![[i]26 settembre 2007[/i] - Almeno quattro persone, tra cui tre monaci buddisti, sono state uccise e un altro centinaio, tra cui 50 religiosi, sono rimaste ferite oggi a Yangon nella repressione, da parte delle forze dell'ordine, delle manifestazioni di protesta contro la giunta militare, secondo quanto riferito da responsabili birmani e testimoni.<br /> Una fonte ospedaliera ha detto che un civile è stato ucciso e tre sono rimasti feriti da colpi d'arma da fuoco. Tra i feriti figura una donna, colpita al petto.<br /> [i](Credits: Ansa)[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/upload/foto-settembre/myanmar/26set/normal_myanmar26set-10.jpg)
Jotman vive tra la Birmania e Thailandia e ha appena vinto il “Premio Speciale - Reporters Sans Frontieres” di Best of Blogs (BOBs), il concorso internazionale organizzato ogni anno dalla Tv di stato tedesca. Da mesi il suo blog racconta l’evoluzione della crisi birmana. Basta scorrere gli ultimi post per rendersi conto di come la situazione continui ad essere drammatica, nonostante la copertura dei grandi media occidentali sia vistosamente scemata. Jotman di recente ha intervistato il leader della proteste di settembre dei monaci, ora esule in Thailandia: si chiama Ashin Kovida, ha 24 anni e in questo video racconta la sommossa dal suo punto di vista.
A proposito di punti di vista, in questo post l’autore di Fifty viss spiega fin dove si sta spingendo la contropropaganda governativa: “Oggi ho notato una novità su Myanmar.com, il portale ufficiale del governo birmano. Una pagina titolata “Photo@Myanmar.com” contiene una serie di immagini contro le proteste, il governo americano, i media occidentali (particolarmente la Bbc, Voice of America e Radio Free Asia, le tre principali emittenti radiofoniche in Birmania) e la guerra in Iraq”. In effetti, diversi fotomontaggi giustappongono foto delle guerre in Afghanistan o di Abu-Ghraib a quelle di una Birmania ricca e florida (per lo più palazzi fatti costruire nella nuova capitale, spiega l’autore del blog). A seguire domande del tipo: “Puntiamo al progresso o al declino?”.
In questo filmato una annunciatrice mette in guardia dalla fonti d’informazione occidentali:
Negli ultimi giorni a calamitare l’interesse dei blogger è stato per lo più il summit dell’Asean (Associazione dei paesi del sud-est asiatico). Su molti siti si sono moltiplicate le manifestazioni, gli appelli (e le speranze) per una dura presa di posizione da parte dei paesi limitrofi, se non altro sulla questione della violazione dei diritti umani. Ma, al di là di alcune dichiarazioni formali, l’incontro si è concluso con un nulla di fatto. Anzi il regime di Myanmar è riuscito a far cancellare un incontro con l’inviato speciale delle Nazioni Unite, Ibrahim Gambari. L’Ue e l’Asean hanno comunque diffuso una dichiarazione congiunta in cui chiedono la liberazione dei detenuti politici in Birmania. Riproponendo la foto del vertice, l’autore di ko htike chiede (sarcasticamente) ai lettori: “Cosa c’è di strano in questa immagine?” Risposta: “Tutte le mani dei leader sono nella giusta posizione tranne quelle di Thein Sein (generale della Birmania, il quarto da destra, ndr). Questo per dire che la giunta sta andando contro tutti. O sbaglio?”. In effetti, i generali continuano ad andare avanti per la loro strada. E ad usare le maniere forti, con gli omicidi e gli arresti di massa a farla da padrone. Democratic Voice of Burma, l’agenzia di giornalisti birmani esuli da anni in Norvegia, racconta del cruento intervento della polizia al concerto di un noto rapper locale (G-Tone) che è stato portato via per aver mostrato al pubblico un tatuaggio con due mani giunte in segno di preghiera. E, si sa, di questi tempi il regime non apprezza molto i riferimenti espliciti alla religione. Che il clima continui ad essere molto pesante sono in tanti a spiegarlo. Questo blog parla esplicitamente di “genocidio birmano”. Altrettanto forti le parole di May Nyane (tradotto qui in inglese): “Durante il giorno di luna piena della scorsa settimana c’è stato spargimento di sangue in Birmania. Il dolore è stato stato devastante: in tutta la mia vita di 40 anni non mi sono mai ritrovata a provare sensazioni così estreme di tristezza, agonia, imbarazzo e ansia”.
