 “taxi chauffeurs”. Quanto basta per bloccare il centro di una metropoli che non è poi tanto grande (più o meno quanto Milano). Gli organizzatori hanno poi pensato di protestare “a macchia di leopardo”. Gli agricoltori francofoni si sono radunati al Parco del Cinquantenario (a uno sputo dal blindatissimo quartiere europeo già teatro di scontri un paio di settimane fa).
Il VIDEO
I camionisti, in gran parte fiamminghi, e i tassisti hanno invece mandato in tilt il traffico sulla circonvallazione che delimita il centro storico della capitale europea. Salvare l’agricoltura europea Intervistati da Panorama.it, gli iscritti a un sindacato locale che rappresenta gli interessi dei giovani agricoltori (la Fédération des Jeunes Agriculteurs) hanno motivato la loro decisione di scendere in piazza “sia protestare contro il caro petrolio sia per chiedere maggiore stabilità dei prezzi. Ma anche per dire no alle politiche ultraliberiste dell’Organizzazione Mondiale del Commercio e della Politica Agricola Comune”. Già, la famigerata PAC dell’Unione europea, tanto criticata da molti perché ritenuta responsabile della recente impennata dei prezzi di cereali e generi alimentari di prima necessità (solo il grano, nell’ultimo anno è aumentato dell’80 percento) . La manifestazione di Bruxelles si è poi chiusa con alcune dichiarazioni del premier belga Yves Leterme, che in piazza ha promesso di fare pressioni alla Commissione europea affinché si impegni, in vista delle prossime negoziazioni dell’OMC, di non fare concessioni che potrebbero danneggiare l’agricoltura del Vecchio Continente.
Da Bruxelles
“Erano al massimo sette o otto persone, tutte armate di bastoni, con in mano mattoni che hanno iniziato a lanciare contro le vetrine della nostra sede. L’attacco è durato pochissimi minuti, ma per fortuna gli aggressori sono stati dispersi dalla polizia. Era da anni che non vedevo violenze simili nel centro di Bruxelles”. M. S. è sotto choc. Davanti alla Direzione Generale Agricoltura e Pesca, il marciapiede è costellato di pezzi di vetro frantumato, pietre e bastoni di legno. La calma apparente viene regolarmente interrotta dagli elicotteri che sorvolano le arterie centrali di Bruxelles, alla ricerca di manifestanti pronti a colpire altre sedi della Commissione europea. Su rue de la Loi, il viale che principale che conduce alla Commissione, è ormai vietata al traffico. Sullo sfondo, si intravedono le forze dell’ordine in assetto anti-sommossa, segno che la tensione è ancora molto alta. Sono chiuse pure le stazioni metropolitane del centro. “Per motivi di sicurezza” giustifica un poliziotto belga, per poi ammettere: “Certo che non ce l’aspettavamo. Sapevamo che i pescatori sono brutti clienti, ma oggi l’hanno davvero fatta grossa”.
La cronaca. È iniziato tutto verso le nove di stamattina, quando circa 300 pescatori, soprattutto francesi e italiani, hanno bloccato il quartiere comunitario con una manifestazione di protesta contro il rialzo dei prezzi del carburante. I pescatori chiedono di pagare il gasolio non oltre 40 centesimi di euro al litro (contro gli attuali 80 centesimi). Al termine dell’incontro tra una delegazione di manifestanti e alcuni membri del Gabinetto del Commissario europeo alla pesca, Joe Borg (in trasferta a Riga), la portavoce della Commissione ha dichiarato alla stampa “che una soluzione immediata non è stata trovata. Invitiamo gli Stati membri a intervenire ricorrendo al fondo europeo per la pesca”. In particolar modo, Bruxelles ha chiesto alla Francia di recuperare 65 milioni di euro accordati come prestiti nel 2006 a titolo di fondo per gli aiuti ai pescatori. Appena appresa la notizia del fallimento della mediazione tra la loro delegazione e il team del Commissario Borg, i manifestanti rimasti fuori dal palazzo del Berlaymont hanno sommerso i poliziotti di petardi, fuochi di bengala, pietre e lattine vuote. A sua volta, la polizia ha caricato i pescatori per poi disperderli nelle vie adiacenti alla sede centrale della Commissione Ue.

Salvo brutte sorprese, a otto mesi dall’entrata in vigore del Trattato di Lisbona prevista il 1° gennaio 2009, le principali diplomazie europee stanno affilando i coltelli per la nomina del prossimo presidente del Consiglio dell’Unione europea. Una battaglia senza esclusioni di colpi, resa tanto più complicata che entro fine anno i 27 Stati membri dovrebbero pronunciarsi sul destino di José Manuel Barroso, attuale presidente della Commissione, e quello dell’Alto Rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la politica di sicurezza comune, lo spagnolo Javier Solana.
Il ruolo di Sarkò. A guidare il valzer di poltrone sarà Nicolas Sarkozy, presidente di turno dell’Ue dal 1° luglio al 31 dicembre 2007. Al capo di Stato francese spetta infatti il compito di trovare un consenso tra i suoi 27, cosa non facile se si pensa agli interessi cruciali che si annidano attorno alle tre figure istituzionali menzionate. Per la poltrona del presidente del Consiglio, destinato dal 2009 in poi a rappresentare l’Unione europea nei Summit internazionali più importanti, sembra profilarsi un testa a testa tra il premier danese Anders Fogh Rasmussen e il suo omologo lussemburghese Jean-Claude Juncker. Il primo avrebbe l’appoggio del Regno Unito, mentre il secondo, noto per il suo spirito europeista, ha già incassato il sì dell’Eliseo. Proprio da Parigi, fonti vicine a Sarkò hanno rivelato ai principali quotidiani d’Oltralpe che la scelta del lussemburghese sarebbe quella più logica: “Rasmussen mira ormai alla Nato” scrive sul suo blog il corrispondente di Libération a Bruxelles, “mentre l’ex premier spagnolo Felipe Gonzalez non è candidato a nulla e Tony Blair è bruciato” (nonché “troppo euroscettico” sottolinea Le Figaro).
Candidature grigie. L’esclusione del leader britannico conferma la decisione degli Stati membri di voler piazzare sulla poltrona della presidenza del Consiglio una figura di alto profilo istituzionale, ma non carismatica. Juncker sarebbe il candidato perfetto: presidente dell’Eurogruppo (organo informale che riunisce una volta al mese i ministri dell’Economia e delle Finanze degli Stati membri alla vigilia dell’Ecofin) e membro del Partito popolare europeo (Ppe), il premier del Lussemburgo è ormai un’istituzione nelle istituzioni (fu uno dei grandi architetti del Trattato di Maastricht). Ma a Londra, la sua candidatura viene giudicata “inaccettabile” (sul Tamigi il suo europeismo è considerato esasperante). Sarkozy dovrà quindi dimostrare grandi capacità persuasive nei confronti Gordon Brown: nel passato i governi inglesi non hanno mai esitato a esercitare il diritto di veto per imporre le loro preferenze (lo sanno bene i belgi Jean-Luc Dehaene e Guy Verhofstadt, le cui candidature alla presidenza della Commissione furono stroncate a favore di Jacques Santer nel 1994 e di Barroso nel 2004). Non a caso ieri il Times ha indicato come grande favorito il premier danese Rasmussen, apprezzato per le sue tendenze liberali.
Dopo-Solana. Ma non sono da escludere colpi di scena. Il più clamoroso potrebbe vedere l’attuale presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, approdare alla guida del Consiglio consegnando a Juncker le chiavi del Berlaymont. L’ipotesi piace a Parigi che durante la sua presidenza di turno vorrebbe porre fine all’incognita Solana. Problema: la nomina del prossimo Alto Rappresentante Ue degli Affari esteri è vincolata all’esito delle elezioni parlamentari europei previste nel 2009. Di fronte al probabile trionfo delle destre, per gli Stati membri si impone la necessità di controbilanciare lo strapotere del Ppe (Barroso, Juncker e Rasmussen ne fanno parte) lasciando ai socialisti il compito di proporre un loro leader. Il nome di Solana circola con insistenza nei corridoi di Bruxelles, ma in alcune capitali europee c’è chi sostiene che prolungare l’incarico dello spagnolo rischia di compromettere la svolta che l’Ue intende dare alla sua immagine già appannata attraverso la scelta di volti nuovi. Come se Barroso e Juncker portassero quel vento di freschezza indispensabile per riavvicinare le istituzioni al cittadino europeo…

Da Bruxelles
Un decesso ogni tre minuti e mezzo per un totale di oltre 150 mila morti all’anno. Le cifre diffuse dall’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (Osha) non lasciano dubbi: nell’Ue il lavoro continua ad uccidere, e l’Italia non è un caso isolato. In Europa ogni anno muoiono accidentalmente in media 8.900 lavoratori sul proprio posto di lavoro, mentre altri 142 mila muoiono per professioni altamente pericolose (collegate all’edilizia e alle infrastrutture, al centro dell’attenzione dopo lo scandalo dell’amianto in Francia). A quasi vent’anni di distanza dalla direttiva quadro del 1989, per le istituzioni europee il fenomeno delle “morti bianche” e dei decessi legati al lavoro rimane un’emergenza assoluta. E questo nonostante alcuni progressi registrati negli ultimi anni. I dati statistici dell’Associazione nazionale mutilati e invalidi del lavoro rivelano che tra il 1995 e il 2004 gli infortuni mortali in 15 paesi europei sono calati del 29,41 per cento (da 6.229 morti siamo passati a 4.397). “In Italia” si legge nel rapporto dell’Anmil, la diminuzione è stata “solo del 25,49 per cento, un dato meno esaltante rispetto a quello di paesi come la Germania (meno 48,3 per