[/i]<br />](http://gallery.panorama.it/albums/upload/foto-settembre/myanmar/mondo/normal_bangkok1.jpg)
Retate durante la notte. Desaparecidos. Siti web oscurati. Monaci arrestati e trasportati nei campi di lavoro. Sfilate “oceaniche” organizzate dal regime nelle principali città del Paese per dimostrare che i militari hanno ancora il Paese in pugno. E stamani, dalle colonne dell’ufficiale New Light of Myanmar, un nuovo affondo contro la comunità internazionale (rea di aver condannato la repressione in Birmania), ma anche una promessa che fa temere un altro bagno di sangue: “A Myanmar non esistono prigionieri politici. Per questo non cambieremo rotta, elimineremo tutti gli ostacoli che si frappongono sulla nostra strada”.
Questa è una storia. L’altra parte della storia la raccontano, sui blog dell’opposizione in esilio, decine di cittadini, rigorosamente anonimi, pronti a squarciare il velo sulle verità della dittatura: da una settimana, in Birmania, dicono, è tornata la paura. Una paura sorda che ha spinto migliaia di attivisti a rintanarsi di nuovo in casa nella speranza che i militari non li prelevino nottetempo. Dice - su Burmese bloggers - una casalinga di Rangoon il 29 settembre: “Ho visto gente picchiata selvaggiamente. Gente che non stava nemmeno prendendo parte alle proteste. C’era un ragazzino, tutto solo, che stava guardando sfilare il corteo. Non urlava né batteva le mani. Un colonnello gli si è avvicinato e ha cominciato a bastonarlo sulla schiena. È crollato a terra. Lo hanno caricato in uno di quei camion che portano via i manifestanti. Il colonnello ha detto: “Avete dieci minuti per sgomberare”. (…) Una mia amica ha perso suo figlio durante le proteste. Pensava fosse sulla via di casa, invece non l’ha più trovato”. Intanto, sull’ufficiale New Light of Myanmar appare - sempre secondo il sito Burmese bloggers - l’altra verità, quella del regime: una foto dei manifestanti filo-birmani a Londra dell’8 settembre si trasforma, nella didascalia, in una manifestazione contro la guerra in Iraq.
Un ragazzo, anche lui anonimo, racconta invece di come la Giunta negli ultimi tempi sia riuscita a distruggere la fiducia tra le persone. Una cappa del silenzio è calata su tutto il Paese: “Non c’è più legame tra noi. Nel nostro quartiere i gruppi addetti alle sicurezza arrestano chiunque soltanto accenni a queste proteste. Persino nei locali dove andiamo a prendere il té dobbiamo imparare a tacere. Le spie sono ovunque. Possiamo rivolgere la parola soltanto alle persone che conosciamo. I bar si sono svuotati: non ci sono soldi e oltrettutto che senso ha ubriacarsi quando non puoi rivolgere la parola a nessuno?”. Gente comune. Che ha smesso di ascoltare la radio attraverso cui, fino a qualche settimana fa, si facevano un’idea di quello che accadeva in Birmania, al di là delle verità ufficiali. Ora ascoltare la radio, attraverso le onde provenienti dai gruppi di opposizione in Thailandia, è diventato troppo pericoloso. E chiunque sia sorpreso con un cellulare o una telecamera o una macchina fotografica se la vede confiscare. Racconta amareggiata un’insegnante, testimone di un’operazione di pulizia contro i monaci: “Sono quasi 50 anni che cerchiamo di proteggere la nostra cultura e cerchiamo di tollerare i militari al potere. Ma questa volta hanno passato il segno. Hanno mancato di rispetto a quello abbiamo di più caro e sacro. Conosco decine di monaci. Uno di questi è vecchissimo, ha 78 anni. In tutta la sua vita non gli era mai capitato di doversi nascondere. Il giorno dopo che iniziarono le sparatorie ho fatto visita al suo monastero: quello che ho visto sul suo volto non era paura, era amarezza, sconfinata. Il problema è che ora i giovani monaci con cui ho parlato vogliono lasciare tutto. Non hanno più la forza di andare avanti. Mi hanno detto: “Meglio imparare a tacere”. Gli ho chiesto perché, ho detto loro che sarebbe stata una sconfitta per il buddismo. “Che senso ha la meditazione?”, mi hanno detto. “Il potere della meditazione non impedirà loro di continuare a massacrarci”.
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