cento) o la Spagna (meno 33,64 per cento)”. Ma le statistiche si sa, vanno prese con le pinze. A Panorama.it gli esperti di Osha sottolineano che per alcuni paesi come il Lussemburgo, dove i fatal accidents sono scesi da 14 a 6, “è facile presentare percentuali altissime di decrescita. In realtà la situazione italiana è in linea con la media europea”. Dai dati Eurostat si scopre che nel 2005 l’Italia aveva una media di 2,6 lavoratori uccisi ogni 100 mila occupati contro 2,3 nel resto del continente. In calo del 50 per cento rispetto al 1994, il tasso si conferma superiore a paesi come l’Austria (4,8) o la Spagna (3,5), e a pari merito con il Lussemburgo. Ma il trend non deve ingannare: a conferma che le morti bianche rimangono un’emergenza sono i 1.302 occupati italiani deceduti sul posto di lavoro nel 2006. Più di Francia (537) e Regno Unito (241) messi assieme. Per Philippe Askénazy, economista presso il CNR francese, è una magra consolazione. In tutta l’Europa, “la ricerca massimale dei profitti di produttività passa per uno sfruttamento totale dei lavoratori senza che ci si preoccupi delle conseguenze di questa intensificazione del lavoro”. Eppure il Commissario europeo per l’Occupazione, gli Affari sociali e le Pari opportunità, Vladimir Spidla, è stato il primo a ricordare che “le malattie professionali e gli infortuni sul lavoro rappresentano un costo molto elevato per i sistemi di previdenza sociale e le finanze pubbliche”. Tradotto in cifre significa una media tra il 2,6 per cento e il 3,8 per cento del Pil europeo. Un buco nero che Bruxelles intende colmare riducendo del 25 per cento gli incidenti di lavoro da qui al 2012. Come? Attraverso un piano strategico rivolto a semplificare l’applicazione della legislazione europea e a promuovere campagne di sensibilizzazione rivolte alla piccola e media impresa (dove si verifica il 90 per cento dei decessi), ai settori più nevralgici (costruzione, agricoltura, trasporti e sanità) e alle categorie sociali meno protette (anziani e giovani precari). Prossimo appuntamento: il 28 aprile con la Giornata Mondiale per la sicurezza e la salute sul lavoro.

Mancano poche ore alla dichiarazione di indipendenza del Kosovo. Mentre nei Balcani la situazione si fa sempre più tesa, il “Gruppo di contatto” costituito da Italia, Francia, Germania e Gran Bretagna sarebbe pronto a riconoscere il nuovo stato balcanico e i ventisette Stati costitutivi dell’Ue hanno deciso di dare luce verde al dispiegamento della missione civile Eulex nell’ex piccola provincia serba. Krisztina Nagy, portavoce del Commissario europeo all’allargamento Olli Rehn, si dice convinta - in una dichiarazione rilasciata a Panorama.it - che “l’Ue sta facendo tutto il possibile per garantire stabilità alla regione”. Di più: che la missione civile dei soldati europei a Pristina e i difficili negoziati con Belgrado per la futura adesione della Serbia all’Europa sono l’occasione per ribadire che “lo statuto del Kosovo e il destino europeo della Repubblica serba sono due dossier completamente diversi fra loro”.
Un messaggio in chiaro contrasto con la volontà degli ultranazionalisti serbi di sfruttare il caso Kosovo per ostacolare l’adesione della Serbia all’Ue. Non appena Pristina renderà ufficiale il suo distacco dal territorio serbo, il futuro dei Balcani si giocherà su due fronti ben distinti: da un lato la rapidità con la quale i paesi dell’Unione riconosceranno l’indipendenza del Kosovo (riducendo così i margini di manovra degli ultraconservatori serbi); dall’altro la firma dell’accordo di cooperazione proposto il 28 gennaio scorso dai ministri degli Esteri dei Ventissette che consentirebbe alla Serbia di avviare il cammino verso un’adesione definitiva all’Ue.
Per Alain Delaitroz, vice direttore di International Crisis Group (think tank influente di Bruxelles), “la stragrande maggioranza dei paesi membri riconosceranno il Kosovo. La partita con Belgrado rimane invece più aperta” prosegue Delaitroz, non foss’altro per la difficoltà di superare gli ostacoli imposti da Olanda e Belgio, che reclamano la piena collaborazione dei vertici di Belgrado con il Tribunale internazionale dell’Aja (Tpi) per i crimini di guerra commessi durante la guerra dei Balcani.
“L’ipotesi più plausibile è che gli ultranazionalisti usciranno sconfitti dal braccio di ferro con Bruxelles. Una Serbia chiusa su se stessa non serve infatti a nessuno. Nemmeno a Putin, il loro più forte alleato. Siglando il 25 gennaio un accordo energetico con la Serbia, il presidente russo non ha inteso avviare la costruzione di un gasdotto per fornire metano ai soli paesi balcanici, bensì a tutta l’Europa. L’adesione di Belgrado all’Ue gli sarebbe di grande aiuto”.
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